Tre camere a Manhattan – George Simenon

L’incredibile lucidità con cui viene scandagliata la psicologia amorosa dei due protagonisti vale già da sola la lettura di questo romanzo. Due persone normali, alle prese con i dubbi e le contraddizioni interiori degli uomini della nostra epoca (nostra malgrado sia un libro pubblicato 60 anni fa), lontani anni luce dai modelli iperbolici e fasulli di certi narratori dell’ultima ora. Simenon non ha bisogno di stupire con colpi di teatro, ti prende ma non ti trattiene a forza né con l’inganno; è la sua capacità di descrivere, perfettamente, ma senza dilungarsi, fatti, luoghi e personaggi a tenere viva l’attenzione del lettore. Coglie con maestria tale i punti salienti, con poche e giuste parole, che mai si ha un dubbio sull’essenza di un personaggio, mai si rischia la confusione, neanche fra quelli di secondo piano. La solitudine e l’amore, l’amore come fuga dalla solitudine, l’amore come passione ed infine l’amore come scelta esistenziale. Il percorso umano, ma anche mentale, di François e Kay somiglia a quello di tanti di noi, esseri spesso contraddittori ma non ambigui, piuttosto ambivalenti nei rapporti con gli altri. Mi viene in mente un verso di una canzone di Guccini: “sospesi fra voglie alternate di andare e restare…“. Ecco, pare scritto proprio per questo romanzo, per i suoi protagonisti e le loro vite; ma anche, forse, per quelle di tanti di noi.

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