Marsala di marzo


Le zaffate di kerosene che respiro camminando la mattina presto sulla pista dell’aeroporto di Ciampino hanno il sapore dolce del viaggio di piacere. L’idiota di turno sgomita per superare la fila già di per sé non molto disciplinata, cercando di guadagnare per primo la scaletta per salire sull’aereo che ci porterà, di certo senza lasciare a terra nessuno, a Marsala. Dopo tre mesi torno da lei, la mia amante di vetroresina e legno, solo un’ora di volo ci separa ormai, è marzo inoltrato, tempo di cominciare a mettere le mani sui mille lavori e lavoretti di manutenzione da fare in vista della stagione estiva. L’aereo decolla, guardo fuori dal finestrino, il mare riluccica lontano giù in basso.

Sulla strada (ma non come Jack Kerouac)

Quando atterro all’aeroporto di Birgi la prima sorpresa: i pullman che lo collegavano tutte le ore con Marsala sono stati quasi tutti soppressi, sono le 9 del mattino ed il primo utile è alle 13:15. Vorrei evitare di prendere il taxi, quindi tento l’autostop, in fondo quando avevo 17 anni sono arrivato a Capo Nord in Norvegia in questo modo, cosa vuoi che siano 15 km. Non devo però avere lo stesso aspetto rassicurante di allora perchè nessuno accenna neanche a fermarsi per chiedermi dove devo andare e dopo una ventina di minuti desisto. Camminando nel parcheggio dell’aeroporto vedo una coppia che sta salendo su un’auto, chiedo se vanno verso Marsala, non proprio, ma almeno mi avvicino. Sei un rappresentante?, mi chiede lui. No, rappresento solo me stesso, nel bene e nel male, rispondo. Nel breve tragitto chiacchieriamo, familiarizziamo, e alla fine mi portano quasi fin sotto il b&b dove dormirò dato che Piazza Grande è in secco sull’invaso. Gente fantastica i siciliani! Hanno sempre un pizzico di diffidenza verso lo “straniero”, ma ci mettono un attimo a considerarti un amico e a farsi in quattro per darti ospitalità come meglio possono. Ringrazio, saluto e lascio un mio recapito promettendo di sdebitarmi con la medesima cortesia se capiteranno a Roma.
 

Raschia che ti passa!

Arrivo in porto sereno, so che è tutto a posto perchè sullo stato di salute di Piazza Grande mi tiene aggiornato Davide (gente fantastica i siciliani, ve l’ho detto!) che gestisce qui da anni una scuola di vela (www.scuolavelaspiego.it). Quest’anno ha comprato una nuova barca, simile per dimensioni e struttura a Piazza Grande, spero che si navighi un po’ insieme alle Egadi, poi lui se ne andrà verso la Tunisia, io… chissà! Già, la questione economica mi rende tutto piuttosto incerto, pur facendo da me la manutenzione ho parecchie spese da affrontare, non ultima quella del meccanico per rifare la frizione dell’invertitore che ha mollato per usura a ottobre scorso. Quando il meccanico arriva, arriva pure la prima mazzata: preventivo quasi il doppio del previsto, i pezzi di ricambio pare li forgino con oro zecchino e sangue di vergine! Ma è un lavoro indispensabile, le barche sono a vela, però in porto si manovra a motore, impossibile fare senza. Quando poi arriva il velaio, la seconda mazzata: la randa, che pure sapevo malridotta, appare parecchio più acciaccata di quello che pensavo, così a occhio direi che un rattoppo non può bastare a fare la stagione, occorre rifarla nuova e non sono spicci. Mi demoralizzo, così tanto che neanche i cannoli con la ricotta riescono a consolarmi.
 

Arte consolatoria

La sera torno al b&b, leggo un po’ di Moitessier, anzi rileggo, sarà la terza o quarta volta che mi sciroppo l’opera omnia del sommo, ma come prescindere dalla sua esperienza? Non solo da quella di navigatore, uno dei più grandi in assoluto, ma da quella umana, dal suo morire e risorgere quattro volte, come le barche che ha perso navigando, abbattendosi nello spirito ma ritrovando dentro di sé la forza per reagire e tirarsi fuori dai problemi. Se faccio una solida ossatura in legno, posso stratificare lo scafo con fogli di giornale e resina ed avere una barca in grado di attraversare l’oceano. Alla fine non l’ha fatto, ma ci ha creduto, ha creduto in sé stesso, ha trovato altre strade e in capo ad un paio d’anni aveva Joshua, la barca con cui ha compiuto l’impresa epica di doppiare Capo Horn a vela e tempo dopo di percorrere 14.000 miglia, facendo un giro e mezzo del mondo in solitario, quando i solitari erano solitari davvero, mica come ora con meteofax, telefoni satellitari ed email. No, non devo perdermi d’animo.
 

Rosso, giallo e blu

Abbasso la testa e come un mulo e procedo imperterrito secondo la tabella di marcia che prevede carenaggio self service, ovvero asportazione della vecchia antivegetativa col raschietto, sistema che preferisco alla levigatrice perché in questo modo si respira meno polvere tossica (la vernice antivegetativa non è una botta di salute). E’ però un lavoro ingrato anche così, procedo a decimetri quadrati, ci vuole olio di gomito ma anche delicatezza, ché a fare troppo con forza si rischia di scheggiare il gelcoat. Alla fine in 4 giorni ho fatto tutta la prua, è meno di quello che speravo ma è pur sempre un bel pezzo di barca, il resto lo farò la prossima volta. Ogni tanto mi fermo per riposarmi qualche minuto e respirare un po’ di aria di mare, iodio che si mischia all’odore di zolfo, che pare sia dovuto alla posidonia morta, e al profumo delle vinacce che hanno fermentato nei mesi scorsi negli stabilimenti qua attorno dove si producono vini ad alta gradazione alcolica, poi torno a raschiare, fino a che il braccio mi fa male. Di bello c’è che sotto la vernice trovo la carena in perfette condizioni. Spedisco anche la zattera autogonfiabile al produttore per la revisione biennale, la imballo bene con cartone e millebolle e avverto il corriere di passare a ritirarla. Insomma, vado avanti, ho inerzia, o abbrivo visto che si parla di barche.
 

Un bell’astice

Il porto di Marsala sonnecchia in inverno, come pure un po’ sonnecchia tutta la città, in attesa forse della stagione estiva. E’ il destino delle località di mare, riconvertite volenti o nolenti al turismo quale principale se non unica fonte di sostentamento. Quasi nullo il traffico portuale, la mattina un piccolo gozzo scarica una o due cassette con un po’ di pesce di paranza e, quasi preda incidentale, un bell’astice di qualche chilo. Marsala sembra a volte trascinarsi un po’ spenta, come in attesa di qualcosa che arrivi dal mare, quel mare che 150 anni fa ha portato l’onda irrefrenabile del risorgimento che proprio da questo porto ha mosso i suoi primi passi alla conquista dell’Italia, chissà se questa cosa ha lasciato il segno nel carattere dei marsalesi oltre che nei tanti toponimi che evocano l’impresa di Garibaldi. Inutile ribadire quanto questa atmosfera rilassata mi piaccia! Ma anche in inverno, questo porto è crocevia di velisti: mi manco per un soffio con Max, che ha portato qui la sua barca per fare dei lavori, ma riesco ad incrociarmi con Paolo, velista giramondo che ha la sua base a Trapani, ed insieme a Davide passiamo una bella serata a parlare, com’è ovvio, di mare. Le chiacchiere mi fanno bene, stemperano un poco le mie preoccupazioni, confrontarsi con persone propositive come sono Davide e Paolo, sentirli parlare dei loro progetti di navigazione mi fa sentire i miei meno lontani, mi stimola, mi fa apparire gli ostacoli che si frappongono fra me e le mie rotte future non insuperabili.
 
Prendo l’aereo che mi riporta a casa, guardo le luci puntellare la costa siciliana nella notte. Restate sintonizzati!

Perchè devo tornare in Grecia

Sotto una pioggia che da giorni martella incessante la città, cammino lungo una strada del centro di Roma, mentre i miei occhi, bassi per schivare le pozzanghere, riflettono le luci al neon di insegne ed illuminazione comunale in uno sbrilluccichio continuo e quasi fastidioso. Le automobili sfrecciano scure nella sera, nella solita fretta sconclusionata di arrivare, non si sa bene perchè con tanta premura. Anch’io ho un po’ di fretta, per quanto il mio passo me ne conceda,  fretta di arrivare al ristorante greco dove ho appuntamento con alcuni amici, non fosse altro che per non inzupparmi troppo. L’idea di mangiare nuovamente greco dopo tanti mesi mi piace, giusto da qualche giorno si è riaccesa dentro di me la fiammella, il desiderio del mare, un piccolo barlume che man mano che la stagione si approssimerà diventerà un fuoco vivo ed impetuoso. Nella mia testa sto infatti ragionando sui programmi estivi, sulla rotta, sui lavori per preparare Piazza Grande e soprattutto sulla gestione delle spese chè, ahimè, la Natura m’ha fatto appassionare ad un hobby parecchio più costoso degli origami giapponesi. 

 

 
Avevo pensato di navigare nel Canale di Sicilia, fare Pantelleria, che non conosco, e poi andare in Tunisia, che conosco e che non è in fondo ‘sto granchè, ma non è molto turistica e questa è una caratteristica che automaticamente mi rende simpatico un posto. Parlando però con alcuni velisti, m’è stato sconsigliato di andarci per ragioni di sicurezza, sia a terra che in mare, mi sono state riferite situazioni poco piacevoli e rilassanti per il diportista, e visto che il posto, come ho detto, non è ‘sto granchè, il gioco non vale la candela. Che fare, quindi?
 
 
Il Mar Mediterraneo è praticamente diviso in due, versante settentrionale e versante meridionale. Il primo è ricco, antropizzato e con tutti i servizi per il diporto, ma ha il grande difetto di essere molto costoso, troppo per le mie tasche, soprattutto dovendo fare una navigazione di qualche mese. Quello meridionale, viceversa, è povero, poco antropizzato e poco o pochissimo costoso, ma è impraticabile per buona parte: Libia, Algeria ed Egitto non sono paesi per velisti; Marocco e Tunisia lo sono ma con parecchie controindicazioni ed io ho voglia di pace e libertà, due concetti che in Nordafrica sono stati smarriti da tempo.
 
 
Ci ho messo un attimo a trovare la soluzione: torno in Grecia! C’è poco da fare, l’ho scritto più volte, in Mediterraneo non ci sono posti altrettando belli, ospitali ed economici per chi naviga ed inoltre fra lato ionico ed egeo c’è una quantità talmente grande di isole e approdi da girarci per anni senza ripassare negli stessi posti. Nel 2012 ho navigato due mesi nelle isole Ioniche, nel 2013 quattro mesi in Egeo, quest’anno potrei fare una sintesi dei due mari, circumnavigare il Peloponneso, che l’anno passato un cambiamento improvviso di programma (imbarcare mio figlio ad Atene) mi ha fatto saltare, e godere ancora una volta l’unicità delle atmosfere greche, fatte di rade tranquille, porticcioli che sembrano ricami e, soprattutto, poco affollamento, escluse ovviamente le località più turistiche. Non sono un misantropo, sia chiaro, ma se all’ancora o quando scendo a terra devo sgomitare come sulla metro alle 8 di mattina, preferisco restarmene a casa e sgomitare al solo costo del biglietto ATAC.
 
 
Bene, non mi resta che trovare una ragione, uno scopo, per questo viaggio. L’anno scorso ho navigato fino a Istanbul per comprare un paio di jeans, perfetta imitazione dei Levi’s, a prezzo stracciato, quest’anno devo trovare una motivazione altrettando valida. E’ proprio il ristorante greco di Roma ad offrirmela, inaspettata e validissima; lo dico senza mezzi termini, ho mangiato da schifo, servito da cani e pagato il doppio di quello che mediamente si spende in Grecia! Vi basta come motivazione per partire? A me sì, partirò dunque, anche quest’anno con una missione speciale: alla ricerca della moussakà perduta!
 


La ragazza di Bube – Carlo Cassola

Quando ero piccolo vedevo in giro dei libri bellissimi che si intitolavano La ragazza di Bube, Il giardino dei Finzi Contini, L’Agnese va a morire e credevo che Bube fosse la località d’origine della ragazza in questione, i Finzi Contini una specie di alberi e l’Agnese un animale che come un’elefantessa anziana si recasse da sé al proprio cimitero. Qualche giorno fa ho investito 1 euro per un’edizione con copertina rigida del 1960 del libro di Cassola ed ho scoperto che Bube non è un luogo ma una persona. Ho scoperto pure un romanzo bellissimo, scritto magistralmente, ma soprattutto grande per il modo in cui descrive persone, situazioni e stati d’animo dei protagonisti non solo in modo diretto, ma anche indirettamente attraverso i dialoghi fra di essi.

Il grosso dei fatti si svolge nel primissimo dopoguerra, quel periodo cioè dove speranze e regolamenti di conti si accavallarono spesso nell’animo degli italiani generando purtroppo delusioni ed eccessi (ma forse è semplicistico parlare di eccessi col distacco dato da 70 anni di distanza). Veramente un affresco chiaro su un periodo travagliato della nostra storia, con gli anglo-americani ancora a dirimere le questioni e le morali cattolica e politica a dettare comportamenti e scelte di vita delle persone. Scelte che con gli occhi di oggi appaiono a volte eccessivamente rigide, come nel caso della protagonista, ma che rivelano una forza interiore straordinaria, ancor di più considerando la scarsità di mezzi, soprattutto culturali di cui i più disponevano allora.

Già che c’ero, mi sono visto pure il film di Comencini del ’63, con la Cardinale al top della sua bellezza; bello, anche se non quanto il libro cui pure è piuttosto fedele, mostra per immagini un’Italia che il neorealismo ha immortalato per noi.

Novembre alle porte – Chaim Potok


Potok
è Potok, non si discute. La sua inarrivabile maestria è nella narrazione, riesce a catturarti con una prosa che nella penna di altri risulterebbe banale, nella sua è semplicemente chiarezza senza fronzoli. Novembre alle porte non è un romanzo vero e proprio ma la storia, appena romanzata, secondo le dichiarazioni dell’autore stesso, di una famiglia di ebrei russi, dal periodo zarista alla fine della guerra fredda, passando per la rivoluzione d’ottobre, lo stalinismo, i pogrom e tutte quelle altre belle cose che i russi, ebrei e non, hanno dovuto patire per 70 anni. Si legge come un romanzo ma è anche un saggio che racconta in modo circostanziato i fatti e ne descrive le atmosfere che ne derivano attraverso gli stati d’animo dei protagonisti.
Grandissimo libro, peccato per la traduzione, è un continuo di “un gruppo di loro fecero“, “la maggior parte andarono“, lo stesso errore ripetuto dozzine di volte, perchè putroppo, a volte la gente non si regolano!

Marsala, quasi per caso


Marsala, Italia, Marsa Alam, Egitto. Troppo simili i due toponimi per non tradire un’origine comune e troppo curioso io per non cercare di scoprirla. Mi basta aprire Wikipedia per avere la risposta: Marsa Allah vuol dire Il Porto di Allah, è così che la città siciliana è stata battezzata dai conquistatori arabi che nell’800 dopo Cristo da qui hanno iniziato la loro espansione nel sud del nostro paese, anche se forse parlare di battesimo è un po’ fuori luogo visto che si trattava di conquistatori musulmani, ma ci siamo capiti. Il Porto di Dio quindi. Offrirà un ridosso della Madonna, penso! Purtroppo non è così, basta aprire la carta nautica per rendersi conto che è piuttosto esposto ai venti dei quadranti meridionali, almeno nella sua parte centrale, quella che conseguentemente costa meno, quella che ho scelto io per ragioni squisitamente economiche. Piazza Grande starà al pontile per qualche settimana, poi conto di metterla in secco ai primi di novembre, sia per stare tranquillo, sia per fare quei lavori che la cura regolare di un’imbarcazione impone. Marsala è anche il porto dove è sbarcato Garibaldi per iniziare la sua impresa con le mille camicie rosse, un luogo ricco di storia, insomma, cosa che me lo rende già simpatico prima ancora di arrivarci. Marsala è l’ultimo posto dove pensavo di finire quando sono partito, quattro mesi or sono; come ha detto qualcuno la vita è tutto quello che ci accade mentre siamo impegnati a progettare altro.

Sarà stato il problema all’invertitore o la voglia inconscia di non tornare, di prolungare questo lungo viaggio, seppur spezzandolo con un rientro a casa prima che mi diano veramente per disperso in qualche mare lontano, fatto sta che dopo la sosta cultural-gastronomica a Palermo, la mia prua punta a ovest anziché a est.

 

Il sole cala dietro Capo S. Vito

Mi sveglio un po’ stordito, quattro giorni a gozzovigliare lasciano il segno, ieri sera il colpo finale dato dagli spaghetti con le sarde in un ristorante popolare di Mondello in compagnia di un caro amico, o forse dal vino che ci abbiamo bevuto su, chissà, me lo chiedo mentre carico la moka abbondando col caffè nella speranza di ritrovare la perduta lucidità e liberarmi dal cerchio alla testa che mi opprime. Sono di nuovo solo a bordo, dovrò manovrare con molta attenzione per uscire da quel budello che è La Cala di Palermo con l’invertitore che tarda ad ingranare la marcia. Comunque vada, vado; navigare necesse, è anche il motto della Lega Navale che mi ha ospitato tanto gentilmente in questa bella città, mollo cime e corpo morto e rapidamente e senza danni guadagno l’uscita. C’è vento, non molto, ma c’è, c’è anche mare, anche questo non molto ma c’è. C’è tutto, insomma, ma non ci sono io, questa sosta m’ha rammollito, Moitessier si rammolliva dopo mesi e mesi a Papetee, a me sono bastati pochi giorni e qualche cannolo con la ricotta. Piazza Grande, sbatte, arranca sull’onda ed io con lei, ho troppa tela a riva o forse è semplicemente mal regolata, fatico a trovare il giusto assetto, solo dopo un po’, non senza fatica, riesco a farle prendere il giusto passo, a farla andare come si deve. Non altrettanto si può dire di me, non ho molta voglia di bordeggiare contro questo mare, speravo in una navigazione tranquilla, ma faccio buon viso a cattivo gioco, stringo i denti e regolo di fino la randa, anzi, quel che ne rimane, viste le condizioni in cui versa. Anche qui il paragone con Moitessier è inglorioso, a lui sono voluti dieci mesi alle alte latitudini meridionali per consumare le vele, a me molto meno, anche se le mie già alla partenza mostravano parecchi acciacchi. Sono lento, ho una VMG, la velocità di avanzamento verso l’obiettivo considerata la rotta a zigzag, di meno di 3 nodi, 5 Km l’ora, quanto una camminata di buon passo, quanto, forse Colombo con l’armo a vele quadre. La giornata passa tutta così, conto di fermarmi a San Vito lo Capo per la notte, ma speravo di arrivare prima del buio, invece solo alle 10 di sera sono davanti al porto. Di entrare dentro non se ne parla, di notte, da solo e col motore che fa i capricci sarebbe un suicidio, decido di dare fondo in pochi metri cercando di ripararmi dietro al molo di sottoflutto nella speranza di non ballare tutta la notte. Non c’è luna, in compenso ci sono le luci del lungomare che mi sparano negli occhi, peggio di così si muore, avanzo lento, poi calo l’ancora e mi godo il meritato riposo.
 

Il faro di S. Vito lo Capo

La mattina mi alzo ben riposato, c’è il sole e ci sono meno vento e mare rispetto a ieri, percorrere le ultime 30 miglia di questo lungo viaggio sarà meno faticoso di ieri. Il mare è in scaduta, ne percepisco il respiro lento e regolare che segnala il cessato allarme, imposto la rotta sul pilota automatico e mi godo la tranquilla navigazione, la costa è molto bella, la Sicilia è proprio come l’ha cantata Pino Daniele in una bellissima canzone musicata da Chick Corea, è lava e sale. Mi godo anche il fatto che malgrado sia ormai ottobre me ne sto piacevolmente in costume da bagno. Dulcis in fundo, noto di aver riacquistato il piede marino, rapidamente lo si perde, rapidamente lo si riprende, è un po’ come andare in bicicletta, una volta imparato bastano poche pedalate per ritrovare l’equilibrio e l’andatura giusti. I miei movimenti a bordo sono automatici, si sono adattati alle necessità, agli spazi angusti e alle onde, è automatico cercare un appiglio quando sporgo la testa fuori dal tambuccio per controllare che la rotta sia libera, è automatica la specie di giravolta che faccio per uscire dalla cuccetta, automatici sono anche tutti i gesti che compio in coperta, a volte mi sembro un equilibrista da circo, se ne esistessero di marini forse potrei esibirmi con successo.
 

Il mare è pieno di alghe galleggianti, impossibile tenere la traina

Avvisto Trapani, poi le Egadi, Favignana mi è entrata nel cuore trent’anni fa, ci arrivai un po’ per caso campeggiando con amici pescasub, ci tornai l’anno dopo con la fidanzata di allora, poi quando fu istituita l’Area Marina Protetta e conseguentemente vietata la pesca ai comuni mortali smisi di andarci. Notizie recenti parlano di un campo boe istituito a Cala Rossa, una baia spettacolare dove erano le antiche cave di tufo, col pretesto di salvaguardare la posidonia. Nobile intento per carità, resta da capire perché sia vietato ancorarsi di notte ma non di giorno, come se le alghe spuntassero solo col favore delle tenebre. Lo so, è difficile da capire o anche solo da credere ma è così, uno dei tanti paradossi dei mari italiani. Proseguo ancora, avvisto lo Stagnone, l’area di bassifondi tra Trapani e Marsala dove ancora oggi si produce sale marino, continuando imperterrito a trascinare una traina che da giorni non da soddisfazioni ma solo noia, riempiendosi spesso di alghe morte che galleggiano in superficie. Alla fine rinuncio, ho tentato il colpaccio con un Rapala piuttosto grande, forse col polpetto piumato qualcosina sarebbe venuta fuori, chissà. Apro una birra ed un pacchetto di patatine mentre il profilo di Marsala comincia a delinearsi sempre più chiaro all’orizzonte, infine, verso le 4 del pomeriggio, mi infilo fra i fanali verde e rosso e mi dirigo verso i pontili, non prima di aver annunciato telefonicamente il mio arrivo sia agli ormeggiatori, sia a Davide, il gentilissimo amico che mi ha spiegato tutto quello che c’era da sapere sulla città ed il suo porto. Nel timore che l’invertitore faccia qualche scherzo, parto a retromarcia con larghissimo anticipo, entro nel posto che mi assegnano con precisione millimetrica, passo le cime, recupero la trappa e penso che è l’ultima manovra della stagione. Pensiero errato, mi hanno dato il posto nel pontile peggiore, quello esposto, quello dove in caso di mareggiata c’è serio rischio di fare danni alla barca. Vado a parlare col responsabile, lo convinco a farmi spostare sull’altro pontile, tergiversa un po’, alla fine, nel giro di un paio di giorni, arriva the ultimate mooring, Piazza Grande vi si acciambella come un animale stanco che reclama riposo ed io con lei.
 

Piazza Grande nella sua nuova casa

Ci sono alcune piccole incombenze da sbrigare, lavare bene la coperta, disarmare un po’ di cose e sistemarle nei gavoni, fare la cernita di quello che è possibile riportare a casa nell’angusto spazio di una valigia di massimo quindici chili di peso come dettato dalle severe regole di Ryanair. Davide, la cui ospitalità è qualcosa di favoloso che spero di poter un giorno ricambiare, mi accompagna a comprare due spezzoni di catena e a rimediare un paio di copertoni d’auto usati per vincolare Piazza Grande al pontile in modo sicuro. Lo so, ci sono quei bellissimi molloni che vendono gli spacciatori di cose nautiche, però hanno due difetti: sono costosi e si rompono, i copertoni, invece sono gratis ed eterni (o quasi). Perdiamo un po’ di tempo a fare il lavoro, raddoppio le cime, non si sa mai, raddoppio pure il corpo morto a prua recuperandone uno abbandonato sul fondo del porto e riemergendo con in bocca un fantastico sapore di melma ed idrocarburi, ma alla fine Piazza Grande è vincolata con cinque, dicasi cinque, cime, posso dormire sonni tranquilli. 
   

Ammortizzatore di ormeggio per poco abbienti

Consumo l’ultimo pasto a bordo, ne cerco il sapore nella mia anima, ha l’amaro della partenza, dei saluti, ma anche il dolce del ritorno a casa, degli affetti ritrovati. Qui resta una parte di me, fisica e metaforica, qui so che potrò tornare tutte le volte che vorrò, sarà un po’ come avere una tana, un rifugio o anche banalmente una casa al mare. Da qui potrò fare base per girovagare a terra ed in mare, entrambi sono ricchi di cose da vedere, da visitare, da assaporare. Marsala è un gioco di quei tanti che fa la vita (F. Guccini, Amerigo), la tappa incidentale di un percorso che doveva dipanarsi altrove, la sorpresa inaspettata e ricca di questo lungo viaggio partito alla ricerca di un paio di jeans turchi e finito sulle spiagge sontuose della gastronomia siciliana. Ma è anche un viaggio che non finisce, perché non è finita in me la voglia di andare, di prendere il mare per cercare un’altra isola, un’altro approdo, un altro sorriso sconosciuto che mi dia il benvenuto nella sua terra. Le barche sono fatte per navigare, a volte anche le persone.
  Alle cinque passa a prendermi Davide, l’ennesima sua cortesia che quasi mi imbarazza, strada facendo vedo le saline ed i mulini a vento ancora in uso, poi la sagoma della torre di controllo, la coda di un aereo, sento il rombo di un decollo. Saluto il mio amico, entro dentro, svolgo le procedure di imbarco, poi, rannicchiato nel piccolo sedile che mi hanno assegnato, chiudo gli occhi mentre sento l’aereo sollevarsi da terra. Torno a casa.

Sicilia, terra d'amuri

 
“Purtroppo siamo famosi nel mondo anche per qualcosa di negativo, quelle che voi chiamate piaghe. Una terribile e lei sa a cosa mi riferisco è L’Etna, il vulcano che quando si mette a fare i capricci distrugge paesi e villaggi. Ma è una bellezza naturale. Eeee ma c’è un’altra cosa e questa è veramente una piaga grave che nessuno riesce a risolvere, lei mi ha già capito: è la siccità. Da queste parti la terra d’estate brucia, è secca, una brutta cosa, ma è la natura e non ci possiamo fare niente. Ma dove possiamo fare e non facciamo, perché, in buona sostanza, non è la natura ma l’uomo, è nella terza e più grave di queste piaghe, che veramente diffama la Sicilia ed in particolare Palermo agli occhi del mondo. Eeee lei ha già capito, è inutile che io glielo dico, mi vergogno a dirlo: è il traffico! Troppe macchine, è un traffico tentacolare, vorticoso che ci impedisce di vivere e ci fa nemici, famiglia contro famiglia”.


Questa lunga citazione dal film di Benigni, Johnny Stecchino, per dire finalmente, fuori dai denti, la verità, sulla piaga che il tassista in quella scena sembra sempre alludere senza dire, quella piaga che veramente stritola la Sicilia e ne tiene lontane le persone nel timore di ritrovarsi loro malgrado invischiate in tragedie irrisolvibili. Sì, il vero problema di Palermo, il dramma che soffoca la città, che le impedisce di vivere e respirare, che la avviluppa come una piovra, è un altro: l’ormeggio!

Diciamo però una cosa, è un problema non solo siciliano ma di tutta l’Italia, un problema che dopo quattro mesi di disponibilità assoluta di ormeggi a costo prossimo allo zero percepisco in modo ancora più toccante. Appena mi avvicino alla costa, ad un porto, un pontile, una qualunque banchina, mi immagino, senza dover lavorare poi molto di fantasia, schiere di avvoltoi con il segno dell’Euro sulle pupille, pronti a vendermi le loro bitte come fossero anelli incastonati di pietre preziose. L’Italia è bella, insuperabile, da un punto di vista artistico la Grecia non può illudersi neanche minimamente di competere, anche se le atmosfere greche sono spesso inarrivabili, fatte di silenzio e natura, eppure il diportista finisce per preferire i mari ellenici perché finalmente si sente affrancato dai taglieggiamenti dei concessionari di pontili e banchine nei porti demaniali. Chi naviga sa perfettamente di cosa parlo, per chi non naviga spiego rapidamente che è come se tutta la strada sotto casa vostra fosse data in concessione a prezzo irrisorio a qualcuno che poi vi obbliga a pagarlo profumatamente per parcheggiare la macchina anche in terza fila. Il benvenuto in Italia me l’ha dato lo Stretto di Messina, due città contrapposte in poche miglia, due grandi porti e nemmeno un metro di banchina per il diporto, per il transito o anche per un emergenza. E’ normale? No, ma è un po’ di tempo che mi chiedo quale nel nostro paese sia diventato il concetto di normalità.

 

Lipari

Dopo quattro giorni ininterrotti di mare mi ritrovo a bighellonare fra le isole Eolie, quello splendido arcipelago, piuttosto inospitale, però, per chi naviga: per i costi inaccettabili, più di cento euro al giorno per un gavitello, e per i fondali molto alti che rendono complicato anche l’ancoraggio. Ho appuntamento a Lipari con Jack, un amico che ha fatto del mare la sua scelta di vita e che mi aspetta all’ancora sotto la cava abbandonata di pomice. Con me, ancora per qualche giorno, c’è Andrea, un altro professionista del mare, anche se in modo molto diverso, mi incuriosisce questo contatto fra loro due, un pirata ed un uomo delle istituzioni, certo però che l’amore per il mare che li accomuna, e che accomuna me ad entrambi, sarà l’inestinguibile trait d’union fra noi. Saluti, abbracci, pacche sulle spalle, poi decidiamo di spostarci a Panarea. Panarea? Oddio! Ho sempre in mente la scena di Caro Diario di Nanni Moretti, dove una ineffabile PR si dice in grado di organizzare nel giro di 24 ore una festa con un elefante vero, temo lo shock nel passare dall’atmosfera bucolica delle isole greche al fichettame esasperato di Panarea, io, abbigliato più come un mozzo di un peschereccio che come un dandy da piazzetta, sarò certamente additato o scambiato per un facchino extracomunitario. In rada conto dieci barche, altro shock, più barche qui un giorno feriale di fine settembre che a ferragosto in Grecia. Ma non importa, organizziamo una cena a bordo da Jack, preparo la peggior carbonara della mia vita (ma per colpa degli ingredienti, non mia), passiamo una bella serata nella quiete assoluta, chiacchierando di vela e raccontandoci le nostre vite, anche particolari intimi, con la serenità di chi sa di avere davanti un amico sincero che non lo tradirà. La biografia di Jack è ricca e variegata, fatta di alterne fortune, ma sempre vissuta sul piano della schiettezza e della libertà. Come si fa a non amare un personaggio così? Terminata l’ultima bottiglia, molliamo le cime che vincolano le barche e ciascuno si ritrova sul proprio calumo, ma so che resteremo vincolati alle cime della fratellanza di mare, come non tarderà a dimostrarmi adoperandosi per aiutarmi a risolvere il problema di cui parlerò tra poco.
 

Panarea

La mattina dopo, Andrea ed io decidiamo di andare a terra col tender per dare un’occhiata all’isola: mondana e modaiola che sia, è decisamente carina, una visita è doverosa. Sul molo un paio di auto elettriche, quelle da golfisti, con la scritta taxi, danno subito il marchio di sciccosità che generalmente aborro, gli autisti ci squadrano con uno sguardo, iscrivendoci immediatamente nella categoria “pezzente-non potenziale cliente”, il che non mi dispiace affatto. Entriamo in un bar, dopo quattro mesi l’idea di un cornetto mi stuzzica veramente, temo solo un conto stile Harry’s a Venezia o uno scontrino di quelli che a Roma tengono sempre in serbo per qualche incauto giapponese. La stagione è ormai finita, il barista, inevitabilmente fichetto anche lui ma simpatico e cordiale, ha tempo e voglia di chiacchierare e a me fa piacere ascoltarlo. Panarea vive di turismo extralusso, mi dice, la gente che viene qui vuole la discoteca ed il locale alla moda, non ci sono altre attrattive, appena finisce il caldo spariscono tutti, la stagione è brevissima e questo contribuisce alla lievitazione naturale dei prezzi. E l’inverno cosa fate?, chiedo. Siamo 250 persone, tutti hanno un’attività legata al turismo estivo, si lavora per prepararla, altrimenti di sta in casa a guardare la TV. La prospettiva non mi esalta, certo è che quella di campare dodici mesi con il lavoro di tre mi sembra un po’ una pretesa. Sulle Dolomiti, ad esempio, molti maestri di sci l’estate lavorano nell’edilizia, anche se mi rendo conto che Panarea è talmente piccola che inventarsi qualcosa è veramente complicato. Ogni paio d’anni si vede Armani, ha casa qui, passeggia per le strade normalmente, quest’anno si è vista anche Byoncee (spero di aver azzeccato come si scrive), è la chiosa finale del barista. Panarea vive di questo, o meglio dei gonzi che pagano cifre da capogiro quello che altrove avrebbero a prezzo di saldo solo per poter dire di aver visto qualche vip o pseudo tale fare quello che tutti i comuni mortali fanno di solito in vacanza. 

Lapide del cimitero di Panarea

Uscendo incappiamo nel piccolo cimitero locale, mi incuriosisce, entriamo a dare un’occhiata, nell’isola del clamore la morte ha il sapore della nemesi. Mi soffermo sulle tombe più antiche, persone decedute nei primi anni del novecento, alcune quasi centenarie, mi piace guardare i loro volti sfumati nei dagherrotipi affissi sulle pietre tombali, hanno un’aria da Spoon River, leggo gli epitaffi, sono tutti esempi di preclare virtù, strappati alla vita terrena da guerre o mali incurabili, tutti dormono, dormono sulla collina, chissà se sognavano un cimitero di campagna e io là.
Torniamo a bordo, due ore a Panarea sono sufficienti, basta così. Mentre trasbordiamo dal tender a Piazza Grande passa un barchino con sopra due signore, Andrea inizia a salutarle molto calorosamente, con ampi cenni della mano, mentre le due lo ignorano. Perché le saluti?, gli chiedo. Perché mi stavano salutando loro. Andrea… non ti salutavano, stavano semplicemente tirando la lenza della traina con la mano. Ci rimane male.

Panarea

Salpiamo l’ancora, la nostra meta è Palermo, c’è il meeting nazionale di un gruppo di lettura che seguo da tempo, prima però voglio passare su una secca vicino Salina per cercare di fare la spesa ittica. Invece arriviamo e c’è la fila. Sì, la fila, c’è una barca ed un pallone che segnala dei sub in immersione e subito dietro un’altra barca che gironzola attorno nell’attesa che gli altri cedano il posto, una scena che mi conferma, non che ce ne fosse bisogno, che per il mio modo di navigare la Grecia è meglio dell’Italia. Lo dico con un po’ di rammarico, ma è così, a fare la scimmia ammaestrata che salta da un gavitello costoso all’altro non ci sto. Ci rimettiamo subito in rotta, c’è pochissimo vento ma preferisco non usare il motore perché da qualche giorno sento qualcosa all’invertitore che non mi convince, armiamo il gennaker e avanziamo a neanche tre nodi, ma per fortuna non abbiamo fretta. Al traverso di Pollara, isola di Salina, vedo sull’AIS un nome che conosco. E’ la barca di Paolo, un altro che ha fatto del mare la sua vita, accosto di novanta gradi e passo a salutarlo. Ci affianchiamo e veniamo invitati a bordo per un caffè e quattro chiacchiere, osservo e ascolto, Paolo ha fatto il giro del mondo, ho solo da imparare, sono di fronte ad un gigante. Mi parla dei suoi programmi futuri, ovviamente legati alla vela, alle rotte che ha in progetto, navigazioni ad ampio raggio come è nel suo stile. Una stretta di mano, poi riprendiamo il nostro cammino, contenti di questo interessante ed inaspettato incontro.
 

Tramonto su Alicudi

Fa caldo, non c’è vento, il mare è pieno di buste di plastica e la traina non dà frutti. Eppure andiamo, avanziamo, seppur lenti, e tanto basta. Pensavamo di fermarci a Filicudi, ma siamo talmente lenti che conviene continuare a navigare fino a Palermo, facendo i turni la notte. A sera godiamo di un tramonto mozzafiato, con la sagoma di Alicudi sullo sfondo. Ad Alicudi sono anni che vorrei andare, ma è veramente impossibile ormeggiare là, è praticamente un cono vulcanico che si erge dal fondo, c’è solo un piccolo moletto, praticabile soltanto con calma di vento. Lascio il gennaker a riva e con questa velatura affrontiamo la notte di navigazione. Quando è il mio turno di guardia, solo in pozzetto, alzo la testa e vedo il cielo stellato sopra di me, la abbasso e vedo la legge morale dentro di me e tanto mi basta (Immanuel perdonami!).
 

Tripletta di piacere

Mano mano che ci avviciniamo alla costa, la sagoma del monte Pellegrino appare sempre più nitida malgrado la leggera foschia. Andrea tenta di trovare un ormeggio istituzionale nell’ambito di quel 10% di posti riservati al transito che la legge prevede, incontrando il solito muro di gomma quando si parla di posti barca. Mi gioco la carta della Lega Navale, sono stato loro ospite già l’anno scorso, sono stati gentilissimi con me e quest’anno non sono da meno, mi offrono oltre all’ormeggio anche acqua e corrente. Li trovo ad aspettarmi in banchina, ho chiesto assistenza perché con l’invertitore che non va non mi fido a fare la manovra. Ho fatto bene, malgrado l’assenza di vento, fatichiamo un po’ ad entrare. Lancio le cime a terra, me le restituiscono passate a doppino ed è fatta, siamo a Palermo, in pieno centro città, può partire il tour culturale che abbiamo organizzato e che prevede cannoli, caponata, pasta con le sarde, pescespada, ecc. Detto fatto, corriamo da Franco u vastiddaru, una bettola dietro il porto, dove lo street food assurge al rango di arte. Evito il tipico panino con la milza, malgrado sia ghiotto di interiora e frattaglie, l’ultima volta ci ho messo tre giorni a digerirlo, e mi dirigo verso più rassicuranti panelle e arancini (lo so, a Palermo si dice arancine, ma il mio battesimo siculo è stato a Messina e da quelle parti li declinano al maschile). Ma è solo l’incipit, da lì inizia una tre giorni di convivi, un tripudio di libagioni, un’abbuffata cosmica che francamente, dopo quattro mesi in cui la botta massima di vita è consistita in spiedini di carne e patatine fritte, mi riaccende lo stomaco e ancor di più lo spirito. La varietà di ricette in Sicilia è impressionante, è la fantasia al servizio della gastronomia, è l’edonismo del palato, l’epicureismo della glottide, l’orgasmo dell’esofago e la trance estatica dello stomaco. Tranquilli, mi fermo qui, non scendo ulteriormente lungo l’apparato gastrointestinale.
 Tre giorni a Palermo, poi diventati quattro, poi cinque per ragioni meteorologiche. Palermo è bella, a Palermo si sta bene, i palermitani sono simpatici ed ospitali. Peccato per il degrado che spesso si incontra in molti angoli del centro storico, spazzatura ed incuria che soffocano luoghi di incomparabile bellezza. Una mattina in Piazza Politeama incrocio Orlando, il sindaco, venuto ad assistere ad una breve esibizione della banda dei Bersaglieri, sarei quasi tentato di chiedergli spiegazioni, sapere perché c’è tanta spazzatura per le strade della città, perché un sindaco che si dice espressione della gente e non degli apparati non riesca a fare qualcosa. Peccato anche per il traffico e la puzza di smog che ne consegue, non ci sono più abituato e stare con la barca praticamente ormeggiata lungo una specie di tangenziale, a venti metri dal semaforo, mette a dura prova il mio sistema orofaringeo, non oso pensare a cosa mi succederà quando tornerò a Roma.
 

La banda dei Bersaglieri

Palermo è storia e presente, è una città viva, la senti pulsare nei mille locali pieni di giovani pieni di voglia di vivere, la vedi passeggiare la sera per le strade, godersi il fresco di questa interminabile estate che porta il termometro di giorno, a fine settembre, oltre i trenta gradi, la osservi nelle sue antiche vestigia, strati sovrapposti di storia e cultura che mostrano romanità e dominazione araba, Francia e Spagna, Savoia e architettura fascista. Quando raggiungo gli amici del gruppo di lettura, a farci da guida è Benedetto, Benny per gli amici, un insegnante di liceo con una carica incredibile di simpatia che rende una passeggiata per Ballarò e la Kalsa la più straordinaria lezione di storia dell’arte cui abbia mai assistito. Alla fine del giro gli faccio i miei complimenti, mi risponde che li accetta volentieri in nome del suo narcisismo. Replico che un po’ narcisista lo sono anch’io, quindi il complimento vale doppio. Mi sorride e al momento di congedarci ci abbracciamo, se penso che due ore fa ignoravamo l’uno l’esistenza dell’altro, quanto calore umano in Sicilia!
 
A Palermo sono tutti belli ed eleganti. Trovo le donne bellissime e gli uomini tutti molti curati. Esagero? Forse, ma ai miei occhi paiono proprio così. Sono occhi che per quattro mesi hanno visto per lo più pescatori laidi e pelosi intenti a districare le reti, facce rese dure dal sole e dal sale, tornare in una città mi esalta il contrasto. Ancor di più me lo esalta il fatto che questa città sia italiana, perché inutile negare che sotto sotto siamo un popolo di fichetti, ci curiamo, qualcuno forse un po’ troppo, e abbiamo modi che spesso ci rendono principi in casa d’altri. Siamo esteti, siamo cultori del bello, lo siamo così tanto, che diciamo belle anche le cose che in realtà sono buone: ho preso un bel caffè, per il resto del mondo il caffè è o non è buono, non bello.
 

Palermo, Piazza S. Domenico

E veniamo alle note dolenti. La visita del meccanico mi conferma la diagnosi: frizione dell’invertitore partita. E’ un pezzo soggetto a normale usura, ha fatto il suo tempo, certo che se fosse durata un’altra settimana sarei tornato a casa. Di fare il lavoro qui non ho molta voglia, per quanto i prezzi siano probabilmente più bassi che a Roma, temo di ritrovarmi bloccato se per caso dovesse esserci qualche problema e si dovesse ordinare qualche pezzo chissà dove, non vorrei restare in attesa per giorni o settimane, appeso a qualche spedizione internazionale dall’Inghilterra o gli Stati Uniti. Comunque sia, la faccenda mi mette in difficoltà, non so bene che fare, dovrei risalire tutto il Tirreno a vela senza la possibilità di entrare in porto e in questa stagione il groppo, il temporale improvviso, è sempre in agguato e ad esso si associano spesso venti fortissimi ed improvvisi. La cassa di bordo, inoltre, è quasi vuota, rimanderei volentieri il lavoro alla primavera prossima. Confido i miei crucci sugli spazi telematici che frequento abitualmente e subito si scatena una gara di solidarietà che quasi mi imbarazza ma indubbiamente mi fa molto piacere. In molti mi offrono il loro aiuto, mi danno consigli, mi aiutano a vedere la faccenda con quel pizzico di freddezza che a volte, quando si è un po’ demoralizzati, si perde. Ricevo telefonate, mail, visite a bordo, da persone poco o per niente conosciute, tutte a chiedermi cosa mi serve, come possono aiutarmi a risolvere il problema. Ivan mi convince che la soluzione si chiama Marsala. E’ a poche miglia, circa 70 da Palermo, mi mette in contatto con Davide che gentilissimo mi dice tutto quello che c’è da sapere e alla fine traggo il mio dado: Piazza Grande svernerà a in quella città ad un prezzo che è la metà di quello che pago a Fiumara, la raggiungerò facilmente con voli low cost su Trapani e davanti avrò le Egadi e tutto un mare meraviglioso da navigare. Perché la Sicilia è vita, è natura, è calore umano, non è solo piaghe, non è solo quella brutta, terribile realtà che neppure Johnny Stecchino riusciva a nominare per esteso.


Il Mar Ionio, insomma


Una delle cose belle di una lunga traversata a vela è l’imperscrutabilità dell’orario di arrivo. Generalmente quando si parte per un viaggio, lungo o corto che sia ed indipendentemente dal mezzo con cui ci si muove, si tara l’orario di partenza valutando la congruità di quello di arrivo. Ecco quindi che mille chilometri in macchina si affronteranno con una partenza in ore antelucane in modo di 300 miglia di mare, invece, non consentono calcoli, neanche con precisione spannometrica, potrebbero essere due giorni, come tre, o anche quattro, o addirittura condurre a rinuncia e rientro alla base di partenza in caso di condizioni meteo avverse. Si può partire quindi a qualunque ora, nel momento che se ne ha voglia, con calma, senza sveglie mattutine, tanto un momento vale l’altro. In considerazione di ciò o forse in considerazione della mezza sbronza della sera prima, ci alziamo verso le nove, Andrea va a comprare un po’ di pane fresco mentre io riassetto la barca, poi togliamo il fiocco olimpico dal rollafiocco e lo sostituiamo con il genova di dimensioni più abbondanti, poi, sempre perché di fretta non ce n’è, aiuto la coppia norvegese ormeggiata di fianco a noi nel porto di Kalamos ad eliminare un fastidioso cigolio sulla trozza del boma spruzzandogli uno dei mille prodotti che ho a bordo ed infine, quando è chiaro a tutti che di partire, di lasciare la Grecia, non abbiamo molta voglia, molliamo finalmente l’ormeggio.

Percorriamo le prime miglia a motore, c’è appena un filo di vento ed è di prua, secondo le previsioni dovrebbe aumentare in tarda mattinata poi, una volta oltrepassato lo Stretto di Cefalonia, dovremmo agganciare il vento buono, quello che ci porterà fino in Italia aumentando nelle prime 36 ore per poi calare leggermente in vista della costa calabra. Dovremmo (continuo ad usare il condizionale perché i bollettini meteo parlano di previsioni e non di certezze) navigare con un andatura fra il traverso e la bolina, forse monterà un po’ di mare ma dovrebbe rimanere nei margini di gestibilità. Parlo ovviamente di vento da nord, fosse da sud sarebbe molto più problematico dato che il fetch, lo spazio di incidenza del vento sul mare, quello cioè che genera le onde, è infinitamente più lungo.

Insomma, se volete attraversare lo Ionio, che sia in un verso o nell’altro, fatelo con venti dai quadranti settentrionali.
 

Di bolina

Come da previsioni, in tarda mattinata si alza il vento e, come da previsioni, ce l’abbiamo sul muso, quindi zitti e mosca, si bordeggia. Il mare, dato che siamo ancora nello specchio acqueo protetto dall’arcipelago, non monta, quindi è una bolina divertente e abbastanza veloce. Di bordi, però dobbiamo farne parecchi, e per smarcarci se ne va quasi tutto il pomeriggio. Alle 18 doppiamo l’estremità nord di Cefalonia e finalmente ci mettiamo in rotta, agganciando il vento previsto e prendendo subito un bel passo a circa sei nodi su un mare appena increspato. Festeggiamo? Festeggiamo! Tiro fuori dal frigo la lampuga che ieri ha gentilmente abboccato alla traina, la sfiletto, la taglio a dadini, la condisco con olio, limone e grani di pepe e ce la gustiamo unitamente al primo tramonto di questa traversata. La bellissima cornice naturale invoglia a grandi dissertazioni filosofiche sul senso della vita e dopo un breve chiacchierare giungiamo entrambi alla conclusione che vela e lampuga sono un senso niente male. Forse se anziché due maschioni pelosi fossimo diversamente assortiti il senso sarebbe ancora migliore, ma accontentiamoci di vela e lampuga. Quando il sole cala oltre l’orizzonte faccio un giro di ispezione in coperta per prepararci alla notte ventura, recupero anche la lenza che trasciniamo infruttuosamente da ore, poi stabiliamo i turni di guardia e dato che il primo tocca ad Andrea mi sdraio e mi faccio un paio d’ore di sonno. Quando mi sveglio il vento è aumentato, il mare pure, rollo un po’ di randa, l’equivalente di una mano di terzaroli, Piazza Grande ritrova il suo assetto diventando meno orziera e tutto è a posto. C’è la luna, grande, piena, navighiamo nella sua scia, nello scintillio del suo riflesso sulle onde, la coperta è quasi illuminata a giorno, oltre che spettacolare è anche molto comodo, giorni fa ho navigato in una notte nera come la pece, faticando molto per trovare una rada in cui dare ancora in sicurezza.
Insomma, la luna cambia la vita del navigante notturno.
 

Alba magica in mare aperto

Quando sorge il sole, assistiamo ad un’alba strepitosa, uno spettacolo mozzafiato fatto di rosso, di azzurro, di nuvole, di cielo e mare, solo mare, nient’altro che mare attorno a noi, per 360 gradi all’orizzonte. Immortalo l’attimo, sia con la macchina fotografica che con gli occhi, questo secondo scatto proverò a recuperarlo mentalmente ogni volta che mi troverò in fila nel traffico quando sarò rientrato a Roma. Nel traffico? Dimentico che prima di partire, quattro mesi fa, ho venduto la macchina! Finito lo show di madre natura, accendo il motore per ricaricare un po’ le batterie e mi concentro sulla navigazione. Il vento è aumentato parecchio, è sui venticinque nodi, siamo di bolina anche se non stretta al massimo, ho ridotto ancora la randa e anche un po’ di genova, abbiamo un assetto ottimo e Piazza Grande galoppa favolosamente a sette nodi. L’onda è lunga, come si conviene all’alto mare, spero non sia l’araldo che annuncia la burrasca dato che i frangenti non sono molti. Questi, però, arrivano a metà mattinata, ogni tanto qualcuno giunge proprio a domicilio e se non siamo lesti a rannicchiarci sotto lo sprayhood la doccia è assicurata. Ciò accade quando si incrociano due onde, la prima alza la prua e la seconda la colpisce quando si sta riabbassando, è divertente guardare gli spruzzi d’acqua correre in orizzontale sulla coperta spinti dal vento, molto meno divertente vederne arrivare qualche propaggine dal tambuccio, cosa che avviene purtroppo un paio di volte, per fortuna poca roba. Dopo un paio d’ore mi persuado che più di così il mare non monterà, non che sia poco, ma mi pare una situazione stabile ed in linea con le previsioni scaricate il giorno prima. Di più aggiornate non ne abbiamo, almeno non dettagliate come i Grib. Piccola parentesi tecnica: i Grib sono dei file compressi che si scaricano molto velocemente da Internet e si visualizzano con un software apposito, l’intera operazione è completamente gratuita. Il limite dei Grib è che non tengono conto dei fenomeni locali, dell’orografia e quant’altro, ma per il mare aperto li ritengo molto affidabili, come ho potuto sperimentare più volte. Ovviamente, in assenza di segnale Internet è impossibile scaricarli, quindi arriveremo in Calabria con il file di due giorni prima.
Insomma, i Grib vanno usati cum grano salis.
 

Bolina dura

La giornata trascorre tutta così, si balla parecchio, non si può fare molto, anche mangiare costringe a contorsionismi piuttosto complessi ed inoltre la tensione muscolare necessaria a mantenersi dritti non è un toccasana per l’appetito. Spizzichiamo un po’ di salamino, qualche prugna, gli immancabili taralli, la cui scorta è stata nei mesi rimpinguata dagli ospiti che si sono succeduti a bordo. Nutriamo invece lo spirito, grazie allo strabiliante spettacolo di natura viva che viene offerto a nostro esclusivo consumo. Già, ci siamo solo noi a goderne, in giro non si vede anima viva, credo che le navi che si muovono tra Messina e Corinto seguano una rotta più meridionale della nostra. Solo ieri sera abbiamo incrociato una nave, ne vedevamo le luci, un po’ strane fra l’altro, c’erano due fanali rossi a poppa, ma non appariva sull’AIS, lo strumento che segnala la posizione di tutte le unità commerciali. Infatti questa non era commerciale ma militare, lo desumiamo dalla sagoma nera che ci scorre veramente a pochi metri dalla prua, metri resi pochi dalla decisa poggiata che do quando appare chiaro che dalla plancia di comando se ne stanno fregando altamente di noi. Certo che almeno una voce sul VHF potevano darcela, dice Andrea che di queste cose se ne intende per ragioni professionali. Noi siamo regolarmente in ascolto sul canale 16 ma nè questo, nè l’AIS sono serviti a scongiurare una collisione, anzi uno speronamento di elefante contro una formica, quanto invece ha fatto l’intervento umano. Insomma, l’elettronica aiuta, ma un occhio conviene sempre buttarlo.
 

Gli ultimi raggi di sole

Verso le 5 del pomeriggio vento e mare calano leggermente, ma la nostra velocità aumenta in modo stratosferico, siamo sempre sugli 8  nodi, spesso intorno ai 9 , un paio di volte superiamo i 10. Avessimo il mare di poppa, sarebbe l’effetto delle surfate sulle onde, dato che invece ce l’abbiamo al mascone, penso che abbiamo agganciato una corrente favorevole che ci da benevolmente una mano e che noi volentieri accettiamo. Cerco sui libri che ho a bordo qualche mappa delle correnti stagionali dello Ionio, ma non trovo nulla di specifico quindi prendo per buona la spiegazione che mi sono dato. Poco dopo sento una chiamata sul VHF: Qui Circomare Roccella. Non è ovviamente per noi, ma una voce istituzionale italiana dopo tanti mesi fa piacere. Non resisto alla tentazione e li chiamo. Siamo a quaranta miglia da loro, le stazioni trasmittenti della Guardia Costiera hanno una potenza molto elevata, a differenza delle imbarcazioni che hanno apparati modesti, penso che probabilmente io ricevo loro ma non viceversa, invece arriva pronta la risposta, mi ricevono e anche discretamente. Bentornati in Italia, allora. Passa un’altra oretta e avvisto terra, ha fatto buio da poco, là in fondo vedo il contorno delle montagne e qualche lontanissima lucina sulla costa, c’è molta strada da fare ancora, ma ho la sensazione che il grosso è fatto. Me lo conferma anche l’osservazione della traccia sullo schermo del computer, una traccia che avanza lenta ma inesorabile, soltanto una piccola formica se allargo la visuale, un puntino infinitesimale, una briciola di pane persa fra la Grecia ed il nostro paese, ma una briciola viva, in movimento. La osservo e mi chiedo se affronterei gli spazi quasi infiniti degli oceani. A me navigare piace, voglio dire, non mi piace solo stare nella cala a fare il bagno, spostarsi per cercarne un’altra più bella e così via, no, a me piace proprio stare per mare. Certo, non sempre stare per mare è confortevole, spesso non si dorme o si dorme poco e male, specialmente navigando in solitario, tutto diventa scomodo e se ci si stanca non si può scendere. Mi chiedo: quanto tempo potrei resistere in questo modo? Una traversata atlantica da est verso ovest, in genere il primo assaggio di oceano per un europeo, dura circa venticinque giorni con una barca normale, non da regata, l’idea non mi ha mai esaltato troppo, troppe miglia, troppi giorni e, per quanto a detta di molti sia una traversata piuttosto facile, più di una volta ho incontrato persone con esperienze tutt’altro che rilassanti. Insomma, per il momento non se ne parla.
 

Temporale in arrivo

A sera il vento molla e arrivano alcuni nuvoloni neri su nel cielo, arriva pure qualche goccia, cerco i segnali di un temporale che fortunatamente non vedo, dico ad Andrea di avvisarmi nel caso accadesse e me ne vado a dormire un po’ perché mi sento piuttosto stanco e assonnato. Ci alterniamo con turni di due o tre ore, siamo entrambi abbastanza elastici, poi l’alba ci annuncia il nostro terzo giorni di navigazione. Abbiamo doppiato Capo Spartivento, stiamo costeggiando la punta dello stivale, il mare si è calmato quasi completamente, finalmente posso calare di nuovo la traina mentre Andrea fa il suo turno di riposo. Andrea russa e fin qui nulla di strano. Andrea russa molto forte e anche qui nulla di strano o di insopportabile dato che ciascuno ha la sua cabina. Andrea, però, russa con la stessa frequenza del mulinello della traina e questo mi fa scattare un paio di volte fuori dal tambuccio a recuperare un pesce che purtroppo non c’è. Poi però, mentre sono fuori in pozzetto, capita che il pesce abbocca davvero, il mulinello parte all’impazzata come non l’ho mai visto fare, fermo immediatamente Piazza Grande e inizio a chiudere delicatamente la frizione della traina per metterla lentamente in tiro. Un tiro che è veramente potentissimo, appena accenno a serrare il mulinello la canna si piega tutta all’ingiù. Recupero parecchi metri di lenza, poi il pesce parte in verticale sotto la chiglia fino a che si slama senza che io sia neanche riuscito neppure a vedere che pesce fosse. Ci rimango veramente male, anche perché ho agito in modo veramente delicato, senza la minima forzatura, senza mai fare nulla che potesse strappare la preda dall’esca artificiale.
Insomma, si vede che era destino.
 

Lo Stretto di Messina

Mano mano che ci avviciniamo allo Stretto di Messina, il vento riprende a soffiare con sempre maggior forza, ovviamente lungo il senso del canale, costringendoci quindi a bordeggiare. Siamo partiti di bolina, abbiamo traversato di bolina, arriviamo di bolina. La bolina è bellissima a patto di avere mare piatto e massimo quindici nodi di vento, nonché di protrarla per non più di poche ore. In mancanza di anche una sola di queste caratteristiche, la bolina è una discreta seccatura. Dato che non abbiamo alternative, ci mettiamo di buzzo buono, come si dice a Roma, e lemme lemme, come si dice credo dappertutto, ci avviciniamo a Reggio Calabria. L’idea è di fare tappa qui, passare la notte in tranquillità e l’indomani entrare in Mar Tirreno. L’alternativa sarebbe Messina, c’è un bel marina, nuovo e ben gestito, che però ha due difetti: si balla al passaggio dei traghetti e costa, ed io in Grecia ho sviluppato una terribile allergia al pagamento dell’ormeggio. Il porto di Reggio, invece, è brutto, puzza di fogna in modo indicibile ed ha una banchina altissima per una barca da diporto, però l’anno scorso ci sono stato gratis, quindi è su di esso  che a furor di equipaggio cade la scelta. Entriamo, avvertiamo la CP che ci dice di metterci sul molo di ponente che però è pieno di barchini, allora andiamo su quello di levante, banchinato a misura di transatlantico e grazie ad uno scandinavo ormeggiato che gentilmente ci prende le cime riusciamo ad ormeggiarci anche noi. Rispetto all’anno scorso il porto di Reggio Calabria è ancora più brutto e puzzolente, c’è una risacca terribile che ci impedirebbe di dormire senza il rischio di sfracellarci sulla banchina, guardo Andrea e gli dico: ma ce l’ha ordinato il dottore? Bye bye scandinavo, non siamo scemi che ti abbiamo scomodato per poi ripartire dopo dieci minuti, è che purtroppo qui proprio non si può stare.
Insomma, benvenuti in Italia, anzi, nei porti italiani, dove c’è sempre una buona ragione per non ormeggiare.
  

Il pilone ormai in disuso

Nello Stretto di Messina mi sento veramente a casa e di casa, vuoi perché ormai l’ho percorso a vela diverse volte, vuoi soprattutto perché qui per molti anni sono venuto in vacanza da piccolo con i miei e qui conservo ancora alcuni amici di infanzia. Ad uno di essi, Enzo, non manco mai di fare visita quando navigo da queste parti. Abita a pochi chilometri dalla città, quasi sul mare, io mi ancoro proprio davanti casa sua e lui puntualmente mi invita a cena, mi offre di fare il bucato, mi accompagna a fare la spesa, eccetera. L’anno scorso appena mi ha visto mi ha chiesto se avevo bisogno di una doccia, ed io avevo addosso solo un giorno di mare. Oggi che ne ho tre, al fine di evitare antipatici spargimenti olfattivi in casa d’altri, mi do una bella lavata sulla spiaggetta di poppa prima di telefonargli per sentire se c’è. La prima volta che ho fatto lo Stretto a vela mi sono documentato, ho cercato le tabelle di corrente, ho chiesto a persone del posto. Alla fine ho capito che per una barca moderna Scilla e Cariddi sono un ostacolo tutto sommato modesto e stavolta mi ci infilo dentro senza aver avuto il tempo di informarmi di nulla. Credo che abbiamo preso una giornata di stanca, tutto è regolato dalle fasi lunari, avanziamo spediti bordeggiando fra le due sponde e non ho mai la sensazione di aver agganciato correnti favorevoli nè sfavorevoli. Solo all’altezza di Villa San Giovanni, dopo una virata per smarcarci dai mille traghetti, guardo la traccia sul GPS e mi accorgo che abbiamo disegnato un cerchietto, in pratica nel poco tempo in cui abbiamo perso abbrivio per la vira, siamo stati ributtati indietro di qualche metro. Enzo mi conferma telefonicamente che stasera sarà in casa, di solito quando mi metto alla fonda viene a prendermi con il suo gozzo, ma è giorno lavorativo, non è proprio il caso di scomodarlo a tal punto, gli do appuntamento in spiaggia, e quando diamo ancora armiamo il tender per prepararci allo sbarco. S’è ormai fatta notte e c’è onda, proviamo a mettere il motore ma il rischio che cada in mare è veramente alto, lasciamo perdere, andremo a remi. La scena è di quelle che restano impresse, solo noi davanti ad una spiaggia buia, su un battellino di due metri, in una mano ho il remo e nell’altra una torcia con cui illumino per farmi vedere, casomai passasse qualche altro folle come noi. A pochi metri dalla battigia ci prepariamo alla sbarco, uno sbarco che l’onda rende un po’ problematico, i Navy Seals americani o i Marò San Marco sicuramente sono meglio addestrati di noi a queste situazioni, perchè appena siamo con la prua a riva il tender si traversa e finiamo in acqua mentre tentiamo di guadagnare la riva. Perfetto, tanto è soltanto notte e fa freddo, che importa se stiamo con i vestiti zuppi addosso! Saluto Enzo, il tempo di scambiare due chiacchiere, poi rimettiamo a mare il battellino e torniamo a bordo prima di rischiare il cimurro.
Insomma, occhio agli sbarchi.
 

L’alba

Dopo tre giorni pieni di mare siamo piuttosto stanchi e poco disposti a dedicarci alla cucina, un piatto di pomodori e cetrioli e un po’ di salamino ci bastano per placare l’appetito, il problema, piuttosto, è che si balla un po’, ma di rimetterci per mare non abbiamo per niente voglia, almeno un paio d’ore di sonno sono indispensabili, rollio o meno. Andrea, m’appisolo un attimo, poi quando mi sveglio se c’è ancora onda penso io a salpare, tu continua pure a dormire. Questo a mezzanotte circa, quando riapro gli occhi c’è il sole in cielo, sono le otto passate ed io mi sento proprio bene. Esco fuori, la coperta è tutta incrostata di sale, Piazza Grande mostra i segni della lunga navigazione, anche lei avrebbe bisogno di una piccola sosta, fosse anche solo per una sciacquata con acqua dolce. Ma il tempo è tiranno, tra pochi giorni devo essere a Palermo per un raduno di amici appassionati di lettura, ho promesso di esserci, apro le vele e di nuovo la prora solca l’onda, di nuovo  sono vivo.
Insomma, questa la mia traversata dello Ionio 2013 verso ovest!

Il Golfo di Patrasso contromano


E poi è arrivata la pioggia. Non quelle quattro gocce piccole e sottili che cadono e non cadono, leggere come coriandoli che si spargono in aria, bensì un acquazzone, un temporale vero e proprio che forse segna l’ineluttabile passaggio di stagione in questo settembre inoltrato. La sento picchiettare nel cuore della notte sulla coperta, sempre più forte, mentre me ne sto ben caldo in cuccetta saldamente ormeggiato al pontile transiti del marina di Patrasso, provando un senso di protezione dagli agenti esterni che è quasi una sorta di anamnesi di vita intrauterina. Forse non è un caso che la parola barca sia declinata al femminile. A destarmi dal torpore è un pensiero che mi coglie improvviso nel dormiveglia: l’oblò del bagno, è aperto! Due forze iniziano a contrastarsi duramente in me, una che dice che tanto il bagno è controstampato, praticamente è come se fosse un pezzo unico di plastica, quindi assolutamente impermeabile, l’altra che sostiene invece che con uno sgrullone di questa portata il problema sarà presto trasferito in sentina in modo copioso. 

Mi alzo rassegnato e vado a chiudere l’oblò, effettivamente se non l’avessi fatto mi sarei ritrovato a raccogliere parecchi litri d’acqua. Butto uno straccio in terra, ad asciugare penserò quando mi alzo, torno a dormire, cullato da Piazza Grande.

Lo strano porto di Trizonia

Sono a Trizonia, una piccolissima isola nel Golfo di Patrasso, dove sono arrivato con fatica, dopo una bolina piuttosto dura contro 25 nodi di vento e conseguente onda. E’ il prezzo da pagare per aver scelto di fare il Golfo di Patrasso da est verso ovest in questa stagione quando, è cosa nota, il vento soffia prevalentemente da ovest. C’è da bordeggiare, quindi, non ci sono santi, anche se a sentire i vari siti meteo, sarebbe dovuto essere di una decina di nodi più leggero e quindi senza tutto il mare che ho trovato. Mi piace questa pioggia a Trizonia, mi piace passeggiare sul minuscolo lungomare dove i pochi ristoranti hanno pochissimi clienti e l’aria stanca di chi sta per concludere la stagione lavorativa. Qualche anziano chiacchiera al bar facendo forse il bilancio dell’estate che se ne sta andando, concludendo le chiacchiere quando da un balcone una moglie chiama a raccolta per la cena. A Trizonia c’è un marina che sembra figlio di una tipica storia italiana: mai ultimato, pare per improvvisa insufficienza di fondi, dopo aver privato i trizoniani (o come diavolo si chiamano gli abitanti) della bella spiaggia subito alle spalle del paese, a non più di cinquanta metri dalle case. Molti mugugnano, ma cosa farebbero allora davanti alle centinaia di opere faraoniche incompiute del nostro paese? Comunque sia, il porto è agibile, mancano i servizi, ma è perfettamente ridossato con in più il grosso, enorme, vantaggio di essere completamente gratis, fatto che nel paese dove i porti costano pochi spicci sembra ridondante, ma non lo è per chi deve passarci lunghi periodi.
 

Trizonia

Il posto infatti è stato scelto come luogo di ricovero invernale per molte barche, per lo più vecchie ciabatte che chissà da quanto non prendono il mare e chissà se lo riprenderanno mai, bandiere del nord Europa, forse sogni infrantisi sullo scoglio di costi insostenibili dai proprietari. E quindi eccoli qui, a Trizonia, a perpetrare il loro sogno di una vita sul mare, ridotto però al minimo sindacale, cioè ad un’esistenza trascorsa su una roulotte galleggiante, spesso molto mal messa, ma probabilmente unico rifugio dai marosi e forse anche dalle difficoltà della vita. Trizonia resta comunque un luogo con un suo fascino, non è bellissima, non ha nulla da offrire, l’unico minimarket ha la stessa disponibilità di derrate alimentari di uno spaccio sovietico dell’epoca di Bresnev, ma si sta bene, non c’è il minimo rumore e quando scende la notte l’isola tutta si addormenta, non solo i pochi abitanti, non solo i solitari un po’ tristi delle barche all’ormeggio.
 

La piccola insenatura di Aghios Ioannis

Per arrivare qui, dicevo, ho dovuto bordeggiare parecchio. Sono partito da Corinto, una cittadina piuttosto squallida ma interessante per i servizi che può offrire al diportista. E poi doveva sbarcare Tommaso, era molto comodo per lui per prendere l’autobus per Atene, a me è servito per fare acqua, cambusa e dare una bella lavata sia sopra che sottocoperta. Da lì mi sono diretto verso ovest, scegliendo di percorrere il Golfo di Patrasso sul lato nord, quello che sulla carta sembra più interessante, meno antropizzato e con molti golfi che spero possano darmi ridosso adeguato per la notte. In realtà scopro presto che in alcuni di essi l’ancoraggio è quasi impossibile, scogliere a picco, profondità elevate a pochi metri da esse, allevamenti ittici che occupano i pochi punti dove si potrebbe calare l’ancora. Entro nel primo di questi, Kolpos Domvrainis, molto ampio, che sono circa le sei di pomeriggio, inizio a girare infruttuosamente e si fanno le 8, il sole è calato dietro le alte montagne ed io ancora non so dove passerò la notte. Tento un ultima possibilità, Aghios Ioannis, una piccola cala proprio nel fondo del golfo. Mentre sto entrando, constatando per l’ennesima volta come le profondità reali siano molto maggiori di quelle indicate sulla carta, mi si affianca un piccolo gozzo, il pescatore al timone mi fa segno di avanzare, poi mi indica un gavitello e mi dice di ormeggiarmi là. Ripete più volte No anchor, take the bidon. Col mezzomarinaio afferro il bidoncino di plastica, ci fisso bene una cima ed eccomi sistemato, su un fondale di ventiquattro metri dove non avrei mai potuto dare ancora. Evviva la straordinaria gentilezza dei greci, in Italia un corpo morto ad un velista solitario alle otto di sera l’avrebbero venduto a peso d’oro! E viva pure le somiglianze fra la lingua italiana e quella greca perchè mi sa tanto che bidon in inglese non si dice. Sul fondo della caletta ci sono un paio di case e l’immancabile bar, mi tuffo e con poche bracciate sono a terra. Il pescatore gentile è lì che chiacchiera con delle persone, mi avvicino, lo ringrazio di nuovo, Qui non c’è nulla, è tutto tranquillissimo, se ti piace il casino devi andare a Rodi. E mi sorride. No, mio gentile amico, sto benissimo qui dove sono, sia perchè una caletta così graziosa a Rodi sarebbe invasa di barche, sia perchè a Rodi non credo che troverei la cordialità che mi hai offerto tu. Torno a bordo, una doccia, un bel piatto di peperoni e patate che fa sempre piacere, e me ne vado a nanna, felice come una pasqua.
 

Il molo di Andikira

Da lì mi sposto a Andikira, un posto senza storia e con l’unica ragion d’essere di un bel molo nel centro del paese, un agglomerato moderno e un po’ triste di palazzine. All’ormeggio un grosso rimorchiatore, c’è molto vento, fatico un po’ per dare ancora e lanciare le cime a terra ad un anziano volenteroso, poi quando vado a mettere in tiro la catena, la triste sorpresa: l’ancora ara, non ha agguantato. Di rifare la manovra non ho voglia, piazzo un paio di cime in posizione strategica e giro Piazza Grande di novanta gradi tonneggiandola e mi ormeggio all’inglese. Poi, con tutta calma, recupero catena e ancora. Purtroppo c’è parecchia risacca, si balla, ma sono sul lato sottovento del molo, quindi ben discosto, confido che a sera cali un po’ il vento e si balli meno. Così è, per fortuna, faccio due passi tanto per verificare se il paesino è squallido come sembra dal mare, poi mi servo un ouzo in pozzetto e quando è finito me ne vado in cuccetta.
  L’indomani mi muovo alla volta di Galaxidhi, percorro alcune miglia tranquille nel ridosso del golfo di Andikira, poi appena metto il naso fuori, di nuovo vento sostenuto da ovest, di nuovo bolina. Non mi perdo però d’animo e con qualche ora e parecchie virate entro nella grande baia che ospita questo paesone carino e dall’aria quasi italiana. Sono le 3 del pomeriggio, non mi va di andare in banchina, non ho ragioni particolare per scendere a terra, vedo una caletta molto attraente, mi fermo per un bagno, poi all’imbrunire, schivando una pericolosissima ma ben segnalata scogliera a pelo d’acqua, mi sposto verso il porto che però è pieno. Anzi, in realtà qualche posto ci sarebbe, ma qualche furbo ha pensato bene di mettere degli spring lunghissimi occupando spazi enormi con piccole barche. Forse da qualche parte riuscirei ad infilarmi, ma c’è parecchio vento laterale, ed io, come ho detto, non ho bisogno di andare a terra, quindi rapidamente esco fuori, mi scelgo un bel punto ridossato e mi ancoro su un fondale di sabbia dove l’ancora non fatica ad agguantare. Notte tranquilla.
 

Lo scoglio affiorante davanti a Galaxidhi

Dopo Galaxidhi, Trizonia, poi Patrasso, dove aspetterò Andrea che farà con me la traversata dello Ionio per rientrare in Italia. Lungo la rotta mi ingaggio con un paio di barche, cosa che non faccio mai, di solito navigo in relax ostentando il pacchetto di patatine nella mano a chi mi si accosta agguerrito. Stavolta però è troppo presto per iniziare la mia dieta quotidiana a base di grassi vegetali e amidi, quindi al primo incrocio, dove sono in testa, decido di regolare di fino le vele ed al bordo successivo ho preso alcune centinaia di metri. La cosa che mi diverte è che è evidente che andiamo tutto verso Rion, il grosso ponte sospeso che unisce il Peloponneso alla costa Attica e che farà da inconsapevole boa, o porta di passaggio se si preferisce, segnando in modo inequivocabile vincitori e vinti. Le altre due barche sono più lunghe di Piazza Grande, quindi teoricamente più veloci, una ha anche il trasponder dell’AIS acceso, quindi verifico che effettivamente prende almeno un nodo e mezzo, mentre l’altra, con lo scafo blu non pare essere un missile, almeno nell’assetto attuale. L’equipaggio di questa, però, pare mal digerire l’acqua persa e all’incrocio successivo me li ritrovo a pochi metri dalla poppa, tallonati dall’altra barca; non sembra esserci storia, sono più lento. Ma se Piazza Grande sta dando il massimo di sè, è giusto che anche il suo capitano lo faccia, scruto bene il mare e la carta e mi mantengo al centro del golfo a costo di parecchie virate, mentre i miei avversari se ne vanno con un bordo lunghissimo verso la costa. Assecondo il leggeri cambiamenti di direzione del vento, virando sugli scarsi come si conviene ad una regata, e all’incrocio successivo ho preso almeno mezzo miglio! Ormai è fatta, il ponte è a poche centinaia di metri, chiamo il Rion Traffic per avere l’autorizzazione al passaggio e mi infilo sotto come da indicazioni dell’autorità: one pilon right, three pilons left. Ancora una mezzora e sono in porto, cerco il comitato di regata per la premiazione, trovo invece solo un ormeggiatore stanco che mi prende le cime, ignaro della fantastica disfida che si è da poco consumata!
 

Il ponte di Patrasso

Patrasso è una brutta città, è brutto il porto ed anche molto puzzolente, in più c’è molta risacca, si balla peggio che in navigazione, il pontile su cui sono legato balla anche lui, sembra il Tahoma Bridge, quello crollato negli anni ’40 perchè vibrava in sintonia col vento, come fosse l’ancia di uno strumento a fiato suonato da madre natura. A Patrasso, poi, non so fare le manovre. Questa è la conclusione a cui sono giunto dopo un’attenta analisi che poggia su fatto comprovato ed incontrovertibile: in quasi quattro mesi ho sbagliato solo due manovre, entrambe in questo marina. La prima all’andata, c’era calma piatta, sbaglio l’accosto di poppa, riesco fuori, lo risbaglio, solo al terzo tentativo riesco ad arrivare perpendicolare. C’era Thomas con me quella volta, al secondo errore mi ha dato una pacca sulla spalla, come per dire affettuosamente che sono cose che succedono. Stavolta invece c’è vento forte laterale, l’ormeggiatore mi indica un posto fra due barche, ma non ho acqua a sufficienza davanti alle loro prue per prendere abbrivo con la retro, finirei sicuramente traversato sui musoni o sugli scogli che stanno a pochi metri. Gli dico che mi metterò su un altra porzione di pontile e mi posiziono abbondantemente sopravvento calcolando almeno due nodi di scarroccio, prendo le misure esatte per poggiarmi come una piuma con tutti i parabordi alla barca sottovento, invece la prua mi si abbatte e con l’ancora faccio un pelo mostruoso alla murata luccicante di un 46 piedi nuovo di pacca. Per fortuna tutto si conclude senza danni. Alcune ipotesi:

1
) Patrasso porta sfiga (ipotesi molto quotata);
2) sono una sega a manovrare (ma lo sarei ovunque, non solo a Patrasso);
3) manovrare in quello spazio ristretto è oggettivamente impossibile;
4) per quanto apparentemente più complicato, soprattutto da solo, andare di poppa in banchina dopo aver dato ancora, questa tiene fortemente la prua ferma, cosa che impedisce di traversarsi, a patto ovviamente di essere poi lesti a mettere in tiro la catena. Qui c’era invece il corpo morto.
 

Born in the USA

Poco dopo di me arriva una bella barca americana, il vento è ancora forte, la fanno accostare di fianco sopravvento al pontile, manovra non difficilissima di per sè ma resa complicata dal vento e dalle dimensioni piuttosto generose dello scafo. Al bordo una coppia molto giovane, lui al timone, fa ampio uso dell’elica di prua, ma non posso non notare l’ottima perizia nel manovrare. Quando ha finito lo saluto e gli faccio i complimenti. Grazie, mi dice, sono migliorato molto qui in Grecia. Sono partiti dalla Carolina del sud, arrivando in quindici giorni alle Azzorre. Quindici giorni soli?, chiedo. Sì, abbiamo agganciato la Corrente del Golfo ed è stato tutto molto rapido. Però, soli quindici giorni, viene quasi la voglia di provarci. Poi però mi chiedo: ma cosa devo andare a fare in Carolina del sud? Stappo una Mythos e mi godo l’atmosfera scialla della Grecia. A proposito, a volte la Grecia scialla lo è anche troppo. Passa l’omino con l’autobotte della nafta, un vecchietto barbuto con la faccia simpatica, lo chiamo, Quanta te ne serve, mi chiede? Una sessantina di litri, dico. Però adesso non posso, sto andando a pranzo, sono le due, e con una risata si passa la mano destra sullo stomaco, ci vediamo alle sei e mezzo. Sei e mezzo? Alla faccia della pausa pranzo! Me l’immagino la Merkel quando è venuta qui a dettare le condizioni dell’Europa al salvataggio della Grecia: Ja, se foi laforare di più, noi dare denaro. Parakalos, ne riparliamo dopo, adesso è l’ora della moussaka!

In serata arriva Andrea, sistema le sue cose a bordo, poi anche per noi si fa l’ora della moussaka, con tanti saluti alla Merkel.
 

Ancora rattoppi!

L’indomani percorriamo l’ultimo tratto del Golfo di Patrasso, partiamo con rotta ovest, ma in realtà non ho ancora deciso dove andremo, mi serve una sosta prima della traversata, per fare un controllo generale a Piazza Grande e anche per godere di un’ultima serata greca. Con Andrea so che non ho problemi, è un uomo di mare, del mare ha fatto la sua professione, il suo spirito di adattamento è infinitamente distante dalla necessita compulsiva di essere a sera in porto per doccia e ristorantino, in pratica sento che ho un omologo e questo mi solleva dai doveri che spesso sento di avere nei confronti di passeggeri meno abituati a navigazioni prolungate o impegnative. Insomma, intanto si va a ovest, si asseconda il vento se c’è, se ce n’è poco si va piano, se non ce n’è affatto ci si ferma e ci si riposa. Salpiamo nel primo pomeriggio, bordeggiamo un po’ e verso mezzanotte siamo nei pressi di Oxia, un’isoletta carina e disabitata vicina ad una grossa baia sabbiosa dove potremmo passare il resto della notte. Ti va di vedere un posto da sogno? Certo che mi va!, risponde Andrea. E allora tiriamo dritto ancora qualche ora, riposeremo all’arrivo. Aggiusto la rotta sull’autopilota e mi gusto la navigazione by night, alle cinque diamo fondo a Kastos, poi ci concediamo un meritato sonno.
 

Il porticciolo di Kalamos con la taverna di George

Il sole è già alto quando apro gli occhi, non ho dormito molte ore ma le ho dormite bene, caffè, biscotti, Andrea ci mette pure un po’ di latte, salpo l’ancora e ce andiamo a Kalamos, l’isola che ho visitato l’anno scorso e m’è rimasta nel cuore. Come ho scritto più volte, le isole che piacciono a me sono piccole e tranquille, poco frequentate dal turismo e soprattutto per niente frequentate dal turismo caciarone, sono posti dove si va per amore del posto, delle persone che lo abitano e dell’atmosfera che vi si respira. Kalamos ha un piccolo nucleo abitato non particolarmente bello nè curato, ma ha un porticciolo che è un ricamo e l’aria fantastica dell’isola isolata per davvero. Nel porto di Kalamos c’è George, è lui che prende le cime alle barche che entrano, si sbraccia, le chiama, si adopera al meglio di sè. Poi, ultimata la manovra, dice serafico: Benvenuto, come ti chiami? Io mi chiamo George e casualmente ho un ristorante proprio qui sul molo, se stasera hai voglia vieni a trovarmi, altrimenti va bene lo stesso. Come si fa a non andare, a non accettare una proposta tanto cortese e distante dai taglieggiamenti cui è abituato il diportista italiano? Quando gli passo le cime, mi riconosce: sei l’italiano con la bandiera belga. Non nascondo il mio piacere nell’essere stato riconosciuto, gli chiedo come va e com’è andata la stagione, poi gli dico tenermi un tavolo per stasera, la lampuga che abbiamo preso arrivando qui ci aspetterà in frigo fino a domani. Pomeriggio di lavori, controllo e rabbocco dell’olio al motore, rattoppi alla randa, ormai ridotta veramente male nella parte superiore, sistemazione generale della barca per la traversata che ci attende, che non sarà breve e potrebbe anche non essere facile.
 
Alle 8 di sera siamo con le gambe sotto un tavolo della taverna di George, un cameriere ci porta il menù, iniziamo a sfogliarlo, poi vedo George e lo chiamo: cosa ci consigli? Mi toglie il menù di mano, richiama il cameriere e gli dice di declinarci i piatti del giorno. Scegliamo i calamari alla brace e dopo un po’ ne arrivano due giganti per ciascuno. Pancia mia fatti capanna, sono squisiti! Qualche contorno per rifinire il pasto, qualche birra per accompagnare il tutto… ecco, forse con le birre esageriamo un po’, torniamo in barca con passo non proprio rettilineo, ma va bene così, è l’ultima sera, ce lo possiamo concedere. Già, è l’ultima sera, l’ultima cena, nessuno tradirà dopo il pasto e il conto di George è assai meno di trenta denari, la passiamo in allegria, non c’è modo migliore di salutare la Grecia che per qualche mese è stata casa mia. Kalamos è forse il posto migliore per partire, per andarsene con un pizzico di bellezza nel cuore, con il sorriso di George negli occhi, con il sapore dei suoi calamari ancora sul palato, con l’eco del mare che lo sciabordio mi fa risuonare nelle orecchie quando mi addormento in cuccetta. Ciao Grecia, domani ti lascio, ma torno sicuramente da te.

Arrivederci Egeo


La notte è di quelle che fanno sognare, la brezza leggera increspa appena la superficie del mare e spinge Piazza Grande a poco meno di quattro nodi, non molto ma abbastanza per andare, a patto di non avere fretta e io non ne ho. Non fa freddo e non c’è umidità, all’orizzonte scorgo la sagoma scura di Idra, l’isola verso cui è puntata la mia prora, attorno a me le luci di via di un paio di mercantili ed a ovest un leggero baiore a marcare il punto dove il sole è calato giù fino a scomparire. Per il resto solo buio e silenzio e stelle, tante, come in città non capiterebbe mai di vedere. Lo so, avevo scritto che da Milos mi sarei diretto verso sud per girare attorno al Peloponneso e poi risalire lo Ionio, invece ho avuto un cambio di programma improvviso ed eccomi qua, nel cuore della notte, da solo, diretto ad Atene facendo un paio di tappe, c’è da andare a prendere Tommaso, non ha molti giorni, mi ha chiesto di avvicinarmi e lo sto facendo. Come si fa a dire di no ad un figlio che vuole salire a bordo?
 

Insediamenti industriali nei pressi di Corinto

Sono in mare dalle nove di stamattina, un po’ di vela, parecchio motore, ma tanto se ci fosse vento sarebbe da nord, quindi meglio così fa anche bene alle batterie, queste benedette batterie che da mesi non mi danno pace. Controllo ancora una volta carta nautica e portolano, ci sono un paio di rade sul lato sud dell’isola che farebbero al caso mio, ottime per  riposare qualche ora, ma si trovano a ridosso di scogliere a picco, l’accosto va fatto con estrema cautela. Mi avvicino alla prima, il mio piano A, non c’è luna perciò è buio pesto, avanzo col motore al minimo mentre da prua con la torcia  alogena cerco di illuminare gli scogli per indovinarne la distanza esatta. Torno a poppa e metto il motore in folle, sono troppo vicino e ho ancora quindici metri di fondo, troppi per calare l’ancora senza le certezze date dalla visione diurna della situazione e oltre tutto nel palese errore della cartografia che mi dava quattro metri di profondità già a cento metri dalla riva. Giro la prua verso l’altra cala, il mio piano B, poco più di un miglio, un quarto d’ora che non mi cambierà certo  la vita. Mi avvicino con la stessa cautela, in fondo intravedo una luce: una barca o un allevamento ittico? Mentre cerco di capire, vedo una luce alzarsi ed illuminare ripetutamente la scogliera, scandagliandola in alto ed in basso. Forse qualcuno sta tentando di dirmi qualcosa, di mettermi in guardia dall’avvicinarmi troppo. Nel dubbio mi allontano, parte il piano C, quello che prevede un’altra ora di navigazione per spostarmi sul lato ovest di Idra, dove la baia, almeno sulla carta, sembra molto più ampia di queste che ho appena visitato, tanto dopo un po’ la stanchezza non si sente più, dormirò quando si potrà. Avanzo ancora una volta col motore al minimo, scrutando ovunque, la baia è profonda, devo addentrarmi molto per trovare il fondale adeguato, ma ci sono due luci lampeggianti, cosa saranno? Illumino ripetutamente con la torcia, ma ho paura di avvicinarmi troppo, sembrano due piccoli pescherecci alla fonda, ma perchè luci intermittenti, fuori ordinanza secondo il codice internazionale di navigazione? Alla fine trovo il punto di equilibrio, la giusta distanza fra le due luci, che ormai pare assodato che siano barche e non allevamenti, calo circa trenta metri di catena su un fondo di sette, controllo che l’ancora abbia aguantato come si deve, poi, finalmente, me ne vado in cuccetta, sono le tre, diciotto ore di navigazione, per quanto tranquilla, rendono stanchi.
 

Acqua cristallina vicino il faro di Melangavi

Mi sveglio che il sole è già alto, carico la moka e mentre il caffè è sul fuoco mi stiracchio per destarmi del tutto. Guardo fuori dal tambuccio, tutto calmo, le barche con le luci “strane” sono salpate, riassetto un po’ la barca e mi metto in navigazione anch’io. Avanzo per un’oretta a motore costeggiando tutto il lato meridionale di Idra, poi, appena doppio l’estremità orientale aggancio un vento leggero che mi permette di dare vela. Relax totale, mare tranquillo, trascino tutto il giorno una traina infruttuosa, poi nel tardo pomeriggio mi avvicino all’isola di Egina dove ero già passato a giugno. Si è alzato il vento ed io sono di fronte ad un dubbio amletico: dare fondo sul lato est dell’isola, confidando che tutto si calmerà nel giro di poche ore, o spostarmi sul lato ovest con la prospettiva di un nuovo atterraggio notturno? Me la gioco, mi avvicino alla riva il più possibile e calo l’ancora, iniziando una danza a ritmo sostenuto che mi fa temere una notte insonne. Mi faccio una doccia che richiede l’abilità di un giocoliere da circo, poi, per fortuna, il mio presagio si avvera, il beccheggio diminuisce e dopo cena mi gusto una birra in pozzetto guardando le luci sulla costa, la risacca terribile di poche ore fa è solo un ricordo.
 

Atene vista dal mare

Alle nove del mattino, mi metto in rotta per Atene in uno scenario incredibile di calma assoluta. Non c’è un alito di vento, il cielo è grigio ed il mare liscio come l’olio. Tommaso arriverà nel primo pomeriggio, sono poche le miglia che ho da fare, per cui metto il motore al minimo ed avanzo in tutta lentezza, disturbato appena da qualche goccia di pioggia che stenta a cadere. Quando sono nei pressi, la sagoma lontana del Partenone si confonde fra la foschia e lo smog. L’appuntamento è al marina di Kalamaki, ma non ho intenzione di pagare la sosta quindi mi ancoro davanti all’ingresso e do a Tommaso instruzioni telefoniche di prepararsi a saltare a bordo. Quando scocca l’ora X entro dentro, mi accosto ad un tratto di banchina libero, Tommaso lancia in coperta la sua valigia, poi grazie all’agilità dei suoi diciott’anni con un balzo scavalca la battagliola ed è in coperta anche lui. Ingrano la retro, mi allontano un po’ dal molo, poi lascio il timone e finalmente possiamo abbracciarci dopo tanto tempo. Terminati i saluti, scappiamo via da quest’acqua sporca e da quest’aria fetida. Sì, Atene non è un posto salubre, la maggior parte delle industrie greche è concentrata da queste parti, normale, o meglio, ovvio, l’inquinamento che ne consegue. Passeremo la notte a Salamina, l’isola della famosa battaglia del 480 a.c. dove i greci le suonarono di santa ragione ai persiani. Il panorama è cambiato parecchio da allora, Salamina è una località turistica rinomata, frequentata soprattutto da ateniesi, tante infatti le case di villeggiatura, villette adagiate sulla scogliera, sfregi permanenti per un uso limitato a poche settimane l’anno. E’ il terribile mito della seconda casa che tanto ha devastato anche le coste di casa nostra, figlio degenere del benessere economico, dello sviluppo senza progresso, come diceva Pasolini
 

Nave a rimorchio per passare il Canale di Corinto

Salpiamo di buon ora, conto di fare il Canale di Corinto e tornare di là, dall’altro lato, lasciare definitivamente l’Egeo, il regno del Meltemi, il temibile mostro con cui ho convissuto per quasi tre mesi. Quando siamo nei pressi chiamo via radio l’autorità che lo gestisce, poi mi accosto alla banchina per andare a pagare i diritti di transito. Dobbiamo attendere quasi un’ora, una grossa nave sta attraversando in senso contrario aiutata da due rimorchiatori. Piazza Grande, go inside, keep maximum speed, arriva sul VHF il segnale che attendevamo, l’ok al transito, con il solito gutturale accento dei greci quando parlano inglese. Attraversare il Canale di Corinto è veramente emozionante, anche se ormai mi sento quasi un veterano. Lascio il timone a Tommaso che imperturbabile conduce la barca, è ancora in mutande, dice che tanto scialla, non si vede che non è un costume, forse è il primo timoniere della storia ad aver fatto il canale in mutande. Ma sì, scialla! Dopo tre miglia attraverso questa rocca tagliata come fosse un panetto di burro, un sole basso ci accoglie, quasi un bentornato a casa, anche se da casa mi separano ancora centinaia di miglia e parecchie settimane di navigazione. Ci fermiamo per la notte poco dopo il faro di Melangavi, un posto bellissimo dove mi sono già fermato all’andata. Cerchiamo un posto buon per l’ancoraggio, ma sotto un sottile strato di sabbia c’è la roccia, è assolutamente insicuro passarci la notte. Prendo allora maschera e pinne, vado in acqua, gironzolo un po’, poi ecco quello che cercavo, un robusto scoglio con un buco. Prendo uno spezzone di catena, ce lo passo dentro, lo chiudo con un grillo d’acciaio, ci passo una cima robusta ed ecco qua, Piazza Grande ormeggiata ad un corpo morto fai da te, anzi stramorto che più morto non si può. Cala il sole ed l’atmosfera è veramente incantevole, siamo ovviamente l’unica barca, dico ovviamente perchè di gente disposta ad ancorarsi in questo modo non ce n’è molta, per fortuna, aggiungo io. Ci stappiamo una birra e festeggiamo i miei 100 giorni di mare. Cento giorni dalla partenza da Roma, cento giorni a bordo, cento giorni di navigazione, di vela, di sogno realizzato.
 

Corpo stramorto

La mattina dopo ce ne andiamo alle isole Alkionidhes, un piccolissimo argipelago di piccolissime isole, sembrano interessanti, pare ci siano i resti di un vecchio monastero. Mentre percorriamo le poche miglia che abbiamo da fare, il mulinello della traina prende a frullare all’impazzata, metto il motore in folle ed inizio un lento recupero con la canna tutta piegata. Tommaso ha gli occhi che gli brillano, ieri sera ha sparato ad un pesce perdendolo nel recupero e spera ora di rifarsi, probabilmente nella sua testa si è accesa la lucetta del carpaccio di tonno. A dirla tutta, s’è accesa anche la mia, ma entrambe si spengono a due metri dalla poppa, quando improvvisamente, dopo che la sagoma di un bel tonno di almeno sei o sette chili è apparsa in tutta la sua maestosità blu e argento, il filo di nailon si strappa e noi restiamo a bocca asciutta. Che rabbia!

 

Attenzione!

Altri venti minuti e siamo sul posto, vedo una bella baia, piuttosto ampia, dovremo però girare intorno ad un isolotto per arrivarci, il mare fra noi e lei, secondo il portolano, è profondo meno di un metro. Io però non ci credo, guardo quel mare e mi sembra ben più di un metro e poi sono ancora memore della secca pericolosa segnalata davanti ad Ayvalik, in Turchia, le cui coordinate erano su una montagna nel mezzo dell’Anatolia. Mando Tommaso a prua di vedetta ed avanzo al minimo con un occhio fisso sull’ecoscandaglio. Tre metri, due e mezzo, due…. brivido, ma il mare è fermo, si vede perfettamente quello che c’è sotto, un minuto e siamo oltre il pericolo, pronti a dare ancora su un ben più rassicurante fondo di circa sei metri. C’è già una barca alla fonda, a bordo una coppia di mezza età, mi chiedono il pescaggio di Piazza Grande, poi si complimentano con me per il passaggio appena fatto. Da dove venite, gli chiedo? Dal Canada. Beh, allora i complimenti vanno fatti a voi, aggiungo, al vostro confronto sono solo un dilettante. Mi invitano a bordo, chiacchieriamo a lungo, la loro barca è piccola e piuttosto spartana. Trasecolo quando mi dicono che hanno solo duecento litri d’acqua a bordo e che la stessa è quella che bevono. Incredibile, una traversata oceanica di due settimane con 200 litri d’acqua, praticamente due docce di uno qualunque dei miei figli! Poco dopo arriva un’altra barca, sono dei francesi loro amici, una famiglia con due bambini in età scolare. I genitori gli fanno scuola a bordo e i ragazzi sono contentissimi così, sono molto spigliati e socievoli, gli basta un attimo per stringere amicizia. No, non mi convince la scelta pedagogica, la socievolezza in questo caso è una strategia di sopravvivenza, non hanno il tempo di ponderare la scelta delle loro relazioni e se è indubbio che cresceranno con una straordinaria capacità di relazionarsi anche con sconosicuti, è altresì vero che diventeranno grandi senza aver sperimentato un rapporto durevole e senza aver vissuto alcuna dinamica di gruppo.
 

I canadesi giramondo

Racconto a Michel, così si chiama il canadese, dei miei problemi con le batteria, mi da qualche consiglio, prove varie da fare per individuare il problema. La mattina dopo mi armo di tester, faccio queste prove ma non scopro nulla di strano. Lo chiamo, viene a bordo e si mette a trafficare anche lui. Ok, dice Michel, proviamo a vedere quanto carica l’alternatore, metti in moto. Provo, ma il motore non parte. Riprovo, niente. E che cavolo, uno cerca di risolvere un problema e ne esce un altro! Dieci minuti buoni a tentare di avviare, a controllare contatti elettrici, circuito nafta, pulizia filtri, poi… magari è un’idea sciocca, ma non è che per caso hai la levetta dello spegnimento alzata? Può essere mai? Sì che può essere, anzi è! Michel, ti prego di scusarmi per averti fatto perdere tempo per una sbatataggine mia! Lui sorride e mi fa: è successo anche a me, apposta m’è venuto in mente! Adoro i giramondo, sono persone di straordinaria generosità, sempre pronte a prodigarsi per il prossimo, per nulla spocchiose, al contrario di certi marinai da banchina o, peggio, da tastiera, capaci solo di bacchettare o deridere gli errori altrui, spesso per altro senza nemmeno essere realmente capaci di fare meglio. Nel frattempo Tommaso è tornato dal suo giro di pesca, saluto e ringrazio di nuovo i canadesi e ce ne torniamo vicino al faro per passare la notte, in modo da avere poche miglia da fare domattina quando dovremo tornare a Corinto città. Ci sistemiamo, ma verso sera si alza una risacca piuttosto antipatica che fa rollare parecchio Piazza Grande. E se ci spostassimo a Corinto adesso? Lo diciamo praticamente allo stesso momento, in un attimo recupero l’ancora e Tommaso si mette al timone. Sono le dieci di sera, in meno di due ore ci saremo, magari ci metteremo alla fonda, il porto di Corinto è piccolo e pieno di cime e corpi morti, entrarci col buio potrebbe creare problemi. Tommaso è contento di questa esperienza di navigazione notturna, si mette a cantare, canto anch’io, cantiamo insieme, sempre più forte, a squarciagola, forse stecchiamo un po’, ma che ci importa, scialla! A mezzanotte, in una baia rischiarata dall’illuminazione cittadina, caliamo l’ancora, nella quiete, nella serenità. Domani Tommaso torna a casa, ricomincia la scuola, con lui ho iniziato a tornare a casa anch’io, la mia strada, però, è ancora lunga.

100 giorni di mare

100 giorni
2350 miglia percorse di cui 1300 in solitaria
430 ore di navigazione
5,4 nodi la media della velocità
40 nodi il vento più forte preso in navigazione (Capo Sunio)
2 continenti (Europa, Asia)
3 nazioni (Italia, Grecia, Turchia)
4 mari (Tirreno, Ionio, Egeo, Marmara)
5 stretti importanti (Messina, Corinto, Kafireas, Dardanelli, Bosforo)
X000 ancoraggi, ormeggi, porti, rade, gavitelli, corpi morti, cime a terra, inglese, pacchetti
X00 isole e isolotti visitati
9 persone venute a bordo a navigare
4000 fotografie scattate
36 post inseriti nel blog
50 Kg di pesce pescato fra traina e pescasub
4 volte usato il tender di cui 1 a motore

… e non è finita!