L'Eolia, 30 nodi di certezze


Se è vero, come spesso è vero, che nomina sunt consequentia rerum, il tratto di costa turca chiamata Eolia è tutto un programma. Ma siamo velisti, il vento ci è necessario come il pane, come l’acqua, come l’aria che respiriamo, è vento quello che ci entra nei polmoni, che ci accarezza la pelle o ce la fa accapponare quando soffia troppo forte per le misere forze nostre; perché siamo nulla di fronte al vento, siamo polvere spazzata via, siamo molecole che si mescolano all’acqua nebulizzata dal vento sulla superficie del mare. Il vento è vita, è energia, scuote gli animi, scompiglia le chiome degli alberi o ne plasma il fusto piegandolo al suo corso, vento rabbioso o gentile, vento di terra, di mare, vento che asciuga le lacrime di chi nel vento muore, di chi nel vento vive.

La costa dell’Eolia

La costa dell’Eolia va dall’ingresso est dei Dardanelli a Izmir, Smirne per noi, l’importante città turca dell’Anatolia, o dell’Asia minore che dir si voglia, che si affaccia sul versante orientale del Mar Egeo. E’ un tratto di costa piuttosto frastagliato lungo il quale sono adagiate le uniche due isole rimaste ai turchi dopo la disfatta dell’impero ottomano, Bozcaada e Goekceada, poste ai due lati dell’ingresso dei Dardanelli, quasi bastioni a protezione dello stesso, tanto è vero che su entrambe sono tutt’ora presenti presìdi militari con la mezzaluna. E’ terra e mare di confine, un confine che la storia ha spesso spostato ma i cui mutamenti non sempre tutti hanno ben digerito, spesso una coppia di aerei da caccia turchi sfreccia a bassa quota lungo il canale di Mitilene, fra l’Eolia e Lesvos, a ridosso di una terra già loro, non più loro. Meno male che entrambi gli stati sono nella NATO, altrimenti avrebbe tutto il sapore della provocazione, anche se in generale i greci non sembrano badare molto ai turchi, l’Europa li ha resi probabilmente un filino snob nei confronti dei vicini. I turchi, dal canto loro, hanno la consapevolezza di essere di più, più forti e con un’economia molto più florida, guardano quindi anche loro oltre il confine con un pizzico di sussiego. La guerra greco-turca è troppo recente, 100 anni evidentemente non bastano a cancellare le reciproche diffidenze.
 

Linee miste, antico e moderno

Partendo da Canakkale, ultimo porto lungo lo stretto dei Dardanelli, fino a Boozcaada sono circa 25 miglia, una passeggiata sfruttando gli ultimi sprazzi di corrente a favore e confidando in un vento che d’ora in poi promette di essere sempre in poppa e mai in prua. Oggi invece di vento ce n’è veramente poco, ammaino il fiocco, la randa è fuori uso, e alzo il gennaker, riuscendo a fare poco più di 3 nodi con quella che è praticamente una brezzolina leggerissima. Vedo a poppa, in lontananza, una barca a vela che ha rotta quasi parallela alla mia, mano mano che si avvicina la vedo meglio, ha un gennaker enorme, il doppio del mio, la randa, un bompresso a prua, due pale di timone e quattro ragazzotti a bordo con magliette e cappellini griffati: molto diversi da me. Se continuano su questa rotta mi speronano, per quanto siamo entrambi piuttosto lenti, non sarebbe una bella esperienza. Non amo resistere fino all’ultimo prima di cedere il passo, spesso modifico la mia rotta con largo anticipo per scongiurare abbordi anche quando non sarebbe dovuto. Questi però mi sembra proprio che cerchino rogna, io vado per i fatti miei, il pilota inserito, da codice della navigazione ho la precedenza, modificare la mia rotta per una barca che mi arriva da dietro non mi sembra proprio il caso, orzassero, poggiassero, passassero da dove preferiscono, ma io proseguo per la mia strada. Loro pure a quanto pare, quando sono a non più di 5 o 6 metri il timoniere mi fa un cenno con la testa, forse anche un mezzo sorriso, non so se è un saluto o cosa, ma la situazione è veramente ridicola, tanto che la mia anima romana, pregna del quotidiano sarcasmo della mia città, ha il sopravvento: Do you want to come on board for a beer?, gli dico con la faccia seria. Il timoniere si schermisce, si allontana qualche metro, poi mi fa: We have to go there, e con la testa indica un punto ipotetico un metro sopravvento a me. Mi incazzo, il mare è grande, questo vuol dire veramente rompere le scatole al prossimo! We are in a race, mi urla quello che probabilmente è il randista. Non ho voglia di litigare in mezzo al mare, con dei cretini per giunta, dicono di essere in regata, in effetti parecchie ore fa ho visto passare diversi spinnaker, ma non è che questo gli da diritto di speronarmi o cambia le regole della navigazione, per giunta senza che io possa capire in alcun modo che loro sono in regata. E poi, dalle le navi che passano per i Dardanelli avranno preteso la precedenza (comunque indebita) allo stesso modo? Ok, passate e toglievi di torno, gli grido mollando la scotta del gennaker per sventarlo.
 

La regata degli speronatori

Faticano a farlo, un po’ perchè non si passa una barca da sottovento, è la prima cosa che ti insegnano ai corsi di vela, infatti si piantano all’altezza del mio mascone, un po’ perchè devono essere veramente incapaci. Che una barca del genere abbia la stessa velocità di Piazza Grande che ha a riva una vela in meno, è carica come un asino da soma e con equipaggio sbracato a prendere il sole, la dice lunga. Mi prendo la piccola soddisfazione di vederli arrancare a 100 metri al mio traverso per un’ora buona senza che riescano a guadagnare acqua. A Bozcaada entriamo in porto praticamente insieme, mentre il resto della flotta ha già gli equipaggi in bachina a dare l’assalto al buffet. C’è la tentazione di spacciarsi per regatanti anche noi e scroccare la cena, ma il porto è strapieno, c’è musica a tutto volume in banchina e vogliono 70 lire turche per l’ormeggio. Hai presente quella baietta mezzo miglio più avanti?, dico ad Alessandra Sì, è perfetta per passarci la notte. Giro la prua e in 10 minuti siamo nella tranquillità totale, solo noi ed un Supermaramu con l’ovvia bandiera francese a poppa. Faccio un tuffo per controllare l’ancora, non pare penetrare bene, il fondo è duro, meno male che c’è poco vento, ma per sicurezza la sposto di peso di un paio di metri dove c’è un piccolo scalino di roccia, alle brutte agguanterà quello.
 

Bozcaada

La mattina vediamo sfilare a vele spiegate tutte le barche della regata, ci saranno anche i nostri simpatici amici, li cerchiamo senza vederli, li abbiamo cercati ovviamente nelle ultime posizioni. Ne deduciamo che il porto si è svuotato e ci dirigiamo lì per fare due passi a terra, preceduti di poco dai francesi, accanto ai quali ci troveremo ormeggiati. Alle spalle del porto una meravigliosa fortezza antica con la cinta muraria perfettamente conservata. Pare sia un forte costruito dai genovesi (è bello trovare tracce di storia italiana un po’ dovunque in questo mare), anche se la didascalia scritta dai turchi trasuda nazionalismo e ne da un’origine incerta, relegando i liguri al ruolo di occupanti di un forte edificato da altri, al pari dei bizantini venuti in seguito. E’ certo che la storia di quest’isola è molto più antica e si intreccia con quella di Troia che si trova a poche miglia di distanza sulla costa anatolica, Omero la cita con il nome greco che aveva allora, Tenedos. Dopo vicissitudini durate secoli, a inizio ‘900 Bozcaada è nuovamente greca, ma viene ceduta col Trattato di Losanna ai turchi, malgrado la maggioranza della popolazione sia greca e si troverà a subire vessazioni continue nei decenni a venire, provocando l’emigrazione quasi totale della comunità.
 

La libreria dell’italofila

Oggi è un’isola tranquilla che vive di turismo e coltivazione della vite, producendo anche un vino piuttosto rinomato. La presenza dei militari è abbastanza discreta, anche se il portolano avverte che da alcune rade può capitare di essere mandati via dalle autorità. Il paese, a ridosso del porto, è veramente delizioso, fatto di stradine ricoperte di ciottoli e case graziose, spesso ingentilite con secondi piani leggermente aggettanti e ricoperti di assi di legno, come si vede spesso nei quartieri antichi di Istanbul. In un vicolo, una piccola libreria, arredata come fossimo ancora a metà del secolo scorso, e dentro, seduta a leggere, la proprietaria, una donna di Istanbul che vive qua 5 mesi l’anno ed è innamorata del cinema italiano. Quello di qualche decennio fa, le dico. , risponde, quando sale l’economia, scende la cultura. Penso che forse in questo momento da noi sono entrambe piuttosto in basso.
Che posto però! Potrebbe essere Provenza o Liguria, invece è Egeo, questo magico ed affascinante spicchio di Mediterraneo ricco di angoli nascosti ed incantevoli.
 

Per le strade di Bozcaada

In una piazzetta, un’enorme pergola è la sala all’aperto di un bar che ha l’aria di essere frequentato quasi esclusivamente dai locali. Famiglie, giovani coppie, vecchietti che chiacchierano oppure giocano a domino o backgammon (credo sia backgammon, da queste parti è una mezza mania). Ci sediamo, niente birra, durante il Ramadan poi, il cameriere mi propone una Coca ed un panino con la salsiccia. Ah, certamente di maiale, gli dico sorridendo. Capisce la battuta, mi sorride, gli dico di farmi il panino come vuole lui, mi fido. Quando me lo porta penso che forse avrei fatto meglio a non fidarmi, ma per non apparire scortese gli dico che è buonissimo. Mi chiede di dove sono, dice di aver amici italiani conosciuti all’Erasmus, parla un buon inglese, gli faccio i complimenti, stavolta sinceri. Come sempre in Turchia trovo una straordinaria benevolenza nei nostri confronti, l’Italia è un paese ammirato, da tanti, meno che dagli italiani.
 

Backgammon?

Tornando in barca ci fermiamo a chiacchierare con un turco che parla molto bene la nostra lingua. Abita ad Istanbul, lavora per un’azienda italiana ed ha qui una casa dove passa tutti i weekend. Adoro Istanbul, gli dico. Eh, fa lui, ma non è più come una volta, c’è stata molta immigrazione, si è riempita di… come dite voi, di terroni, di curdi, i curdi sono i nostri terroni. Ecco, lo sapevo, la colpa è sempre degli altri, terroni, extracomunitari, il diverso è sempre colpevole di qualcosa, a prescindere. Mi dice che la produzione locale di vino è ostacolata dal governo religioso, come lo chiama lui, cioè da Erdogan, che per scoraggiarne il consumo ha imposto delle tasse molto elevate sugli alcolici. Ecco sapevo anche questo, le religioni pretendono di piegare la società al loro credo trasformando il peccato in reato. Qui il vino, da noi procedure di divorzio estenuanti, la zuppa non cambia. Ma perchè se non vuoi bere o divorziare non lo fai e lasci liberi gli altri di agire secondo la propria coscienza anzichè secondo la tua?
 

Gente di Bozcaada

Saluto il turco ed incrocio i francesi, due chiacchiere anche con loro. Hanno un Amel 54 nuovo di zecca, una barca luccicante, strepitosa, gli faccio i complimenti mentre a mente calcolo quante decine di volte Piazza Grande costa, forse una 40ina! Anche la tua barca è bella, mi fa, è un Hallberg Rassy? Fantastica questa gente, vive su un’altro pianeta, un pianeta così in alto che con naturalezza e senza snobismo mette sullo stesso piano due barche che si somigliano come una Punto ed una Mercedes superaccessoriata. Puoi farlo solo se hai sempre girato in Rolls Royce da quando la tata ti portava ai giardinetti vestito alla marinara. Ok, si va, salutiamo tutti e ci dirigiamo sul lato sud dell’isola dove abbiamo deciso di passare la notte. Diamo fondo davanti ad una piccola spiaggia frequentata da famigliole tranquille, sicuramente all’imbrunire sarà deserta ed il mare tutto per noi. Buona la prima, alle 7 c’è solo un pescatore sulla battigia, non buona la seconda, alle nostre spalle una dozzina fra cargo e petroliere, ma a distanza sufficiente a non infastidire, se non visivamente.
 

Assos

Mi sveglio con molta calma dopo una dormita spettacolare e con molta calma ci prepariamo a salpare, quando succede il fattaccio: appena spingo il pulsante di avviamento del motore, lo sento che stenta e poi si blocca per mancanza di corrente. Ma non era la batteria servizi ad essere in crisi? Le metto in parallelo, e ritento l’avviamento, se non parte così sono dolori. Attimi di tensione, potrebbe sdraiarsi anche la batteria servizi e ritrovarmi senza elettricità a bordo, per fortuna tutto va per il verso giusto. Metto la barca in rotta, apro il fiocco, ci sono 20 nodi, con una sola vela filiamo ad oltre 5, non si sente la mancanza della randa, lascio il motore acceso per un paio d’ore per ricaricare le batterie, quando lo spengo sono entrambe ben sù di tensione, spero che almeno una delle due la mantenga. Siamo diretti, almeno teoricamente, ad Ayvalik, una cittadina sulla costa continentale dove contiamo di fare i documenti di uscita dalla Turchia, in realtà se troviamo un posto carino strada facendo ci fermiamo per la notte. Procediamo per rotta 175 per un paio d’ore, nulla da segnalare se non un assembramento di pescherecci in un punto dove la carta non riporta alcuna secca, evidentemente invece deve esserci qualcosa, mi segno le coordinate, può sempre servire.
 

Ayvalik

Dobbiamo passare Un piccolo promontorio chiamato Baba Burun. Burun in turco vuol dire naso, sarà la metafora con cui in questo paese chiamano i capi perchè è un toponimo molto ricorrente. Baba invece vuol dire papà, quindi Capo Papà. Avvicinandoci scorgiamo una piccola fortezza in pietra e poco oltre un porticciolo dal cui frangiflutti spicca l’altissimo albero di una barca che l’AIS mi dice essere lunga 28 metri. Entriamo a dare un’occhiata, il molo è deserto, in una darsenetta un paio di motoscafi e qualche piccolo peschereccio, alle spalle un pugno di case che costituisce l’abitato. C’è un silenzio fantastico, quasi irreale, rotto solo dal vento che non smette di fischiare fra le sartie. Un tizio in banchina mi fa segno di essere pronto a prendere le cime, ma con Alessandra decidiamo che preferiamo fare ancora un po’ di strada prima di fermarci, giro quindi la prua e riesco in mare. Passato il capo, orziamo decisamente per seguire il profilo della costa, il vento gira in senso sfavorevole e ci ritroviamo a bolinare con i soliti 30 nodi, ovviamente essendo ridossati il mare non si alza in modo sufficiente a dare molto fastidio, qualche ondata, però, arriva anche in pozzetto dopo essere rimbalzata sullo sprayhood.

L’albero ed io (F. Guccini)

Lungo la costa, molto bella, selvaggia, si alternano costoni rocciosi e lunghe spiagge deserte, i declivi sono ora brulli ora ricoperti di vegetazione bassa, ogni tanto qualche piccolo agglomerato cementizio, brutte villette a schiera o, peggio, piccole palazzine, concentrate in quelli che devono essere villaggi vacanze figli di una lottizzazione un po’ disordinata. C’è comunque pochissima gente a terra e nessuno in mare, siamo ancora una volta l’unica barca in giro, se penso al Mar Tirreno in questo periodo mi vengono i brividi. Improvvisamente ci troviamo in un buco di vento, per alcuni minuti siamo quasi abbonacciati, poi il vento riprende a soffiare col medesimo vigore che aveva fino a poco fa, ma notiamo che è molto più caldo, più secco, evidentemente due masse d’aria di provenienza diversa si scontrano in quel punto, comunque sempre da nordest, questa è una certezza. Vorremmo fermarci sotto le rovine di Assos, un importante città fondata nel I secolo a.c. dove ha studiato e si è sposato Aristotele (con la figlia del tiranno, oggi diremmo che s’è sistemato) e dove è passato, tanto per non farsi mancare nulla, pure Alessandro Magno. Il sito archeologico è in cima ad un picco che spicca dalle colline, ricorda un po’ Radicofani, Ghino di Tacco qui parlava greco e non toscano, ma suppongo adottasse la stessa politica vessatoria. In basso c’è un microscopico porto circondato da begli edifici in pietra antica, color terra di Siena, sembra davvero la Toscana, proviamo ad entrare ma appena infilata la prua oltre il frangiflutti vedo che è talmente piccolo che non avrei lo spazio per girarmi una volta dentro e considerato che ci sono sempre 30 nodi e le cime di alcuni corpi morti ben tese è il caso di soprassedere.
 

Ayvalik

Poco più avanti c’è la solita baietta deserta, diamo fondo in 4 metri d’acqua. Faccio un tuffo per controllare l’ancora, dalla barca ho visto un fondale che potrebbe non tenere bene, meglio dare un’occhiata di persona. Altre due bracciate e sono sulla riva, una spiaggia di ciottoli scuri, guardo Piazza Grande in controluce col sole basso, l’acqua appena increspata, un piccolo branco di pescetti volanti salta sulla superficie del mare, ricordo le sere della mia infanzia a Capo Peloro, l’estrema punta settentrionale della Sicilia, davanti Messina, ed ho la stessa sensazione di tranquillità interiore. Sulla spiaggia un pezzo di cima impiombata, una boa rotta, brandelli di un canotto di gomma leggera e tanti pezzi di plastica di tutte le forme, avanzi di pseudociviltà vomitati dal mare durante qualche mareggiata. L’unica nota stonata di questo idillio sono le mosche, tante, fastidiose, a volte di quelle che pizzicano dolorosamente, ce le portiamo appresso da qualche giorno, ronzano attorno disturbando qualsiasi attività.
 

Gente di Ayvalik

E’ bello svegliarsi al mattino e dopo un caffe alzare le vele e correre nel mare che riluccica di un sole ancora non alto all’orizzonte. Il Meltemi da queste parti lo chiamano Poyraz, sarà lui a spingerci lungo il Canale di Lamna e poi lo Stretto di Mitilene, verso Ayvalik. Prima di entrare in città mi piacerebbe fermarmi in una rada del piccolo arcipelago di isolette, basse e disabitate, che c’è di fronte, ma anche stamattina la batteria motore era giù, non mi va di fare affidamento su quella dei servizi, anzianotta anche lei, bisogna ricomprale al più presto, soprattutto la prima, quindi via per queste 20 miglia verso il marina della solita catena Setur che ne gestisce parecchi un Turchia, tutti di buon livello e, purtroppo, prezzi adeguati, anche se non paragonabili a quelli italiani (ma qualsiasi marina italiano, anche il più sfigato, è più caro pure di Saint Tropez). Chiamo sul VHF per chiedere se c’è posto, arriva il gommone, mi indica un piccolo spazio fra due barche a motore, una delle quali ormeggiata di prua e con due enormi fuoribordo neri che sporgono dietro; il vento, ovviamente, è al traverso, i soliti 30 nodi, se sbaglio manovra farò la fine di una qualunque vittima di Caio Duilio, quello che abbordava le navi con i rostri sulla prora. Manovra lenta se il vento stenta, manovra lesta se il vento infesta, dice un vecchio adagio, prendo quindi la rincorsa e affondo la manetta a retromarcia, calcolando qualche metro di scarroccio sottovento, infilo lo stretto pertugio largo quanto Piazza Grande, poi a mezzo metro dal pontile do un affondo di marcia avanti e la barca si ferma. L’ormeggiatore nel frattempo, lesto anche lui, è saltato a terra per passare la trappa ad Alessandra e raccogliere le cime che gli lancio io. Manovra perfetta, il tizio ed io ci guardiamo e solleviamo all’unisono il pollice in segno di reciproca approvazione.
 

Seguimi, con le buone o…

Ayvalik si trova in fondo ad una baia cui si accede attraverso un canale dragato a circa sei metri, guai ad uscire dal tracciato segnalato dale mede, ci si ritroverebbe insabbiati in mezzo metro di fondo. E’ abbastanza stretto e per avere il nostro quotidiano brivido, entriamo con vento forte nel momento in cui parte l’esodo di tutti i caicchi che portano in gita giornaliera i turisti. Che emozione vederseli tutti a prua che ti puntano addosso, tutti insieme, con cronometrica armonia. La città è carina, non bella, ma una sosta la merita tutta, facciamo due passi, c’è un centro storico piuttosto trascurato ma interessante, ci sono tante botteghe di ogni genere, un paio di piccoli bazar, molti ristorantini per tutti i gusti, la sera ceniamo con 10 euro in due, un brodo di carne ed un piatto di polpette di carne. Quando chiedo se hanno la birra, cosa non scontata in Turchia specialmente nei posti dove servono cucina turca, il cameriere lascia sospesa per un istante la mia domanda, poi, prima che per rompere l’imbarazzo possa dirgli che non importa, mi risponde Ok, no problem, che traduco come: è un problema, ma posso risolverlo. Si allontana qualche minuto e torna con una bottiglia di Efes gelata che mi porge con un sorriso. Ecco, questo mi piace molto dei turchi, sono liberi interiormente, hanno le loro idee, il loro credo, la loro etica, ma non si ritengono depositari di una verita cosmica, non pretendono di piegare il mondo alla loro visione delle cose. Altri due passi per i vicoli, sotto il pergolato di un bar molti anziani che chiacchierano snocciolando fra le mani il loro immancabile rosario, un uomo scarica una capra viva da un’automobile e per costringerla a seguirlo gli prende le corna con una mano e gli infila l’altra nell’orifizio posteriore, sembra un sistema collaudato, l’animale, seppur recalcitrante, si sottomette al volere del suo padrone. 

All’ancora vicino Ayvalik

Un paio di giri in altrettanti uffici per espletare le formalità di uscita, l’acquisto della batteria motore ad un prezzo più alto di quello che avrei pagato a Canakkale, ma questa è una località turistica, era ovvio, poi la giornata può dirsi conclusa. In teoria avremmo tempo fino alla mezzanotte di oggi per lasciare la Turchia, come recitano i mille timbri sul passaporto e sul transit log, in reltà la voglia di passare la notte in qualche rada qui di fronte è forte e decido che per una volta delle rigide regole turche me ne frego, tanto fuori c’è il ventone, alle brutte dico che sono stato costretto a fermarmi per il meteo avverso. Ed è con i soliti 30 nodi, non senza prima una passeggiata in testa d’albero per raddrizzare il Windex piegato, che lasciamo il marina di Ayvalik, sono tranquillo, sorrido riflettendo su questa mia tranquillità, penso che fino a non molto tempo fa con 30 nodi avrei raddoppiato le cime in banchina e me ne sarei andato al bar. Si naviga, si cresce, si conosce meglio la barca, si sta conseguentemente più tranquilli. Troviamo la baia che fa per noi, ci sono un paio di caicchi che se ne vanno nel giro di due d’ore, siamo ancora una volta l’unica barca, di fronte a noi una piccola spiaggia popolata solo di gabbiani e lepri selvatiche così grosse che all’inizio pensavo fossero cani. Mi viene in mente che so fare un ottimo ragù di lepre, quasi quasi carico il fucile subacqueo… E invece no, dopo un bagno in un acqua così gelida da togliere il fiato, preparo una bella padella di cipolle, melanzane, peperoni e patate, pregustadone il sapore mentre il profumo si spande in aria. Domani si va via da questo bellissimo paese, ciao Turchia, ci rivedremo sicuramente, mi piaci troppo per non tornare. Benritrovata Grecia.

3 pensieri su “L'Eolia, 30 nodi di certezze

  1. Grazie Pietro! La batteria motore era perfetta fino a due giorni fa, quindi non c'era ragione di cambiarla. Quella servizi ha 3 anni, in genere almeno 4 li durano, dato che avevo già 3 pagine di foglio Excel di lavori da fare, per ragioni di budget ho tagliato le cose non indispensabili. Ne avevo trovata una da 180Ah a Canakkale a due soldi, purtroppo era troppo alta per il vano dove sta ora, mi sa che mi tocca prenderne due da 100 e metterle in parallelo.

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  2. Sono tremendamente dispiaciuto per l'imprevisto della batteria ma rasserenato del fatto che non dovrò accollarmene una da casa non fosse altro per il timore di come farmi capire dal poliziotto greco.Noto che la maggior parte del viaggio la stai facendo con 30 nodi di vento, mia moglie mi chiede un raffronto ed ho detto “come un ventilatore puntato in faccia” mo non gli ho indicato il diametro ma so dettagli.Comunque capiasco bene come mai il buon navigatore si misura il mivlia percorse e no in anni di possesso.

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