L’isola nell’isola

L’odore inconfondibile della macchia mediterranea si mescola a un vago effluvio di kerosene sprigionato dai motori ormai spenti dell’aereo che mi ha portato, per l’ennesima volta nella mia vita, in terra sarda. Mi basta allontanarmi di qualche passo dal velivolo e avanzare verso l’uscita per liberarmi dal retrogusto fastidioso di idrocarburi e inalare con pienezza il profumo delle piante resinose che, insinuandosi fra le rocce granitiche o lo scisto, ricoprono l’isola resistendo con eroica pervicacia all’azione devastante del vento salato. Ogni luogo ha una sua caratteristica, un tratto che lo connota in modo particolare se non unico; la Sardegna, fra gli altri, ha certamente il profumo del lentisco, del mirto, del cisto, dell’elicriso, del ginepro, del rosmarino, che confondendosi fra loro danno vita a una fragranza che in estate è così forte e inebriante da essere avvertibile, arrivando via mare, anche prima di avvistare terra.


L’aria è fresca, tonificante, quasi frizzantina, resa tersa dalle piogge dei giorni scorsi e dal maestrale, che soffia deciso e che ha reso l’atterraggio un po’ ballerino. In cielo, sparsi a distesa fino perdita d’occhio, piccoli e grandi cumuli sembrano promettere un ripetersi prossimo delle precipitazioni atmosferiche mentre si muovono veloci lungo la direttrice del vento. Anche la temperatura non rende giustizia al calendario in questa strana primavera che, come spesso negli ultimi anni, sembra uno strascico di inverno prolungatosi oltre i normali canoni meteorologici.

In Sardegna mi sento a casa: nei decenni è stata per me terra di vacanze, di amicizie, di amori, di avventura, di mare, di vela, di pesca, di cultura e di scoperte antropologiche. Venirci in aprile, quando l’orda vacanziera non ha ancora invaso ogni metro quadrato di costa e gli abitanti delle località turistiche non hanno ancora messo in scena lo show estivo fatto di locali alla moda e intrattenimento stereotipato con cui si guadagnano – giustamente – da vivere, offre il beneficio ulteriore di godere del privilegio della quiete.
Un breve tragitto stradale mi conduce fino a Palau dove mi aspetta il traghetto per la Maddalena.


Quale che sia il mezzo che ci porta, l’arrivo su una piccola isola è sempre un momento emozionante. Si ha il senso della meta raggiunta, dell’arrivo in un microcosmo che il mare protegge da tutte le brutture del mondo – e in questo momento, fra pandemia e guerra, il periodo è decisamente brutto – e che in una qualche misura proteggerà anche noi, isolandoci. Razionalmente sappiamo che non esistono isole felici, soprattutto in questa nostra epoca globalizzata e interconnessa a livello planetario, però a volte si ha bisogno di pensare che non sia così.

L’incomparabile bellezza della Maddalena e del suo arcipelago è cosa nota, e perdersi con lo sguardo fra i suoi colori accende l’anima: il mare che vira dal blu al turchese, le varie tonalità del granito, tra il rosa e il grigio, e il verde intenso della macchia mediterranea, ancora più vivido in primavera, fra cui spiccano il giallo della ginestra, il bianco dell’infiorescenza del cisto e dell’asfodelo, e i tappeti di carpobrotus, una pianta piuttosto invasiva conosciuta anche con il nome di fico degli ottentotti (vai a sapere perché) e che produce dei fiori a petalo di un colore viola molto forte. Chi è abituato alle distese brulle, al giallo spento delle sterpaglie estive resta facilmente a bocca aperta di fronte a questa stupefacente esplosione di natura e di vita.


Dai punti più alti si gode della vista delle tante isole, isolette e scogli che punteggiano la distesa azzurra del mare fino alla costa meridionale della Corsica, rendendo il panorama variegato come in pochi altri posti in Mediterraneo: ovunque si volga lo sguardo, non c’è un punto in cui il paesaggio appaia piatto e monotono. Avvicinandosi invece alle rive, si gode dell’esclusività di spiagge altrimenti affollate di bagnanti; la sabbia è spesso modellata dal vento che forma le tipiche piccole coste anziché rimestata in modo disordinato dai passi di migliaia di persone. C’è un qualcosa di poetico nell’osservare questo meraviglioso spettacolo ascoltando il leggero sciabordio della risacca sulla battigia appena sovrastato dal sibilo del vento.

La Maddalena ha anche un bellissimo centro abitato, antico e aggraziato, elegante e curato; anche qui la mancanza di turisti dà leggerezza e fruibilità al luogo. A differenza di molte altre piccole isole italiane, questa non si è votata esclusivamente al turismo, grazie anche alla consistente presenza di personale della Marina Militare che qui ha da sempre un importante presidio. La collocazione strategica, al centro del Tirreno, rende quest’isola un punto formidabile di controllo del traffico navale fin dai tempi antichi: Horatio Nelson, tra la fine del 1803 e il 1804, tenne ancorata qui la sua flotta per alcuni mesi per controllare i francesi prima di spostarsi a capo Trafalgar dove, pur vittorioso, perse la vita. La leggenda narra che si invaghi di una bella maddalenina, Emma Liona, ma in realtà il nome è una semplice italianizzazione dell’amante dell’ammiraglio, l’inglese Emma Hamilton, che da nubile faceva Lyon di cognome.


Prima di lui, nel 1793, giunse un giovane Napoleone che cercò di prendere l’isola ma si trovò ad affrontare l’inaspettata resistenza dei maddalenini, capeggiati dal luogotenente Domenico Lioni detto Millelire, che cannoneggiarono la flotta francese fino a costringerla alla fuga. A ricordo dell’impresa, la piazza che si affaccia su cala Gavetta si chiama XXIII febbraio, giorno in cui si svolsero i fatti e ospita un monumento a Millelire: una stele sulla cui sommità è posta una palla di cannone sparata allora dai francesi verso l’abitato.

Ma il personaggio che spicca su tutti nell’arcipelago della Maddalena è certamente Garibaldi, che qui scelse di finire i suoi giorni, sull’isola di Caprera, fra la gestione della fattoria che aveva messo in piedi e le tresche con le donne di servizio della casa. E qui venne sepolto, anche se qualcuno sussurra che in realtà, nel rispetto della sua volontà, la salma sia stata segretamente riesumata e cremata. La sua casa è visitabile e interessante è anche la visita al Compendio garibaldino, un’antica fortezza riadatta a museo del Risorgimento, dove è possibile ripercorrere tutti i momenti salienti del processo politico e miliare che ha portato all’unità d’Italia.


Ed è incredibile come un’isola così piccola possa essere stata tante volte al centro della Storia: nel 1943 venne condotto segretamente qui Benito Mussolini, deposto il 25 luglio dal Gran consiglio del fascismo, per nasconderlo nel timore che i tedeschi lo liberassero, come poi avvenne dopo che fu trasferito sul Gran Sasso, in Abruzzo. Venne fatto alloggiare a villa Weber, una costruzione in stile moresco fatta edificare da un nobile inglese nella seconda metà dell’Ottocento in località Padule, ma la sua presenza venne notata dagli isolani e rapidamente ne giunse voce ai militari tedeschi che organizzarono un colpo di mano per portarlo via. Le autorità italiane, però, ebbero sentore che il nascondiglio fosse stato scoperto e furono più leste: all’alba del 28 agosto un idrovolante decollò dallo specchio acqueo antistante l’ammiragliato con a bordo il prigioniero. Poche ore dopo, i tedeschi travestiti da marinai italiani, si recarono a villa Weber con la scusa di consegnare della biancheria lavata ma trovarono solo un carabiniere di guardia che li avvertì che in casa non c’era ormai nessuno.
La villa oggi è in totale abbandono e se ne scorge solo una torretta dalla strada che da Padule sale verso la collina.

Passeggiando la sera in paese si gode del fresco e della tranquillità: in giro quasi solo maddalenini e marinai, pochissimi i turisti, pochi gli avventori di bar e ristoranti che nel giro di un paio di mesi saranno invece pieni fino a scoppiare. Il bello della Maddalena è anche questo: essersi saputa mantenere nella sua identità senza lasciarsi snaturare completamente dal turismo, senza chiudere completamente i battenti per dieci mesi l’anno nella pigra attesa della stagione estiva. Una Sardegna nella Sardegna, un’isola nell’isola, una quiete vitale quale alternativa alla frenesia.

Chiuso per non ferie

Il clangore dell’ancora del traghetto, che lasciata cadere di peso trascina la sua grossa catena a maglia rinforzata e la fa scorrere nell’occhio di cubia, desta il porto dal torpore autunnale. Il grosso mezzo ruota su se stesso al centro del bacino, davvero a pochi metri da Piazza Grande ormeggiata sul molo opposto, e  con un breve ruggito del motore e il ribollio delle acque intorno porta la poppa in banchina. La manovra provoca una vibrazione che che si ripercuote sulla mia piccola imbarcazione facendo stridere le cime di ormeggio al ritmo della risacca.

La pioggia ha cessato da poco di cadere, il cielo è ancora grigio ma piccoli squarci di azzurro in lontananza promettono momenti di sole nelle prossime ore. La temperatura, comunque, è mite già così. Il basolato del molo, sgombero di persone come mai in estate, è ricoperto da un sottile strato di acqua che qua e là forma qualche piccola pozzanghera. Due uomini in divisa parlano tra loro di fronte ai mezzi navali dei rispettivi corpi di appartenenza, ingannando forse il tempo nella vacuità di incombenze urgenti.

Le isole minori hanno due volti: quello estivo, vacanziero e confusionario, e quello invernale, silenzioso, taciturno, quasi letargico. Andarci fuori dalla stagione turistica, un tempo ne offriva un’immagine arcaica dove emergevano stili di vita ancestrali che il clamore non permetteva di notare. Si potevano ritrovare ritmi di vita più lenti di quelli cittadini o apprezzare le piccole cose, come perdersi in chiacchiere con un locale che disponeva in abbondanza di quella ricchezza che chi vive in città non ha più: il tempo. E con esso la volontà e il piacere di donarlo a un forestiero.

Negli ultimi decenni il turismo – e tutto ciò che gli ruota attorno – ha soppiantato qualunque altra attività economica, e le piccole isole si sono ritrovate così a vivere ogni anno tre mesi di frenesia e nove di attesa che sconfina a volte nella noia. La pesca, complice anche il depauperamento degli stock ittici, è stata abbandonata quasi ovunque e spesso è tenuta in vita dall’ostinazione di alcuni appassionati, ridotta a mera testimonianza del passato. Altre attività, generalmente, nelle isole molto piccole se ci sono sono storicamente sempre state marginali.

Il paese è quasi completamente serrato. La sfilza interminabile di pub, ristoranti, bar, pizzerie e quant’altro ha le saracinesche abbassate e gli ingressi sprangati. Le pergole antistanti, senza tavoli né sedie risposti per proteggerli dalle intemperie, appaiono ingombranti e inutili di fronte al mare. I pochi esercizi commerciali aperti operano a regime ridotto. Tra questi, un paio di negozi di alimentari, la farmacia, un ferramenta, una piccola rivendita di materiale edile: in pratica quelle stesse attività che durante il lockdown sono state le uniche lasciate aperte dal governo perché ritenute indispensabili per la sopravvivenza.

Il destino di questi luoghi, tanto preziosi quanto fragili, sembra ormai segnato, al pari di quello di tanti centri storici delle città italiane: la loro bellezza è anche la loro condanna, perché una politica avida e miope li ha trasformati, o ha lasciato impunemente che si trasformassero, in parchi a tema dove l’elemento umano e sociale è stato messo stupidamente a margine. Un’isola, una citta, un qualunque posto, esistono in quanto tali quando le persone ci abitano, li animano, gli conferiscono un’impronta caratteriale propria, non quando si limitano a inscenare uno spettacolo stagionale per gli avventori.

In mancanza di questo, tutti i luoghi finiscono per somigliarsi e alla prima crisi del turismo, come si è visto a volte durante la pandemia, appariranno come la maschera triste di uno show senza più spettatori. Ribellarsi alla trasformazione del mondo in una Disneyland globale vuol dire salvare i luoghi e consegnarli vivi alle generazioni future.

Rientro a bordo dopo aver fatto un po’ di spesa al supermercato. Sul corso quasi deserto un paio di persone che camminano in senso opposto al mio mi scrutano curiose: le buste della Conad mi indicano implicitamente come uno che abita qui e loro sembrano domandarsi chi sia quest’uomo sconosciuto che ha sull’isola un posto dove cucinare, quindi una casa. I nostri sguardi si incrociano: ricambio il sorriso e il cenno di saluto, anche se la mia casa in questo momento è il mare.

Tirreno d’inverno

La sveglia è puntata alle sei in considerazione dell’alba che è prevista alle sette. Dato che le giornate si sono accorciate molto vorrei partire con il primissimo chiarore per sfruttare tutte le ore di luce, ma lasciare da soli un ormeggio a pacchetto lungo il fiume è sempre una faccenda lunga e complessa, e quindi finisco con il mollare l’ultima cima che mi vincola alla barca di fianco alle sette passate, sollazzando con lo spettacolo un grosso cigno (sulla foce del Tevere ci sono i cigni) che ha osservato con attenzione ininterrotta tutta la manovra. Ho indosso la cerata completa e gli stivali, più a protezione dell’umidità, che ricompre completamente la coperta di Piazza Grande, che del freddo; l’aria è incredibilmente tiepida per la stagione.

Discendo il fiume a favore di corrente e recupero i parabordi che penzolano ormai inutili sulle murate, mentre ai mie lati sfrecciano alcune piccole barche di pescatori mattinieri e impazienti e sopra la mia testa alcuni gabbiani disegnano volteggiando le prime loro parabole aeree della giornata. Esco dal fiume e mi metto in rotta per Palmarola, cinque miglia a nord di Ponza. Il vento è leggero e le vele hanno bisogno di un po’ di aiuto dal motore per dare una velocità decente. Prendo il mare per rispondere a quel richiamo interiore che chi naviga conosce bene: il mare chiama, soprattutto quando l’anima ha bisogno di essere accarezzata. Qualche giorno da solo a galleggiare sull’infinita distesa azzurra mi aiuterà a fare chiarezza dentro di me su alcune questioni difficili che sto affrontando in questo periodo.

La navigazione scorre tranquilla, prevedibile, senza sorprese, come la costa laziale che sfila alla mia sinistra. Gioco infruttuosamente con la traina, leggo, scrivo, scambio qualche messaggio con un paio di amici, controllo che tutto sia a posto e in sicurezza, mi godo l’atmosfera. Il sole scalda progressivamente la giornata e verso l’ora di pranzo ho rimosso tutti gli strati di abbigliamento che indossavo, fino a restare in maglietta. Passato Capo d’Anzio consumo un rapido pasto a base di focaccia imbottita di prosciutto poi mi gusto il caffè in pozzetto.

Verso le quattro e mezza del pomeriggio, l’incanto di un tramonto spettacolare: il sole si riflette su alcuni cirri sfilacciati marezzando il cielo di un arancione che vira al rosso fino a spegnersi oltre la linea dell’orizzonte. La temperatura dell’aria ovviamente cala e  io ricompongo progressivamente tutta la cipolla di indumenti che avevo sfogliato qualche ora prima.

Il profilo di Palmarola è ben visibile nell’oscurità stemperata da una luna brillante. Alla base dell’isola, disabitata in questa stagione, osservo una decina di luci a pelo d’acqua: troppe per essere barche alla fonda in una sera di novembre. Avvicinandomi scopro essere piccole imbarcazioni da pesca che ciondolano su un mare oleoso e senza vento. 

Raggiungo il punto che ho scelto sulla carta per dare ancora ma trovo una leggera onda morta che di sicuro minerebbe la tranquillità che auspico per la notte, pertanto non libero neppure il ferro dal musone e giro immediatamente la prua per mettermi in rotta per Ponza, dove il ventaglio di possibilità per ancorare è più ampio. Chiaia di luna è esposta allo stesso modo quindi le condizioni meteo saranno con tutta probabilità le stesse ma decido comunque di dare un’occhiata prima di ripiegare su Cala Feola, meno ampia e più profonda. In un oretta scarsa ci sono, ma anche qui mi basta un’occhiata per capire che non è aria. Un grosso catamarano oscilla vistosamente malgrado la maggiore stabilità dei multiscafo alla fonda. 

Ancora mezzora di navigazione e alle otto e mezza calo un generoso calumo che mi garantirà un ancoraggio sicuro. Lascio raffreddare il motore per qualche minuto prima di spegnerlo poi accendo la luce in testa d’albero e scendo sottocoperta a prepararmi la cena.

Le luci delle case che dalle colline che circondano la piccola baia si affacciano sul mare puntinano la notte, luccicando intermittenti attraverso gli oblò della tuga. Ogni tanto si sente il rumore di un entrobordo che rientra in porto e in lontananza l’abbaiare stanco di un cane. Tutto mi arriva ovattato, il mondo convulso della terraferma sfuma in lontananza, sovrastato da un mite sciabordio sullo scafo. Piazza Grande, fedele compagna di tante navigazioni, mi abbraccia cullandomi dolcemente nella notte: la poesia a volte è dietro l’angolo, quasi sotto casa.

Lo straniero

Sono ormeggiato lungo una banchina mattonata cinta di pietra, qualcosa che somiglia molto a un marciapiedi. Non è un marina privato ma un porto pubblico: non ho servizi e non ho luce o acqua, se non le mie scorte. Le mie finestre, gli oblò, si aprono poco sopra il livello stradale, come quelle di un basso, di un seminterrato. E come in un seminterrato, raccolgono polvere.

Le persone passeggiano a un metro da me, gettano uno sguardo curioso e scrutano oltre il tambuccio, violando in un certo senso la mia intimità domestica. I bambini giocano a palla, urlando come fanno i bambini e rincorrendosi fino allo stremo. Proprio di fronte c’è una panchina dove la sera le coppie si siedono a scambiarsi un bacio o a chiacchierare e io, mio malgrado, ne colgo a volte i discorsi, le promesse e le parole d’amore.

Quando cucino, i miei odori si spandono fino alla piazza: il profumo di frittata o cipolla soffritta si mescola per un po’ ai gas di scarico delle auto in circolazione (poche, per fortuna). Se fa caldo, mangio in pozzetto, offrendomi alla vista di chiunque voglia informarsi sui miei pasti.
Faccio la doccia all’aperto, sulla spiaggetta di poppa, strofinando il mio corpo insaponato davanti agli occhi tutti. Cerco di farlo rapidamente, con discrezione, in momenti in cui non c’è molta gente. Sia perché penso che qualcuno potrebbe non gradire lo spettacolo, sia perché anche questo, in fondo, è un momento di intimità violata.

Una sottile strato di vetroresina è la mia sola protezione dalle intemperie, il mio unico riparo dal sole o dalla pioggia. Per difendermi da entrambi posso solo rintanarmi sottocoperta. Se c’è il temporale sono costretto a chiudere tutto e restare tappato dentro fino a quando smette; un po’ come gli zingari nelle loro roulotte.
Vivo in piazza, come un nomade, e sono arrivato dal mare. Non per restare, se non per un breve periodo fatto di interazioni fugaci con chi abita stabilmente questo posto. Spesso trovo cortesia, a volte noncuranza, raramente ostilità, perché i luoghi che affacciano sul mare sono abitati da genti abituate allo straniero.

Quando dopo giorni di navigazione si entra in un porto, si ha voglia principalmente di protezione e accoglienza. Si ha bisogno di un riparo dalla furia degli elementi naturali, di un momento di ristoro dalla stanchezza accumulata. Si ha bisogno di una mano amica che con un sorriso, magari indurito dal sale, prenda la nostra cima, e la trasformi in un cordone ombelicale fra noi e la terra, la madre terra.

Mi trovo in un tratto di mare percorso continuamente da gente in fuga. Non mi interessa indagare da cosa; chi va per mare ha spesso qualcosa da cui fuggire, fosse anche semplicemente se stesso. Anche se ne ho percorso la stessa rotta, a differenziarmi da quelle persone sono principalmente due cose: il colore della pelle e il portafoglio, per quanto il mio non sia granché gonfio. Due cose, soprattutto la prima, che non mi sono conquistato con grossi meriti personali e che certamente non possono costituire una discriminante per l’accoglienza. Eppure lo sono.

Anch’io qui, come loro, sono uno straniero, anche se a differenza loro ho una casa dove tornare se ne ho voglia o bisogno. Ma anch’io, adesso, sono da solo in una terra straniera dove potrei avere la necessità di qualcuno che mi sostenga. E nel momento in cui qualcuno ti sostiene, cessi di essere solo, di essere straniero. Per questa ragione non negherò mai a quelle persone il mio appoggio e il mio aiuto: perché forza di additare e sottolineare la diversità dell’altro ci si ritrova, prima o poi, a essere il diverso di turno.
Chi va per mare sarà sempre mio fratello, sempre.
Bisogna innanzitutto accogliere, se si vuole essere accolti.

De Sardiniae circumnavigatione

Soffia a circa venti nodi il maestrale che spinge Piazza Grande in modo deciso quando le rocce levigate di Capo Testa sfilano alla mia dritta. Orzo leggermente e dirigo la prua verso l’isola di Cavallo, per attraversare perpendicolarmente le Bocche di Bonifacio e concludere così la circumnavigazione in senso orario della Sardegna, completata nel termine delle cinque settimane previste. C’è ovviamente onda da ovest, che però esalta più che infastidire; sono le condizioni ideali per una veleggiata spumeggiante.

Non sempre, durante questa rotta, il vento e il mare mi sono stati favorevoli, anzi spesso mi sono trovato a percorrere lunghi tratti bordeggiando controvento oppure a motore. Solo una volta, nel golfo di Oristano, una forte maestralata mi ha costretto ad una sosta di tre giorni. divisa fra porto e rada (un meraviglioso ancoraggio di fronte alle rovine fenicie di Tharros). Tutto era comunque stato annunciato con largo anticipo, quindi nessun problema o difficoltà, se non l’impossibilità di fermarsi nel bel tratto di costa precedente, quello che va da Portoscuso a Capo Frasca, interamente esposto ai venti dei quadranti occidentali.

Forse è stata una delle poche volte in cui i siti meteo hanno indovinato la previsione: ne consulto quotidianamente diversi e ognuno dice la sua. Raramente concordano e molto spesso nessuno ci azzecca. Sarà per il riscaldamento globale, sarà per il caldo torrido di questa estate, ma programmare la navigazione giornaliera è stato spesso un terno a lotto: nel dubbio, sempre alla ricerca di un ridosso sicuro da tutti i quadranti, cosa ovviamente impossibile nella maggioranza dei casi. Settecento miglia percorse nell’incertezza. Beh, non sempre, ma spesso.

È stata una bellissima esperienza, durante la quale ho rivisto posti che avevo frequentato da terrestre molti anni fa, girando l’isola in auto e con il gommone al traino per fare pesca subacquea, e ritrovandoli quasi sempre come li avevo lasciati. Tra le poche differenze che mi sono saltate agli occhi, le molte spiagge attrezzate, un fenomeno che una volta in Sardegna era piuttosto raro. Inutile dire che in un’isola che deve molto del suo fascino all’essere selvaggia, il lido con gli ombrelloni tutti uguali e musica banalissima, sparata a tutto volume alle dieci del mattino, svilisce inevitabilmente l’ambiente. A Villasimius è stato così, ma anche altrove l’atmosfera che ho percepito è stata quella del parco divertimenti estivo. Ognuno fa le vacanze come vuole; a me, però, queste cose fanno fuggire a gambe levate.

Molti mi avevano messo in guardia dicendo che, abituato alla solitudine dell’Egeo e del Mar Nero, mi sarei trovato malissimo. Invece devo dire che a parte il tratto di costa che va da Capo Testa a Cala Brandinchi, più alcune altre piccole aree come Stintino o le calette del Golfo di Orosei, ho sempre trovato ancoraggi tranquilli e poco frequentati. Un paio di nomi: Capo Comino, sulla costa est, e Cala Piombo su quella meridionale. Quest’ultima è zona militare e la navigazione è tollerata solo in estate.

Ovviamente lungo la costa nordorientale la situazione è ben diversa, tanto che lo stato del mare è perennemente “Forza yacht“, determinato cioè dall’incessante via vai delle grandi barche a motore (che poi, dove andranno con tutta quella fretta?), le quali provocano ripide onde incrociate che disturbano l’ancoraggio. Per fortuna verso sera rientrano puntualmente in porto e tutto torna placido.

In sostanza, nauticamente parlando, un po’ tutta la Sardegna non è poi così affollata come potrebbe, fatta esclusione per le settimane tra la metà di luglio e il venti di agosto all’incirca. Una pacchia per chi la ama e ha la possibilità di visitarla al di fuori di quel periodo, anche perché i prezzi degli ormeggi subiscono una salita verticale durante l’alta stagione. Il turismo di massa è spesso invasivo, poco rispettoso e degradante, e la Sardegna ha saputo tenere alto il livello dei suo ospiti. Penso però che una stagione turistica più lunga porterebbe ricadute positive sull’occupazione. La Grecia è piena di diportisti nordeuropei da maggio a ottobre; forse, incentivandoli in qualche modo, alcuni di essi potrebbero dirottare da queste parti la loro navigazione.

E comunque di pesce in Sardegna ne è rimasto davvero poco (anche se certamente più che nei mari greci), forse tanto varrebbe imporre il blocco totale della pesca per un paio d’anni, nella speranza che gli stock ittici si riformino e magari ritorni anche remunerativa la pesca professionale. Quella hobbystica, per quanto mi riguarda, quest’anno è andata piuttosto male sia con la traina che con il fucile, anche se un paio di volte solo per colpa mia: ho sbagliato mira salvando involontariamente la vita a due belle cernie.

La cosa che un po’ mi spaventava della Sardegna è il costo dei porti. Per quanto non senta affatto il bisogno di mettere le cime in banchina tutte le sere, ogni tanto bisogna farlo: vuoi per fare rifornimento d’acqua, vuoi per fare cambusa, vuoi per imbarcare o sbarcare qualcuno. Con un po’ di attenzione sono riuscito sempre a pagare cifre accettabili, nell’ordine dei trenta/quaranta euro. La sosta più cara è stata a Marina Piccola a Cagliari, dove ne hanno voluti sessanta. Ovviamente tra Palau e Tavolara i prezzi sono molto più elevati, come pure a Villasimius e a Marina di Capitana: ma lo sapevo e ho evitato accuratamente di fermarmi. La sorpresa positiva è stata invece Stintino, dove mi aspettavo un salasso e invece ho pagato trentasette euro. Voci di banchina mi hanno riferito che a Porto Cervo si sta sui trecentocinquanta a notte, ma a me che mi frega di Porto Cervo? Mai stato tipo da Costa Smeralda, anzi sono decisamente agli antipodi di quella fauna umana, di quel modo di vivere il mare.

Tornare in Sardegna dopo anni di Grecia ha avuto anche un altro interessantissimo risvolto: la gastronomia. Adoro i greci e la Grecia ma la loro cucina si riduce a cinque o sei piatti, sempre quelli in qualunque località o isola, e alla fine vengono inevitabilmente a noia. Si aggiunga anche che, nonostante sia una terra di pastori e allevatori di bestiame, la loro produzione di formaggi e salumi è piuttosto limitata (feta ovunque) e di qualità scadente, i salumi soprattutto sono davvero di scarsa qualità. In Sardegna, invece, la produzione di entrambi è variegata e di ben altro livello e io ne ho approfittato ogni volta che ho potuto, accompagnando il tutto con pane carasau (anzi, guttiau) e annaffiando con l’ottimo Cannonau, reperibile ovunque a prezzi ragionvoli. Va da se che a bordo o a terra non sono mancate le serate a base di porceddu o piatti di mare. Gli equipaggi che si sono alternati in queste settimane hanno sempre gradito e nessuno si è mai lamentato di ciò che è stato messo in tavola o nel bicchiere.

Il pozzetto di Piazza Grande è stato quest’anno parecchio conviviale. Molti gli ospiti a bordo: vecchi e nuovi amici, neofiti ed esperti, marinai e vacanzieri, che hanno portato il loro sorriso e la loro simpatia. Alcuni hanno portato anche da bere, per cui l’allegria non è mai mancata. Tanti anche gli incontri in banchina: molte conoscenze virtuali, persone con cui sono in contatto da anni per via telematica, sono diventati un volto reale. Ne ho trovati un po’ dappertutto, dividendo con tutti un caffè, una birra, una chiacchiera o una serata. Situazioni che fanno rivedere certi giudizi negativi su Facebook e i consessi virtuali.

Il maestrale ha preso a soffiare più forte. Mi ridosso dietro l’Isola Piana, cerco una chiazza di sabbia e calo l’ancora. Trovo anche qui una barca di amici, e con una birra ghiacciata festeggiamo l’incontro. Io festeggio anche la fine del periplo della Sardegna. La circumnavigazione della Corsica mi attende.

PS Sul numero di luglio di SVN – Solo Vela è stato pubblicato un articolo da me scritto su Gibilterra e la navigazione atlantica fino a Lisbona. Chi volesse leggerlo lo trova qui: http://magazines.solovela.net/svn-36/59175365 a pagina 93.