Demokràzja

Oggi, di buon mattino, sono andato a votare. Deciso, convinto, perché le elezioni sono sempre un bellissimo esercizio di democrazia: danno al popolo la possibilità di scegliere il proprio futuro o, almeno, a chi affidarlo.
Il seggio era un po’ improvvisato ma sopra le urne capeggiava una grande bandiera colorata: quella del partito di governo (che ha anche organizzato le votazioni), il che conferiva un’aria gioiosa a un contesto triste e sgarrupato.

Mi sono avvicinato agli scrutatori per porgere il mio documento ma mi hanno detto che non era importante, bastava che mettessi una firma su un foglio dove c’era una lista di nomi fra cui il mio. Dietro di loro c’erano due soldati armati di mitra che al braccio avevano una fascia con la stessa bandiera colorata appesa al muro, la qual cosa mi ha dato la sicurezza che tutto fosse regolare e sotto controllo. C’era anche un tizio incappucciato, un supervisore della regolarità che evidentemente si proteggeva da tentativi di corruzione.

Gli scrutatori mi hanno porto la scheda elettorale, un foglio A4 stampato con una stampante da computer e, dato che non erano stare predisposte cabine, mi hanno detto di votare appoggiandomi sul loro tavolo, proprio di fronte a loro. Sono stati così gentili che mi hanno anche tenuto loro la scheda affinché non scivolasse via.

Ho fatto per piegare il foglio ma mi hanno detto che era inutile e che potevo infilarlo nell’urna direttamente così com’era. Un’urna bellissima, fra l’altro: di plexiglas trasparente, così ho potuto vedere chiaramente la mia scheda posarsi sopra le altre senza paura che qualcuno potesse manometterla e modificare la volontà da me liberamente espressa.

Al seggio c’erano diverse persone, alcune molto basse; lì per lì mi sono sembrati bambini, e anche la loro voce sembrava quella di un ragazzino, ma se li hanno fatti votare dovevano essere per forza maggiorenni, forse dei nani con una disfunzione alle corde vocali. Curioso che ce ne fossero tanti tutti insieme proprio lì; magari nei paraggi c’è un casa di cura specializzata nel nanismo disfonico.

Comunque, tutti hanno votato liberamente. Purtroppo un signore anziano, dopo aver votato un partito di opposizione, è scivolato dalle scale: un militare l’ha inavvertitamente urtato sulla schiena con la suola di un pesante scarpone facendolo sbilanciare e precipitare giù. Poveretto, si è fatto parecchio male.

Tornato a casa, ho visto alcune camionette dell’esercito davanti al portone. Ho salito le scale incrociando diversi militari che bussavano alle porte (beh, in realtà anche qui con gli scarponi) invitando le persone ad andare a votare: mi sembra giusto, votare è un dovere civico. Qualcuno ha detto di essere malato e allora gli hanno dato una scheda dicendo che avrebbero provveduto loro a consegnarla al seggio. Davvero un bel servizio di supporto ai disabili!

Non ho capito perché il mio dirimpettaio non abbia aperto: era sicuramente in casa, l’ho incrociato stamattina mentre uscivo. Infatti l’ho rivisto più tardi e mi ha detto che dopo lo scrutinio vuole lasciare il paese. Sinceramente non lo capisco. Fra l’altro mi hanno detto che a quelli che hanno votato verrà dato un premio in denaro. Poca roba, probabilmente, ma di questi tempi anche pochi soldi fanno comodo.

Comunque, io spero davvero che vinca un partito che metta finalmente fine al sistema paradittatoriale instaurato nel nostro paese, dove ci viene imposto di tutto, persino di vaccinarci o mettere la mascherina sui treni.

P. S. Viva l’Italia: pur con tutti i suoi difetti, libera da ottanta anni. Altrove è andata come l’ho raccontata (https://www.corriere.it/esteri/22_settembre_23/imbroglio-voto-diventare-russi-soldati-spalle-schede-aperte-lavatrici-premio-c0609ae6-3b7e-11ed-8e93-4aa9ade4f3e7.shtml).

Il vino della solitudine – Irène Némirovsky

"Nutriva nei confronti di sua madre un odio strano che sembrava crescere con lei; che, come l'amore, aveva mille ragioni e nessuna e, come l'amore, poteva dire: «Perché era lei, perché ero io»."

L’infanzia infelice dell’autrice raccontata in forma di romanzo attraverso le vicende di Helene, una ragazzina in eterno contrasto con la madre che quasi la ignora, preferendo affidarne l’educazione a una istitutrice di cui finirà per ingelosirsi.

Ben scritto, con un’attenzione molto spiccata per le descrizioni di ambienti e abiti che davvero calano il lettore nell’atmosfera dell’epoca (gli anni Dieci del Novecento) nei tre diversi paesi in cui è ambientata la storia: impero russo, Finlandia e Parigi, con frequenti sconfinamenti nelle vicende politiche del periodo.

La crescita di un sentimento di vendetta che monta inesorabilmente con l’avanzare dell’età della protagonista e che finirà per espletarsi in un modo che rivelerà tutto il disprezzo della ragazza per la madre. Una famiglia infelice a modo suo (per dirla alla Tolstoj) da cui affrancarsi per nascere o rinascere.

L’autobiografia di un periodo della vita che ha segnato profondamente l’esistenza dell’autrice, destinata a concludersi tragicamente ad Auschwitz poco dopo la scrittura di questo libro.

Ricostruzioni – Josephine Hart

"Ora so, naturalmente, che il tempo agisce di nascosto e a modo suo. Certe volte aspetta al varco gli incauti e gli tende un’imboscata. Altre volte, in anni di aride notti, disegna un arabesco di piccole rughe sul viso della celebre beltà. Come se un cartografo volesse darle delle indicazioni per il viaggio."

Della Hart avevo letto Il danno, da cui fu tratto un film per la regia di Louis Malle, apprezzandone la capacità di andare in profondità nei suoi personaggi e nelle situazioni in cui si trovano o ritrovano pur limitandosi, almeno apparentemente, ad esporre semplicemente i fatti.

Questo romanzo, scritto in una prosa elegante e raffinata, racconta la ricostruzione di un atroce trauma infantile quale percorso per liberarsene in modo completo in età adulta, cancellando definitivamente il tormento esistenziale che ha provocato.

Le vicende del passato si svelano lentamente, pagina dopo pagina, conquistando il lettore anche con un sapiente uso del pathos, senza che questo diventi morboso o si riveli uno stratagemma di bassa lega per spingere a proseguire nella lettura.

Eccellente anche l’introspezione psicologica dei protagonisti, uno dei quali è addirittura uno psichiatra, descritto durante alcune sedute con i suoi pazienti; cosa che denota una evidente conoscenza approfondita delle tecniche di psicoterapia da parte della Hart.

Un libro sulla mente umana, sui suoi contorti meccanismi, sulla sua solo apparente irrazionalità. Assolutamente fantastico, geniale, eppure evidentemente poco letto se non sono riuscito a trovare su Internet una foto decente della copertina. Nonostante anche di questo sia stata fatta un trasposizione cinematografica riadattata: Il viaggio segreto, di Salvo Andò.

Premio letterario Città di Castrovillari

L’Accademia delle arti, in occasione della decima edizione del Premio internazionale città di Castrovillari, ha scelto di premiare L’insostenibile leggerezza del covid nella sezione narrativa edita.

Sono felice di questo riconoscimento che mi onora e gratifica l’impegno e la fatica che ci sono voluti a scrivere questo libro.

Lo trovate qui: L’insostenibile leggerezza del covid

Era d’agosto

Il bagaglio di un’ospite, smarrito a Termini, ha ritardato la partenza di ventiquattro ore ma anche quest’anno Piazza Grande è salpata verso il mare aperto discendendo fino alla foce il fiume che l’inverno la custodisce, fino a vedere spalancarsi davanti a sé quella sterminata distesa d’acqua salata che, come nessun’altra medicina al mondo, riesce ad curare l’anima di chi naviga.
Un poco di attenzione nel passaggio fra i fanali rosso e verde per via della secca fangosa non segnalata che si è creata recentemente lungo la riva destra poi, una volta fuori, un vento leggero al traverso ci dà il giusto passo sulla rotta che conduce verso sud. Sarà una navigazione nelle acque domestiche del Tirreno centrale, forzatamente tranquilla per via di un problema di salute che al momento mi sconsiglia di affrontare rotte impegnative come in passato; l’importante, però, è prendere il mare, comunque sia.
C’è una ragione in più, quest’anno, che preme insistentemente in questa direzione: il caldo asfissiante che da oltre due mesi sta soffocando le città italiane. Parto anche per cercare un po’ di refrigerio.

Che sia conseguenza dell’azione dell’uomo o semplicemente una fase ciclica della vita del globo terrestre, il riscaldamento globale è un imprescindibile fatto con cui bisogna fare seriamente i conti: a livello politico con azioni che possano limitarlo o mitigarne gli effetti sulla vita del pianeta e delle persone, a livello personale perseguendo stili di vita che consentano di contenere la sofferenza fisica che spesso genera. Sì, sofferenza fisica: almeno per me, di questo si tratta. Vuoi per l’età non più verde, vuoi per il tanto caldo che negli ultimi dieci anni ho preso navigando in zone dove le temperature sono elevate (Andalusia, Nordafrica, Turchia), da un po’ di tempo quando il termometro supera i trenta gradi avverto un disagio che va oltre il semplice fastidio: non mi piace vivere perennemente bagnato di sudore, dormendo male e poco, cercando di evitare, per quanto possibile, qualunque lavoro o attività fisica che possano peggiorare la sudorazione, e patendo anche in termini di concentrazione mentale.
Una volta il disagio era limitato a due o tre settimane l’anno, ora sono tre o quattro mesi: troppi, davvero troppi.
Si parla sempre più spesso di migrazioni climatiche e se la tendenza attuale verrà confermata credo che saremo in molti a dover considerare la cosa.
Al momento, intanto, cerco un po’ di sollievo nella brezza che spinge Piazza Grande facendola avanzare a circa quattro nodi. Calo anche la traina, dopo aver rifatto il nodo al Rapala per evitare strappi delle prede dovuti all’usura del filo di nylon.

Agosto è il mese delle ferie degli italiani e per questo mi aspetto porti e rade affollate, anche se alcuni amici in giro già da un po’ mi segnalano vuoti sorprendenti e inaspettati: forse la crisi economica ed energetica si stanno veramente facendo sentire anche nelle fasce di popolazione meno disagiate. Ma i nostri connazionali al Ferragosto non rinunciano, quindi per quel periodo prevedo il consueto casino. Che poi, il problema non sta tanto nell’affollamento (tutti hanno il diritto di navigare) quanto nella qualità delle persone che si incontrano per mare ad agosto.
La sensazione è che i più si catapultino sulle proprie imbarcazioni trascinandosi tutte le nevrosi proprie delle città, cercando una prepotente affermazione di sé attraverso un’inutile aggressività che si manifesta negli incroci di rotta o in certe assurdi comportamenti quando si sta all’ancora.
Precedenze non rispettate, gommoni che sfrecciano in planata fra le barche alla fonda, grossi motoscafi che sfiorano le barche a vela a folle velocità alzando onde ripide che spesso provocano danni oltre che ovvio disagio. Quest’anno, mentre gironzolavo cercando il punto giusto per calare l’ancora, un tale già ancorato ha iniziato a recuperare la propria catena frettolosamente e, richiamando la mia attenzione, mi ha detto: «Non ti mettere lì perché mi ci devo mettere io», indicando un punto indefinito della superficie del mare. In pratica, «Il parcheggio l’ho visto prima io» in versione nautica!
Le volte che hanno calato l’ancora a pochi metri da Piazza Grande, ormai non le conto più, limitandomi ad affrontarle con rassegnata pacatezza.
Il mare è rispetto, solo con la cultura del mare ci può essere spazio per tutti. Ma forse non solo in mare.

A Ponza, impossibile trovare un posto al pontile: ma con quei prezzi, se pure fosse… Per fortuna c’è Khaled, che per dieci euro fa il taxi-boat con le barche alla fonda al Frontone, la spiaggia vicino al porto. Puntuale, efficiente, cortese, offre un servizio utile che permette, a chi lo desidera, di fare comunque due passi a terra.
E, sempre per fortuna, Piazza Grande ha due pannelli solari che nelle giornate estive erogano quasi 1 kWh al giorno, consentendo ai servizi di bordo di funzionare regolarmente senza la necessità di andare in banchina per ricaricare dalla rete elettrica; alla faccia di Putin!
Sempre belle le Pontine, ed effettivamente noto meno barche del solito per il periodo. Certo, il via vai di gommoni e barchini è quello consueto ma alle sette di sera fanno tutti ritorno in porto restituendo quiete alle rade che spesso impestano con il loro rumoroso sciamare, apparentemente vacuo e senza meta.
Non trovo però un po’ di refrigerante sollievo: anche se le temperature la sera calano, la barca restituisce nella notte il calore accumulato durante il giorno rendendo poco confortevole il riposo notturno.
Per dare un’idea: di giorno le stoviglie riposte negli stipetti sono calde al tatto; mai successo prima di quest’anno.

Ci spostiamo verso sud, facendo tappa a Torre del Greco. Sono stato diverse volte a Napoli, anche in barca, ma non conosco nessuna delle cittadine della fascia costiera, per questo accolgo con favore la disponibilità di un’amica, ospite in passato di Piazza Grande, a trovarci un posto in porto. Una sosta utile anche per fare cambusa e rifornimento di acqua. La città non si può certo definire bella ma, come un po’ in tutta la zona, la carica di umanità e simpatia delle persone fa passare in secondo piano il degrado e la sporcizia (anche se venendo da Roma non sono nella posizione più adatta a notare certe cose).
Che il posto non sia proprio tranquillo lo attesta anche la curiosa abitudine di proteggere i citofoni con una grata di ferro.
Mangio uno dei più buoni casatielli della mia vita che aggiunge una grassa tessera al mosaico adiposo che si va componendo sul mio addome. Ma d’altra parte, l’eterno dubbio resta irrisolto: meglio essere magri o felici? Ci penso su spalmando di alici il tipico pane torrese a base di grano duro, secondo la ricetta locale. Poi molliamo le cime alla volta dell’isola più bella del Tirreno e forse d’Italia (insieme a Pantelleria).

Volendo definire Procida con un solo termine, direi verace. A differenza di quasi tutte le altre piccole isole italiane non si è trasformata in un’industria per il turismo di lusso ma conserva quei tratti paesani che solo nell’entroterra continentale si riescono a volte ancora a trovare. Alcuni angoli, poi, fatti di piccoli archi e vicoli a gradini, rasentano l’iconografia immaginaria della marina dove, prima o poi, ci si aspetta sbarchino i Turchi annunciati dal suono a distesa delle campane. A sventolare sulle teste dei turisti, i panni stesi alle finestre: una delle immagini più belle da vedere nei centri storici ormai tutti invasi dalle insegne dei marchi internazionali dell’alta moda.
Il porto è un salasso: 130 euro per una notte. Ma c’è mio figlio a bordo, ci tengo a fargli vedere l’isola. Alla Corricella si commuove anche lui di fronte a tanta bellezza: qui era il bar di Troisi nel film Il postino (la casa, invece, era a Salina). Assaggiamo le lingue di Procida, un dolce da colazione a base di crema pasticcera: niente male davvero

Sfiorata Ischia, dove passiamo un paio di notti alla fonda, ci muoviamo alla volta della Costiera amalfitana, costeggiandola interamente e godendo di un panorama davvero unico. Colpisce passare dal disordine dell’area napoletana alla cura maniacale che si nota in ogni casa che si affaccia sul mare in questo tratto di costa. Purtroppo il traffico è davvero intenso, spesso insostenibile: un viavai incessante di piccoli traghetti e soprattutto di motoscafi con enormi motorizzazioni che fanno gite giornaliere con i turisti, per lo più americani e giapponesi, sfrecciando fra le barche all’ancora e creando un moto ondoso incrociato che rende impossibile anche solo fare un bagno intorno alla propria barca. Mare Forza yacht, praticamente (lo so, la forza è del vento, ma mi sia concesso).
Se crisi c’è, non è da queste parti.

Per trovare un po’ di quiete ce ne andiamo a Salerno. Se c’è una cosa che mi piace è arrivare in barca nelle grandi città. Intendiamoci, non che non mi piacciano i porticcioli pittoreschi delle isolette (stile Grecia, per capirsi), ma entrare in una grande città che magari trasuda storia da ognuno dei palazzi che compongono la linea di edifici del fronte mare ha un fascino per me incomparabile.
A Salerno sono già stato tanti anni fa, con la barca precedente, e tornarci non fa che rinnovare il ricordo piacevole che ne avevo. Il centro storico oltre che molto bello è davvero ben tenuto; pulito, curato, ordinato ma non per questo non vissuto. Verace anche lui.
Peccato solo per l’orribile costruzione a esedra, eretta recentemente proprio sul porto commerciale e non ancora ultimata: sproporzionata rispetto agli edifici circostanti, non ha uno stile compatibile con le costruzioni preesistenti; anzi, non ha proprio uno stile, e le colonne che la adornano su tutti i piani appaiono grossolane quanto inutili, sia funzionalmente che esteticamente.

Una cosa colpisce navigando in Campania: la musica. Ormai da anni, tutti – bar, esercizi commerciali o privati cittadini – si sentono in dovere di diffondere la loro musica (musica? Mah!) urbi et orbi ad un volume da discoteca. Non c’è rada o porto che in estate non abbia la sua martellante e insulsa colonna sonora: un disturbo acustico permanente, a tutte le ore, soprattutto serali. Perché il sacrosanto diritto di alcuni di divertirsi debba prevalere sul diritto di tanti alla quiete e al riposo non lo capirò mai, ma almeno in Campania, invece del solito estivo tormentone ispanico o di un anonimo tunz-tunz, c’è musica napoletana, melodica, arrangiata, suonata da musicisti capaci.
Una sera, cenando in una trattoria in un vicolo, siamo stati allietati durante tutto il pasto dalle canzoni di Renato Carosone. Quale migliore sottofondo per un piatto di linguine con pesce spada e friggitelli (un accostamento ardito ma vincente)? E al momento dell’amaro, inaspettatamente, è arrivata la melodia di Era de maggio, cantata da Roberto Murolo: un’immortale poesia in musica!

Di fresco, purtroppo, neanche l’ombra (è il caso di dirlo!), né in navigazione né tantomeno a terra, ma quanta poesia si respira da queste parti, in ogni luogo! Siamo lontani anni luce dall’asettico aspetto di molte rinomate località di vacanza, confezionate a misura di turista dopo una valutazione preventiva del suo portafogli. Qui in Campania tutto ancora ha il sapore della vita quotidiana e non del baraccone stagionale; resiste un’identità che è riuscita a non omologarsi pur stando al passo con i tempi e soprattutto senza chiudersi alle contaminazioni esterne. Non è un caso che i bar mettano spesso musica di Pino Daniele: identità e contaminazione, appunto, canzone napoletana e ritmi jazz/blues.

Torno in barca con uno dei migliori equipaggi che abbia mai avuto, simpatico e capace; il clima a bordo è stato sempre sereno, amichevole, collaborativo, sia sopra che sottocoperta. Aspetto che tutti vadano a nanna poi metto la testa fuori dal tambucio: una falce di luna spunta dietro la collina, le luci delle case si riflettono sulla superficie appena increspata del mare e una lievissima brezza spira da terra: tutto appare armonioso e silenzioso. È ancora pace, è ancora amore; anche se fa davvero tanto caldo.

La nave faro – Mathijs Deen

Se si definisce marinaio colui che naviga, essere imbarcato su una nave che sta sempre ferma, ancorata nello stesso punto, può generare un senso di squalifica, di frustrazione, in chi si fa parte dell’equipaggio, soprattutto se ha vissuto o anche solo sognato grandi avventure per i sette mari.

Una nave-faro serve a posizionare una segnalazione luminosa in un punto dove non è possibile costruire un vero faro. O meglio, serviva, perché ormai le navi-faro sono state sostituite da boe automatiche. Questo romanzo racconta la vita a bordo di una di esse, centrandosi soprattutto sull’aspetto umano, sul profilo dei marinai che ne formano l’equipaggio, in un equilibrio che viene improvvisamente e curiosamente rotto dall’arrivo di un capretto vivo che, nelle intenzioni del cuoco, è destinato a diventare uno stufato.

I cambi di turno trasbordando su piccoli battelli raggiunti attraverso la biscaccina in un mare agitato, la nebbia che improvvisa cala e rende la nave ferma un invisibile bersaglio la cui unica difesa sono le segnalazioni sonore previste, i ricordi che si affollano alla mente dei marinai tracciandone la personalità e le cicatrici dell’anima.

Paradossalmente, come l’autore fa dire a un personaggio, chi è imbarcato su una nave-faro vive sul mare, gli altri si limitano ad attraversarlo da un porto all’altro, da terra a terra, avendo il mare come intervallo e non come destinazione. Il mare in questione, in questo libro, è il Mare del Nord di fronte all’Olanda.

Mi ha ricordato Marinai perduti di Jean-Claude Izzo, un bellissimo romanzo simile a questo non nelle vicende ma nella descrizione della vita di mare: non avventura ma routine, non gloria ma sopraffazione, non donne ma sudore e fatica. Da questo punto di vista il mare è un grande inganno per i sognatori. Il mare dà, il mare prende.

La tempesta corsa

Alcuni giorni fa c’è stata una forte tempesta sulla costa ovest della Corsica che ha causato l’affondamento di parecchie barche. Avendo letto su Facebook alcuni suggerimenti piuttosto pittoreschi su come affrontare situazioni del genere, ho scritto un articolo per provare a fare un poco di chiarezza e che Solovela ha avuto la bontà di pubblicare.

Lo trovate qui: https://www.solovela.net/art…/3/barche-tempesta/1352339/la

Per leggerlo occorre registrarsi, ma la registrazione è gratuita.

Le vie dell’Eden – Eshkol Nevo

Dopo Tre piani, di nuovo tre racconti per Nevo, tre storie che più che intrecciarsi si sfiorano, o forse semplicemente si citano in modo fintamente casuale.

Tre personaggi che si ritrovano all’improvviso in situazioni terribili senza aver fatto nulla per finirci dentro. La loro quotidianità, le loro normali vite borghesi, stravolte dagli eventi. Le loro reazioni, la loro sofferenza. Il loro cercare una via d’uscita che non sempre si trova.

Nevo ha la mano del mestierante, di quello che ha studiato e imparato la professione, i suoi romanzi sembrano scritti con la testa e mai con la pancia; questo, in particolare, sembra un esercizio di stile, un compito svolto con diligenza.

Una lettura scorrevole ma, a parte il primo racconto, un po’ scialba, addirittura noiosa per l’ultimo dei tre. Buono per l’ombrellone, chi ha già finito le ferie può tranquillamente evitarlo.

La carta e il territorio – Michel Houellebecq

Folgorato dai primi suoi romanzi che ho letto, ho iniziato una sistematica lettura delle opere di Houellebecq, raccogliendo però, dopo l’innamoramento iniziale, una mezza delusione (Serotonina) e una delusione a tre quarti, come mi sento di definire questo libro.

Non che manchino gli elementi che caratterizzano e rendono più che interessante la sua produzione, e neppure pregevoli pagine con profonde riflessioni e analisi sulla società contemporanea frutto di un acume fuori dal comune, ma nell’insieme il romanzo non avvince.

I fatti ruotano attorno alla vita di un artista di successo che nel racconto incontra e lavora insieme con Houellebecq, rappresentato da se stesso. Divertente che uno scrittore faccia di sé un personaggio di un suo romanzo, senza che questo, e qui si vede la grandezza dell’autore, paia eccessivamente agiografico. Divertente anche che la sua morte per mano assassina venga descritta con minuziosità da criminologo.

Rappresentate attraverso i personaggi principali, l’arte e la letteratura fanno da sfondo alle vicende del romanzo; i due modi che l’uomo ha escogitato per raccontare e raccontarsi vengono messi a confronto in un mondo che tributa loro successi curiosi o inaspettati e a volte, come nella storia qui narrata, più grazie al sapiente uso delle logiche di mercato che a reali valori artistici. Ma forse lo sapevamo già.

La cosa buffa – Giuseppe Berto

Giuseppe Berto è decisamente uno dei più grandi romanzieri italiani del Novecento, e possiede un talento davvero speciale nel descrivere minuziosamente i travagli interiori dei protagonisti delle sue opere. Ne avevo già avuto dimostrazione con il meraviglioso Il male oscuro, ne ho trovato qui una piacevole conferma.

Sono narrate le vicende amorose di Antonio, un giovane provinciale, spiantato e sfortunato, preda delle normali pulsioni sessuali dell’età ma represso da una morale rigida che all’epoca in cui è ambientato il romanzo, i primi anni Sessanta, non si era ancora liberata dai condizionamenti religiosi e borghesi. Attenzione a non leggere la bandella (almeno nell’edizione che ho comprato io) perché è svelata e per filo e per segno la trama, finale compreso, togliendo alla lettura il piacere di scoprire come reagirà il protagonista di fronte alle sue sventure.

Seppur scritto in terza persona, ha tutti i connotati del flusso di coscienza: un vero fiume in piena di parole e pensieri che travolge il lettore senza interruzioni di ritmo. Forse qualche virgola in più avrebbe agevolato la lettura di una prosa fatta di periodi lunghissimi (anche pagine intere) con numerose subordinate su cui a volte bisogna soffermarsi per suddividerle sintatticamente in modo appropriato.

A far da sfondo alle vicende, una Venezia minore, di campi e calli secondari, e i piccoli centri circostanti che mostrano un Veneto ancora povero e campagnolo. E su questo contesto urbano e suburbano fatto di freddo e nebbia, aleggia la depressione, quella stessa depressione che de Il male oscuro è il soggetto principale e che si esprime e prende forma negli interminabili arzigogoli della mente di Antonio, portandoci ora a compatirlo per le sue sofferenze, ora quasi a disprezzarlo per la sua dabbenaggine.

Da La cosa buffa è stato tratto un film, al contrario di un’altra sua famosa opera, Anonimo veneziano, il cui testo letterario è stato un riadattamento della sceneggiatura, scritta questa per prima.
Grande romanzo, grande Berto!