Kolchoz – Emmanuel Carrère

"Quando ero bambina, come avrei potuto immaginare che un giorno sarei stata una donna di novantaquattro anni in procinto di morire?"

Qualunque pigiatasti prima o poi scrive due righe su se stesso: chi per vacuo narcisismo chi invece perché ritiene che la propria esperienza terrena possa interessare anche gli altri (lo credono anche i primi ma, ovviamente, si sbagliano; lo ha creduto anche il sottoscritto e… chissà!). In questo genere letterario Carrère è un maestro indiscusso, sarebbe coinvolgente anche scrivendo la lista della spesa o l’appunto da lasciare alla signora delle pulizie.

La questione dirimente è riuscire a dare un carattere universale alle proprie vicende e in questo libro Carrère fa doppiamente centro: la prima volta per la ragione di cui sopra, la seconda perché la storia della sua famiglia è intrecciata con alcuni dei più importanti avvenimenti storici e culturali dell’Europa del Novecento, principalmente della Russia, della Francia e della Georgia. Ascendenze di nobiltà zarista, madre accademica di Francia, cugina presidente della Georgia…

C’è un terzo elemento di coinvolgimento, a mio avviso, ed è il fatto che l’autore si mette completamente a nudo mostrando apertamente, ma sommessamente, senza esibizioni di sorta, le proprie debolezze, i propri conflitti interiori, che spesso somigliano a quelli che abbiamo un po’ tutti ma che nella sua vita hanno avuto a volte conseguente davvero pesanti; il che funge anche da lenitivo per il lettore.

In qualche pagina indugia forse un po’ troppo nell’aneddotica familiare, ma siamo lontani anni luce da Nanni Moretti che ha fatto un film con le videocassette girate al figlio piccolo mentre gioca (ma sti cazzi!). Si tratta per lo più di ordinarie storie quotidiane che costituiscono il condimento di una pietanza in vero assai ricca e saporita, offrendo al lettore il volto umano dei protagonisti di queste pagine, fondamentalmente la madre di Carrère e lui stesso.
Piacevole, interessante, stimolante.

Vite che non sono la mia – Emmanuel Carrère

"Se sapessimo quello che rischiamo, non oseremmo mai essere felici."

Amo molto Carrère ma questa volta non mi ha convinto del tutto. Il tema del libro è la perdita dolorosa degli affetti più cari, in modo traumatico o per lunga malattia. Nella fattispecie, la morte di un figlio, di un genitore di bambini piccoli, di un grande amore, di un confidente carissimo.

Lo stile è quello consueto dell’autore: preciso, puntuale, lessicalmente ineccepibile senza per questo perdere di chiarezza espositiva. Ma anche profondo, analitico, riflessivo. Il punto è che, a differenza di altri suoi libri che ho letto, non avvince, non coinvolge se non nelle ultime pagine in cui viene magistralmente descritta l’agonia di una malata terminale e il travaglio delle persone che gli sono attorno.

La sensazione, duole dirlo, è Carrère fosse a corto di idee: il pretesto narrativo appare debole (una bambina morta a causa di una cataclisma naturale e una mamma consumata dal cancro) e non riesce ad assumere connotati di originalità malgrado l’ottima disamina che ne viene fatta.

Penso a Limonov, un uomo di cui non sapevo nulla e per il quale non ho mai nutrito il minimo interesse; eppure ne ho letto il racconto omonimo avvinto come se si trattasse di un personaggio fondamentale della Storia.
Di questo romanzo resta il piacere della lettura di una prosa davvero ottima e alcune pagine (forse più di alcune) che certamente meritano.

La settimana bianca – Emmanuel Carrère

Decisamente Carrere dà il meglio di sé raccontando storie vere e non inventate come questo breve romanzo. Lo stile è quello suo solito e che amo molto, ma tutto l’insieme appare prevedibile e non riesce a coinvolgere.
Molto bravo l’autore a descrivere gli stati d’animo del piccolo protagonista, trasmettendo al lettore tutto il suo senso di angoscia.
Descrivere l’angoscia sembra essere una cosa che Carrere riesce a fare con particolare maestria: penso a quel gran suo libro che è L’avversario in cui il patos ha un ritmo costante e crescente, e dà un senso di tragica inevitabilità che sgomenta non meno della vicenda stessa.
Tutto sommato evitabile, visti i tanti altri bei libri che ha scritto.