L’altrove non è stato Læsø

Quando navigo da solo cerco di evitare di entrare in porti piccoli e sconosciuti se c’è molto vento. Non si sa esattamente dove dirigere (qui non esiste assistenza, si ormeggia autonomamente in qualunque posto libero) né quanto spazio si avrà per manovrare o fare dietrofront se necessario. Stasera sono anche stanco, reduce da due lunghe giornate di vela, la seconda delle quali, oggi, è stata una bolina di quattordici ore con venti nodi. Ho una labile speranza: che ci sia un piccolo spazio ridossato esternamente al frangiflutti del porto di Læsø, un’isola al centro del Kattegat, fra la Danimarca e la Svezia, e potermi mettere all’ancora. Sulla carta sembrerebbe di sì ma quanto mi avvicino mi rendo subito conto che non è assolutamente possibile.


Allestisco allora tutto il necessario per l’ormeggio, che da queste parti può essere su briccole, su finger oppure all’inglese. A volte si riesce a saperlo prima, altre invece bisogna prepararsi a tutte le evenienze abbondando con le cime (ne predispongo in questi casi sei, tre per parte, tutte piuttosto lunghe); l’altezza a cui posizionare i parabordi, invece, non è prevedibile, diventando così una variabile di rischio. Quando passo fra i fanali rosso e verde ho l’onda al traverso e devo tenere una velocità di quasi sei nodi per mantenere il controllo, poi do un colpetto di retro per non schiantarmi sul moletto interno.
Il porto è inaspettatamente semivuoto. Individuo un posto per la mia lunghezza fuori tutto, faccio un cenno di richiesta di aiuto a una coppia che se ne sta beatamente in pozzetto e mi infilo di prua, con il sole dritto negli occhi che mi impedisce di vedere la distanza fra il musone dell’ancora e la banchina. Mi compiaccio con me stesso per la millimetrica precisione della mia cieca manovra e quando vado a prua a lanciare le cime terra, il tizio venuto ad aiutarmi alza una trappa: un gesto che non vedevo da più di un anno e che mi dà la piacevole senzazione di sentirmi a casa.


Il sistema di ormeggio con trappe e corpi morti si usa nei mari non soggetti ad escursione di marea, come il Mediterraneo e come appunto il Baltico. In realtà nel secondo possono verificarsi fenomeni di innalzamento anche di uno o due metri, dovuti però non alla marea astronomica ma a condizioni meteorologiche particolari. Un po’ come succede a Venezia con l’acqua alta, infatti da quelle parti si usano le briccole. Questo di Læsø è evidentemente un porto frequentato da barche di passaggio o di proprietà dei pochi residenti, neanche duemila, che possono intervenire prontamente sulle cime, se necessario, ed evitare che le imbarcazioni si ritrovino impiccate. Insomma, Mediterraneo e Baltico uniti nella trappa!
Chissà poi perché ritrovare qualcosa di familiare mi dà una sensazione piacevole, dato che il solo pensiero delle temperature che sta facendo in Italia quest’anno non mi fa certo provare nostalgia o rimpiangere di essere venuto quassù, dove di giorno si sta tranquillamente in maglietta e pantaloncini e la sera ci si copre apprezzando il tepore che la barca custodisce sottocoperta.
Faccio una doccia calda, una vera goduria dopo una giornata intensa di mare, consumo una cena leggera a base di hamburger e insalata, poi mi infilo anch’io sotto (la) coperta, ovvero in cuccetta, e buonanotte.


Mi sveglio dopo una bella dormita con il sole che splende nel cielo terso. È una giornata dall’aria frizzantina, settembrina come si diceva una volta: poi con il cambiamento climatico è diventata ottobrina, poi novembrina…
Læsø è famosa per due cose: la pesca degli scampi e le saline. Decido di affittare una bicicletta per fare un giro e il noleggiatore mi consiglia di andare alla sagra degli scampi: sono una ventina di chilometri (e altrettanti ovviamente a tornare), mi dice con nonchalance. Troppi per il mio desiderio di una passeggiata tranquilla, ripiego quindi sulle saline. La voglia di assaggiare gli scampi, oltre che dalla distanza, è mitigata dal costo medio di un ristorante da queste parti, praticamente quello di uno stellato in Italia.
Pedalando entro in un bosco di pini che esala odore di resina. Ogni tanto qualche casa con i muri intonacati a calce chiazza di bianco il verde degli alberi che, quando si diradano, lascia spazio al giallo intenso di ampie distese coltivate a frumento. Di nuovo un richiamo all’Italia: i pini, l’odore di resina, i campi di grano… uno parte per cercare l’altrove e prova piacere nel trovare sapore di casa? Strana assai la mente umana!


Le saline sono un paio di antiche costruzioni in legno dove si scaldava l’acqua per estrarre il sale. Ci sono alcuni cartelli che spiegano come avveniva il procedimento ma purtroppo sono solo in danese, devo lavorare di fantasia. Intorno c’è un’ampia area picnic dove diverse famiglie si dedicano a quella che sembra essere una delle attività di svago più in voga in Danimarca, ovvero il barbecu. Ce ne sono dappertutto, anche nei porti c’è sempre qualcuno che gira una griglia con carne e salsicce sulle graticole a disposizione dei barcaioli.
Sono curioso di vedere la costa da questo lato dell’isola, inavvicinabile dal mare per via dei bassifondi. Dalle saline sono circa tre chilometri di sterrato, faticoso perché coperto di brecciolino. In più all’andata mi ritrovo a pedalare controvento, faticando il doppio e avanzando alla metà della velocità: proprio come in bolina! È una zona fangosa, c’è un’aria un po’ spettrale, lunare, sottolineata dall’assenza di presenza umana eccetto il sottoscritto.


Quando riporto la bicicletta, il noleggiatore ha già chiuso i battenti. La lascio fuori in mezzo alle altre: già l’onestà in Danimarca è a tutt’altro livello che in Italia, figuriamoci su una piccola isola. Basti pensare che c’è l’usanza di mettere fuori della porta di casa un tavolino o una bacheca per vendere oggetti usati, piccoli manufatti o prodotti dell’orto. Chi vuole prende quello che gli serve e lascia i soldi in una scatola, qualcuno offre addirittura la possibilità di effettuare il pagamento elettronico. Potrebbe mai funzionare da noi un sistema del genere? E allora, nostalgia di cosa?

Vacanze all’isola di Ærøskøbing 

Quando si mette piede a terra ad Ærøskøbing si ha l’impressione di essere catapultati in un libro di Astrid Lindgren, più precisamente Vacanze all’isola dei gabbiani. Lo so, quel romanzo è ambientato in Svezia e non in Danimarca, ma il normale pressappochismo di chi non è aduso a certi luoghi tende a vedere somiglianze anche quando per i locali equivarrebbe a bestemmiare. Se non è la Lindgren, allora sono le scatole e i plastici dei Lego della mia infanzia, sui cui erano stampati sempre i soliti due ragazzini, uno dei quali, ho scoperto poi, era il nipote del fondatore dell’azienda, di cui è lui stesso in seguito diventato amministratore delegato. E la Lego è danese al 100%!


Dopo una notte all’ancora fuori dal porto nella calma piatta a combattere contro nugoli di moscerini, mi infilo tra i fanali rosso e verde e individuo un posto libero. Sperimento con successo la mia nuova tecnica per ormeggiare da solo sulle briccole (i due pali piantati nell’acqua cui fissare le imbarcazioni, come a Venezia): entro di poppa, quando ho le briccole al traverso mollo il timone e vado a centro barca, dove ho predisposto due lunghe cime a doppino che lancio a mo’ di lazo sui pali. Poi torno al timone e mi accosto in banchina. Se c’è poco vento, funziona; se c’è qualcuno in banchina, funziona anche con un po’ di vento. Sia come sia, ho capito perché le barche da queste parti hanno quasi sempre un robusto bottazzo sulle murate!


Il paese, uno dei centri principali dell’isola di Ærø, è delizioso, sembra Topolinia, tanto per restare all’epoca dei Lego: un grazioso agglomerato di case antiche perfettamente conservate, senza interventi di ammodernamento invasivi. È un luogo turistico, meta di scandinavi, olandesi e tedeschi che, in barca o via terra, riempiono il porto e le strade ma in modo quieto, sommesso. Fa caldo anche qui più del normale e questo cambia un po’ l’atmosfera: non più quella fresca dell’estate nordica ma piuttosto quella mediterranea di qualche anno fa. Osservando il viavai di turisti che salgono o sciamano dal traghetto appena approdato, sembra di stare alle Egadi di trent’anni fa o alle Eolie di cinquanta.


Ci sono tre piccoli musei, quello che mi interessa è il classico museo che racconta la storia del luogo; gli altri sono la casa di un pittore mai sentito prima e una collezione di navi in bottiglia. La tizia all’ingresso mi propone un economico biglietto cumulativo per tutti e tre. 
“I musei qui costano molto meno che in Italia”, puntualizza.
Thanks to the dick”, è il pensiero che come un flash attraversa la mia mente, “non vorrai mica paragonare queste tre stanzette ai Musei Capitolini, agli Uffizi, alla Pinacoteca di Brera, alla Galleria Borghese, ai Musei Vaticani, a…”
Lascio perdere ed opto per un più diplomatico “In Italia ci sono molti musei gratuiti e l’Italia stessa è un museo a cielo aperto”. Devo colpire nel segno perché la tizia resta interdetta e non replica. 


Alla ragazza simpatica e carina che sta in uno degli altri musei faccio invece la solita domanda su come sia la vita l’inverno in un posto del genere. “Molto tranquilla”, mi risponde, “le strade sono deserte, c’è silenzio. Io però mi sono trasferita a Copenaghen, torno qui l’estate perché c’è mia madre”.  Comprensibile che un giovane chieda altro alla vita che non pace e silenzio. Il punto è anche che le attività storiche dei centri minori di mare, legate ovviamente alla marineria e all’indotto conseguente (soprattutto artigianato e commercio) sono ridotte al lumicino. Chi pure volesse restare, cosa potrebbe fare oltre a lavorare nei mesi estivi con i turisti?


Torno a bordo, anche perché per le strade fa troppo caldo per i miei gusti. Fossi alle Egadi aspetterei le otto di sera per il tramonto e un po’ fresco. Qui però, per via della latitudine, fa buio alle undici, il sole resta basso per ore prima di sparire oltre l’orizzonte, è difficile anche schermarlo con un telo. Pazienza, tra un paio di giorni torna il fresco, quello nordico, quello vero, quello per cui ho navigato fin qui.
Faccio due passi all’imbrunire, fra cigni e papere che starnazzano aprendosi al mio passaggio. L’aria è ferma, l’acqua del mare è immobile: l’estate danese è anche questo.

Il ponte immobile

Sto navigando l’ultimo tratto della Standing Mast Route, il tracciato lungo i canali olandesi studiato per essere percorso dalle barche a vela senza necessità di disalberare. Si attraversano diverse chiuse e un numero infinito di ponti mobili di ogni tipo, levatoi, girevoli, basculanti, tutti con la caratteristica di non porre limiti all’altezza delle imbarcazioni. Ci sono anche alcuni passaggi inversi, tunnel automobilistici che scorrono sotto le barche. Partito alla Zelanda ai primi di giugno, sono ora  nell’estremo nord dei Paesi Bassi, diretto a Groningen, capoluogo dell’omonima regione.


Mi è rimasto un solo ponte prima di entrare in città e, passata l’ultima chiusa, accosto al moletto di attesa per aspettare che apra. Non ho fretta, sto navigando da stamattina e sono stanco: l’idea di spegnere il motore e fare una breve sosta non mi dispiace. Con un colpetto di retro fermo la barca, sistemo le cime, poi inizio a rovistare nel frigo in cerca di qualcosa da mangiare, visto che sono le due e mezzo del pomeriggio e non ho ancora pranzato. Neanche due minuti e sento bussare sulla murata. È l’addetto del ponte che gentilmente  mi spiega che alcuni ponti più avanti sono bloccati per il gran caldo. Mi farà la cortesia di aprire e lasciarmi passare, ma quello successivo non è funzionante. Detto in parole povere, sono più o meno bloccato in aperta campagna, tipo Troisi e Benigni nel film Non ci resta che piangere.

L’ondata di caldo che ha colpito la Francia nei giorni scorsi si sta muovendo verso est investendo anche i Paesi Bassi, con temperature davvero folli per questo paese: ieri ci sono stati picchi oltre i trentacinque gradi quando di norma si sta poco sopra i venti. A parte il disagio per le persone e gli animali, c’è un grave problema legato alla dilatazione termica dei materiali, acciaio e cemento, con cui sono costruiti i ponti mobili. Se questa supera una certa soglia, il meccanismo di apertura non funziona più perché le giunture si disallineano. Sono strutture progettate per un clima diverso da quello che stiamo vivendo ultimamente.

La contromisura principale consiste nell’annaffiare i giunti per raffreddarli. Alcuni ponti hanno un sistema automatico, in altri l’omino o la donnina che li manovrano, fra un’apertura e l’altra escono con la pompa e li annaffiano. Un lavoro evidentemente insufficiente al di sopra una certa temperatura, e i ponti del centro di Groningen sembrano esserne la viva testimonianza. Il tizio si congeda, va alla consolle di controllo, e dopo pochi minuti il bestione di acciaio si solleva come una mandibola gigantesca pronta a ingoiarmi.  Sì, d’accordo, ma poi?


Fortuna vuole che fra il ponte e il centro ci sia un marina, che avevo scartato perché un po’ decentrato. È nascosto fra alcuni caseggiati moderni non molto belli e c’è anche un ponticello mobile che deve aprirsi per lasciarmi entrare, ma direi che va benissimo così. Per andare in città prenderò un autobus, per uscire dai canali devo solo aspettare che passi questo caldo assurdo e inusuale.

Intanto segno un’altra bella giornata di navigazione, dal Lauwesmeer, dove ho passato la notte alla boa dopo aver lasciato Dokkum, a qui, attraverso graziosi paesini e una natura spettacolare fatta di campi coltivati e aree completamente selvagge, dimora indisturbata di una fauna variegata e per nulla infastidita dal mio passaggio. L’unica seccatura (a parte il caldo) è stata un’invasione di microscopici moscerini che hanno praticamente ricoperto il ponte e il pozzetto di Piazza Grande: decine di migliaia, annidati in ogni più piccolo interstizio, perfino fra i legnoli delle cime appese alle draglie. Ci sono volute tonnellate d’acqua per riprenderne possesso.


Un ottimo formaggio olandese e un bicchiere di Côtes du Rhône sugellano la fine del giorno malgrado il sole sia ancora alto nel cielo per via della latitudine. Poi un acquazzone, previsto e liberatorio, sembra voler restituire a questa terra il suo consueto carattere.

Meglio di Dumas!

Ci sono amori che non si scordano mai: vale per le persone come per i luoghi, anzi soprattutto per i luoghi. È vero che ritornare nei posti dove siamo stati felici ci espone al rischio della delusione – mi è successo diverse volte – ma stavolta ho deciso di correre il rischio e andare: e ho fatto bene.

Dopo l’attraversamento un po’ rocambolesco di una chiusa (c’era parecchio vento e sono stato a un passo dal traversarmi in uno spazio largo appena due metri più della lunghezza di Piazza Grande) cui sono seguite alcune ore di navigazione a vela lungo un percorso rigidamente segnato dalle boe rosse e verdi per via degli estesissimi bassifondi, sono arrivato a Texel, piccola isola dell’arcipelago delle Frisone occidentali, nel Mare del Nord olandese. Il passaggio ha segnato anche il ritorno all’acqua salata.

Ero stato qui con alcuni amici da adolescente, quando il regalo di promozione del ginnasio era spesso l’Inter-rail, il biglietto ferroviario che a prezzo fisso permetteva di fare il globe trotter per l’Europa per un mese a costo fisso. I voli low cost non esistevano e un aereo aveva un costo proibitivo per un giovane. Non so chi scelse la meta, ma fu davvero subito amore. Il ricordo non si è mai spento, tanto che tornarci è sempre stato un pensiero da quando ho deciso di navigare verso il Nordeuropa. Sono passati più di quarant’anni da quella prima volta, i Vent’anni dopo di Dumas a confronto sono niente!


Oggi c’è più turismo di allora e il marina è stato ampliato circa venticinque anni fa, ma l’atmosfera è rimasta davvero la stessa che ricordavo: poche auto, tantissime biciclette e tanto vento, che non ha smesso mai di soffiare forte anche in porto nel pur ridossatissimo posto che mi hanno assegnato; per fortuna esattamente con la prua nella sua direzione, altrimenti sarebbe stato un problema tenere aperto il tambuccio. Un vento che se da un lato dà qualche fastidio, dall’altro ha reso l’aria così tersa che c’è una luce magnifica.
Passeggiando sulla banchina ritrovo il punto da dove all’epoca scattai una foto: c’è qualche qualche tavolino di ristorante in più, per il resto tutto come allora.

È d’obbligo un’escursione a Den Burg, il centro principale di Texel, a circa cinque chilometri dal porto. Dovrebbe esserci un autobus ma non riesco a trovare la fermata. Mentre la cerco, camminando su una strada deserta, vedo arrivare una macchina. Alzo il pollice (hai visto mai!) e subito si ferma: 
«Vado a Den Burg.»
«Anch’io, sali.»
Perfetto!
Chi ha il coraggio di dire che non è vero che gli olandesi sono gentili?


Passeggio per un paio d’ore per il centro abitato, grazioso e vivace, faccio un po’ di shopping al mercatino settimanale in piazza, poi decido di tornare. Mi trovo dall’altro lato del paese, da qui Google mi dice che ci sono 3,8 chilometri fino al porto. Posso farla a piedi, se poi si ferma una macchina, tanto meglio. Dopo un quarto d’ora di tentativi infruttuosi che minano la mia stima nei confronti della popolazione locale, si ferma un’auto:
«Vado al porto.»
«Anch’io, devo imbarcarmi con la macchina, sali.»
Perfetto!
Dieci minuti e ci siamo; il tizio mi fa scendere e si avvia verso l’imbarcadero per poi sparire nel ventre della grossa nave. 

Mi guardo intorno e in un attimo mi rendo conto di essere nel posto sbagliato. Non è il porto dove sto io, dove attraccano solo i traghetti con i passeggeri, senza le auto. Apro Google e mi arriva una sentenza terribile e inappellabile: sono a 4,2 chilometri da Piazza Grande, più lontano di dove ero prima!
Com’è quella frasetta stucchevole? Trasformare i problemi in opportunità. Anziché tornare indietro sulla carrabile, mi incammino sulla ciclabile che scorre lungo la duna costiera, silenziosa e affascinante, gustandomi il panorama sul mare. Una breve sosta per riposare un po’ e in poco più di un’ora sono a bordo, stanco ma felice. E la seconda conta molto di più della prima!

Il Mare del Sud nel Mare del Nord

Il naturale disincanto che scaturisce dall’età non più giovane mi ha reso piuttosto restio ad avere un colpo di fulmine per un essere umano di sesso opposto al mio, come invece succedeva in passato. Per buona sorte del mio animo sensibile, è viceversa immutata la mia reazione a certi luoghi il cui fascino mi strega non appena ci metto piede (o la chiglia). Un occhiata, due passi, e subito penso: è il mio posto!

È andata proprio così a Enkhuizen (pronuncia Encàusen), un delizioso paese sulle rive di quello che un tempo fu lo Zuiderzee, letteralmente il Mare del Sud, nei Paesi Bassi. All’inizio del Novecento, quando per fermare le continue inondazioni e aumentare la superficie coltivabile (allora fattore fondamentale dell’economia nazionale), gli olandesi costruirono l’enorme diga che ha sbarrato l’accesso al Mare del Nord, lo Zuiderzee è improvvisamente diventato uno dei laghi più grandi d’Europa. Ha perso per giunta la sua salinità a causa dell’apporto di acqua dolce dei fiumi che vi sfociano e che, grazie alla sua minore densità e quindi minore peso, ha modificato la composizione idrica del bacino.

Tutto ciò ha ovviamente causato uno sconvolgimento totale del tessuto economico della zona, che fino ad allora aveva vissuto principalmente di pesca, soprattutto di aringhe, e di tutto l’indotto: dalla cantieristica navale alla lavorazione e commercio del pescato. Oggi Enkhuizen vive soprattutto di turismo, anche nautico, grazie alla notevole disponibilità di ormeggi di cui dispone. Quando arrivo, dopo aver passato la chiusa che dal Markermeer immette nell’IJssermeer, cerco un posto nel porto antico, dove sono ormeggiate diverse barche d’epoca olandesi, quelle con le derive mobili laterali un tempo usate, oltre che per la pesca, per il trasporto delle merci. Purtroppp i posti sono tutti occupati, quindi ripiego sul grande marina, molto bello e comunque a soli cinque minuti a piedi dal centro storico.

Tra le attrattive del paese c’è lo Zuiderzee Museum, un museo davvero particolare la cui visita richiede molte ore: e le merita tutte. È composto da due realtà distinte: una al chiuso, ospitata in un elegante e antico palazzo, dove sono custodite alcune imbarcazioni d’epoca e diversi reperti, da abiti a strumenti da lavoro, che illustrano la vita nello Zuiderzee nei secoli passati. L’altra, all’aperto, è qualcosa di veramente incredibile. I curatori della struttura hanno ricostruito un antico villaggio trasferendo abitazioni e officine in muratura da diversi paesi qui attorno, ricreando diverse epoche in altrettante zone dell’area museale. È possibile quindi entrare in una casa ottocentesca e in una falegnameria nautica di primo Novecento, il tutto arricchito dalla presenza di figuranti che svolgono effettivamente i mestieri della bottega in cui si trovano. Un vero e proprio tuffo nel passato!


Ma Enkhuizen è soprattutto un incantevole agglomerato di case antiche e canali tenuto in modo impeccabile, non come una reliquia ma come una cittadina viva, vissuta e perfettamente funzionante secondo tutti i crismi della modernità della nostra epoca.
Passeggiando per i suoi vicoli, la domanda che sorge spontanea é: perché non tutto il mondo è così? La risposta, probabilmente va cercata nell’animo del popolo che abita questa bellissima e civilissima nazione.
Mi sto innamorando? Mi sa di sì!




Il corso dell’amore – Alain De Botton

"Essere saggi significa anche riconosere quando la saggezza non è praticabile."

L’idea stilistica alla base di questo bel romanzo di Alain De Botton, psicanalista svizzero, è piuttosto originale: la narrazione è continuamente intervallata da corsivi che spiegano al lettore le psicodinamiche sottese alle azioni dei protagonisti e soprattutto alla loro interazione, viziata dal proprio vissuto personale. Chi ha dimestichezza con la psicoterapia sa benissimo di cosa si tratta.

L’impianto narrativo è costruito sull’excursus tipico di molte coppie: innamoramento, matrimonio, figli, disillusione, crisi, ricongiungimento. Quello psicanalitico sul realismo che spesso manca agli individui che compongono la coppia nonché all’incapacità degli stessi di leggersi dentro e prima ancora di leggere dentro il proprio partner. Un po’ come assistere a una terapia di coppia che non siamo noi ma in cui non fatichiamo a riconoscerci e immedesimarci. È anche per questo che il libro prende e scorre rapidamente, pagina dopo pagina.

Realismo, dicevo, perché la tesi dell’autore, illustrata egregiamente in un breve filmato di animazione intitolato Come il romanticismo ha rovinato l’amore di cui consiglio davvero la visione, è che l’idea moderna di amore crei aspettative troppo elevate da soddisfare conducendo inevitabilmente alla delusione e quindi alla frustrazione. Una tesi di cui questo romanzo è quasi una case history.

Alain De Botton sembra confermare che quando gli psicanalisti prendono la penna in mano per raccontare storie di fantasia, lo fanno spesso con grande maestria: si pensi alla Trilogia dei filosofi del grandissimo Irvin Yalom, ad esempio. Del resto la letteratura ha spesso la grande capacità di mostrarci la realtà in un modo che la realtà stessa non riesce a fare.


L’importanza dell’orizzonte – Giovanni Malquori

"Chissà... magari un giorno, arrivando da rotte diverse, torneremo qui."

C’è un comune denominatore che unisce i grandi navigatori, ed è l’umiltà. Non quella modestia di maniera propria di chi si mescola con i comuni mortali come il marchese del Grillo a un tavolo di osteria, ma l’umiltà che scaturisce dalla consapevolezza dei propri limiti di fronte alle avversità del mare, la semplicità di chi sa che ogni oceano è un caso a sé e come tale va affrontato, senza sufficienza ma anche senza eccessivi timori. Giovanni Malquori è certamente fra questi, e lo è dall’alto della sua esperienza: una navigazione intorno al mondo durata venti anni esatti.

Partito alla soglia dei quarant’anni inseguendo i sogni di bambino, è rientrato a quasi sessanta dopo un periplo completo del globo, con ancora negli occhi quella luce che l’aveva spinto a lasciare l’Italia per traversare l’Atlantico. La storia di un uomo normale che però ha osato dirigere la prua là dove sentiva che qualcosa lo chiamava. Un uomo che ha saputo coniugare il suo sogno con la vita normale, fatta di lavoro, famiglia, figli da crescere, alternandosi con sapienza lungo le due direttrici della sua esistenza. La ragione e la passione, per dirla con Khalil Gibran: perché senza cuore non si parte ma senza testa non si torna. O come più prosaicamente recitava una vecchia pubblicità degli pneumatici Pirelli: la potenza è nulla senza controllo.

Fra interminabili traversate e lunghe soste in posti incantevoli, spesso perfettamente aderenti all’iconografica più classica dei mari del sud, con questo libro l’autore ci porta a bordo con lui su Papayaga, una vecchia barca a vela, piccola e modesta ma grande per prestazioni, dove si può scoprire che il sogno di cui stiamo leggendo è anche a buon mercato: non serve essere ricchi. Serve però essere in gamba e riuscire a far quadrare tutto; magari anche con un pizzico di fortuna, che non guasta mai. Sì, perché parliamo di un giro del mondo fatto con un budget davvero limitato; l’antitesi di quelli che senza l’ultima costosissima diavoleria elettronica non osano neanche andare in Sardegna.

Ho avuto il piacere di ospitare Giovanni Malquori al Mare sul Divano, il salotto culturale del mare che da alcuni anni organizzo a casa mia, e lui, con semplicità e naturalezza, ha incantato le circa quaranta persone che lo ascoltavano in silenzio. Ha raccontato di nuotate in mezzo alle balene, di avarie capitate nel peggiore dei momenti, di interazioni amichevoli con popolazioni culturalmente molto distanti da noi; sempre con umiltà.

Un libro che tutti devono leggere: i giovani, per imparare a sognare, i vecchi per capire cosa si sono persi nella vita a non avere osato.

Non esisto – Alberto Schiavone

Nessuno sa qual è il punto finale di un essere umano"

Provo sempre una grande gioia quando incappo inaspettatamente in un romanzo di grande qualità, ancora di più se arriva dopo alcune letture non esaltanti di autori che invece in altre occasioni ho apprezzato molto. In Non esisto di Alberto Schiavone c’è spessore letterario, capacità narrativa, stile originale, analisi introspettiva dei personaggi senza indulgente pietismo né, al contrario, giudicante moralismo; il tutto condito da un pizzico di poesia.

Una giovane donna esce dal carcere dopo aver scontato una pena per un reato di cui non si hanno dettagli, e si ritrova ad affrontare le ordinarie difficoltà della vita quotidiana in solitudine e senza risorse economiche, ricostruendo la propria esistenza un po’ alla volta con tenacia, combattendo con i propri fantasmi interiori e un passato che riemerge per ricondurla nell’abisso.

Quello che colpisce di questo romanzo, per parafrasare Hannah Arendt, è la banalità del dramma, la sensazione cioè che a volte il confine tra un’esistenza serena e appagante e l’inferno sia davvero sottile e per buona parte affidata al caso. Avete presente il bellissimo Match point di Woody Allen? Quando la pallina prende il nastro, nulla del nostro destino è più nelle nostre mani.

Una sensazione simile l’ho avuto con Il sole dei morenti, di Jean-Claude Izzo, in cui si narra di un uomo, un piccolo borghese che conduceva una vita tranquilla e che in un attimo perde tutto, famiglia, lavoro, casa, e diventa un barbone di strada, di quelli sporchi e maleodoranti che tutti evitano. La sensazione chiarissima, al termine della lettura, fu che può capitare a chiunque, la stessa sensazione che ho quando osservo gli avventori della mensa dove ogni tanto vado a cucinare come volontario.

Il punto quindi, come anche evocato dalla copertina, è cosa fare della libertà quando usciamo dalla gabbia. Maria, la protagonista, sente di non esistere perché le manca il riconoscimento degli altri e gli esseri umani, in quanto animali sociali, non sono in grado di sopravvivere isolati perché la loro marginalizzazione diventa la gabbia immateriale da cui è più difficile liberarsi.
Davvero da leggere!

La conquista dell’infelicità – Raffaele Alberto Ventura

"In una società in cui tutto è permesso ma nulla è possibile, ognuno deve imparare a convivere con la consapevolezza che probabilmente non diventerà mai se stesso."

Decisamente uno dei saggi più interessanti che ho letto negli ultimi tempi, una via di mezzo fra l’analisi sociologica e il trattato filosofico, con sconfinamenti in molte altre branche del sapere umano, dall’economia, alla storia, alla psicologia.

Parte dal presupposto che il paradigma su cui si è fondata la società occidentale dell’ultimo secolo, quello del benessere basato sulla crescita, è ormai insostenibile e che lo stesso sia alla base dell’insoddisfazione generalizzata della classe media, le cui aspettative di crescita personale sono nella maggior parte dei casi irraggiungibili, malgrado percorsi formativi interminabili. Non è certo un inedito scoop ma l’originalità dell’autore, antropologo e ricercatore a Parigi, sta nell’illustrarlo attraverso diversi personaggi letterari e cinematografici in modo acuto spaziando da Amleto a Fantozzi, ma anche Ibsen, Spinoza, Kant, Freud e tantissimi altri grandi protagonisti della cultura degli ultimi secoli.

La dicotomia fra avere ed essere, stigmatizzata nel celebre libro di Fromm, ci spiega Ventura, è ormai superata perché l’uomo di questa epoca per adempiere al comandamento morale di diventare ciò che è, di realizzarsi cioè come individuo, ha bisogno di avere, e avere è diventato sempre più difficile a causa della scarsità delle risorse o dell’insostenibilità del loro consumo. Un esempio banale? Io sono un velista ma lo sono in virtù del fatto che posso permettermi di pagare di tasca mia il fatto di esserlo. Se dovessi farmi pagare da altri, un sponsor ad esempio, mi scontrerei con la tragica realtà che gli aspiranti sponsorizzati sono in numero infinitamente superiore ai potenziali sponsor.

La salvezza, se di salvezza si può parlare, risiede non tanto nella capacità di ridurre i propri bisogni (un concetto tutt’altro che recente anche se ultimamente lo si chiama downshifting) ma nell’accettare l’infelicità e la malinconia per ciò che sono, ovvero normali stati d’animo e non patologie da curare con terapie farmacologie o psichiche. E sì, perché la ricerca del sé sembra essersi trasformata da opportunità in condanna. Questo ha trasformato la borghesia da classe privilegiata in classe disagiata che da anni si batte più per conservare ciò che ha che per accrescerlo; e perdere cento euro fa incazzare molto di più di quanto faccia gioire vincere la stessa cifra al superenalotto.

Mala tempora currunt… ce lo dice la cronaca, le guerre in corso, le trasformazioni climatiche o geopolitiche. Ventura ce lo sbatte in faccia, forse con un pizzico eccessivo di pessimismo, a volte in salsa marxiana, ma certo che tutti i torti non li ha.

Sfiorando Albione

Il mare frange rabbiosamente sui mille scogli che mi circondano, esplodendo con fragore sinistro e lasciando al vento teso il compito di dissolvere in un’aria già densa di umidità i resti frammentati della deflagrazione. In questo scenario attraverso il campo minato di rocce affioranti davanti all’Île-de-Bréhat, percorrendo rigidamente il tracciato marcato dalle segnalazioni marittime cardinali. Stamattina sono salpato all’alba per sfruttare al massimo le ore di luce e coprire prima del buio le cinquanta miglia che ho in programma fino a Saint-Quay-Portrieux, un porto corazzato contro qualunque meteo o marea. Insieme a me sono partite altre due barche, una francese e una inglese: mi sono sentito confortato di aver fatto la scelta giusta, quella di salpare con previsioni di due metri d’onda e vento oltre i trenta nodi ma portante. D’altra parte, con la corrente che c’è da queste parti, senza una forte spinta non si avanza.

In teoria passata l’Île-de-Bréhat dovrei essere ridossato, in realtà ogni paio d’ore c’è un groppo, il vento passa da quindici a trenta nodi e le onde da un metro a due metri e mezzo. In Mediterraneo quando entri in un golfo hai la sensazione di essere in uno spazio protetto, qui invece sembra di stare sull’ottovolante. Però non mi ferma nessuno: ogni tanto cancello dal computer il waypoint che ho raggiunto e mi focalizzo sul successivo, continuando a fare lo slalom fra gli ostacoli naturali a una velocità che adesso, fra vento e corrente, è sempre sopra i sette nodi. Quando inizia a piovere me ne vado sottocoperta e lascio Piazza Grande a gestirsela da sola in attesa che smetta.
Alle sei e mezzo di sera scorre alla mia dritta il fanale verde del molo di sopraflutto ed entro nel marina. Dieci ore circa dalla partenza: niente male considerando il tratto che ho fatto a bassissima velocità per la corrente contraria.

È incredibile l’escursione di marea che c’è qui: siamo intorno ai dodici metri. I pali su cui scorrono i pontili galleggianti hanno una altezza impressionante durante la bassa e le passerelle che poggiano sulle banchine sono lunghissime per non diventare ripide come scale a pioli quando sono inclinate verso il basso. Una sera, rientrando in porto dopo il solito rito gastronomico a base di ostriche e Muscadet, mi fermo in cima alla passerella e guardo la sua estremità, dodici metri più in basso, appoggiata al pontile illuminato da una fila di luci: sembra una pista di atterraggio e io il pilota che deve centrarla con il proprio velivolo. Ma forse sono solo gli effetti del Muscadet… a voi, torre di controllo!

A Saint-Quay-Portrieux si sta davvero bene, tutto funziona alla perfezione e il costo non è elevato, quindi decido di fermarmi qualche giorno per riposare un po’. Il marinaio, però, vive in un eterno conflitto interiore: cerca la quiete quando è sballottato dai flutti ma gli basta stare poco tempo fermo in porto per sentire dentro di sé la frenesia del richiamo del mare, quell’anelito interiore, quella sirena irresistibile che lo spinge a sciogliere gli ormeggi dal molo e partire. Ed ecco allora per me una nuova alba con la prua sull’orizzonte, a cercare un’isola che c’è: Jersey, poco più di cento chilometri quadrati appartenenti al regno di sua maestà britannica, malgrado si trovi a pochissima distanza dalla costa francese.

Il mare è stranamente calmo, spianato dal sudovest dei giorni scorsi; non sono più abituato a vederlo così. Il vento è poco ma con questo mare non me ne serve molto per avere una velocità dignitosa. Un gigantesco campo eolico, lungo dieci miglia e largo quattro, mi costringe a una deviazione di rotta per rispettare il divieto di non attraversarlo, mentre mi chiedo quali logiche, economiche, ecologiche, o altro, possano rendere conveniente piantare decine di questi enormi ventilatori in mezzo al mare e collegarli in qualche modo alla terraferma. Arrivo nel tardo pomeriggio nella rada che ho scelto; alcune boe libere mi risparmiano la fatica di calare l’ancora: passo due cime nel gavitello e stappo la solita birra di benarrivato. Sto sottocoperta perché fa un po’ freddo, quando sento delle voci: esco fuori e un gruppo di una ventina di nuotatori, partiti dalla spiaggia, mi ha scelto come traguardo e sta sguazzando attorno alla barca. Scambiamo due parole, io con il cappello di lana in testa, loro nell’acqua in costume da bagno, poi se ne ripartono con nonchalance verso la riva, lasciandomi con il dubbio di chi, se io o loro, abbia sbagliato l’abito. Torno giù prima di congelarmi e chiudo il tambuccio: loro, sicuramente.