Il dono di Asher Lev – Chaim Potok

Tutto quello che sapevo di Chaim Potok è che era un rabbino americano. Per di più credevo, erroneamente, che scrivesse saggi, che fosse quindi uno dei tanti predicatori che spacciano le proprie cosmogonie immaginarie per verità assiomatiche. Data la mia profonda allergia a preti, rabbini, imam e sciamani vari, me ne sono sempre tenuto alla larga.
Poi qualche tempo fa ad una cena mi ritrovo seduto vicino ad un tizio che non conoscevo e chiacchierando viene fuori che è un fan sfegatato di Roth quanto me. E’ lui che mi consiglia Potok e il consiglio di uno che condivide la mia stessa passione non posso lasciarlo cadere nel vuoto. Mi da un titolo: Il dono di Asher Lev.

Dopo averlo comprato scopro che è il sequel di un altro libro, Il mio nome è Asher Lev, ma me ne frego e mi fido del suggerimento ricevuto. Devo dire che non ho mai sentito la mancanza della prima parte, mai percepito la storia come monca. Il protagonista, un pittore di fama mondiale, torna negli USA dopo 20 anni, dopo essere stato scacciato dalla sua comunità per aver dipinto una crocefissione (impensabile per gli ortodossi che un ebreo ritragga un soggetto simile) in occasione del funerale di uno zio e vi rimane più a lungo del previsto per una serie di vicissitudini.

Che dire? L’amore, immenso, è sbocciato dopo pochissime pagine.
Stilisticamente è piuttosto semplice, manca qualunque ricercatezza linguistica, la prosa però è veramente chiara, dice quello che deve dire, senza fronzoli inutili. Un libro scritto per essere letto, non per cibare il narcisismo dell’autore o arruffianarsi il lettore. Mancano del tutto gli effetti speciali, i colpi di scena non indispensabili, la suspense per tenere agganciati i lettori svogliati.
Eppure dentro c’è tutto, c’è di tutto.

Ho amato a tal punto questo libro ed i suoi personaggi da faticare a parlarne, perché farlo vorrebbe dire razionalizzare il mio sentimento e quindi in qualche modo svilirlo. Quando ti innamori non stai lì a spiegarti perché, te la godi e basta, a provare a farlo si romperebbe l’incantesimo.
Mi ha trasmesso un’incredibile senso di pace ed una grandissima voglia di vivere ed amare me stesso e gli altri, malgrado vi siano narrate situazioni di tensione e non manchino accenni alla shoah. Non è comunque un libro sull’olocausto, è ambientato in una setta immaginaria dell’ebraismo chassidico (quelli sempre vestiti di nero e con i boccoli al lato delle orecchie), molto interessante anche come finestra aperta su quello strano mondo. E’ un libro sulla libertà di espressione, sullo scegliersi la vita, sull’ostilità e la cecità dei bigotti. Insomma, un libro che ti insegna qualcosa sul vivere, senza peraltro volerlo fare, non pensate a Coelho e robaccia simile.

M’è venuto in mente che l’ebraismo non mira alla conversione degli infedeli, anzi diventare ebrei è piuttosto complicato, al contrario del cristianesimo che quando ha potuto ha convertito a forza e ucciso che si opponeva. Una volta m’è stato spiegato che un buon ebreo deve dare l’esempio con il suo stile di vita a chi ebreo non è. Ecco, credo che questo concetto sia in qualche modo collegato a quanto dicevo prima: questo libro insegna senza essere didattico o peggio ancora falsamente profetico o filosofico.

Devo dire che nelle ultime 50 pagine il pathos cala un pochino e la narrazione tende a ripetersi, ma gli si può perdonare tranquillamente. Potrei dire di più, moltissimo di più, ma dovrei usare la testa, invece questo libro voglio che mi resti nel cuore, credo che la differenza con Roth sia qui: Roth ti cattura la testa, ti trascina in un vortice infinito, a volte quasi stordendoti. Potok invece ti conduce con tranquillità e tu tranquillamenti ti lasci condurre.

Ah, tanto per concludere cazzeggiando: da grande voglio fare il rebbe! E’ facilissimo, basta farsi crescere la barba e parlare per enigmi: “il terzo ci salverà”. Buona pure come profezia calcistica!

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