
La sveglia è puntata alle cinque per poter salpare prima dell’alba, al primo chiarore, e sfruttare così al massimo le ore di luce. Alle quattro, però, sono già in piedi perché durante la notte è calato il vento e la barca rolla da morire. Poco male, me la prendo comoda; mi faccio una moka doppia e ricontrollo il meteo e la rotta. Ho davanti circa sessanta miglia fino a Sines; niente di che se non fosse per un paio di handicap. Il primo è che non ci sono porti né rade lungo la strada, quindi una volta partito bisogna per forza andare fino in fondo; il secondo sono le orche, che da un paio di giorni hanno rifatto capolino proprio nel tratto di mare che devo affrontare.
L’indicazione è di mantenersi nella batimetrica dei venti per limitare eventuali interazioni. Il problema, oltre al fatto che così la rotta da percorrere si allunga perché bisogna seguire il profilo della costa senza tagliare mai, è che non sempre questo è possibile. A volte, in presenza si scogliere a picco, già a poche decine di metri dalle rocce ci sono profondità importanti, e chi va per mare sa bene quanto sia pericoloso navigare in prossimità degli scogli. Ma non ho molta scelta: o così, o niente. Accetto il rischio, salpo l’ancora e parto.
Le prime miglia le percorro con l’attenzione di un predatore in cerca del pasto. Scruto continuamente la superficie del mare, sobbalzando a ogni ombra scura fra i flutti, a ogni riflesso strano di luce, a ogni uccello marino che sfiora l’acqua, a ogni pedagno lasciato dai pescatori. Poi, piano piano mi rilasso, con l’aumentare della luce aumenta anche la visibilità e mi concedo qualche momento sottocoperta per controllare la carta nautica e cercare un eventuale riparo dove dare ancora in caso di attacco da parte delle orche, anche in considerazione del fatto che sono da solo. Momenti rapidi, perché ci sono anche da schivare le tantissime reti da pesca disseminate un po’ ovunque.
Il vento è poco, il mare è in scaduta e l’onda, benché di un metro abbondante, è lunga e poco fastidiosa. Avanzo così, grazie alla spinta dell’entrobordo, per circa undici ore, progressivamente sempre più rilassato, malgrado dai canali Telegram arrivino segnalazioni di avvistamenti delle bestiole poco sotto Cabo Espichel, subito a nord di Sines. Alle cinque entro in porto e calo l’ancora davanti alla spiaggia dedicata a Vasco de Gama, il grande navigatore portoghese. C’è la sua statua proprio sopra il porto, sembra scrutarmi severo: chissà se ai suoi tempi si penava così per i cetacei. Intanto domani altre quaranta miglia fino a Setubal. Alla via così!