L’altrove non è stato Læsø

Quando navigo da solo cerco di evitare di entrare in porti piccoli e sconosciuti se c’è molto vento. Non si sa esattamente dove dirigere (qui non esiste assistenza, si ormeggia autonomamente in qualunque posto libero) né quanto spazio si avrà per manovrare o fare dietrofront se necessario. Stasera sono anche stanco, reduce da due lunghe giornate di vela, la seconda delle quali, oggi, è stata una bolina di quattordici ore con venti nodi. Ho una labile speranza: che ci sia un piccolo spazio ridossato esternamente al frangiflutti del porto di Læsø, un’isola al centro del Kattegat, fra la Danimarca e la Svezia, e potermi mettere all’ancora. Sulla carta sembrerebbe di sì ma quanto mi avvicino mi rendo subito conto che non è assolutamente possibile.


Allestisco allora tutto il necessario per l’ormeggio, che da queste parti può essere su briccole, su finger oppure all’inglese. A volte si riesce a saperlo prima, altre invece bisogna prepararsi a tutte le evenienze abbondando con le cime (ne predispongo in questi casi sei, tre per parte, tutte piuttosto lunghe); l’altezza a cui posizionare i parabordi, invece, non è prevedibile, diventando così una variabile di rischio. Quando passo fra i fanali rosso e verde ho l’onda al traverso e devo tenere una velocità di quasi sei nodi per mantenere il controllo, poi do un colpetto di retro per non schiantarmi sul moletto interno.
Il porto è inaspettatamente semivuoto. Individuo un posto per la mia lunghezza fuori tutto, faccio un cenno di richiesta di aiuto a una coppia che se ne sta beatamente in pozzetto e mi infilo di prua, con il sole dritto negli occhi che mi impedisce di vedere la distanza fra il musone dell’ancora e la banchina. Mi compiaccio con me stesso per la millimetrica precisione della mia cieca manovra e quando vado a prua a lanciare le cime terra, il tizio venuto ad aiutarmi alza una trappa: un gesto che non vedevo da più di un anno e che mi dà la piacevole senzazione di sentirmi a casa.


Il sistema di ormeggio con trappe e corpi morti si usa nei mari non soggetti ad escursione di marea, come il Mediterraneo e come appunto il Baltico. In realtà nel secondo possono verificarsi fenomeni di innalzamento anche di uno o due metri, dovuti però non alla marea astronomica ma a condizioni meteorologiche particolari. Un po’ come succede a Venezia con l’acqua alta, infatti da quelle parti si usano le briccole. Questo di Læsø è evidentemente un porto frequentato da barche di passaggio o di proprietà dei pochi residenti, neanche duemila, che possono intervenire prontamente sulle cime, se necessario, ed evitare che le imbarcazioni si ritrovino impiccate. Insomma, Mediterraneo e Baltico uniti nella trappa!
Chissà poi perché ritrovare qualcosa di familiare mi dà una sensazione piacevole, dato che il solo pensiero delle temperature che sta facendo in Italia quest’anno non mi fa certo provare nostalgia o rimpiangere di essere venuto quassù, dove di giorno si sta tranquillamente in maglietta e pantaloncini e la sera ci si copre apprezzando il tepore che la barca custodisce sottocoperta.
Faccio una doccia calda, una vera goduria dopo una giornata intensa di mare, consumo una cena leggera a base di hamburger e insalata, poi mi infilo anch’io sotto (la) coperta, ovvero in cuccetta, e buonanotte.


Mi sveglio dopo una bella dormita con il sole che splende nel cielo terso. È una giornata dall’aria frizzantina, settembrina come si diceva una volta: poi con il cambiamento climatico è diventata ottobrina, poi novembrina…
Læsø è famosa per due cose: la pesca degli scampi e le saline. Decido di affittare una bicicletta per fare un giro e il noleggiatore mi consiglia di andare alla sagra degli scampi: sono una ventina di chilometri (e altrettanti ovviamente a tornare), mi dice con nonchalance. Troppi per il mio desiderio di una passeggiata tranquilla, ripiego quindi sulle saline. La voglia di assaggiare gli scampi, oltre che dalla distanza, è mitigata dal costo medio di un ristorante da queste parti, praticamente quello di uno stellato in Italia.
Pedalando entro in un bosco di pini che esala odore di resina. Ogni tanto qualche casa con i muri intonacati a calce chiazza di bianco il verde degli alberi che, quando si diradano, lascia spazio al giallo intenso di ampie distese coltivate a frumento. Di nuovo un richiamo all’Italia: i pini, l’odore di resina, i campi di grano… uno parte per cercare l’altrove e prova piacere nel trovare sapore di casa? Strana assai la mente umana!


Le saline sono un paio di antiche costruzioni in legno dove si scaldava l’acqua per estrarre il sale. Ci sono alcuni cartelli che spiegano come avveniva il procedimento ma purtroppo sono solo in danese, devo lavorare di fantasia. Intorno c’è un’ampia area picnic dove diverse famiglie si dedicano a quella che sembra essere una delle attività di svago più in voga in Danimarca, ovvero il barbecu. Ce ne sono dappertutto, anche nei porti c’è sempre qualcuno che gira una griglia con carne e salsicce sulle graticole a disposizione dei barcaioli.
Sono curioso di vedere la costa da questo lato dell’isola, inavvicinabile dal mare per via dei bassifondi. Dalle saline sono circa tre chilometri di sterrato, faticoso perché coperto di brecciolino. In più all’andata mi ritrovo a pedalare controvento, faticando il doppio e avanzando alla metà della velocità: proprio come in bolina! È una zona fangosa, c’è un’aria un po’ spettrale, lunare, sottolineata dall’assenza di presenza umana eccetto il sottoscritto.


Quando riporto la bicicletta, il noleggiatore ha già chiuso i battenti. La lascio fuori in mezzo alle altre: già l’onestà in Danimarca è a tutt’altro livello che in Italia, figuriamoci su una piccola isola. Basti pensare che c’è l’usanza di mettere fuori della porta di casa un tavolino o una bacheca per vendere oggetti usati, piccoli manufatti o prodotti dell’orto. Chi vuole prende quello che gli serve e lascia i soldi in una scatola, qualcuno offre addirittura la possibilità di effettuare il pagamento elettronico. Potrebbe mai funzionare da noi un sistema del genere? E allora, nostalgia di cosa?

Vacanze all’isola di Ærøskøbing 

Quando si mette piede a terra ad Ærøskøbing si ha l’impressione di essere catapultati in un libro di Astrid Lindgren, più precisamente Vacanze all’isola dei gabbiani. Lo so, quel romanzo è ambientato in Svezia e non in Danimarca, ma il normale pressappochismo di chi non è aduso a certi luoghi tende a vedere somiglianze anche quando per i locali equivarrebbe a bestemmiare. Se non è la Lindgren, allora sono le scatole e i plastici dei Lego della mia infanzia, sui cui erano stampati sempre i soliti due ragazzini, uno dei quali, ho scoperto poi, era il nipote del fondatore dell’azienda, di cui è lui stesso in seguito diventato amministratore delegato. E la Lego è danese al 100%!


Dopo una notte all’ancora fuori dal porto nella calma piatta a combattere contro nugoli di moscerini, mi infilo tra i fanali rosso e verde e individuo un posto libero. Sperimento con successo la mia nuova tecnica per ormeggiare da solo sulle briccole (i due pali piantati nell’acqua cui fissare le imbarcazioni, come a Venezia): entro di poppa, quando ho le briccole al traverso mollo il timone e vado a centro barca, dove ho predisposto due lunghe cime a doppino che lancio a mo’ di lazo sui pali. Poi torno al timone e mi accosto in banchina. Se c’è poco vento, funziona; se c’è qualcuno in banchina, funziona anche con un po’ di vento. Sia come sia, ho capito perché le barche da queste parti hanno quasi sempre un robusto bottazzo sulle murate!


Il paese, uno dei centri principali dell’isola di Ærø, è delizioso, sembra Topolinia, tanto per restare all’epoca dei Lego: un grazioso agglomerato di case antiche perfettamente conservate, senza interventi di ammodernamento invasivi. È un luogo turistico, meta di scandinavi, olandesi e tedeschi che, in barca o via terra, riempiono il porto e le strade ma in modo quieto, sommesso. Fa caldo anche qui più del normale e questo cambia un po’ l’atmosfera: non più quella fresca dell’estate nordica ma piuttosto quella mediterranea di qualche anno fa. Osservando il viavai di turisti che salgono o sciamano dal traghetto appena approdato, sembra di stare alle Egadi di trent’anni fa o alle Eolie di cinquanta.


Ci sono tre piccoli musei, quello che mi interessa è il classico museo che racconta la storia del luogo; gli altri sono la casa di un pittore mai sentito prima e una collezione di navi in bottiglia. La tizia all’ingresso mi propone un economico biglietto cumulativo per tutti e tre. 
“I musei qui costano molto meno che in Italia”, puntualizza.
Thanks to the dick”, è il pensiero che come un flash attraversa la mia mente, “non vorrai mica paragonare queste tre stanzette ai Musei Capitolini, agli Uffizi, alla Pinacoteca di Brera, alla Galleria Borghese, ai Musei Vaticani, a…”
Lascio perdere ed opto per un più diplomatico “In Italia ci sono molti musei gratuiti e l’Italia stessa è un museo a cielo aperto”. Devo colpire nel segno perché la tizia resta interdetta e non replica. 


Alla ragazza simpatica e carina che sta in uno degli altri musei faccio invece la solita domanda su come sia la vita l’inverno in un posto del genere. “Molto tranquilla”, mi risponde, “le strade sono deserte, c’è silenzio. Io però mi sono trasferita a Copenaghen, torno qui l’estate perché c’è mia madre”.  Comprensibile che un giovane chieda altro alla vita che non pace e silenzio. Il punto è anche che le attività storiche dei centri minori di mare, legate ovviamente alla marineria e all’indotto conseguente (soprattutto artigianato e commercio) sono ridotte al lumicino. Chi pure volesse restare, cosa potrebbe fare oltre a lavorare nei mesi estivi con i turisti?


Torno a bordo, anche perché per le strade fa troppo caldo per i miei gusti. Fossi alle Egadi aspetterei le otto di sera per il tramonto e un po’ fresco. Qui però, per via della latitudine, fa buio alle undici, il sole resta basso per ore prima di sparire oltre l’orizzonte, è difficile anche schermarlo con un telo. Pazienza, tra un paio di giorni torna il fresco, quello nordico, quello vero, quello per cui ho navigato fin qui.
Faccio due passi all’imbrunire, fra cigni e papere che starnazzano aprendosi al mio passaggio. L’aria è ferma, l’acqua del mare è immobile: l’estate danese è anche questo.

Meglio di Dumas!

Ci sono amori che non si scordano mai: vale per le persone come per i luoghi, anzi soprattutto per i luoghi. È vero che ritornare nei posti dove siamo stati felici ci espone al rischio della delusione – mi è successo diverse volte – ma stavolta ho deciso di correre il rischio e andare: e ho fatto bene.

Dopo l’attraversamento un po’ rocambolesco di una chiusa (c’era parecchio vento e sono stato a un passo dal traversarmi in uno spazio largo appena due metri più della lunghezza di Piazza Grande) cui sono seguite alcune ore di navigazione a vela lungo un percorso rigidamente segnato dalle boe rosse e verdi per via degli estesissimi bassifondi, sono arrivato a Texel, piccola isola dell’arcipelago delle Frisone occidentali, nel Mare del Nord olandese. Il passaggio ha segnato anche il ritorno all’acqua salata.

Ero stato qui con alcuni amici da adolescente, quando il regalo di promozione del ginnasio era spesso l’Inter-rail, il biglietto ferroviario che a prezzo fisso permetteva di fare il globe trotter per l’Europa per un mese a costo fisso. I voli low cost non esistevano e un aereo aveva un costo proibitivo per un giovane. Non so chi scelse la meta, ma fu davvero subito amore. Il ricordo non si è mai spento, tanto che tornarci è sempre stato un pensiero da quando ho deciso di navigare verso il Nordeuropa. Sono passati più di quarant’anni da quella prima volta, i Vent’anni dopo di Dumas a confronto sono niente!


Oggi c’è più turismo di allora e il marina è stato ampliato circa venticinque anni fa, ma l’atmosfera è rimasta davvero la stessa che ricordavo: poche auto, tantissime biciclette e tanto vento, che non ha smesso mai di soffiare forte anche in porto nel pur ridossatissimo posto che mi hanno assegnato; per fortuna esattamente con la prua nella sua direzione, altrimenti sarebbe stato un problema tenere aperto il tambuccio. Un vento che se da un lato dà qualche fastidio, dall’altro ha reso l’aria così tersa che c’è una luce magnifica.
Passeggiando sulla banchina ritrovo il punto da dove all’epoca scattai una foto: c’è qualche qualche tavolino di ristorante in più, per il resto tutto come allora.

È d’obbligo un’escursione a Den Burg, il centro principale di Texel, a circa cinque chilometri dal porto. Dovrebbe esserci un autobus ma non riesco a trovare la fermata. Mentre la cerco, camminando su una strada deserta, vedo arrivare una macchina. Alzo il pollice (hai visto mai!) e subito si ferma: 
«Vado a Den Burg.»
«Anch’io, sali.»
Perfetto!
Chi ha il coraggio di dire che non è vero che gli olandesi sono gentili?


Passeggio per un paio d’ore per il centro abitato, grazioso e vivace, faccio un po’ di shopping al mercatino settimanale in piazza, poi decido di tornare. Mi trovo dall’altro lato del paese, da qui Google mi dice che ci sono 3,8 chilometri fino al porto. Posso farla a piedi, se poi si ferma una macchina, tanto meglio. Dopo un quarto d’ora di tentativi infruttuosi che minano la mia stima nei confronti della popolazione locale, si ferma un’auto:
«Vado al porto.»
«Anch’io, devo imbarcarmi con la macchina, sali.»
Perfetto!
Dieci minuti e ci siamo; il tizio mi fa scendere e si avvia verso l’imbarcadero per poi sparire nel ventre della grossa nave. 

Mi guardo intorno e in un attimo mi rendo conto di essere nel posto sbagliato. Non è il porto dove sto io, dove attraccano solo i traghetti con i passeggeri, senza le auto. Apro Google e mi arriva una sentenza terribile e inappellabile: sono a 4,2 chilometri da Piazza Grande, più lontano di dove ero prima!
Com’è quella frasetta stucchevole? Trasformare i problemi in opportunità. Anziché tornare indietro sulla carrabile, mi incammino sulla ciclabile che scorre lungo la duna costiera, silenziosa e affascinante, gustandomi il panorama sul mare. Una breve sosta per riposare un po’ e in poco più di un’ora sono a bordo, stanco ma felice. E la seconda conta molto di più della prima!

Sfiorando Albione

Il mare frange rabbiosamente sui mille scogli che mi circondano, esplodendo con fragore sinistro e lasciando al vento teso il compito di dissolvere in un’aria già densa di umidità i resti frammentati della deflagrazione. In questo scenario attraverso il campo minato di rocce affioranti davanti all’Île-de-Bréhat, percorrendo rigidamente il tracciato marcato dalle segnalazioni marittime cardinali. Stamattina sono salpato all’alba per sfruttare al massimo le ore di luce e coprire prima del buio le cinquanta miglia che ho in programma fino a Saint-Quay-Portrieux, un porto corazzato contro qualunque meteo o marea. Insieme a me sono partite altre due barche, una francese e una inglese: mi sono sentito confortato di aver fatto la scelta giusta, quella di salpare con previsioni di due metri d’onda e vento oltre i trenta nodi ma portante. D’altra parte, con la corrente che c’è da queste parti, senza una forte spinta non si avanza.

In teoria passata l’Île-de-Bréhat dovrei essere ridossato, in realtà ogni paio d’ore c’è un groppo, il vento passa da quindici a trenta nodi e le onde da un metro a due metri e mezzo. In Mediterraneo quando entri in un golfo hai la sensazione di essere in uno spazio protetto, qui invece sembra di stare sull’ottovolante. Però non mi ferma nessuno: ogni tanto cancello dal computer il waypoint che ho raggiunto e mi focalizzo sul successivo, continuando a fare lo slalom fra gli ostacoli naturali a una velocità che adesso, fra vento e corrente, è sempre sopra i sette nodi. Quando inizia a piovere me ne vado sottocoperta e lascio Piazza Grande a gestirsela da sola in attesa che smetta.
Alle sei e mezzo di sera scorre alla mia dritta il fanale verde del molo di sopraflutto ed entro nel marina. Dieci ore circa dalla partenza: niente male considerando il tratto che ho fatto a bassissima velocità per la corrente contraria.

È incredibile l’escursione di marea che c’è qui: siamo intorno ai dodici metri. I pali su cui scorrono i pontili galleggianti hanno una altezza impressionante durante la bassa e le passerelle che poggiano sulle banchine sono lunghissime per non diventare ripide come scale a pioli quando sono inclinate verso il basso. Una sera, rientrando in porto dopo il solito rito gastronomico a base di ostriche e Muscadet, mi fermo in cima alla passerella e guardo la sua estremità, dodici metri più in basso, appoggiata al pontile illuminato da una fila di luci: sembra una pista di atterraggio e io il pilota che deve centrarla con il proprio velivolo. Ma forse sono solo gli effetti del Muscadet… a voi, torre di controllo!

A Saint-Quay-Portrieux si sta davvero bene, tutto funziona alla perfezione e il costo non è elevato, quindi decido di fermarmi qualche giorno per riposare un po’. Il marinaio, però, vive in un eterno conflitto interiore: cerca la quiete quando è sballottato dai flutti ma gli basta stare poco tempo fermo in porto per sentire dentro di sé la frenesia del richiamo del mare, quell’anelito interiore, quella sirena irresistibile che lo spinge a sciogliere gli ormeggi dal molo e partire. Ed ecco allora per me una nuova alba con la prua sull’orizzonte, a cercare un’isola che c’è: Jersey, poco più di cento chilometri quadrati appartenenti al regno di sua maestà britannica, malgrado si trovi a pochissima distanza dalla costa francese.

Il mare è stranamente calmo, spianato dal sudovest dei giorni scorsi; non sono più abituato a vederlo così. Il vento è poco ma con questo mare non me ne serve molto per avere una velocità dignitosa. Un gigantesco campo eolico, lungo dieci miglia e largo quattro, mi costringe a una deviazione di rotta per rispettare il divieto di non attraversarlo, mentre mi chiedo quali logiche, economiche, ecologiche, o altro, possano rendere conveniente piantare decine di questi enormi ventilatori in mezzo al mare e collegarli in qualche modo alla terraferma. Arrivo nel tardo pomeriggio nella rada che ho scelto; alcune boe libere mi risparmiano la fatica di calare l’ancora: passo due cime nel gavitello e stappo la solita birra di benarrivato. Sto sottocoperta perché fa un po’ freddo, quando sento delle voci: esco fuori e un gruppo di una ventina di nuotatori, partiti dalla spiaggia, mi ha scelto come traguardo e sta sguazzando attorno alla barca. Scambiamo due parole, io con il cappello di lana in testa, loro nell’acqua in costume da bagno, poi se ne ripartono con nonchalance verso la riva, lasciandomi con il dubbio di chi, se io o loro, abbia sbagliato l’abito. Torno giù prima di congelarmi e chiudo il tambuccio: loro, sicuramente.

Ostriche e Muscadet

Man mano che avanzo verso nord gli effetti delle maree incidono sempre di più sulle mie navigazioni. Sia sulla loro programmazione, che in certi passaggi deve per forza di cose tenere conto della corrente che viene generata dal su e giù delle acque, sia nelle manovre in porto dove gli angusti spazi non lasciano molta possibilità di errore. Per di più, qui in Bretagna, non si usa dare assistenza all’ormeggio; quando si chiama, via radio o al telefono, viene assegnato un posto, spiegato più o meno dove dirigersi una volta entrati, e tanti saluti. Stando da solo a bordo, se la corrente è forte può essere un problema, perché l’ormeggio su finger da soli senza supporto a terra è una cosa complicata. A Crouesty, all’ingresso del Golfo di Morbihan, a un certo punto per rallentare ho dovuto ingranare la retro nel canale di accesso ai pontili perché anche con il motore in folle ero troppo veloce! Il marina però è bellissimo, molto grande ed efficiente e ha anche un supermercato molto vicino. Hic manebimus optime!

Dato che per un paio di giorni soffierà forte, oltre quaranta nodi, per visitare il Golfo di Morbihan, un ampio bacino costellato di isole e scogli, mi affido a un battello turistico che lo attraversa fino all’Île-d’Arz, che sta proprio nel mezzo. Piove, anzi c’è il sole, anzi ripiove, anzi… E via così. Un detto locale recita che in Bretagna fa bel tempo molte volte al giorno, e io ne ho avuto la precisa conferma. Appena sbarcato, in compagnia di un’amica, ci incamminiamo per visitare l’isola ma in un attimo il sole sparisce e inizia a piovere forte, in orizzontale visto il forte vento. Ho previdentemente indossato la cerata da vela, ma nel giro di pochi minuti i miei jeans sono zuppi come se mi fossi tuffato in mare. Cerco un riparo, ma siamo in un punto completamente aperto. Provo a resistere fino a quando sento una goccia d’acqua scorrere lungo la schiena e insinuarsi nella biancheria intima. Mi dichiaro sconfitto e mi rassegno a una giornata con i pantaloni zuppi addosso; un toccasana per le mie articolazioni.

L’Île-d’Arz è bellissima, selvaggia, cosparsa di casette con i tetti in ardesia, nel tipico stile bretone, e con ampie zone che con la bassa marea diventano paludosi acquitrini. In uno di questi c’è un mulino cinquecentesco ad acqua restaurato di recente e un paio di vecchie barchette abbandonate. Alle spalle, una piccola spiaggia dove ha terminato la sua vita una grossa imbarcazione in legno di cui resta praticamente solo lo scheletro lasciato a marcire. Fascino, sapore di antico, aura di mistero. In giro, vuoi perché il meteo non è dei migliori, vuoi perché ormai siamo a settembre, non c’è quasi nessuno. I pantaloni nel frattempo mi si sono asciugati addosso per il vento ma neanche dieci minuti e parte un nuovo sgrullone: è il mio giorno fortunato!

L’indomani, con Piazza Grande sempre ferma in porto per il ventone, altro giro terrestre. Stavolta tocca a Vannes, una cittadina graziosa ma molto turistica, e poi a quello che probabilmente è uno dei paesini più incantevoli della zona: Auray-Saint-Goustan. Si tratta di un villaggio medievale meravigliosamente conservato, oggi ovviamente riconvertito al turismo ma pervaso da una quiete che stordisce. Devo dire che in Francia non mi è mai capitato di trovare locali con la musica ad alto volume per attirare i clienti, la qual cosa mi piace molto perché quella di imporre agli altri i propri cacofonici decibel la trovo un’abitudine davvero pessima, a tratti violenta.

Dici Bretagna e pensi alle ostriche, che qui sono quasi uno stile di vita. Ci sono molti bar à huitres, locali dove servono quasi esclusivamente ostriche e molluschi crudi, accompagnati da un vino bianco, generalmente Muscadet, prodotto nella Loira atlantica. La mia amica mi porta in uno di questi, nascosto tra una piccola pineta e le scogliere di Morbihan, dove mi assicura hanno le migliori ostriche della zona. In realtà si tratta di un produttore che ha allestito una decina di tavoli e serve le sue ostriche appena tirate fuori dall’acqua. Quando il cameriere arriva con il vassoio pieno, ho un moto di commozione: il sole rosseggia sull’acqua creando una meravigliosa atmosfera che appaga l’anima e le ostriche saporitissime provvedono a soddisfare il corpo. Anima sana in ostrica sana!

A Houat con Jonathan

Sono le sette di mattina quando apro gli occhi al termine di un lungo sonno, iniziato ieri sera prima delle dieci per via della stanchezza accumulata. Sento la pioggia picchiettare lievemente la coperta, sento il vento fischiare leggero fra le sartie, sento il mare sciabordare un poco intorno allo scafo: ecco, tre ottimi motivi per restarmene al calduccio sotto le coperte, visto pure che da un paio di giorni la temperatura si è abbassata di qualche grado e la mattina fa un po’ freschetto. Neanche dieci minuti e una lama di sole mi trafigge oltrepassando l’esile barriera costituita dalla tendina dell’osteriggio della cabina: segno che le nuvole sono passate e l’alba si sta manifestando in tutta la sua splendente pienezza. Metto il naso fuori dal tambucio e resto ammaliato dalla luce calda del primo mattino che accende l’isola di Houat, di fronte alla Bretagna, dove ho ancorato ieri pomeriggio dopo una piacevole veleggiata di circa quaranta miglia.

Non è facile da queste parti trovare un posto in cui passare la notte in tranquillità. Sia la marea che lo swell rendono impraticabile o quanto meno scomoda qualunque rada che sulla carta sembra invece offrire un buon ridosso. La prima costringe spesso a tenersi molto lontano dalla riva aumentando conseguentemente l’esposizione al secondo che, come tutti i moti ondosi, tende a insinuarsi ovunque seguendo il profilo della costa. Stanotte è andata bene perché il vento ha tenuto, ma avevo messo in conto la possibilità di un’altra notte passata a rollare oscillando come un pendolo se, contrariamente alle previsioni, avesse mollato. Eravamo tre barche in tutto a condividere la meraviglia di questo ancoraggio: quando mi sono svegliato le altre due erano già salpate via. Sulla spiaggia deserta una coppia mattiniera passeggia romanticamente insieme a un cane eccitato dai gabbiani che sembrano prendersi gioco di lui sfidandolo con la loro aerea inafferrabilità; più lui cerca di abbrancarli, più questi si spostano di qualche metro saltando via con un distratto colpo di ali.

Dopo l’incanto de L’Île-d’Yeu ho fatto una breve sosta a Pornic. Doveva essere uno scalo tecnico invece ho avuto la sorpresa di trovare una cittadina davvero graziosa, adagiata sulle rive di un canale che va quasi completamente in secca con la bassa marea lasciando le numerose imbarcazioni alla boa posarsi sul suo letto fangoso, fra gusci di ostriche selvatiche e uccelli di varie specie che razzolano guardinghi alla ricerca di un piccolo crostaceo, di un vermetto o di qualche altro cibo per loro edibile. È domenica pomeriggio e le strade sono piene di gente, per lo più famiglie e vacanzieri che si godono gli ultimi scampoli di ferie. Da domani anche in Francia riprende l’attività lavorativa a pieno ritmo e le località costiere torneranno alla loro consueta tranquillità invernale; e il costo dei porti si abbasserà, cosa che non mi dispiace affatto! Quando inizia a piovere mi rifugio sotto la tenda di un locale che serve ostriche e Muscadet; se non puoi eliminare un problema, sfruttalo a tuo favore!

Purtroppo a Pornic ho subito un piccolo danno durante la manovra di ormeggio. Non era prevista assistenza e c’erano una ventina di nodi di vento, quindi sono dovuto entrare un po’ allegrotto nel posto assegnato; di prua, come è preferibile sui finger. Il vento era al giardinetto e la poppa si è abbattuta leggermente. Nulla di ché se avessi avuto sottovento un’altra barca a vela: mi sarei appoggiato con delicatezza e i parabordi avrebbero attutito completamente il colpo. Invece c’era una barca a motore ormeggiata di poppa, con una prua altissima, di quelle molto svasate, così prima che i parabordi potessero fare il loro dovere, la battagliola si è appoggiata sulla falchetta del vicino. Nessun danno per lui, per me invece un candeliere piegato vistosamente. Così è chiaro perché barche a vela e barche a motore non devono essere ormeggiate vicine; non, come sostiene qualcuno, per incompatibilità caratteriale dei rispettivi proprietari.

Un gabbiano si posa sul pulpito di poppa, sostenendosi con le zampe sulla zattera; è un esemplare giovane, come si evince dal piumaggio, inevitabile il pensiero a Jonathan Livingston, il protagonista di un romanzo un po’ stucchevole che furoreggiava ai tempi della mia infanzia. Condivido con lui qualche momento, poi mi vedo costretto a scacciarlo prima che scambi Piazza Grande per un deposito di deiezioni aviare.

Ho diverse piccole avarie da sistemare e il meteo dei prossimi giorni suggerisce di restare in porto, quindi, anche in questo caso, sfrutterò l’avversità a mio favore. Devo solo trovarne uno con un posto disponibile, cosa niente affatto scontata da queste parti.
Sollevo l’ancora e apro le vele; la Bretagna è davanti a me.

Unn’è tempu

La Sicilia, a torto o a ragione, viene generalmente associata al mare e al turismo estivo. Andarci fuori stagione costituisce la rottura di uno schema, cosa divenuta quasi obbligatoria un po’ ovunque se si vuole ricercare la veracità di un luogo invece di viverlo nei mesi in cui si acchitta per assecondare le esigenze e gli stereotipi di chi lo visita distrattamente. Il fuori stagione consente inoltre di schivare il caldo asfissiante e l’affollamento turistico soffocante. Ho chiesto come si dicesse “fuori stagione” in dialetto siciliano: “unn’è tempu“, non è tempo, mi è stato detto; un’espressione generica e spendibile in diversi ambiti. Io credo invece che il tempo di viaggiare sia diventato proprio quello che i più considerano “fuori tempo”: in epoca di esplosione demografica muoversi controcorrente è quasi imprescindibile, doveroso.

La temperatura a Palermo è comunque mite anche in autunno, forse più per le normali caratteristiche climatiche della città che per gli effetti del riscaldamento globale, anche se durante alcune giornate del mio soggiorno un libeccio deciso ha portato nuvole e pioggia creando una cappa di leggera cupezza. Anche questo, in fondo, è uno stereotipo che si rompe, quello del legame inscindibile della Sicilia con il sole: e io, gli stereotipi, li detesto. La Palermo che cerco in questi giorni non è quella da cartolina, fatta di spiagge e mare bello. Quando visito una città cerco di coglierne l’anima girando per le strade, osservando le persone e il modo in cui vivono, si muovono e si relazionano tra loro, guardando il funzionamento del tessuto economico e sociale, o anche leggendo qualche libro che la racconti da un punto di vista particolare. Forse è una pretesa, e ancora di più lo è per Palermo che certamente è una città molto complessa da comprendere, quasi da sfogliare strato per strato.


Un’interrogativo che mi pongo spesso quando sono in un luogo del nostro continente geograficamente lontano dalle sedi delle principali istituzioni della UE è quanta Europa ci sia, cosa sia sorto dalla mescola di usi e tradizioni locali secolari con le indicazioni culturali (nel senso ampio del termine) dell’Unione Europea che cerca, giustamente, di creare uno standard generale e uguale per tutti. A Palermo la risposta appare piuttosto semplice: di Europa ce n’è pochissima, quasi nulla. Per rendersene conto basta passeggiare per la città, sia nei quartieri eleganti attorno al Politeama e al teatro Massimo, che nelle zone più popolari, come la Kalsa, la Vucciria o Ballarò. Nelle prime, una borghesia raffinata e colta dà l’impressione di essere saldamente ancorata, per scelta o costrizione, alle proprie abitudini e al proprio modo d’essere, mentre nelle seconde il degrado raggiunge purtroppo livelli da metropoli nordafricana e i mercati storici famosi, come quello del Capo, inscenano uno spettacolo molto pittoresco e affascinante ma certamente non al passo con i tempi e per questo forse unico in Italia e in Europa. In alcuni angoli sembra di essere negli anni Sessanta/Settanta.

Va detto però che, al netto di questo degrado (che a Ballarò è davvero sconvolgente), Palermo è un bellissimo agglomerato urbano mediterraneo che mischia fasti antichi, per lo più di epoca arabo-normanna o barocca, con costruzioni del periodo umbertino, siano esse villini liberty o palazzi borghesi, e con la fitta selva di brutti edifici costruiti dal secondo dopoguerra in poi durante quello che è passato alla storia come il sacco di Palermo, operato dalla mafia con la complicità dei politici di allora. Si può dire quindi che la città ha mantenuto sempre costantemente la propria identità pur avendo cambiato spesso aspetto. A differenza di altre città italiane, non ha subito un’immigrazione di proporzioni tali da stravolgerne l’anima; anche la presenza attuale di extracomunitari non sembra numericamente in grado di incidere troppo. Gli odori delle spezie esotiche che si sprigionano da alcune finestre si fondono con l’odore del mare, e già questo basta per farmi stare bene e sentire a casa.


Già, la mafia: un marchio di infamia che tutti i palermitani, anche quelli onesti, si portano purtroppo addosso. Secondo Roberto Alajmo, autore del breve saggio Palermo è una cipolla, si è generato un senso di colpa negli abitanti della città per aver esportato la mafia nel mondo. Che il fenomeno mafioso non sia più subìto, accettato o minimizzato in modo omertoso bensì finalmente osteggiato dalla società civile si percepisce chiaramente: ovunque ci sono monumenti, steli, lapidi, murales (istituzionali o spontanei) che celebrano i caduti nella guerra alla criminalità organizzata. A Capaci è impossibile non provare un forte turbamento guardando la casupola bianca da dove è stato azionato il telecomando che ha fatto esplodere la bomba che ha provocato la morte di Falcone e degli altri che erano con lui: di notte viene illuminata con un fascio di luce che fa spiccare le parole “No mafia” poste sulla facciata. Come pure si resta turbati camminando lungo certe strade, sapendo che sono state il teatro di omicidi efferati compiuti in pieno giorno nella quasi certezza dell’impunità.

Forse non c’è stata quella rivoluzione culturale che è sempre parsa lì lì per esplodere dopo le stragi dei primi anni Novanta (ma del resto l’Italia tutta ha disatteso le speranze sorte in quegli anni, dopo Tangentopoli), ma certamente Palermo si è ribellata e le conseguenze si sono viste. Quella mafia è stata sconfitta, non esiste più. Resta da vedere se insieme sia sparito anche il tragico dilemma che, sempre secondo Alajmo, doveva affrontare qualunque imprenditore prima di avviare un’attività, e cioè quello fra un’umiliante connivenza e una resistenza eroica che aveva alte probabilità di risolversi nel tragico modo in cui è finito Libero Grassi. L’impressione comunque è di una città decisamente più tranquilla e sicura rispetto anche a pochi decenni fa e che meriterebbe di più di quello che al momento si ritrova ad avere.


A passeggio per il centro incappo nel set cinematografico de I leoni di Sicilia, il best seller che ha raccontato la saga familiare dei Florio, partiti praticamente dal nulla e arrivati a essere una delle famiglia più ricche d’Europa nel giro di un paio di generazioni, per poi dissolversi con la stessa rapidità con cui avevano accumulato la loro ricchezza. Il romanzo evidenzia soprattutto gli aspetti frivoli di una storia che è invece interessante da molti altri punti di vista, speriamo quindi che il film banalizzi un po’ meno le vicende. E il pensiero va al Gattopardo di Visconti, proprio mentre cammino nella bellissima piazza su cui affaccia il palazzo Valguarnera-Gangi al cui interno è stata girata la famosa scena del ballo.

Ma Palermo, come tutta la Sicilia, è anche il trionfo della gastronomia, che spazia dal salato al dolce. Per gusto personale preferisco il primo al secondo (cannoli a parte) ma la fantasia dei siciliani nella preparazione del cibo è davvero inarrivabile, sia che si tratti di street food che di cucina raffinata. Resta un’annosa questione, quella della declinazione, al maschile o al femminile, di uno dei prodotti alimentari più conosciuti di tutta l’isola: arancino o arancina? Nel dubbio, facendo l’ordinazione al bancone di un bar, ho troncato la vocale finale biascicando fintamente, perché su certe cose da queste parti non è lecito scherzare, proprio come succede a Roma quando si sente dire della carbonara fatta con la pancetta anziché con il guanciale: si rischia seriamente la lite. Perché noi italiani siamo così: bravissimi a trasformare la farsa in tragedia ma purtroppo eccellenti anche nel viceversa. Un tratto del nostro carattere per il quale pare essere sempre tempo.

Autunno caldo

Il garrito incessante di un gabbiano riecheggia oltre i faraglioni di mezzogiorno illuminati da un accecante sole pomeridiano, mentre con un piccolo colpo di retromarcia lascio che la catena dell’ancora si distenda opportunamente. Cala Brigantina offre un ridosso sufficiente dalla leggera tramontana prevista per questa notte, e anche dai modesti residui di onda che altrimenti, in assenza di un vento deciso, potrebbero disturbare il riposo notturno.

La bianca scogliera di monte Guarniere, chiazzata di verde da una vegetazione bassa e stentata, incombe a picco sul mare incastonando nella bellezza un ancoraggio che più tranquillo non si potrebbe desiderare: non un solo rumore disturba la quiete assoluta di questo ottobre inoltrato a Palmarola, un’isola meravigliosa che in estate sconta la vicinanza a Roma e lo sciame di barche e gommoni che arrivano da Ponza. Ero qui due mesi fa, nel pieno della stagione turistica e l’atmosfera era di tutt’altro genere.

Fa ancora caldo, decisamente troppo per essere autunno, ma faccio buon viso al cattivo gioco dei cambiamenti climatici e ne approfitto per fare un tuffo in quest’acqua cristallina e tonificante. A parte Piazza Grande, nessun’altra barca a godere di questo incanto di madre natura; i vantaggi del “fuori stagione” che però, viste le temperature, è un fuori stagione solo sul calendario. Probabilmente, il periodo migliore per navigare nel Tirreno è diventato questo: clima mite e pochissime barche in giro, così poche che stamattina ho ottenuto senza difficoltà il permesso di accostare in banchina a Ponza; provateci ad agosto!

Ogni tanto fa capolino una mosca mezzo addormentata che ronza un po’ sottocoperta senza troppa convinzione; lo fa con una lentezza sufficiente a darmi il tempo di prendere la mira con la racchetta elettrica, quella che si usa per le zanzare, ed eliminarne per sempre il fastidio. Altri disturbi non ce ne sono, a parte una barca che arriva in serata e propone la sua compilation musicale a un volume ferragostano. Nella pausa fra due brani, suono la tromba da allarme generale e gli urlo, per favore, di abbassare. Chissà se a sortire l’effetto è la tromba, l’urlo o il “per favore”, fatto sta che immediatamente abbassano e nella piccola baia torna la quiete.

Già, la quiete. Una volta era questo uno dei miei obiettivi principali andando per mare; negli ultimi tempi si è aggiunto il fresco. Se il primo scopo può dirsi pienamente centrato durante questa navigazione, il secondo è stato raggiunto solo a tratti. Un paio di giorni fa il termometro sottocoperta ha sfiorato i trenta gradi; incredibile e preoccupante. Non basta il pensiero delle bollette del gas, che in questo modo si alleggeriscono, a consolare.

La quiete, dicevo. Quella meravigliosa sensazione che si prova calando l’ancora in una rada deserta, in una baia protetta, al riparo di un frangiflutti, dopo una navigazione impegnativa, forse una bolina. Si raggiunge il ridosso e tutto all’improvviso si placa, la burrasca resta fuori e il ruggito delle onde arriva ormai ovattato e innocuo. Resto fedele al detto che recita: “di bolina vanno solo i regatanti e i cretini” e, non essendo un regatante, quando mi ritrovo con le vele cazzate a ferro vengo colto dall’atroce dubbio di far parte dell’altra categoria. Ieri, però, non è dipeso da me: le previsioni erano di 10/12 nodi, ne sono arrivati quasi 25 e il mare si è inevitabilmente alzato. E allora, giunto dopo alcune ore a destinazione, mi sono goduto ancora di più la quiete dell’ancoraggio.

E quieta, nella notte, dondola Piazza Grande sul suo calumo mentre il tonnetto che strada facendo ha abboccato alla traina finisce parte in padella con pomodorini e capperi e parte a carpaccio con una scorzetta d’arancia e finocchietto selvatico. Se ne spande il profumo, in questo caldo autunno che conserva ancora piacevoli sentori d’estate.

Di queste isole in autunno ho già scritto in passato:
Chiuso per non ferie
Tirreno d’inverno
Omnia mea mecum sunt

Era d’agosto

Il bagaglio di un’ospite, smarrito a Termini, ha ritardato la partenza di ventiquattro ore ma anche quest’anno Piazza Grande è salpata verso il mare aperto discendendo fino alla foce il fiume che l’inverno la custodisce, fino a vedere spalancarsi davanti a sé quella sterminata distesa d’acqua salata che, come nessun’altra medicina al mondo, riesce ad curare l’anima di chi naviga.
Un poco di attenzione nel passaggio fra i fanali rosso e verde per via della secca fangosa non segnalata che si è creata recentemente lungo la riva destra poi, una volta fuori, un vento leggero al traverso ci dà il giusto passo sulla rotta che conduce verso sud. Sarà una navigazione nelle acque domestiche del Tirreno centrale, forzatamente tranquilla per via di un problema di salute che al momento mi sconsiglia di affrontare rotte impegnative come in passato; l’importante, però, è prendere il mare, comunque sia.
C’è una ragione in più, quest’anno, che preme insistentemente in questa direzione: il caldo asfissiante che da oltre due mesi sta soffocando le città italiane. Parto anche per cercare un po’ di refrigerio.

Che sia conseguenza dell’azione dell’uomo o semplicemente una fase ciclica della vita del globo terrestre, il riscaldamento globale è un imprescindibile fatto con cui bisogna fare seriamente i conti: a livello politico con azioni che possano limitarlo o mitigarne gli effetti sulla vita del pianeta e delle persone, a livello personale perseguendo stili di vita che consentano di contenere la sofferenza fisica che spesso genera. Sì, sofferenza fisica: almeno per me, di questo si tratta. Vuoi per l’età non più verde, vuoi per il tanto caldo che negli ultimi dieci anni ho preso navigando in zone dove le temperature sono elevate (Andalusia, Nordafrica, Turchia), da un po’ di tempo quando il termometro supera i trenta gradi avverto un disagio che va oltre il semplice fastidio: non mi piace vivere perennemente bagnato di sudore, dormendo male e poco, cercando di evitare, per quanto possibile, qualunque lavoro o attività fisica che possano peggiorare la sudorazione, e patendo anche in termini di concentrazione mentale.
Una volta il disagio era limitato a due o tre settimane l’anno, ora sono tre o quattro mesi: troppi, davvero troppi.
Si parla sempre più spesso di migrazioni climatiche e se la tendenza attuale verrà confermata credo che saremo in molti a dover considerare la cosa.
Al momento, intanto, cerco un po’ di sollievo nella brezza che spinge Piazza Grande facendola avanzare a circa quattro nodi. Calo anche la traina, dopo aver rifatto il nodo al Rapala per evitare strappi delle prede dovuti all’usura del filo di nylon.

Agosto è il mese delle ferie degli italiani e per questo mi aspetto porti e rade affollate, anche se alcuni amici in giro già da un po’ mi segnalano vuoti sorprendenti e inaspettati: forse la crisi economica ed energetica si stanno veramente facendo sentire anche nelle fasce di popolazione meno disagiate. Ma i nostri connazionali al Ferragosto non rinunciano, quindi per quel periodo prevedo il consueto casino. Che poi, il problema non sta tanto nell’affollamento (tutti hanno il diritto di navigare) quanto nella qualità delle persone che si incontrano per mare ad agosto.
La sensazione è che i più si catapultino sulle proprie imbarcazioni trascinandosi tutte le nevrosi proprie delle città, cercando una prepotente affermazione di sé attraverso un’inutile aggressività che si manifesta negli incroci di rotta o in certe assurdi comportamenti quando si sta all’ancora.
Precedenze non rispettate, gommoni che sfrecciano in planata fra le barche alla fonda, grossi motoscafi che sfiorano le barche a vela a folle velocità alzando onde ripide che spesso provocano danni oltre che ovvio disagio. Quest’anno, mentre gironzolavo cercando il punto giusto per calare l’ancora, un tale già ancorato ha iniziato a recuperare la propria catena frettolosamente e, richiamando la mia attenzione, mi ha detto: «Non ti mettere lì perché mi ci devo mettere io», indicando un punto indefinito della superficie del mare. In pratica, «Il parcheggio l’ho visto prima io» in versione nautica!
Le volte che hanno calato l’ancora a pochi metri da Piazza Grande, ormai non le conto più, limitandomi ad affrontarle con rassegnata pacatezza.
Il mare è rispetto, solo con la cultura del mare ci può essere spazio per tutti. Ma forse non solo in mare.

A Ponza, impossibile trovare un posto al pontile: ma con quei prezzi, se pure fosse… Per fortuna c’è Khaled, che per dieci euro fa il taxi-boat con le barche alla fonda al Frontone, la spiaggia vicino al porto. Puntuale, efficiente, cortese, offre un servizio utile che permette, a chi lo desidera, di fare comunque due passi a terra.
E, sempre per fortuna, Piazza Grande ha due pannelli solari che nelle giornate estive erogano quasi 1 kWh al giorno, consentendo ai servizi di bordo di funzionare regolarmente senza la necessità di andare in banchina per ricaricare dalla rete elettrica; alla faccia di Putin!
Sempre belle le Pontine, ed effettivamente noto meno barche del solito per il periodo. Certo, il via vai di gommoni e barchini è quello consueto ma alle sette di sera fanno tutti ritorno in porto restituendo quiete alle rade che spesso impestano con il loro rumoroso sciamare, apparentemente vacuo e senza meta.
Non trovo però un po’ di refrigerante sollievo: anche se le temperature la sera calano, la barca restituisce nella notte il calore accumulato durante il giorno rendendo poco confortevole il riposo notturno.
Per dare un’idea: di giorno le stoviglie riposte negli stipetti sono calde al tatto; mai successo prima di quest’anno.

Ci spostiamo verso sud, facendo tappa a Torre del Greco. Sono stato diverse volte a Napoli, anche in barca, ma non conosco nessuna delle cittadine della fascia costiera, per questo accolgo con favore la disponibilità di un’amica, ospite in passato di Piazza Grande, a trovarci un posto in porto. Una sosta utile anche per fare cambusa e rifornimento di acqua. La città non si può certo definire bella ma, come un po’ in tutta la zona, la carica di umanità e simpatia delle persone fa passare in secondo piano il degrado e la sporcizia (anche se venendo da Roma non sono nella posizione più adatta a notare certe cose).
Che il posto non sia proprio tranquillo lo attesta anche la curiosa abitudine di proteggere i citofoni con una grata di ferro.
Mangio uno dei più buoni casatielli della mia vita che aggiunge una grassa tessera al mosaico adiposo che si va componendo sul mio addome. Ma d’altra parte, l’eterno dubbio resta irrisolto: meglio essere magri o felici? Ci penso su spalmando di alici il tipico pane torrese a base di grano duro, secondo la ricetta locale. Poi molliamo le cime alla volta dell’isola più bella del Tirreno e forse d’Italia (insieme a Pantelleria).

Volendo definire Procida con un solo termine, direi verace. A differenza di quasi tutte le altre piccole isole italiane non si è trasformata in un’industria per il turismo di lusso ma conserva quei tratti paesani che solo nell’entroterra continentale si riescono a volte ancora a trovare. Alcuni angoli, poi, fatti di piccoli archi e vicoli a gradini, rasentano l’iconografia immaginaria della marina dove, prima o poi, ci si aspetta sbarchino i Turchi annunciati dal suono a distesa delle campane. A sventolare sulle teste dei turisti, i panni stesi alle finestre: una delle immagini più belle da vedere nei centri storici ormai tutti invasi dalle insegne dei marchi internazionali dell’alta moda.
Il porto è un salasso: 130 euro per una notte. Ma c’è mio figlio a bordo, ci tengo a fargli vedere l’isola. Alla Corricella si commuove anche lui di fronte a tanta bellezza: qui era il bar di Troisi nel film Il postino (la casa, invece, era a Salina). Assaggiamo le lingue di Procida, un dolce da colazione a base di crema pasticcera: niente male davvero

Sfiorata Ischia, dove passiamo un paio di notti alla fonda, ci muoviamo alla volta della Costiera amalfitana, costeggiandola interamente e godendo di un panorama davvero unico. Colpisce passare dal disordine dell’area napoletana alla cura maniacale che si nota in ogni casa che si affaccia sul mare in questo tratto di costa. Purtroppo il traffico è davvero intenso, spesso insostenibile: un viavai incessante di piccoli traghetti e soprattutto di motoscafi con enormi motorizzazioni che fanno gite giornaliere con i turisti, per lo più americani e giapponesi, sfrecciando fra le barche all’ancora e creando un moto ondoso incrociato che rende impossibile anche solo fare un bagno intorno alla propria barca. Mare Forza yacht, praticamente (lo so, la forza è del vento, ma mi sia concesso).
Se crisi c’è, non è da queste parti.

Per trovare un po’ di quiete ce ne andiamo a Salerno. Se c’è una cosa che mi piace è arrivare in barca nelle grandi città. Intendiamoci, non che non mi piacciano i porticcioli pittoreschi delle isolette (stile Grecia, per capirsi), ma entrare in una grande città che magari trasuda storia da ognuno dei palazzi che compongono la linea di edifici del fronte mare ha un fascino per me incomparabile.
A Salerno sono già stato tanti anni fa, con la barca precedente, e tornarci non fa che rinnovare il ricordo piacevole che ne avevo. Il centro storico oltre che molto bello è davvero ben tenuto; pulito, curato, ordinato ma non per questo non vissuto. Verace anche lui.
Peccato solo per l’orribile costruzione a esedra, eretta recentemente proprio sul porto commerciale e non ancora ultimata: sproporzionata rispetto agli edifici circostanti, non ha uno stile compatibile con le costruzioni preesistenti; anzi, non ha proprio uno stile, e le colonne che la adornano su tutti i piani appaiono grossolane quanto inutili, sia funzionalmente che esteticamente.

Una cosa colpisce navigando in Campania: la musica. Ormai da anni, tutti – bar, esercizi commerciali o privati cittadini – si sentono in dovere di diffondere la loro musica (musica? Mah!) urbi et orbi ad un volume da discoteca. Non c’è rada o porto che in estate non abbia la sua martellante e insulsa colonna sonora: un disturbo acustico permanente, a tutte le ore, soprattutto serali. Perché il sacrosanto diritto di alcuni di divertirsi debba prevalere sul diritto di tanti alla quiete e al riposo non lo capirò mai, ma almeno in Campania, invece del solito estivo tormentone ispanico o di un anonimo tunz-tunz, c’è musica napoletana, melodica, arrangiata, suonata da musicisti capaci.
Una sera, cenando in una trattoria in un vicolo, siamo stati allietati durante tutto il pasto dalle canzoni di Renato Carosone. Quale migliore sottofondo per un piatto di linguine con pesce spada e friggitelli (un accostamento ardito ma vincente)? E al momento dell’amaro, inaspettatamente, è arrivata la melodia di Era de maggio, cantata da Roberto Murolo: un’immortale poesia in musica!

Di fresco, purtroppo, neanche l’ombra (è il caso di dirlo!), né in navigazione né tantomeno a terra, ma quanta poesia si respira da queste parti, in ogni luogo! Siamo lontani anni luce dall’asettico aspetto di molte rinomate località di vacanza, confezionate a misura di turista dopo una valutazione preventiva del suo portafogli. Qui in Campania tutto ancora ha il sapore della vita quotidiana e non del baraccone stagionale; resiste un’identità che è riuscita a non omologarsi pur stando al passo con i tempi e soprattutto senza chiudersi alle contaminazioni esterne. Non è un caso che i bar mettano spesso musica di Pino Daniele: identità e contaminazione, appunto, canzone napoletana e ritmi jazz/blues.

Torno in barca con uno dei migliori equipaggi che abbia mai avuto, simpatico e capace; il clima a bordo è stato sempre sereno, amichevole, collaborativo, sia sopra che sottocoperta. Aspetto che tutti vadano a nanna poi metto la testa fuori dal tambucio: una falce di luna spunta dietro la collina, le luci delle case si riflettono sulla superficie appena increspata del mare e una lievissima brezza spira da terra: tutto appare armonioso e silenzioso. È ancora pace, è ancora amore; anche se fa davvero tanto caldo.

La tempesta corsa

Alcuni giorni fa c’è stata una forte tempesta sulla costa ovest della Corsica che ha causato l’affondamento di parecchie barche. Avendo letto su Facebook alcuni suggerimenti piuttosto pittoreschi su come affrontare situazioni del genere, ho scritto un articolo per provare a fare un poco di chiarezza e che Solovela ha avuto la bontà di pubblicare.

Lo trovate qui: https://www.solovela.net/art…/3/barche-tempesta/1352339/la

Per leggerlo occorre registrarsi, ma la registrazione è gratuita.