Il Mare del Sud nel Mare del Nord

Il naturale disincanto che scaturisce dall’età non più giovane mi ha reso piuttosto restio ad avere un colpo di fulmine per un essere umano di sesso opposto al mio, come invece succedeva in passato. Per buona sorte del mio animo sensibile, è viceversa immutata la mia reazione a certi luoghi il cui fascino mi strega non appena ci metto piede (o la chiglia). Un occhiata, due passi, e subito penso: è il mio posto!

È andata proprio così a Enkhuizen (pronuncia Encàusen), un delizioso paese sulle rive di quello che un tempo fu lo Zuiderzee, letteralmente il Mare del Sud, nei Paesi Bassi. All’inizio del Novecento, quando per fermare le continue inondazioni e aumentare la superficie coltivabile (allora fattore fondamentale dell’economia nazionale), gli olandesi costruirono l’enorme diga che ha sbarrato l’accesso al Mare del Nord, lo Zuiderzee è improvvisamente diventato uno dei laghi più grandi d’Europa. Ha perso per giunta la sua salinità a causa dell’apporto di acqua dolce dei fiumi che vi sfociano e che, grazie alla sua minore densità e quindi minore peso, ha modificato la composizione idrica del bacino.

Tutto ciò ha ovviamente causato uno sconvolgimento totale del tessuto economico della zona, che fino ad allora aveva vissuto principalmente di pesca, soprattutto di aringhe, e di tutto l’indotto: dalla cantieristica navale alla lavorazione e commercio del pescato. Oggi Enkhuizen vive soprattutto di turismo, anche nautico, grazie alla notevole disponibilità di ormeggi di cui dispone. Quando arrivo, dopo aver passato la chiusa che dal Markermeer immette nell’IJssermeer, cerco un posto nel porto antico, dove sono ormeggiate diverse barche d’epoca olandesi, quelle con le derive mobili laterali un tempo usate, oltre che per la pesca, per il trasporto delle merci. Purtroppp i posti sono tutti occupati, quindi ripiego sul grande marina, molto bello e comunque a soli cinque minuti a piedi dal centro storico.

Tra le attrattive del paese c’è lo Zuiderzee Museum, un museo davvero particolare la cui visita richiede molte ore: e le merita tutte. È composto da due realtà distinte: una al chiuso, ospitata in un elegante e antico palazzo, dove sono custodite alcune imbarcazioni d’epoca e diversi reperti, da abiti a strumenti da lavoro, che illustrano la vita nello Zuiderzee nei secoli passati. L’altra, all’aperto, è qualcosa di veramente incredibile. I curatori della struttura hanno ricostruito un antico villaggio trasferendo abitazioni e officine in muratura da diversi paesi qui attorno, ricreando diverse epoche in altrettante zone dell’area museale. È possibile quindi entrare in una casa ottocentesca e in una falegnameria nautica di primo Novecento, il tutto arricchito dalla presenza di figuranti che svolgono effettivamente i mestieri della bottega in cui si trovano. Un vero e proprio tuffo nel passato!


Ma Enkhuizen è soprattutto un incantevole agglomerato di case antiche e canali tenuto in modo impeccabile, non come una reliquia ma come una cittadina viva, vissuta e perfettamente funzionante secondo tutti i crismi della modernità della nostra epoca.
Passeggiando per i suoi vicoli, la domanda che sorge spontanea é: perché non tutto il mondo è così? La risposta, probabilmente va cercata nell’animo del popolo che abita questa bellissima e civilissima nazione.
Mi sto innamorando? Mi sa di sì!




Il corso dell’amore – Alain De Botton

"Essere saggi significa anche riconosere quando la saggezza non è praticabile."

L’idea stilistica alla base di questo bel romanzo di Alain De Botton, psicanalista svizzero, è piuttosto originale: la narrazione è continuamente intervallata da corsivi che spiegano al lettore le psicodinamiche sottese alle azioni dei protagonisti e soprattutto alla loro interazione, viziata dal proprio vissuto personale. Chi ha dimestichezza con la psicoterapia sa benissimo di cosa si tratta.

L’impianto narrativo è costruito sull’excursus tipico di molte coppie: innamoramento, matrimonio, figli, disillusione, crisi, ricongiungimento. Quello psicanalitico sul realismo che spesso manca agli individui che compongono la coppia nonché all’incapacità degli stessi di leggersi dentro e prima ancora di leggere dentro il proprio partner. Un po’ come assistere a una terapia di coppia che non siamo noi ma in cui non fatichiamo a riconoscerci e immedesimarci. È anche per questo che il libro prende e scorre rapidamente, pagina dopo pagina.

Realismo, dicevo, perché la tesi dell’autore, illustrata egregiamente in un breve filmato di animazione intitolato Come il romanticismo ha rovinato l’amore di cui consiglio davvero la visione, è che l’idea moderna di amore crei aspettative troppo elevate da soddisfare conducendo inevitabilmente alla delusione e quindi alla frustrazione. Una tesi di cui questo romanzo è quasi una case history.

Alain De Botton sembra confermare che quando gli psicanalisti prendono la penna in mano per raccontare storie di fantasia, lo fanno spesso con grande maestria: si pensi alla Trilogia dei filosofi del grandissimo Irvin Yalom, ad esempio. Del resto la letteratura ha spesso la grande capacità di mostrarci la realtà in un modo che la realtà stessa non riesce a fare.


L’importanza dell’orizzonte – Giovanni Malquori

"Chissà... magari un giorno, arrivando da rotte diverse, torneremo qui."

C’è un comune denominatore che unisce i grandi navigatori, ed è l’umiltà. Non quella modestia di maniera propria di chi si mescola con i comuni mortali come il marchese del Grillo a un tavolo di osteria, ma l’umiltà che scaturisce dalla consapevolezza dei propri limiti di fronte alle avversità del mare, la semplicità di chi sa che ogni oceano è un caso a sé e come tale va affrontato, senza sufficienza ma anche senza eccessivi timori. Giovanni Malquori è certamente fra questi, e lo è dall’alto della sua esperienza: una navigazione intorno al mondo durata venti anni esatti.

Partito alla soglia dei quarant’anni inseguendo i sogni di bambino, è rientrato a quasi sessanta dopo un periplo completo del globo, con ancora negli occhi quella luce che l’aveva spinto a lasciare l’Italia per traversare l’Atlantico. La storia di un uomo normale che però ha osato dirigere la prua là dove sentiva che qualcosa lo chiamava. Un uomo che ha saputo coniugare il suo sogno con la vita normale, fatta di lavoro, famiglia, figli da crescere, alternandosi con sapienza lungo le due direttrici della sua esistenza. La ragione e la passione, per dirla con Khalil Gibran: perché senza cuore non si parte ma senza testa non si torna. O come più prosaicamente recitava una vecchia pubblicità degli pneumatici Pirelli: la potenza è nulla senza controllo.

Fra interminabili traversate e lunghe soste in posti incantevoli, spesso perfettamente aderenti all’iconografica più classica dei mari del sud, con questo libro l’autore ci porta a bordo con lui su Papayaga, una vecchia barca a vela, piccola e modesta ma grande per prestazioni, dove si può scoprire che il sogno di cui stiamo leggendo è anche a buon mercato: non serve essere ricchi. Serve però essere in gamba e riuscire a far quadrare tutto; magari anche con un pizzico di fortuna, che non guasta mai. Sì, perché parliamo di un giro del mondo fatto con un budget davvero limitato; l’antitesi di quelli che senza l’ultima costosissima diavoleria elettronica non osano neanche andare in Sardegna.

Ho avuto il piacere di ospitare Giovanni Malquori al Mare sul Divano, il salotto culturale del mare che da alcuni anni organizzo a casa mia, e lui, con semplicità e naturalezza, ha incantato le circa quaranta persone che lo ascoltavano in silenzio. Ha raccontato di nuotate in mezzo alle balene, di avarie capitate nel peggiore dei momenti, di interazioni amichevoli con popolazioni culturalmente molto distanti da noi; sempre con umiltà.

Un libro che tutti devono leggere: i giovani, per imparare a sognare, i vecchi per capire cosa si sono persi nella vita a non avere osato.

Non esisto – Alberto Schiavone

Nessuno sa qual è il punto finale di un essere umano"

Provo sempre una grande gioia quando incappo inaspettatamente in un romanzo di grande qualità, ancora di più se arriva dopo alcune letture non esaltanti di autori che invece in altre occasioni ho apprezzato molto. In Non esisto di Alberto Schiavone c’è spessore letterario, capacità narrativa, stile originale, analisi introspettiva dei personaggi senza indulgente pietismo né, al contrario, giudicante moralismo; il tutto condito da un pizzico di poesia.

Una giovane donna esce dal carcere dopo aver scontato una pena per un reato di cui non si hanno dettagli, e si ritrova ad affrontare le ordinarie difficoltà della vita quotidiana in solitudine e senza risorse economiche, ricostruendo la propria esistenza un po’ alla volta con tenacia, combattendo con i propri fantasmi interiori e un passato che riemerge per ricondurla nell’abisso.

Quello che colpisce di questo romanzo, per parafrasare Hannah Arendt, è la banalità del dramma, la sensazione cioè che a volte il confine tra un’esistenza serena e appagante e l’inferno sia davvero sottile e per buona parte affidata al caso. Avete presente il bellissimo Match point di Woody Allen? Quando la pallina prende il nastro, nulla del nostro destino è più nelle nostre mani.

Una sensazione simile l’ho avuto con Il sole dei morenti, di Jean-Claude Izzo, in cui si narra di un uomo, un piccolo borghese che conduceva una vita tranquilla e che in un attimo perde tutto, famiglia, lavoro, casa, e diventa un barbone di strada, di quelli sporchi e maleodoranti che tutti evitano. La sensazione chiarissima, al termine della lettura, fu che può capitare a chiunque, la stessa sensazione che ho quando osservo gli avventori della mensa dove ogni tanto vado a cucinare come volontario.

Il punto quindi, come anche evocato dalla copertina, è cosa fare della libertà quando usciamo dalla gabbia. Maria, la protagonista, sente di non esistere perché le manca il riconoscimento degli altri e gli esseri umani, in quanto animali sociali, non sono in grado di sopravvivere isolati perché la loro marginalizzazione diventa la gabbia immateriale da cui è più difficile liberarsi.
Davvero da leggere!

La conquista dell’infelicità – Raffaele Alberto Ventura

"In una società in cui tutto è permesso ma nulla è possibile, ognuno deve imparare a convivere con la consapevolezza che probabilmente non diventerà mai se stesso."

Decisamente uno dei saggi più interessanti che ho letto negli ultimi tempi, una via di mezzo fra l’analisi sociologica e il trattato filosofico, con sconfinamenti in molte altre branche del sapere umano, dall’economia, alla storia, alla psicologia.

Parte dal presupposto che il paradigma su cui si è fondata la società occidentale dell’ultimo secolo, quello del benessere basato sulla crescita, è ormai insostenibile e che lo stesso sia alla base dell’insoddisfazione generalizzata della classe media, le cui aspettative di crescita personale sono nella maggior parte dei casi irraggiungibili, malgrado percorsi formativi interminabili. Non è certo un inedito scoop ma l’originalità dell’autore, antropologo e ricercatore a Parigi, sta nell’illustrarlo attraverso diversi personaggi letterari e cinematografici in modo acuto spaziando da Amleto a Fantozzi, ma anche Ibsen, Spinoza, Kant, Freud e tantissimi altri grandi protagonisti della cultura degli ultimi secoli.

La dicotomia fra avere ed essere, stigmatizzata nel celebre libro di Fromm, ci spiega Ventura, è ormai superata perché l’uomo di questa epoca per adempiere al comandamento morale di diventare ciò che è, di realizzarsi cioè come individuo, ha bisogno di avere, e avere è diventato sempre più difficile a causa della scarsità delle risorse o dell’insostenibilità del loro consumo. Un esempio banale? Io sono un velista ma lo sono in virtù del fatto che posso permettermi di pagare di tasca mia il fatto di esserlo. Se dovessi farmi pagare da altri, un sponsor ad esempio, mi scontrerei con la tragica realtà che gli aspiranti sponsorizzati sono in numero infinitamente superiore ai potenziali sponsor.

La salvezza, se di salvezza si può parlare, risiede non tanto nella capacità di ridurre i propri bisogni (un concetto tutt’altro che recente anche se ultimamente lo si chiama downshifting) ma nell’accettare l’infelicità e la malinconia per ciò che sono, ovvero normali stati d’animo e non patologie da curare con terapie farmacologie o psichiche. E sì, perché la ricerca del sé sembra essersi trasformata da opportunità in condanna. Questo ha trasformato la borghesia da classe privilegiata in classe disagiata che da anni si batte più per conservare ciò che ha che per accrescerlo; e perdere cento euro fa incazzare molto di più di quanto faccia gioire vincere la stessa cifra al superenalotto.

Mala tempora currunt… ce lo dice la cronaca, le guerre in corso, le trasformazioni climatiche o geopolitiche. Ventura ce lo sbatte in faccia, forse con un pizzico eccessivo di pessimismo, a volte in salsa marxiana, ma certo che tutti i torti non li ha.

Sfiorando Albione

Il mare frange rabbiosamente sui mille scogli che mi circondano, esplodendo con fragore sinistro e lasciando al vento teso il compito di dissolvere in un’aria già densa di umidità i resti frammentati della deflagrazione. In questo scenario attraverso il campo minato di rocce affioranti davanti all’Île-de-Bréhat, percorrendo rigidamente il tracciato marcato dalle segnalazioni marittime cardinali. Stamattina sono salpato all’alba per sfruttare al massimo le ore di luce e coprire prima del buio le cinquanta miglia che ho in programma fino a Saint-Quay-Portrieux, un porto corazzato contro qualunque meteo o marea. Insieme a me sono partite altre due barche, una francese e una inglese: mi sono sentito confortato di aver fatto la scelta giusta, quella di salpare con previsioni di due metri d’onda e vento oltre i trenta nodi ma portante. D’altra parte, con la corrente che c’è da queste parti, senza una forte spinta non si avanza.

In teoria passata l’Île-de-Bréhat dovrei essere ridossato, in realtà ogni paio d’ore c’è un groppo, il vento passa da quindici a trenta nodi e le onde da un metro a due metri e mezzo. In Mediterraneo quando entri in un golfo hai la sensazione di essere in uno spazio protetto, qui invece sembra di stare sull’ottovolante. Però non mi ferma nessuno: ogni tanto cancello dal computer il waypoint che ho raggiunto e mi focalizzo sul successivo, continuando a fare lo slalom fra gli ostacoli naturali a una velocità che adesso, fra vento e corrente, è sempre sopra i sette nodi. Quando inizia a piovere me ne vado sottocoperta e lascio Piazza Grande a gestirsela da sola in attesa che smetta.
Alle sei e mezzo di sera scorre alla mia dritta il fanale verde del molo di sopraflutto ed entro nel marina. Dieci ore circa dalla partenza: niente male considerando il tratto che ho fatto a bassissima velocità per la corrente contraria.

È incredibile l’escursione di marea che c’è qui: siamo intorno ai dodici metri. I pali su cui scorrono i pontili galleggianti hanno una altezza impressionante durante la bassa e le passerelle che poggiano sulle banchine sono lunghissime per non diventare ripide come scale a pioli quando sono inclinate verso il basso. Una sera, rientrando in porto dopo il solito rito gastronomico a base di ostriche e Muscadet, mi fermo in cima alla passerella e guardo la sua estremità, dodici metri più in basso, appoggiata al pontile illuminato da una fila di luci: sembra una pista di atterraggio e io il pilota che deve centrarla con il proprio velivolo. Ma forse sono solo gli effetti del Muscadet… a voi, torre di controllo!

A Saint-Quay-Portrieux si sta davvero bene, tutto funziona alla perfezione e il costo non è elevato, quindi decido di fermarmi qualche giorno per riposare un po’. Il marinaio, però, vive in un eterno conflitto interiore: cerca la quiete quando è sballottato dai flutti ma gli basta stare poco tempo fermo in porto per sentire dentro di sé la frenesia del richiamo del mare, quell’anelito interiore, quella sirena irresistibile che lo spinge a sciogliere gli ormeggi dal molo e partire. Ed ecco allora per me una nuova alba con la prua sull’orizzonte, a cercare un’isola che c’è: Jersey, poco più di cento chilometri quadrati appartenenti al regno di sua maestà britannica, malgrado si trovi a pochissima distanza dalla costa francese.

Il mare è stranamente calmo, spianato dal sudovest dei giorni scorsi; non sono più abituato a vederlo così. Il vento è poco ma con questo mare non me ne serve molto per avere una velocità dignitosa. Un gigantesco campo eolico, lungo dieci miglia e largo quattro, mi costringe a una deviazione di rotta per rispettare il divieto di non attraversarlo, mentre mi chiedo quali logiche, economiche, ecologiche, o altro, possano rendere conveniente piantare decine di questi enormi ventilatori in mezzo al mare e collegarli in qualche modo alla terraferma. Arrivo nel tardo pomeriggio nella rada che ho scelto; alcune boe libere mi risparmiano la fatica di calare l’ancora: passo due cime nel gavitello e stappo la solita birra di benarrivato. Sto sottocoperta perché fa un po’ freddo, quando sento delle voci: esco fuori e un gruppo di una ventina di nuotatori, partiti dalla spiaggia, mi ha scelto come traguardo e sta sguazzando attorno alla barca. Scambiamo due parole, io con il cappello di lana in testa, loro nell’acqua in costume da bagno, poi se ne ripartono con nonchalance verso la riva, lasciandomi con il dubbio di chi, se io o loro, abbia sbagliato l’abito. Torno giù prima di congelarmi e chiudo il tambuccio: loro, sicuramente.

Porti con la porta

Tra le tante difficoltà della navigazione nella Manica c’è il fatto che i porti sono spesso accessibili solo in determinate condizioni di marea. Alcuni vanno addirittura completamente in secco con la bassa ed è incredibile vedere le imbarcazioni adagiate sul fango che l’acqua ritirandosi lascia dietro di sé. Sono porti in cui stazionano piccole barche a motore e qualche volta barche a vela con la doppia deriva oppure attrezzate con due pali di sostegno laterali che impediscono loro di finire coricate su un fianco. Altri, per ovviare al problema, hanno una chiusa all’ingresso che viene serrata quando la marea cala, così da trattenere l’acqua e permettere alle barche di galleggiare anche quando fuori tutto si trasforma in una palude. Infine ci sono i porti accessibili in qualunque condizione, ma non sono molti e non sempre la distanza fra di essi è percorribile in una giornata di navigazione.

Navigare di notte oppure arrivare di notte in un porto sconosciuto sono due cose che stando da solo a bordo in queste acque difficili preferisco evitare. In mare è normale fare lo slalom fra una quantità enorme di segnalazioni marittime e pedagni di attrezzature da pesca, e la corrente di marea provoca spesso una deriva tale che senza una buona visuale è difficile valutare esattamente se si è sulla traiettoria giusta per evitare un ostacolo; figuriamoci se l’ostacolo non è ben visibile! Ma la corrente è spesso forte anche dentro il porto e quindi, anche in considerazione del fatto che è molto raro avere assistenza a terra durante l’ormeggio, senza luce tutto diventa molto complicato, se non pericoloso. Insomma, la rotta va programmata nel modo più accurato possibile per evitare brutte sorprese.

Lascio la boa nell’ansa protetta dell’Aber Wrach’ con discreta calma, tanto le miglia in programma non sono molte, poco più di trenta; l’idea è di arrivare fino a Roscoff dove c’è un bellissimo e moderno marina accessibile in qualunque condizione. Le previsioni danno vento fino a trenta nodi, ma sarà portante quindi non sarà una navigazione pesante. Inizialmente ho la corrente contraria e avanzo piuttosto lentamente, poi verso l’ora di pranzo si inverte e Piazza Grande inizia a correre sull’acqua come un cavallo lanciato al galoppo fra onde alte un paio di metri. Sul VHF sento lanciare un Pan Pan ma qui gli avvisi via radio vengono dati solo in francese e non riesco a capire di cosa si tratti.
Decido di chiamare il porto, più per avere informazioni sull’ingresso che altro, perché in Bretagna generalmente non vengono accettate prenotazioni: – Mi dispiace, – mi risponde una voce cortese all’altro capo del telefono – ma oggi ospitiamo una tappa della regata Solitaire du Figaro e quindi non abbiamo alcuna disponibilità di ormeggio. -Fantastico!

Il piano B, perché in mare bisogna sempre avere un piano B, è Trébeurden, che però è uno di quei porti con la chiusa e inoltre richiede circa quindici miglia di navigazione in più. Chiamo, per sicurezza, perché se anche qui dovessero darmi buca sarei nei guai. Il posto c’è, la chiusa apre alle 17:30 ma per il mio pescaggio mi consigliano di aspettare fino alle 18:30. Nessun problema perché non credo di arrivare prima di quell’ora. Mi dicono dove mettermi ma ovviamente per la manovra di attracco dovrò vedermela da solo. Le condizioni meteo intanto si sono fatte piuttosto dure: i trenta nodi di vento previsti ci sono abbondantemente tutti, la corrente e il mare formato pure e come ciliegina sulla torta ogni mezzora una scarica di pioggia. Io però trovo tutto questo terribilmente affascinante altrimenti sarei restato a fare gli aperitivi in rada alla Maddalena.

In prossimità del porto mi si presenta un problema non da poco: uscire dal pozzetto per mettere i parabordi e le cime per l’ormeggio, perché con quest’onda il pilota automatico ha bisogno di velocità per mantenere un minimo la rotta. Compio dei numeri da equilibrista fra gli scogli davanti all’ingresso e un campo boe dove le barche saltano come marionette, facendo avanti e indietro diverse volte, poi torno al timone e punto deciso la chiusa, larga solo una decina di metri, poco più del doppio di Piazza Grande. Una volta dentro provo a infilarmi in un finger ma la corrente mi dà chiari segnali che da solo non avrei il tempo di saltare a terra a mettere le cime prima che la barca venga trascinata via. Dall’unica imbarcazione al pontile dei transiti vedo una testa sporgersi dal tambuccio, gli faccio un cenno e vengono ad aiutarmi. Un po’ maldestramente ma, bene o male, alla fine sono ormeggiato: alla faccia del groppo durato giusto i dieci minuti della manovra!
Tiro un sospiro di sollievo e stappo una birra: al crepuscolo è la giusta ricompensa per questa faticosa giornata.

Che Raz di corrent!

Dopo una breve sosta a Concarneau, in teoria una fermata tecnica, in pratica un’altra bella cittadina bretone da visitare con piacere, mi preparo ad affrontare due dei passaggi più difficili della zona, il Raz di Sein e il canale di Ouessant, per entrare così nel canale della Manica. Sia Sein che Ouessant sono piccole isole, e fra loro e la terraferma la corrente di marea subisce forti accelerazioni che condizionano pesantemente la navigazione. Faccio una prima giornata di vela fino a una piccola baia dove trovo dei gavitelli liberi e ci passo una notte non tranquillissima ma dignitosa. Poi, prima dell’alba, mollo la boa e apro le vele per sfruttare il vento perfetto da sud che avrò al traverso per una decina di miglia e poi in poppa una volta entrato nel Raz di Sein. Secondo le previsioni, quando sarò lì, dovrei avere circa un paio di nodi di corrente contraria: avanzerò lentamente, ma avanzerò. Il sole si solleva pigramente alle mie spalle infuocando maestosamente il cielo intorno alle grosse nuvole addensate sull’orizzonte; superb!

Quando sono a poche centinaia di metri dall’iconico faro del Raz, quello posto su un piccolo scoglio e fotografato spesso nella tempesta, vedo le onde, che sono alte un paio di metri, spianarsi improvvisamente e intuisco che la corrente è ben più forte. Appena esco dal ridosso del promontorio prospicente l’isola di Sein, un violento flusso d’acqua mi investe e malgrado il LOG segni una velocità di cinque nodi abbondanti per rotta 340°, il GPS mi indica una velocità di meno di un nodo con direzione 220°. Ho acqua sottovento quindi sono tranquillo, ma certo che così non vado da nessuna parte! Decido di dare un’aiutino con il motore e riesco a rimettere più o meno la barca in rotta e a percorrere le due miglia e mezzo del canale in circa un’ora e mezza. Nel frattempo mi godo lo spettacolo maestoso di un mare che a tratti ribolle, sotto un cielo plumbeo da cui ogni tanto viene giù uno scroscio di pioggia. C’è un’atmosfera surreale: la superficie del mare su cui avanzo lentamente è piatta ma a poca distanza vedo onde importanti, mentre sopra di me volteggiano sterne e cormorani con le ali ferme, in planata sul vento.

Siamo in periodo sigiziale quindi il coefficiente di marea è altissimo, ma la stessa forza che ho in opposizione nel giro di poche ore volge a mio favore e Piazza Grande inizia a correre di vento, di onde, e di corrente a oltre otto nodi, recuperando in fretta il tempo perso al Raz. In queste condizioni il canale di Ouessant lo affronto con relativa semplicità, a parte l’attenzione alle numerose segnalazioni marittime – boe cardinali oppure mede rosse e verdi – che indicano il percorso corretto per non finire a scogli in questo che è un vero e proprio campo minato. Passato Ouessant il vento aumenta, la corrente aumenta, le onde aumentano e la velocità supera spesso i dieci nodi. Inizia anche a piovere forte e, visto che in giro non c’è nessuno, chiudo il tambucio e me ne resto sottocoperta, aggiustando di tanto in tanto la rotta grazie a telecomando dell’autopilota che ho provvidenzialmente installato prima di partire. Piazza Grande fa la sua parte in modo eccellente.

La mia destinazione è l’Aber-Wrac’h, un fiume che si trova proprio all’ingresso della Manica e al cui interno, a un paio di miglia dal mare, c’è un piccolo porto che ho già contattato, anche per chiedere eventuale assistenza all’ormeggio visto che sono da solo e la corrente e il vento sono molto forti, quest’ultimo oltre i trenta nodi. L’ingresso nel fiume ha un percorso rigidamente segnalato ma per entrare devo orzare molto e quindi mi ritrovo quasi di bolina, investito da pioggia e schizzi di acqua di mare. Mi riparo dietro lo sprayhood mettendo di tanto in tanto la testa fuori per controllare e dare quale piccola aggiustatina alle vele o alla rotta. Speravo che l’onda calasse una volta dentro ma non è così: l’alta marea ha sommerso tutti gli isolotti che potevano smorzare il mare e devo percorrere un lungo tratto prima che l’acqua si quieti.

Sono stanco, domani vorrei salpare presto, e l’idea di entrare in porto e perdere tempo sia per l’ormeggio che per registrarmi non mi esalta. Davanti all’ingresso ci sono alcune barche alla boa, decido di unirmi a loro quando mi si accosta il gommone del porto per offrirmi aiuto nel passare la cima nel gavitello: un bel colpo di fortuna per una manovra che da solo con vento forte è davvero difficile. Pago direttamente al tizio in gommone, poi spengo il motore e insieme si spegne tutto il movimento che ha accompagnato questa lunga giornata di navigazione. Al tramonto il vento cala fino quasi a esaurirsi e il silenzio scende su questa meravigliosa insenatura dall’atmosfera lacustre. Stappo un prosecco per festeggiare l’ingresso nella Manica, o English Channel che dir si voglia, e brindo a questo mare difficile ma entusiasmante.
Alla via così!

Ostriche e Muscadet

Man mano che avanzo verso nord gli effetti delle maree incidono sempre di più sulle mie navigazioni. Sia sulla loro programmazione, che in certi passaggi deve per forza di cose tenere conto della corrente che viene generata dal su e giù delle acque, sia nelle manovre in porto dove gli angusti spazi non lasciano molta possibilità di errore. Per di più, qui in Bretagna, non si usa dare assistenza all’ormeggio; quando si chiama, via radio o al telefono, viene assegnato un posto, spiegato più o meno dove dirigersi una volta entrati, e tanti saluti. Stando da solo a bordo, se la corrente è forte può essere un problema, perché l’ormeggio su finger da soli senza supporto a terra è una cosa complicata. A Crouesty, all’ingresso del Golfo di Morbihan, a un certo punto per rallentare ho dovuto ingranare la retro nel canale di accesso ai pontili perché anche con il motore in folle ero troppo veloce! Il marina però è bellissimo, molto grande ed efficiente e ha anche un supermercato molto vicino. Hic manebimus optime!

Dato che per un paio di giorni soffierà forte, oltre quaranta nodi, per visitare il Golfo di Morbihan, un ampio bacino costellato di isole e scogli, mi affido a un battello turistico che lo attraversa fino all’Île-d’Arz, che sta proprio nel mezzo. Piove, anzi c’è il sole, anzi ripiove, anzi… E via così. Un detto locale recita che in Bretagna fa bel tempo molte volte al giorno, e io ne ho avuto la precisa conferma. Appena sbarcato, in compagnia di un’amica, ci incamminiamo per visitare l’isola ma in un attimo il sole sparisce e inizia a piovere forte, in orizzontale visto il forte vento. Ho previdentemente indossato la cerata da vela, ma nel giro di pochi minuti i miei jeans sono zuppi come se mi fossi tuffato in mare. Cerco un riparo, ma siamo in un punto completamente aperto. Provo a resistere fino a quando sento una goccia d’acqua scorrere lungo la schiena e insinuarsi nella biancheria intima. Mi dichiaro sconfitto e mi rassegno a una giornata con i pantaloni zuppi addosso; un toccasana per le mie articolazioni.

L’Île-d’Arz è bellissima, selvaggia, cosparsa di casette con i tetti in ardesia, nel tipico stile bretone, e con ampie zone che con la bassa marea diventano paludosi acquitrini. In uno di questi c’è un mulino cinquecentesco ad acqua restaurato di recente e un paio di vecchie barchette abbandonate. Alle spalle, una piccola spiaggia dove ha terminato la sua vita una grossa imbarcazione in legno di cui resta praticamente solo lo scheletro lasciato a marcire. Fascino, sapore di antico, aura di mistero. In giro, vuoi perché il meteo non è dei migliori, vuoi perché ormai siamo a settembre, non c’è quasi nessuno. I pantaloni nel frattempo mi si sono asciugati addosso per il vento ma neanche dieci minuti e parte un nuovo sgrullone: è il mio giorno fortunato!

L’indomani, con Piazza Grande sempre ferma in porto per il ventone, altro giro terrestre. Stavolta tocca a Vannes, una cittadina graziosa ma molto turistica, e poi a quello che probabilmente è uno dei paesini più incantevoli della zona: Auray-Saint-Goustan. Si tratta di un villaggio medievale meravigliosamente conservato, oggi ovviamente riconvertito al turismo ma pervaso da una quiete che stordisce. Devo dire che in Francia non mi è mai capitato di trovare locali con la musica ad alto volume per attirare i clienti, la qual cosa mi piace molto perché quella di imporre agli altri i propri cacofonici decibel la trovo un’abitudine davvero pessima, a tratti violenta.

Dici Bretagna e pensi alle ostriche, che qui sono quasi uno stile di vita. Ci sono molti bar à huitres, locali dove servono quasi esclusivamente ostriche e molluschi crudi, accompagnati da un vino bianco, generalmente Muscadet, prodotto nella Loira atlantica. La mia amica mi porta in uno di questi, nascosto tra una piccola pineta e le scogliere di Morbihan, dove mi assicura hanno le migliori ostriche della zona. In realtà si tratta di un produttore che ha allestito una decina di tavoli e serve le sue ostriche appena tirate fuori dall’acqua. Quando il cameriere arriva con il vassoio pieno, ho un moto di commozione: il sole rosseggia sull’acqua creando una meravigliosa atmosfera che appaga l’anima e le ostriche saporitissime provvedono a soddisfare il corpo. Anima sana in ostrica sana!

A Houat con Jonathan

Sono le sette di mattina quando apro gli occhi al termine di un lungo sonno, iniziato ieri sera prima delle dieci per via della stanchezza accumulata. Sento la pioggia picchiettare lievemente la coperta, sento il vento fischiare leggero fra le sartie, sento il mare sciabordare un poco intorno allo scafo: ecco, tre ottimi motivi per restarmene al calduccio sotto le coperte, visto pure che da un paio di giorni la temperatura si è abbassata di qualche grado e la mattina fa un po’ freschetto. Neanche dieci minuti e una lama di sole mi trafigge oltrepassando l’esile barriera costituita dalla tendina dell’osteriggio della cabina: segno che le nuvole sono passate e l’alba si sta manifestando in tutta la sua splendente pienezza. Metto il naso fuori dal tambucio e resto ammaliato dalla luce calda del primo mattino che accende l’isola di Houat, di fronte alla Bretagna, dove ho ancorato ieri pomeriggio dopo una piacevole veleggiata di circa quaranta miglia.

Non è facile da queste parti trovare un posto in cui passare la notte in tranquillità. Sia la marea che lo swell rendono impraticabile o quanto meno scomoda qualunque rada che sulla carta sembra invece offrire un buon ridosso. La prima costringe spesso a tenersi molto lontano dalla riva aumentando conseguentemente l’esposizione al secondo che, come tutti i moti ondosi, tende a insinuarsi ovunque seguendo il profilo della costa. Stanotte è andata bene perché il vento ha tenuto, ma avevo messo in conto la possibilità di un’altra notte passata a rollare oscillando come un pendolo se, contrariamente alle previsioni, avesse mollato. Eravamo tre barche in tutto a condividere la meraviglia di questo ancoraggio: quando mi sono svegliato le altre due erano già salpate via. Sulla spiaggia deserta una coppia mattiniera passeggia romanticamente insieme a un cane eccitato dai gabbiani che sembrano prendersi gioco di lui sfidandolo con la loro aerea inafferrabilità; più lui cerca di abbrancarli, più questi si spostano di qualche metro saltando via con un distratto colpo di ali.

Dopo l’incanto de L’Île-d’Yeu ho fatto una breve sosta a Pornic. Doveva essere uno scalo tecnico invece ho avuto la sorpresa di trovare una cittadina davvero graziosa, adagiata sulle rive di un canale che va quasi completamente in secca con la bassa marea lasciando le numerose imbarcazioni alla boa posarsi sul suo letto fangoso, fra gusci di ostriche selvatiche e uccelli di varie specie che razzolano guardinghi alla ricerca di un piccolo crostaceo, di un vermetto o di qualche altro cibo per loro edibile. È domenica pomeriggio e le strade sono piene di gente, per lo più famiglie e vacanzieri che si godono gli ultimi scampoli di ferie. Da domani anche in Francia riprende l’attività lavorativa a pieno ritmo e le località costiere torneranno alla loro consueta tranquillità invernale; e il costo dei porti si abbasserà, cosa che non mi dispiace affatto! Quando inizia a piovere mi rifugio sotto la tenda di un locale che serve ostriche e Muscadet; se non puoi eliminare un problema, sfruttalo a tuo favore!

Purtroppo a Pornic ho subito un piccolo danno durante la manovra di ormeggio. Non era prevista assistenza e c’erano una ventina di nodi di vento, quindi sono dovuto entrare un po’ allegrotto nel posto assegnato; di prua, come è preferibile sui finger. Il vento era al giardinetto e la poppa si è abbattuta leggermente. Nulla di ché se avessi avuto sottovento un’altra barca a vela: mi sarei appoggiato con delicatezza e i parabordi avrebbero attutito completamente il colpo. Invece c’era una barca a motore ormeggiata di poppa, con una prua altissima, di quelle molto svasate, così prima che i parabordi potessero fare il loro dovere, la battagliola si è appoggiata sulla falchetta del vicino. Nessun danno per lui, per me invece un candeliere piegato vistosamente. Così è chiaro perché barche a vela e barche a motore non devono essere ormeggiate vicine; non, come sostiene qualcuno, per incompatibilità caratteriale dei rispettivi proprietari.

Un gabbiano si posa sul pulpito di poppa, sostenendosi con le zampe sulla zattera; è un esemplare giovane, come si evince dal piumaggio, inevitabile il pensiero a Jonathan Livingston, il protagonista di un romanzo un po’ stucchevole che furoreggiava ai tempi della mia infanzia. Condivido con lui qualche momento, poi mi vedo costretto a scacciarlo prima che scambi Piazza Grande per un deposito di deiezioni aviare.

Ho diverse piccole avarie da sistemare e il meteo dei prossimi giorni suggerisce di restare in porto, quindi, anche in questo caso, sfrutterò l’avversità a mio favore. Devo solo trovarne uno con un posto disponibile, cosa niente affatto scontata da queste parti.
Sollevo l’ancora e apro le vele; la Bretagna è davanti a me.