
Un’opaca falce di luna, incollata ad un cielo nero come la pece, non riesce a stemperare il buio quasi assoluto della notte. Il pozzetto è appena rischiarato dal modesto bagliore dello schermo del computer che il tambuccio lascia trapelare. Quando la prua colpisce in pieno un’onda, gli spruzzi esplodono riflettendo il rosso e il verde delle luci di via producendo una sorta di spettacolo pirotecnico, che si riflette a sua volta sulla coperta e sulle vele bianche illuminandole all’improvviso per qualche secondo. Nessuna luce all’orizzonte, nessun segnale sull’AIS: non ci sono altre navi o imbarcazioni intorno a me, sono completamente solo in questo tratto orientale del Golfo di Biscaglia che sto tagliando in diagonale.
Sono partito questa mattina da Bermeo, un piccolo porto peschereccio poco a est di Bilbao, nei Paesi Baschi, dove mi ero ancorato al precario ridosso del molo di sovraflutto. Mi sono svegliato all’alba ma un problema all’alternatore mi ha fatto perdere alcune ore prima di risolverlo e quindi solo in tarda mattinata ho salpato l’ancora in direzione di Arcachon, in Nuova Aquitania, un’estuario che ha il vizio di insabbiarsi rendendo quindi pericoloso l’ingresso. Piazza Grande ha preso subito un passo meraviglioso: un vento tra i dodici e i diciotto nodi e senza uno swell importante l’ha posta in un’andatura di bolina larga a oltre sei nodi, stabile e confortevole. Le circa cento miglia che ho da percorrere, penso, scorreranno via in un baleno!
Dopo due mesi in cui ho conosciuto due sole andature, il motore e il bordeggio con venticinque nodi e due metri d’onda, mi è sembrato un peccato sprecare un ben di Dio di tale portata. Allora ho accostato venti gradi e puntato la prua su La Rochelle: le miglia sono così diventate duecento ma ho calcolato di riuscire ad arrivare prima della seconda notte di navigazione, ed eccomi qui. Ogni tanto una leggera variazione di direzione o intensità del vento mi costringe a qualche piccola regolazione fino a ridurre un poco il genoa. Calato il sole, la notte scorre serena con i consueti sonnellini di venti minuti; cullato dall’onda, dallo sciabordio sullo scafo e dalla sensazione che la barca sappia perfettamente come comportarsi anche senza il mio costante controllo.
È l’alba quando uno stormo di gabbiani mi viene incontro garrendo, annunciandomi implicitamente la prossimità di una costa che ancora non si mostra ai miei occhi. Ho molte miglia ancora da fare e impiego il tempo per scegliere dove fermarmi una volta arrivato. Dopo navigazioni così lunghe mi piace dare ancora in una baia protetta, gustare il passaggio repentino dal movimento alla quiete assoluta. Purtroppo la rada de La Rochelle non ha posti con queste caratteristiche e rischio di passare la notte nel frullatore. Il porto, viceversa, ha problemi di bassifondi nel canale di accesso e per fatalità arriverò esattamente al culmine della bassa marea. Del mare si bisogna prendere quello che può offrire, non ci sono altrimenti.
Dall’ingresso della baia al porto sono circa otto miglia, rischio di arrivare con il buio, una complicazione ulteriore che preferisco evitare. Accendo il motore per dare un aiuto alle vele e mi allineo nel canale proprio quando sta scemando l’ultimo chiarore del giorno. Tengo un’occhio fisso sull’ecoscandaglio ma fortuna vuole che abbia davanti un’altra barca a vela: mi accodo disciplinatamente a questa mia inconsapevole apripista nella speranza che non abbia un’ingannevole deriva mobile. È ormai buio quando accosto al molo d’accoglienza. Da una barca attraccata pochi minuti prima di me scendono alcune persone a cui chiedo gentilmente di prendere le mie cime. Le passano a doppino e quando me le restituiscono do volta sulle gallocce e sento che sto mettendo il punto a questa lunga navigazione: trentaquattro ore per centottantotto miglia. Mi aspetta una notte di risposo nella quiete dell’acqua immobile del porto. Fuori, l’oceano che mi ha condotto fin qui.
