Il mito della rozza

Un giorno, mentre navigavo nelle acque bulgare del Mar Nero in rotta per Odessa, ho avuto un problema al motore di Piazza Grande, dovuto alla presenza di morchia nel serbatoio del carburante. Ho trovato rifugio all’interno del porto di Varna, al riparo di un vecchio molto di pietra, e ho iniziato a darmi da fare per risolverlo. Per svolgere il lavoro dovevo prima svuotare completamente il serbatoio e, per farlo, mi servivano due cose: delle taniche dove riversare un centinaio di litri di gasolio e una pompa per aspirarlo. A entrambe le necessità ha provveduto un ex-macchinista di navi mercantili che ho conosciuto casualmente e che, molto gentilmente, mi ha prestato tutto quello che mi serviva. Mi sono ritrovato per le mani una vecchia pompa piuttosto ingombrante e mezzo arrugginita e ho avuto un attimo di smarrimento in cui mi sono chiesto se e come funzionasse: era un lungo tubo di ferro con una manovella che agiva evidentemente su una girante interna. Mi colpì la scritta in cirillico sul corpo della pompa: chissà cosa diceva – la marca suppongo – ma mi evocò immediatamente il mito della tecnologia meccanica sovietica di cui si favoleggiava da ragazzi.

Mi venne in mente anche un amico di allora che, pregno di questo mito, si era comprato una macchina fotografica Zenit, di fabbricazione russa. Rozza, ma efficiente, mi spiegò fiero mostrandomela. A me parve solo rozza, e neanche lontanamente paragonabile alla mia Canon, certamente più costosa ma di tutto un altro pianeta, anche se elettronica e quindi schiava delle batterie. «Questa non la fermi mai» mi disse l’amico. Nemmeno la pompa si fermò, ma certamente nell’anno 2016, quello del mio viaggio in Ucraina, il mercato internazionale offriva pompe per liquidi più versatili e comode da usare. Quella, probabilmente, era roba degli anni Cinquanta del Novecento, quando la Russia era chiusa completamente agli scambi con l’Occidente e la sua tecnologia procedeva in modo del tutto autocratico. Sarà un reperto, pensai, oggi l’interazione planetaria avrà modificato il corso dello sviluppo tecnico-scientifico anche nei paesi ex-comunisti. Ci scrissi anche un pezzo, poi ripreso in un capitolo del libro La vela di Odessa intitolato La pompa comunista.

Quella pompa mi è tornata tristemente alla mente in questi giorni in cui la tecnologia russa viene dispiegata nel suo più terrificante e mortale aspetto. E insieme alla pompa mi sono tornati in mente i dubbi sull’efficacia di questa tecnologia. Certo, in tempi di guerra la verità è difficile da trovare, ma diversi analisti militari hanno denunciato un numero altissimo di bersagli mancati da bombe e missili di precisione e le immagini dei campi di battaglia hanno mostrato moltissimi mezzi russi, cupamente marcati dalla lettera Z, completamente distrutti. Quaranta giorni di guerra sanguinosa, senza nessun successo significativo sul campo, indicano inoltre un esercito ben lungi dall’essere una macchina da guerra rodata e funzionante.

La sensazione è che il sistema bellico russo sia ancora oggi come la pompa a manovella e come la reflex del mio amico: rozzo e basta. Il perno centrale sembra essere l’insensibilità verso l’essere umano in quanto tale, sia esso il civile ucraino o il giovane soldato di leva russo, considerati niente di più che carne da macello da sacrificare, senza alcuna remora, per conseguire la vittoria. Niente di nuovo, se vogliamo: il regime zarista era sanguinario e quello sovietico non era da meno. La Russia ha una storia fatta di atrocità incredibili e di uso smisurato della violenza (pogrom, rivolta del Pope Gapon, gulag, Holodomor, le prime che mi vengono in mente) che hanno provocato milioni di morti, trasversale alle forme di governo e che l’attuale sistema politico sta confermando nella forma e nella sostanza. Soldati mandati a mani nude a scavare a Chernobyl, come già i pompieri nel 1986.

Crudeltà a parte, l’unica cosa per cui la potenza militare russa è al momento temibile è l’atomica. Ma è anch’essa una cosa rozza, che distrugge tutto, rade al suolo città intere sterminando in un solo istante un numero impressionante di persone. Senza quella e senza le ripetute minacce di usarla nel caso l’Ucraina ricevesse un supporto militare estero, l’Occidente si sarebbe impegnato in modo diretto nel conflitto, risolvendolo probabilmente in tempi rapidi. Del resto, la Canon produce ancora macchine fotografiche mentre la Zenit ha chiuso da vent’anni; anche se la mentalità che l’ha generata sembra sopravvivere ancora, sfilacciando nel terzo millennio brandelli consunti del Novecento peggiore.
Come oggi a Bucha.

Odessa nel cuore

L’arrivo, navigando in solitaria, a Odessa è stata una delle cose più emozionanti che abbia mai fatto in vita mia. Come scrissi allora, era il 2016, avevo l’impressione di entrare non in un porto ma nella Storia.

Odessa è una citta piuttosto giovane (è stata fondata nel Settecento), ma ha vissuto gli ultimi due secoli al centro degli eventi mondiali, da quelli del commercio, di cui divenne un importante snodo, ai primi moti rivoluzionari del Novecento (la corazzata Potëmkin si è ammutinata qui) al terribile sterminio della popolazione di religione ebraica che ammontava a trecentomila persone e costituiva un terzo degli abitanti.

Gli odessiti mi erano sembrati riservati ma comunque sempre gentili, e non ho mai avuto alcun problema nonostante le guide turistiche avvertissero dei pericoli in alcune zone della città. Percepivo solo una gran voglia di vivere, più che legittima dopo decenni di oppressione sovietica. Ma forse bisognerebbe dire russa, perché il regime comunista è stato un’oppressione non solo politica e militare ma nazionalistica.

Durante lo stalinismo l’Ucraina ha patito una terribile tragedia di cui fuori dai suoi confini non si parla molto: l’Holodomor. Stalin, con un pretesto, avviò un genocidio silenzioso degli ucraini sequestrando i raccolti, entrando nelle case a perquisire le dispense e uccidendo chi aveva anche un solo un uovo nascosto invece che consegnato alle autorità: russe, perché nei posti di comando erano stati messi i russi in tutte le repubbliche dell’Unione.

La Storia purtroppo si ripete e, come spesso accade, il nazionalismo, inteso come incapacità di convivenza pacifica con il diverso da sé, è alla radice del conflitto: se non come reale ragione, come foglia di fico per interessi economici. Che pena per chi sta patendo e patirà le terribile conseguenza di questa inutile guerra, che pena per la bella Odessa e i suoi abitanti!

Per approfondire: www.laveladiodessa.it

Premio letterario città di Mesagne

Premio letterario nazionale città di Mesagne (Puglia), XVIII edizione.
Tra i vincitori anche il sottoscritto, con il libro La vela di Odessa (già premiato al premio Marincovich per la letteratura di mare).
Giuria di primordine e cerimonia di consegna del premio al teatro comunale, con tanto di sindaco e senatore della circoscrizione locale.
Emozione e soddisfazione davvero grandi!

Nuove parole di carta

Un nuovo libro, il terzo, per Piazza Grande.

La vela di Odessa. Una navigazione tra le acque e la storia del Mar Nero e dell’Egeo.

Una lunga navigazione in un mare ignorato dai diportisti, 3600 miglia circa, che mi ha condotto fino a Odessa, in Ucraina. Pensieri e piccole avventure con un occhio sempre rivolto alla storia e alla situazione sociale e politica dei paesi visitati.

Sono davvero soddisfatto del risultato di più due anni di studio, di navigazione e di scrittura
Può essere acquistato sul sito www.laveladiodessa.it o presso le seguenti librerie:

  • Clipper, Via Marcantonio Bragadin, 42 – Roma
  • Libreria del mare, Via Broletto, 28 – Milano
  • Libreria internazionale Il Mare, Via del Vantaggio, 19 – Roma
  • Libreria del viaggiatore, Via del Pellegrino, 165- Roma

Grazie e buona lettura!