
"Ci infiliamo in un vestito, appendiamo una veste sui nostri corpi nudi, andiamo a lavorare e solo allora siamo esseri umani."
Davvero un capolavoro questo breve romanzo di Peter Flamm, pseudonimo di Erich Mosse, psichiatra di professione ma dotato evidentemente di grandissimo talento letterario, che come un fiume in piena travolge il lettore con uno stile serratissimo, quasi da flusso di coscienza, senza mai perdere il ritmo, annoiare o, al contrario, rendere affannoso lo scorrere delle pagine.
Un uomo, un affermato e noto medico berlinese, torna a casa alla fine del primo conflitto mondiale convinto di essere un’altra persona e di aver rubato documenti e identità a un soldato morto. Il racconto procede lungo un ondivago sdoppiamento di personalità del protagonista per concludersi con un colpo di scena che spiazza e che lascia la porta aperta a diverse interpretazioni.
Il tema è la ricerca di sé, una questione storicamente nuova in un’epoca in cui la vita di ciascun essere umano stava cessando di essere predestinata dalla nascita. Era da poco morto Nietzsche, il filosofo che, riprendendo Pindaro, aveva pronunciato il fatidico diventa ciò che sei. Prima, tutti diventavano ciò che il contesto in cui nascevano stabiliva: scoprire ciò che si è era una questione che semplicemente non si poneva.
Sottotraccia, un persistente senso di ambiguità: chi è davvero l’uomo che narra, quali sono i fatti reali, cosa è vero e cosa è falso. Si tratta, alla fine, di quegli interrogativi che spesso ci portiamo appresso per tutta la vita, a volte senza risolverli mai, a volte cercando negli altri quel riconoscimento che dentro di noi non riusciamo a trovare, spersi tra alienazione metropolitana e omologazione globale.
Imperdibile!