Il vino della solitudine – Irène Némirovsky

"Nutriva nei confronti di sua madre un odio strano che sembrava crescere con lei; che, come l'amore, aveva mille ragioni e nessuna e, come l'amore, poteva dire: «Perché era lei, perché ero io»."

L’infanzia infelice dell’autrice raccontata in forma di romanzo attraverso le vicende di Helene, una ragazzina in eterno contrasto con la madre che quasi la ignora, preferendo affidarne l’educazione a una istitutrice di cui finirà per ingelosirsi.

Ben scritto, con un’attenzione molto spiccata per le descrizioni di ambienti e abiti che davvero calano il lettore nell’atmosfera dell’epoca (gli anni Dieci del Novecento) nei tre diversi paesi in cui è ambientata la storia: impero russo, Finlandia e Parigi, con frequenti sconfinamenti nelle vicende politiche del periodo.

La crescita di un sentimento di vendetta che monta inesorabilmente con l’avanzare dell’età della protagonista e che finirà per espletarsi in un modo che rivelerà tutto il disprezzo della ragazza per la madre. Una famiglia infelice a modo suo (per dirla alla Tolstoj) da cui affrancarsi per nascere o rinascere.

L’autobiografia di un periodo della vita che ha segnato profondamente l’esistenza dell’autrice, destinata a concludersi tragicamente ad Auschwitz poco dopo la scrittura di questo libro.

Ricostruzioni – Josephine Hart

"Ora so, naturalmente, che il tempo agisce di nascosto e a modo suo. Certe volte aspetta al varco gli incauti e gli tende un’imboscata. Altre volte, in anni di aride notti, disegna un arabesco di piccole rughe sul viso della celebre beltà. Come se un cartografo volesse darle delle indicazioni per il viaggio."

Della Hart avevo letto Il danno, da cui fu tratto un film per la regia di Louis Malle, apprezzandone la capacità di andare in profondità nei suoi personaggi e nelle situazioni in cui si trovano o ritrovano pur limitandosi, almeno apparentemente, ad esporre semplicemente i fatti.

Questo romanzo, scritto in una prosa elegante e raffinata, racconta la ricostruzione di un atroce trauma infantile quale percorso per liberarsene in modo completo in età adulta, cancellando definitivamente il tormento esistenziale che ha provocato.

Le vicende del passato si svelano lentamente, pagina dopo pagina, conquistando il lettore anche con un sapiente uso del pathos, senza che questo diventi morboso o si riveli uno stratagemma di bassa lega per spingere a proseguire nella lettura.

Eccellente anche l’introspezione psicologica dei protagonisti, uno dei quali è addirittura uno psichiatra, descritto durante alcune sedute con i suoi pazienti; cosa che denota una evidente conoscenza approfondita delle tecniche di psicoterapia da parte della Hart.

Un libro sulla mente umana, sui suoi contorti meccanismi, sulla sua solo apparente irrazionalità. Assolutamente fantastico, geniale, eppure evidentemente poco letto se non sono riuscito a trovare su Internet una foto decente della copertina. Nonostante anche di questo sia stata fatta un trasposizione cinematografica riadattata: Il viaggio segreto, di Salvo Andò.

La nave faro – Mathijs Deen

Se si definisce marinaio colui che naviga, essere imbarcato su una nave che sta sempre ferma, ancorata nello stesso punto, può generare un senso di squalifica, di frustrazione, in chi si fa parte dell’equipaggio, soprattutto se ha vissuto o anche solo sognato grandi avventure per i sette mari.

Una nave-faro serve a posizionare una segnalazione luminosa in un punto dove non è possibile costruire un vero faro. O meglio, serviva, perché ormai le navi-faro sono state sostituite da boe automatiche. Questo romanzo racconta la vita a bordo di una di esse, centrandosi soprattutto sull’aspetto umano, sul profilo dei marinai che ne formano l’equipaggio, in un equilibrio che viene improvvisamente e curiosamente rotto dall’arrivo di un capretto vivo che, nelle intenzioni del cuoco, è destinato a diventare uno stufato.

I cambi di turno trasbordando su piccoli battelli raggiunti attraverso la biscaccina in un mare agitato, la nebbia che improvvisa cala e rende la nave ferma un invisibile bersaglio la cui unica difesa sono le segnalazioni sonore previste, i ricordi che si affollano alla mente dei marinai tracciandone la personalità e le cicatrici dell’anima.

Paradossalmente, come l’autore fa dire a un personaggio, chi è imbarcato su una nave-faro vive sul mare, gli altri si limitano ad attraversarlo da un porto all’altro, da terra a terra, avendo il mare come intervallo e non come destinazione. Il mare in questione, in questo libro, è il Mare del Nord di fronte all’Olanda.

Mi ha ricordato Marinai perduti di Jean-Claude Izzo, un bellissimo romanzo simile a questo non nelle vicende ma nella descrizione della vita di mare: non avventura ma routine, non gloria ma sopraffazione, non donne ma sudore e fatica. Da questo punto di vista il mare è un grande inganno per i sognatori. Il mare dà, il mare prende.

Le vie dell’Eden – Eshkol Nevo

Dopo Tre piani, di nuovo tre racconti per Nevo, tre storie che più che intrecciarsi si sfiorano, o forse semplicemente si citano in modo fintamente casuale.

Tre personaggi che si ritrovano all’improvviso in situazioni terribili senza aver fatto nulla per finirci dentro. La loro quotidianità, le loro normali vite borghesi, stravolte dagli eventi. Le loro reazioni, la loro sofferenza. Il loro cercare una via d’uscita che non sempre si trova.

Nevo ha la mano del mestierante, di quello che ha studiato e imparato la professione, i suoi romanzi sembrano scritti con la testa e mai con la pancia; questo, in particolare, sembra un esercizio di stile, un compito svolto con diligenza.

Una lettura scorrevole ma, a parte il primo racconto, un po’ scialba, addirittura noiosa per l’ultimo dei tre. Buono per l’ombrellone, chi ha già finito le ferie può tranquillamente evitarlo.

La carta e il territorio – Michel Houellebecq

Folgorato dai primi suoi romanzi che ho letto, ho iniziato una sistematica lettura delle opere di Houellebecq, raccogliendo però, dopo l’innamoramento iniziale, una mezza delusione (Serotonina) e una delusione a tre quarti, come mi sento di definire questo libro.

Non che manchino gli elementi che caratterizzano e rendono più che interessante la sua produzione, e neppure pregevoli pagine con profonde riflessioni e analisi sulla società contemporanea frutto di un acume fuori dal comune, ma nell’insieme il romanzo non avvince.

I fatti ruotano attorno alla vita di un artista di successo che nel racconto incontra e lavora insieme con Houellebecq, rappresentato da se stesso. Divertente che uno scrittore faccia di sé un personaggio di un suo romanzo, senza che questo, e qui si vede la grandezza dell’autore, paia eccessivamente agiografico. Divertente anche che la sua morte per mano assassina venga descritta con minuziosità da criminologo.

Rappresentate attraverso i personaggi principali, l’arte e la letteratura fanno da sfondo alle vicende del romanzo; i due modi che l’uomo ha escogitato per raccontare e raccontarsi vengono messi a confronto in un mondo che tributa loro successi curiosi o inaspettati e a volte, come nella storia qui narrata, più grazie al sapiente uso delle logiche di mercato che a reali valori artistici. Ma forse lo sapevamo già.

La cosa buffa – Giuseppe Berto

Giuseppe Berto è decisamente uno dei più grandi romanzieri italiani del Novecento, e possiede un talento davvero speciale nel descrivere minuziosamente i travagli interiori dei protagonisti delle sue opere. Ne avevo già avuto dimostrazione con il meraviglioso Il male oscuro, ne ho trovato qui una piacevole conferma.

Sono narrate le vicende amorose di Antonio, un giovane provinciale, spiantato e sfortunato, preda delle normali pulsioni sessuali dell’età ma represso da una morale rigida che all’epoca in cui è ambientato il romanzo, i primi anni Sessanta, non si era ancora liberata dai condizionamenti religiosi e borghesi. Attenzione a non leggere la bandella (almeno nell’edizione che ho comprato io) perché è svelata e per filo e per segno la trama, finale compreso, togliendo alla lettura il piacere di scoprire come reagirà il protagonista di fronte alle sue sventure.

Seppur scritto in terza persona, ha tutti i connotati del flusso di coscienza: un vero fiume in piena di parole e pensieri che travolge il lettore senza interruzioni di ritmo. Forse qualche virgola in più avrebbe agevolato la lettura di una prosa fatta di periodi lunghissimi (anche pagine intere) con numerose subordinate su cui a volte bisogna soffermarsi per suddividerle sintatticamente in modo appropriato.

A far da sfondo alle vicende, una Venezia minore, di campi e calli secondari, e i piccoli centri circostanti che mostrano un Veneto ancora povero e campagnolo. E su questo contesto urbano e suburbano fatto di freddo e nebbia, aleggia la depressione, quella stessa depressione che de Il male oscuro è il soggetto principale e che si esprime e prende forma negli interminabili arzigogoli della mente di Antonio, portandoci ora a compatirlo per le sue sofferenze, ora quasi a disprezzarlo per la sua dabbenaggine.

Da La cosa buffa è stato tratto un film, al contrario di un’altra sua famosa opera, Anonimo veneziano, il cui testo letterario è stato un riadattamento della sceneggiatura, scritta questa per prima.
Grande romanzo, grande Berto!

Intervista su La vela di Odessa

Sono stato recentemente intervistato da SVN Solovelanet a proposito di Odessa e del libro che ho scritto sulla mia navigazione in Mar Nero.
Se da un lato la cosa mi inorgoglisce per il prestigio di cui gode la rivista, dall’altro mi duole che sia una guerra a riportare l’attenzione mediatica su quel viaggio.
Quella a Odessa resta una delle più belle esperienze di mare che abbia mai fatto.
L’articolo completo è qui: SVN solovelanet – SVN 64 (uberflip.com)
Il libro è questo: https://lucianopiazza.com/la-vela-di-odessa/

Open – Andre Agassi


Da anni mi incuriosiva questo libro. Non di per sé, ma perché l’ho sentito consigliare anche da persone che so che leggono buona letteratura e che l’avevano definito “di spessore”. Mi ha però sempre scoraggiato la mole: cinquecento pagine dell’autobiografia di un tennista, per quanto ami i libri di molte pagine e in gioventù abbia giocato per diversi anni a tennis, mi sono sempre parse un impegno temporale eccessivo.

Qualche giorno fa, complice il caldo che incoraggia letture poco impegnative, ho deciso di dargli una chance che forse avrei fatto meglio a non dargli: la solita asettica prosa del ghost-writer, dichiarato solo nei ringraziamenti come collaboratore ma in realtà nientepopòdimeno che un premio Pulitzer, il quale secondo l'”autore” avrebbe lui stesso chiesto di non comparire in copertina (sì, vabbè!).

Sostanzialmente una biografia celebrativa, agiografica, con qualche frecciatina ai colleghi (Sampras in primis) e che, a parte il racconto dell’infanzia con il padre-padrone che lo obbligava a giocare, non ha molto di interessante. A meno di trovare interessante la specificazione di aver visto settantacinque leoni durante un safari in Africa con la moglie, l’attrice Brooke Shields, quella che ha sulla coscienza le diottrie e i calli alle mani di un paio di generazioni di adolescenti.

Peccato, perché qualche spunto c’è: le alterne fortune di uno sportivo di gran talento poteva essere un tema interessante, se questo non fosse stato ridotto molto spesso a una sterile cronaca di decine di match, praticamente identici fra loro dal punto di vista narrativo.

La vita è un continuo morire e rinascere, è la lezione del libro; onore al tennista Agassi che ha saputo riprendersi mille volte dopo essere altrettante volte precipitato nell’abisso, sportivo e personale. Ma è decisamente preferibile quando ha, o aveva, la racchetta in mano che la penna (o il microfono per registrare gli aneddoti da girare allo scrivano).

Il ponte sulla Drina – Ivo Andrić

Un formidabile affresco lungo quattro secoli su un pezzetto di mondo che è stato spesso al centro di eventi storici tumultuosi le cui ricadute hanno cambiato a volte le vicende europee.

Abilissimo l’autore nel mescolare i grandi avvenimenti politici ai fatti privati dei tanti personaggi del romanzo, mostrando al lettore una Storia fatta di tante storie minute e apparentemente insignificanti. Una Storia subita, più che agita dagli abitanti di questa terra.

Abilissimo anche nel far ruotare il racconto attorno a un oggetto inanimato, un ponte, dalla sua costruzione nel 1500 alla parziale distruzione agli inizi della prima guerra mondiale, dopo essere stato cerniera fra imperi e nazioni ma anche strumento di travaso di popoli e religioni.

Una lettura utile anche per comprendere l’ascesa e la caduta dei domini ottomano e austroungarico, il formarsi delle spinte nazionalistiche del Novecento, e tutto ciò che è stato alla base dei sommovimenti degli animi e degli intelletti delle popolazioni balcaniche. E non solo: perché siamo tutti attori illusoriamente mossi dal libero arbitrio ma in realtà, molto spesso, semplicemente figli ciascuno del proprio tempo.

L’uomo di Kiev – Bernard Malamud

Se Kafka, nel Processo, ha raccontato un incubo angosciante e indefinito, Malamud lo ha trasposto dalla surrealtà alla vita reale. Anzi, a dire il vero, ci si è trasposto da sé, dato che la storia, come ho scoperto a lettura avanzata, non è inventata ma ispirata a Menahem Mendel Beilis, quasi un Dreyfus russo.

Un uomo viene accusato ingiustamente di un crimine orrendo, l’uccisione di un bambino, malgrado le evidenze siano a suo favore. Nel clima fortemente antisemita della Russia di primo Novecento, le autorità costruiscono scientemente, al fine di incolparlo, prove fasulle, basate per lo più su false testimonianze, pregiudizi e deliri razzisti, primo fra tutti che si tratti di un omicidio rituale: secondo un’assurda e secolare diceria, il sangue dei bambini cristiani serviva per preparare l’impasto del pane azzimo pasquale.

La fabbrica orwelliana della menzogna di Stato era attiva in Russia ben prima di Stalin, ma molti cittadini erano ben felici di prestarsi a sostenerla, vuoi per ricavarne qualche piccolissimo beneficio, vuoi per quell’atavico bisogno che hanno taluni di trovare un capro espiatorio per le loro miserie. E il capro espiatorio serviva anche al potere zarista, provato dai moti del 1905 e timoroso di quello che poi avvenne di lì a poco, nel 1917.

In un interminabile castigo senza delitto e soprattutto senza processo né formale incriminazione, l’accusato, un pover’uomo che si guadagna la giornata come tuttofare (il titolo originale dell’opera è The fixer) viene progressivamente annientato moralmente e plasmato, anche nel fisico, per farlo aderire allo stereotipo di colpevole che si vuole condannare insieme a tutta la sua gente, scatenando un ennesimo pogrom.

Tre quarti del romanzo sono ambientati nella cella di isolamento senza che la lettura (e qui si vede la grandezza di Malamud) accusi mai momenti di lentezza o vi sia ristagno della narrazione. La psiche del prigioniero viene scandagliata con incredibile accuratezza nei diversi stati d’animo che egli attraversa durante la detenzione, nell’attesa di notizie che lo riguardano e che molto sporadicamente gli giungono.

La tensione sale in modo vertiginoso nelle ultime pagine, si desidera quasi morderle per conoscere l’esito della vicenda, alternando speranza e rassegnazione quasi fossimo noi in attesa del verdetto.
Il libro si conclude con un’analisi del senso della Storia sugli individui, ma soprattutto con il protagonista che rivendica non più, o non solo, la sua innocenza ma la sua stessa esistenza in quanto individuo. Indomito, non solo per indole ma perché, come egli stesso afferma “la sofferenza insegna l’inutilità della sofferenza“.
Un capolavoro!