Era d’agosto

Il bagaglio di un’ospite, smarrito a Termini, ha ritardato la partenza di ventiquattro ore ma anche quest’anno Piazza Grande è salpata verso il mare aperto discendendo fino alla foce il fiume che l’inverno la custodisce, fino a vedere spalancarsi davanti a sé quella sterminata distesa d’acqua salata che, come nessun’altra medicina al mondo, riesce ad curare l’anima di chi naviga.
Un poco di attenzione nel passaggio fra i fanali rosso e verde per via della secca fangosa non segnalata che si è creata recentemente lungo la riva destra poi, una volta fuori, un vento leggero al traverso ci dà il giusto passo sulla rotta che conduce verso sud. Sarà una navigazione nelle acque domestiche del Tirreno centrale, forzatamente tranquilla per via di un problema di salute che al momento mi sconsiglia di affrontare rotte impegnative come in passato; l’importante, però, è prendere il mare, comunque sia.
C’è una ragione in più, quest’anno, che preme insistentemente in questa direzione: il caldo asfissiante che da oltre due mesi sta soffocando le città italiane. Parto anche per cercare un po’ di refrigerio.

Che sia conseguenza dell’azione dell’uomo o semplicemente una fase ciclica della vita del globo terrestre, il riscaldamento globale è un imprescindibile fatto con cui bisogna fare seriamente i conti: a livello politico con azioni che possano limitarlo o mitigarne gli effetti sulla vita del pianeta e delle persone, a livello personale perseguendo stili di vita che consentano di contenere la sofferenza fisica che spesso genera. Sì, sofferenza fisica: almeno per me, di questo si tratta. Vuoi per l’età non più verde, vuoi per il tanto caldo che negli ultimi dieci anni ho preso navigando in zone dove le temperature sono elevate (Andalusia, Nordafrica, Turchia), da un po’ di tempo quando il termometro supera i trenta gradi avverto un disagio che va oltre il semplice fastidio: non mi piace vivere perennemente bagnato di sudore, dormendo male e poco, cercando di evitare, per quanto possibile, qualunque lavoro o attività fisica che possano peggiorare la sudorazione, e patendo anche in termini di concentrazione mentale.
Una volta il disagio era limitato a due o tre settimane l’anno, ora sono tre o quattro mesi: troppi, davvero troppi.
Si parla sempre più spesso di migrazioni climatiche e se la tendenza attuale verrà confermata credo che saremo in molti a dover considerare la cosa.
Al momento, intanto, cerco un po’ di sollievo nella brezza che spinge Piazza Grande facendola avanzare a circa quattro nodi. Calo anche la traina, dopo aver rifatto il nodo al Rapala per evitare strappi delle prede dovuti all’usura del filo di nylon.

Agosto è il mese delle ferie degli italiani e per questo mi aspetto porti e rade affollate, anche se alcuni amici in giro già da un po’ mi segnalano vuoti sorprendenti e inaspettati: forse la crisi economica ed energetica si stanno veramente facendo sentire anche nelle fasce di popolazione meno disagiate. Ma i nostri connazionali al Ferragosto non rinunciano, quindi per quel periodo prevedo il consueto casino. Che poi, il problema non sta tanto nell’affollamento (tutti hanno il diritto di navigare) quanto nella qualità delle persone che si incontrano per mare ad agosto.
La sensazione è che i più si catapultino sulle proprie imbarcazioni trascinandosi tutte le nevrosi proprie delle città, cercando una prepotente affermazione di sé attraverso un’inutile aggressività che si manifesta negli incroci di rotta o in certe assurdi comportamenti quando si sta all’ancora.
Precedenze non rispettate, gommoni che sfrecciano in planata fra le barche alla fonda, grossi motoscafi che sfiorano le barche a vela a folle velocità alzando onde ripide che spesso provocano danni oltre che ovvio disagio. Quest’anno, mentre gironzolavo cercando il punto giusto per calare l’ancora, un tale già ancorato ha iniziato a recuperare la propria catena frettolosamente e, richiamando la mia attenzione, mi ha detto: «Non ti mettere lì perché mi ci devo mettere io», indicando un punto indefinito della superficie del mare. In pratica, «Il parcheggio l’ho visto prima io» in versione nautica!
Le volte che hanno calato l’ancora a pochi metri da Piazza Grande, ormai non le conto più, limitandomi ad affrontarle con rassegnata pacatezza.
Il mare è rispetto, solo con la cultura del mare ci può essere spazio per tutti. Ma forse non solo in mare.

A Ponza, impossibile trovare un posto al pontile: ma con quei prezzi, se pure fosse… Per fortuna c’è Khaled, che per dieci euro fa il taxi-boat con le barche alla fonda al Frontone, la spiaggia vicino al porto. Puntuale, efficiente, cortese, offre un servizio utile che permette, a chi lo desidera, di fare comunque due passi a terra.
E, sempre per fortuna, Piazza Grande ha due pannelli solari che nelle giornate estive erogano quasi 1 kWh al giorno, consentendo ai servizi di bordo di funzionare regolarmente senza la necessità di andare in banchina per ricaricare dalla rete elettrica; alla faccia di Putin!
Sempre belle le Pontine, ed effettivamente noto meno barche del solito per il periodo. Certo, il via vai di gommoni e barchini è quello consueto ma alle sette di sera fanno tutti ritorno in porto restituendo quiete alle rade che spesso impestano con il loro rumoroso sciamare, apparentemente vacuo e senza meta.
Non trovo però un po’ di refrigerante sollievo: anche se le temperature la sera calano, la barca restituisce nella notte il calore accumulato durante il giorno rendendo poco confortevole il riposo notturno.
Per dare un’idea: di giorno le stoviglie riposte negli stipetti sono calde al tatto; mai successo prima di quest’anno.

Ci spostiamo verso sud, facendo tappa a Torre del Greco. Sono stato diverse volte a Napoli, anche in barca, ma non conosco nessuna delle cittadine della fascia costiera, per questo accolgo con favore la disponibilità di un’amica, ospite in passato di Piazza Grande, a trovarci un posto in porto. Una sosta utile anche per fare cambusa e rifornimento di acqua. La città non si può certo definire bella ma, come un po’ in tutta la zona, la carica di umanità e simpatia delle persone fa passare in secondo piano il degrado e la sporcizia (anche se venendo da Roma non sono nella posizione più adatta a notare certe cose).
Che il posto non sia proprio tranquillo lo attesta anche la curiosa abitudine di proteggere i citofoni con una grata di ferro.
Mangio uno dei più buoni casatielli della mia vita che aggiunge una grassa tessera al mosaico adiposo che si va componendo sul mio addome. Ma d’altra parte, l’eterno dubbio resta irrisolto: meglio essere magri o felici? Ci penso su spalmando di alici il tipico pane torrese a base di grano duro, secondo la ricetta locale. Poi molliamo le cime alla volta dell’isola più bella del Tirreno e forse d’Italia (insieme a Pantelleria).

Volendo definire Procida con un solo termine, direi verace. A differenza di quasi tutte le altre piccole isole italiane non si è trasformata in un’industria per il turismo di lusso ma conserva quei tratti paesani che solo nell’entroterra continentale si riescono a volte ancora a trovare. Alcuni angoli, poi, fatti di piccoli archi e vicoli a gradini, rasentano l’iconografia immaginaria della marina dove, prima o poi, ci si aspetta sbarchino i Turchi annunciati dal suono a distesa delle campane. A sventolare sulle teste dei turisti, i panni stesi alle finestre: una delle immagini più belle da vedere nei centri storici ormai tutti invasi dalle insegne dei marchi internazionali dell’alta moda.
Il porto è un salasso: 130 euro per una notte. Ma c’è mio figlio a bordo, ci tengo a fargli vedere l’isola. Alla Corricella si commuove anche lui di fronte a tanta bellezza: qui era il bar di Troisi nel film Il postino (la casa, invece, era a Salina). Assaggiamo le lingue di Procida, un dolce da colazione a base di crema pasticcera: niente male davvero

Sfiorata Ischia, dove passiamo un paio di notti alla fonda, ci muoviamo alla volta della Costiera amalfitana, costeggiandola interamente e godendo di un panorama davvero unico. Colpisce passare dal disordine dell’area napoletana alla cura maniacale che si nota in ogni casa che si affaccia sul mare in questo tratto di costa. Purtroppo il traffico è davvero intenso, spesso insostenibile: un viavai incessante di piccoli traghetti e soprattutto di motoscafi con enormi motorizzazioni che fanno gite giornaliere con i turisti, per lo più americani e giapponesi, sfrecciando fra le barche all’ancora e creando un moto ondoso incrociato che rende impossibile anche solo fare un bagno intorno alla propria barca. Mare Forza yacht, praticamente (lo so, la forza è del vento, ma mi sia concesso).
Se crisi c’è, non è da queste parti.

Per trovare un po’ di quiete ce ne andiamo a Salerno. Se c’è una cosa che mi piace è arrivare in barca nelle grandi città. Intendiamoci, non che non mi piacciano i porticcioli pittoreschi delle isolette (stile Grecia, per capirsi), ma entrare in una grande città che magari trasuda storia da ognuno dei palazzi che compongono la linea di edifici del fronte mare ha un fascino per me incomparabile.
A Salerno sono già stato tanti anni fa, con la barca precedente, e tornarci non fa che rinnovare il ricordo piacevole che ne avevo. Il centro storico oltre che molto bello è davvero ben tenuto; pulito, curato, ordinato ma non per questo non vissuto. Verace anche lui.
Peccato solo per l’orribile costruzione a esedra, eretta recentemente proprio sul porto commerciale e non ancora ultimata: sproporzionata rispetto agli edifici circostanti, non ha uno stile compatibile con le costruzioni preesistenti; anzi, non ha proprio uno stile, e le colonne che la adornano su tutti i piani appaiono grossolane quanto inutili, sia funzionalmente che esteticamente.

Una cosa colpisce navigando in Campania: la musica. Ormai da anni, tutti – bar, esercizi commerciali o privati cittadini – si sentono in dovere di diffondere la loro musica (musica? Mah!) urbi et orbi ad un volume da discoteca. Non c’è rada o porto che in estate non abbia la sua martellante e insulsa colonna sonora: un disturbo acustico permanente, a tutte le ore, soprattutto serali. Perché il sacrosanto diritto di alcuni di divertirsi debba prevalere sul diritto di tanti alla quiete e al riposo non lo capirò mai, ma almeno in Campania, invece del solito estivo tormentone ispanico o di un anonimo tunz-tunz, c’è musica napoletana, melodica, arrangiata, suonata da musicisti capaci.
Una sera, cenando in una trattoria in un vicolo, siamo stati allietati durante tutto il pasto dalle canzoni di Renato Carosone. Quale migliore sottofondo per un piatto di linguine con pesce spada e friggitelli (un accostamento ardito ma vincente)? E al momento dell’amaro, inaspettatamente, è arrivata la melodia di Era de maggio, cantata da Roberto Murolo: un’immortale poesia in musica!

Di fresco, purtroppo, neanche l’ombra (è il caso di dirlo!), né in navigazione né tantomeno a terra, ma quanta poesia si respira da queste parti, in ogni luogo! Siamo lontani anni luce dall’asettico aspetto di molte rinomate località di vacanza, confezionate a misura di turista dopo una valutazione preventiva del suo portafogli. Qui in Campania tutto ancora ha il sapore della vita quotidiana e non del baraccone stagionale; resiste un’identità che è riuscita a non omologarsi pur stando al passo con i tempi e soprattutto senza chiudersi alle contaminazioni esterne. Non è un caso che i bar mettano spesso musica di Pino Daniele: identità e contaminazione, appunto, canzone napoletana e ritmi jazz/blues.

Torno in barca con uno dei migliori equipaggi che abbia mai avuto, simpatico e capace; il clima a bordo è stato sempre sereno, amichevole, collaborativo, sia sopra che sottocoperta. Aspetto che tutti vadano a nanna poi metto la testa fuori dal tambucio: una falce di luna spunta dietro la collina, le luci delle case si riflettono sulla superficie appena increspata del mare e una lievissima brezza spira da terra: tutto appare armonioso e silenzioso. È ancora pace, è ancora amore; anche se fa davvero tanto caldo.

La nave faro – Mathijs Deen

Se si definisce marinaio colui che naviga, essere imbarcato su una nave che sta sempre ferma, ancorata nello stesso punto, può generare un senso di squalifica, di frustrazione, in chi si fa parte dell’equipaggio, soprattutto se ha vissuto o anche solo sognato grandi avventure per i sette mari.

Una nave-faro serve a posizionare una segnalazione luminosa in un punto dove non è possibile costruire un vero faro. O meglio, serviva, perché ormai le navi-faro sono state sostituite da boe automatiche. Questo romanzo racconta la vita a bordo di una di esse, centrandosi soprattutto sull’aspetto umano, sul profilo dei marinai che ne formano l’equipaggio, in un equilibrio che viene improvvisamente e curiosamente rotto dall’arrivo di un capretto vivo che, nelle intenzioni del cuoco, è destinato a diventare uno stufato.

I cambi di turno trasbordando su piccoli battelli raggiunti attraverso la biscaccina in un mare agitato, la nebbia che improvvisa cala e rende la nave ferma un invisibile bersaglio la cui unica difesa sono le segnalazioni sonore previste, i ricordi che si affollano alla mente dei marinai tracciandone la personalità e le cicatrici dell’anima.

Paradossalmente, come l’autore fa dire a un personaggio, chi è imbarcato su una nave-faro vive sul mare, gli altri si limitano ad attraversarlo da un porto all’altro, da terra a terra, avendo il mare come intervallo e non come destinazione. Il mare in questione, in questo libro, è il Mare del Nord di fronte all’Olanda.

Mi ha ricordato Marinai perduti di Jean-Claude Izzo, un bellissimo romanzo simile a questo non nelle vicende ma nella descrizione della vita di mare: non avventura ma routine, non gloria ma sopraffazione, non donne ma sudore e fatica. Da questo punto di vista il mare è un grande inganno per i sognatori. Il mare dà, il mare prende.

La tempesta corsa

Alcuni giorni fa c’è stata una forte tempesta sulla costa ovest della Corsica che ha causato l’affondamento di parecchie barche. Avendo letto su Facebook alcuni suggerimenti piuttosto pittoreschi su come affrontare situazioni del genere, ho scritto un articolo per provare a fare un poco di chiarezza e che Solovela ha avuto la bontà di pubblicare.

Lo trovate qui: https://www.solovela.net/art…/3/barche-tempesta/1352339/la

Per leggerlo occorre registrarsi, ma la registrazione è gratuita.

Intervista su La vela di Odessa

Sono stato recentemente intervistato da SVN Solovelanet a proposito di Odessa e del libro che ho scritto sulla mia navigazione in Mar Nero.
Se da un lato la cosa mi inorgoglisce per il prestigio di cui gode la rivista, dall’altro mi duole che sia una guerra a riportare l’attenzione mediatica su quel viaggio.
Quella a Odessa resta una delle più belle esperienze di mare che abbia mai fatto.
L’articolo completo è qui: SVN solovelanet – SVN 64 (uberflip.com)
Il libro è questo: https://lucianopiazza.com/la-vela-di-odessa/

L’isola nell’isola

L’odore inconfondibile della macchia mediterranea si mescola a un vago effluvio di kerosene sprigionato dai motori ormai spenti dell’aereo che mi ha portato, per l’ennesima volta nella mia vita, in terra sarda. Mi basta allontanarmi di qualche passo dal velivolo e avanzare verso l’uscita per liberarmi dal retrogusto fastidioso di idrocarburi e inalare con pienezza il profumo delle piante resinose che, insinuandosi fra le rocce granitiche o lo scisto, ricoprono l’isola resistendo con eroica pervicacia all’azione devastante del vento salato. Ogni luogo ha una sua caratteristica, un tratto che lo connota in modo particolare se non unico; la Sardegna, fra gli altri, ha certamente il profumo del lentisco, del mirto, del cisto, dell’elicriso, del ginepro, del rosmarino, che confondendosi fra loro danno vita a una fragranza che in estate è così forte e inebriante da essere avvertibile, arrivando via mare, anche prima di avvistare terra.


L’aria è fresca, tonificante, quasi frizzantina, resa tersa dalle piogge dei giorni scorsi e dal maestrale, che soffia deciso e che ha reso l’atterraggio un po’ ballerino. In cielo, sparsi a distesa fino perdita d’occhio, piccoli e grandi cumuli sembrano promettere un ripetersi prossimo delle precipitazioni atmosferiche mentre si muovono veloci lungo la direttrice del vento. Anche la temperatura non rende giustizia al calendario in questa strana primavera che, come spesso negli ultimi anni, sembra uno strascico di inverno prolungatosi oltre i normali canoni meteorologici.

In Sardegna mi sento a casa: nei decenni è stata per me terra di vacanze, di amicizie, di amori, di avventura, di mare, di vela, di pesca, di cultura e di scoperte antropologiche. Venirci in aprile, quando l’orda vacanziera non ha ancora invaso ogni metro quadrato di costa e gli abitanti delle località turistiche non hanno ancora messo in scena lo show estivo fatto di locali alla moda e intrattenimento stereotipato con cui si guadagnano – giustamente – da vivere, offre il beneficio ulteriore di godere del privilegio della quiete.
Un breve tragitto stradale mi conduce fino a Palau dove mi aspetta il traghetto per la Maddalena.


Quale che sia il mezzo che ci porta, l’arrivo su una piccola isola è sempre un momento emozionante. Si ha il senso della meta raggiunta, dell’arrivo in un microcosmo che il mare protegge da tutte le brutture del mondo – e in questo momento, fra pandemia e guerra, il periodo è decisamente brutto – e che in una qualche misura proteggerà anche noi, isolandoci. Razionalmente sappiamo che non esistono isole felici, soprattutto in questa nostra epoca globalizzata e interconnessa a livello planetario, però a volte si ha bisogno di pensare che non sia così.

L’incomparabile bellezza della Maddalena e del suo arcipelago è cosa nota, e perdersi con lo sguardo fra i suoi colori accende l’anima: il mare che vira dal blu al turchese, le varie tonalità del granito, tra il rosa e il grigio, e il verde intenso della macchia mediterranea, ancora più vivido in primavera, fra cui spiccano il giallo della ginestra, il bianco dell’infiorescenza del cisto e dell’asfodelo, e i tappeti di carpobrotus, una pianta piuttosto invasiva conosciuta anche con il nome di fico degli ottentotti (vai a sapere perché) e che produce dei fiori a petalo di un colore viola molto forte. Chi è abituato alle distese brulle, al giallo spento delle sterpaglie estive resta facilmente a bocca aperta di fronte a questa stupefacente esplosione di natura e di vita.


Dai punti più alti si gode della vista delle tante isole, isolette e scogli che punteggiano la distesa azzurra del mare fino alla costa meridionale della Corsica, rendendo il panorama variegato come in pochi altri posti in Mediterraneo: ovunque si volga lo sguardo, non c’è un punto in cui il paesaggio appaia piatto e monotono. Avvicinandosi invece alle rive, si gode dell’esclusività di spiagge altrimenti affollate di bagnanti; la sabbia è spesso modellata dal vento che forma le tipiche piccole coste anziché rimestata in modo disordinato dai passi di migliaia di persone. C’è un qualcosa di poetico nell’osservare questo meraviglioso spettacolo ascoltando il leggero sciabordio della risacca sulla battigia appena sovrastato dal sibilo del vento.

La Maddalena ha anche un bellissimo centro abitato, antico e aggraziato, elegante e curato; anche qui la mancanza di turisti dà leggerezza e fruibilità al luogo. A differenza di molte altre piccole isole italiane, questa non si è votata esclusivamente al turismo, grazie anche alla consistente presenza di personale della Marina Militare che qui ha da sempre un importante presidio. La collocazione strategica, al centro del Tirreno, rende quest’isola un punto formidabile di controllo del traffico navale fin dai tempi antichi: Horatio Nelson, tra la fine del 1803 e il 1804, tenne ancorata qui la sua flotta per alcuni mesi per controllare i francesi prima di spostarsi a capo Trafalgar dove, pur vittorioso, perse la vita. La leggenda narra che si invaghi di una bella maddalenina, Emma Liona, ma in realtà il nome è una semplice italianizzazione dell’amante dell’ammiraglio, l’inglese Emma Hamilton, che da nubile faceva Lyon di cognome.


Prima di lui, nel 1793, giunse un giovane Napoleone che cercò di prendere l’isola ma si trovò ad affrontare l’inaspettata resistenza dei maddalenini, capeggiati dal luogotenente Domenico Lioni detto Millelire, che cannoneggiarono la flotta francese fino a costringerla alla fuga. A ricordo dell’impresa, la piazza che si affaccia su cala Gavetta si chiama XXIII febbraio, giorno in cui si svolsero i fatti e ospita un monumento a Millelire: una stele sulla cui sommità è posta una palla di cannone sparata allora dai francesi verso l’abitato.

Ma il personaggio che spicca su tutti nell’arcipelago della Maddalena è certamente Garibaldi, che qui scelse di finire i suoi giorni, sull’isola di Caprera, fra la gestione della fattoria che aveva messo in piedi e le tresche con le donne di servizio della casa. E qui venne sepolto, anche se qualcuno sussurra che in realtà, nel rispetto della sua volontà, la salma sia stata segretamente riesumata e cremata. La sua casa è visitabile e interessante è anche la visita al Compendio garibaldino, un’antica fortezza riadatta a museo del Risorgimento, dove è possibile ripercorrere tutti i momenti salienti del processo politico e miliare che ha portato all’unità d’Italia.


Ed è incredibile come un’isola così piccola possa essere stata tante volte al centro della Storia: nel 1943 venne condotto segretamente qui Benito Mussolini, deposto il 25 luglio dal Gran consiglio del fascismo, per nasconderlo nel timore che i tedeschi lo liberassero, come poi avvenne dopo che fu trasferito sul Gran Sasso, in Abruzzo. Venne fatto alloggiare a villa Weber, una costruzione in stile moresco fatta edificare da un nobile inglese nella seconda metà dell’Ottocento in località Padule, ma la sua presenza venne notata dagli isolani e rapidamente ne giunse voce ai militari tedeschi che organizzarono un colpo di mano per portarlo via. Le autorità italiane, però, ebbero sentore che il nascondiglio fosse stato scoperto e furono più leste: all’alba del 28 agosto un idrovolante decollò dallo specchio acqueo antistante l’ammiragliato con a bordo il prigioniero. Poche ore dopo, i tedeschi travestiti da marinai italiani, si recarono a villa Weber con la scusa di consegnare della biancheria lavata ma trovarono solo un carabiniere di guardia che li avvertì che in casa non c’era ormai nessuno.
La villa oggi è in totale abbandono e se ne scorge solo una torretta dalla strada che da Padule sale verso la collina.

Passeggiando la sera in paese si gode del fresco e della tranquillità: in giro quasi solo maddalenini e marinai, pochissimi i turisti, pochi gli avventori di bar e ristoranti che nel giro di un paio di mesi saranno invece pieni fino a scoppiare. Il bello della Maddalena è anche questo: essersi saputa mantenere nella sua identità senza lasciarsi snaturare completamente dal turismo, senza chiudere completamente i battenti per dieci mesi l’anno nella pigra attesa della stagione estiva. Una Sardegna nella Sardegna, un’isola nell’isola, una quiete vitale quale alternativa alla frenesia.

Il mito della rozza

Un giorno, mentre navigavo nelle acque bulgare del Mar Nero in rotta per Odessa, ho avuto un problema al motore di Piazza Grande, dovuto alla presenza di morchia nel serbatoio del carburante. Ho trovato rifugio all’interno del porto di Varna, al riparo di un vecchio molto di pietra, e ho iniziato a darmi da fare per risolverlo. Per svolgere il lavoro dovevo prima svuotare completamente il serbatoio e, per farlo, mi servivano due cose: delle taniche dove riversare un centinaio di litri di gasolio e una pompa per aspirarlo. A entrambe le necessità ha provveduto un ex-macchinista di navi mercantili che ho conosciuto casualmente e che, molto gentilmente, mi ha prestato tutto quello che mi serviva. Mi sono ritrovato per le mani una vecchia pompa piuttosto ingombrante e mezzo arrugginita e ho avuto un attimo di smarrimento in cui mi sono chiesto se e come funzionasse: era un lungo tubo di ferro con una manovella che agiva evidentemente su una girante interna. Mi colpì la scritta in cirillico sul corpo della pompa: chissà cosa diceva – la marca suppongo – ma mi evocò immediatamente il mito della tecnologia meccanica sovietica di cui si favoleggiava da ragazzi.

Mi venne in mente anche un amico di allora che, pregno di questo mito, si era comprato una macchina fotografica Zenit, di fabbricazione russa. Rozza, ma efficiente, mi spiegò fiero mostrandomela. A me parve solo rozza, e neanche lontanamente paragonabile alla mia Canon, certamente più costosa ma di tutto un altro pianeta, anche se elettronica e quindi schiava delle batterie. «Questa non la fermi mai» mi disse l’amico. Nemmeno la pompa si fermò, ma certamente nell’anno 2016, quello del mio viaggio in Ucraina, il mercato internazionale offriva pompe per liquidi più versatili e comode da usare. Quella, probabilmente, era roba degli anni Cinquanta del Novecento, quando la Russia era chiusa completamente agli scambi con l’Occidente e la sua tecnologia procedeva in modo del tutto autocratico. Sarà un reperto, pensai, oggi l’interazione planetaria avrà modificato il corso dello sviluppo tecnico-scientifico anche nei paesi ex-comunisti. Ci scrissi anche un pezzo, poi ripreso in un capitolo del libro La vela di Odessa intitolato La pompa comunista.

Quella pompa mi è tornata tristemente alla mente in questi giorni in cui la tecnologia russa viene dispiegata nel suo più terrificante e mortale aspetto. E insieme alla pompa mi sono tornati in mente i dubbi sull’efficacia di questa tecnologia. Certo, in tempi di guerra la verità è difficile da trovare, ma diversi analisti militari hanno denunciato un numero altissimo di bersagli mancati da bombe e missili di precisione e le immagini dei campi di battaglia hanno mostrato moltissimi mezzi russi, cupamente marcati dalla lettera Z, completamente distrutti. Quaranta giorni di guerra sanguinosa, senza nessun successo significativo sul campo, indicano inoltre un esercito ben lungi dall’essere una macchina da guerra rodata e funzionante.

La sensazione è che il sistema bellico russo sia ancora oggi come la pompa a manovella e come la reflex del mio amico: rozzo e basta. Il perno centrale sembra essere l’insensibilità verso l’essere umano in quanto tale, sia esso il civile ucraino o il giovane soldato di leva russo, considerati niente di più che carne da macello da sacrificare, senza alcuna remora, per conseguire la vittoria. Niente di nuovo, se vogliamo: il regime zarista era sanguinario e quello sovietico non era da meno. La Russia ha una storia fatta di atrocità incredibili e di uso smisurato della violenza (pogrom, rivolta del Pope Gapon, gulag, Holodomor, le prime che mi vengono in mente) che hanno provocato milioni di morti, trasversale alle forme di governo e che l’attuale sistema politico sta confermando nella forma e nella sostanza. Soldati mandati a mani nude a scavare a Chernobyl, come già i pompieri nel 1986.

Crudeltà a parte, l’unica cosa per cui la potenza militare russa è al momento temibile è l’atomica. Ma è anch’essa una cosa rozza, che distrugge tutto, rade al suolo città intere sterminando in un solo istante un numero impressionante di persone. Senza quella e senza le ripetute minacce di usarla nel caso l’Ucraina ricevesse un supporto militare estero, l’Occidente si sarebbe impegnato in modo diretto nel conflitto, risolvendolo probabilmente in tempi rapidi. Del resto, la Canon produce ancora macchine fotografiche mentre la Zenit ha chiuso da vent’anni; anche se la mentalità che l’ha generata sembra sopravvivere ancora, sfilacciando nel terzo millennio brandelli consunti del Novecento peggiore.
Come oggi a Bucha.

Odessa nel cuore

L’arrivo, navigando in solitaria, a Odessa è stata una delle cose più emozionanti che abbia mai fatto in vita mia. Come scrissi allora, era il 2016, avevo l’impressione di entrare non in un porto ma nella Storia.

Odessa è una citta piuttosto giovane (è stata fondata nel Settecento), ma ha vissuto gli ultimi due secoli al centro degli eventi mondiali, da quelli del commercio, di cui divenne un importante snodo, ai primi moti rivoluzionari del Novecento (la corazzata Potëmkin si è ammutinata qui) al terribile sterminio della popolazione di religione ebraica che ammontava a trecentomila persone e costituiva un terzo degli abitanti.

Gli odessiti mi erano sembrati riservati ma comunque sempre gentili, e non ho mai avuto alcun problema nonostante le guide turistiche avvertissero dei pericoli in alcune zone della città. Percepivo solo una gran voglia di vivere, più che legittima dopo decenni di oppressione sovietica. Ma forse bisognerebbe dire russa, perché il regime comunista è stato un’oppressione non solo politica e militare ma nazionalistica.

Durante lo stalinismo l’Ucraina ha patito una terribile tragedia di cui fuori dai suoi confini non si parla molto: l’Holodomor. Stalin, con un pretesto, avviò un genocidio silenzioso degli ucraini sequestrando i raccolti, entrando nelle case a perquisire le dispense e uccidendo chi aveva anche un solo un uovo nascosto invece che consegnato alle autorità: russe, perché nei posti di comando erano stati messi i russi in tutte le repubbliche dell’Unione.

La Storia purtroppo si ripete e, come spesso accade, il nazionalismo, inteso come incapacità di convivenza pacifica con il diverso da sé, è alla radice del conflitto: se non come reale ragione, come foglia di fico per interessi economici. Che pena per chi sta patendo e patirà le terribile conseguenza di questa inutile guerra, che pena per la bella Odessa e i suoi abitanti!

Per approfondire: www.laveladiodessa.it

Premio letterario città di Mesagne

Premio letterario nazionale città di Mesagne (Puglia), XVIII edizione.
Tra i vincitori anche il sottoscritto, con il libro La vela di Odessa (già premiato al premio Marincovich per la letteratura di mare).
Giuria di primordine e cerimonia di consegna del premio al teatro comunale, con tanto di sindaco e senatore della circoscrizione locale.
Emozione e soddisfazione davvero grandi!

Chiuso per non ferie

Il clangore dell’ancora del traghetto, che lasciata cadere di peso trascina la sua grossa catena a maglia rinforzata e la fa scorrere nell’occhio di cubia, desta il porto dal torpore autunnale. Il grosso mezzo ruota su se stesso al centro del bacino, davvero a pochi metri da Piazza Grande ormeggiata sul molo opposto, e  con un breve ruggito del motore e il ribollio delle acque intorno porta la poppa in banchina. La manovra provoca una vibrazione che che si ripercuote sulla mia piccola imbarcazione facendo stridere le cime di ormeggio al ritmo della risacca.

La pioggia ha cessato da poco di cadere, il cielo è ancora grigio ma piccoli squarci di azzurro in lontananza promettono momenti di sole nelle prossime ore. La temperatura, comunque, è mite già così. Il basolato del molo, sgombero di persone come mai in estate, è ricoperto da un sottile strato di acqua che qua e là forma qualche piccola pozzanghera. Due uomini in divisa parlano tra loro di fronte ai mezzi navali dei rispettivi corpi di appartenenza, ingannando forse il tempo nella vacuità di incombenze urgenti.

Le isole minori hanno due volti: quello estivo, vacanziero e confusionario, e quello invernale, silenzioso, taciturno, quasi letargico. Andarci fuori dalla stagione turistica, un tempo ne offriva un’immagine arcaica dove emergevano stili di vita ancestrali che il clamore non permetteva di notare. Si potevano ritrovare ritmi di vita più lenti di quelli cittadini o apprezzare le piccole cose, come perdersi in chiacchiere con un locale che disponeva in abbondanza di quella ricchezza che chi vive in città non ha più: il tempo. E con esso la volontà e il piacere di donarlo a un forestiero.

Negli ultimi decenni il turismo – e tutto ciò che gli ruota attorno – ha soppiantato qualunque altra attività economica, e le piccole isole si sono ritrovate così a vivere ogni anno tre mesi di frenesia e nove di attesa che sconfina a volte nella noia. La pesca, complice anche il depauperamento degli stock ittici, è stata abbandonata quasi ovunque e spesso è tenuta in vita dall’ostinazione di alcuni appassionati, ridotta a mera testimonianza del passato. Altre attività, generalmente, nelle isole molto piccole se ci sono sono storicamente sempre state marginali.

Il paese è quasi completamente serrato. La sfilza interminabile di pub, ristoranti, bar, pizzerie e quant’altro ha le saracinesche abbassate e gli ingressi sprangati. Le pergole antistanti, senza tavoli né sedie risposti per proteggerli dalle intemperie, appaiono ingombranti e inutili di fronte al mare. I pochi esercizi commerciali aperti operano a regime ridotto. Tra questi, un paio di negozi di alimentari, la farmacia, un ferramenta, una piccola rivendita di materiale edile: in pratica quelle stesse attività che durante il lockdown sono state le uniche lasciate aperte dal governo perché ritenute indispensabili per la sopravvivenza.

Il destino di questi luoghi, tanto preziosi quanto fragili, sembra ormai segnato, al pari di quello di tanti centri storici delle città italiane: la loro bellezza è anche la loro condanna, perché una politica avida e miope li ha trasformati, o ha lasciato impunemente che si trasformassero, in parchi a tema dove l’elemento umano e sociale è stato messo stupidamente a margine. Un’isola, una citta, un qualunque posto, esistono in quanto tali quando le persone ci abitano, li animano, gli conferiscono un’impronta caratteriale propria, non quando si limitano a inscenare uno spettacolo stagionale per gli avventori.

In mancanza di questo, tutti i luoghi finiscono per somigliarsi e alla prima crisi del turismo, come si è visto a volte durante la pandemia, appariranno come la maschera triste di uno show senza più spettatori. Ribellarsi alla trasformazione del mondo in una Disneyland globale vuol dire salvare i luoghi e consegnarli vivi alle generazioni future.

Rientro a bordo dopo aver fatto un po’ di spesa al supermercato. Sul corso quasi deserto un paio di persone che camminano in senso opposto al mio mi scrutano curiose: le buste della Conad mi indicano implicitamente come uno che abita qui e loro sembrano domandarsi chi sia quest’uomo sconosciuto che ha sull’isola un posto dove cucinare, quindi una casa. I nostri sguardi si incrociano: ricambio il sorriso e il cenno di saluto, anche se la mia casa in questo momento è il mare.