Sottomissione – Michel Houellebecq

Non mettono al centro di tutto l'economia. Per loro l'essenziale è la demografia, e l'istruzione: il sottogruppo demografico che dispone del miglior tasso riproduttivo, e che riesce a trasmettere i propri valori, trionfa.

Romanzo fantapolitico che immagina una realtà distopica in cui il candidato di un partito musulmano vince le elezioni presidenziali in Francia, avviando rapidamente il paese verso una shariah soft ma non per questo priva di tutti quegli elementi in tremendo contrasto con i valori occidentali, a cominciare dalla poligamia.

Il libro, pubblicato nel 2015, si svolge dal 2022 a seguire, in un futuro diventato ormai presente, dandoci la possibilità di verificare a posteriori l’esattezza di alcune analisi dell’autore sugli equilibri politici francesi e internazionali, a cominciare dalla marginalizzazione dei due schieramenti politico-ideologici che hanno dominato la scena politica mondiale degli ultimi decenni, sinteticamente la destra e la sinistra.

Quello che inizialmente appare come un attacco all’islam politico è in realtà una critica alla società occidentale, tema molto caro a Houellebecq e ricorrente in molti suoi romanzi; una società che appare gaudente ma amorfa e priva di valori, come spesso nella storia le società che costituiscono gli imperi prossimi al loro termine.

Il titolo altro non è che la traduzione letterale del termine islam, che significa appunto sottomissione. Il protagonista, un docente universitario tipicamente francese, si ritrova nel finale ad accettare la conversione religiosa, sottomettendosi, per il bieco interesse di riottenere la cattedra perduta e sposare un paio di giovani studentesse.

Amo Houellebecq e credo che come Philip Roth abbia saputo raccontare in modo magistrale i tormenti interiori dell’uomo (maschio) occidentale. Forse non è un caso che anche l’americano abbia scritto un eccellente romanzo di fantapolitica: Il complotto contro l’America, in cui, invece degli islamisti, vincono le elezioni del 1942 negli USA i filonazisti. Cambia la bandiera ma la sostanza è la stessa: la distruzione dei principi di libertà affermatisi con l’illuminismo e la rivoluzione francese.

Una notte soltanto, Markovitch – Ayelet Gundar-Goshen

"Nel profondo del cuore, ogni uomo, anche se non è un marinaio, sogna una donna che aspetta il suo ritorno sulla spiaggia.”

Incredibile la maestria con cui l’autrice, all’epoca appena trentenne, ha saputo confezionare questo bellissimo romanzo dal passo e dalla struttura pressoché perfetti. È l’opera che ha segnato il suo esordio una dozzina di anni fa, seguito poi da Svegliare i leoni con cui ha dato conferma del proprio valore letterario.

Ambientato tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, racconta le vicende di un gruppo di persone le cui vite si intrecciano in un susseguirsi di eventi, personali e storici, fitto e appassionante. Amore e odio, vita e morte, dolore e piacere, gioia e sofferenza: non manca nulla, neppure accennati sconfinamenti nel metafisico che evocano la penna di Alejandro Jodorowsky.

La scrittura è scorrevole e avvincente, e tiene incollato il lettore alle pagine in modo naturale, senza artifici di bassa lega, ma semplicemente grazie al talento narrativo della Gundar-Goshen. Colpisce, nel capitolo in cui il romanzo fa un salto temporale in avanti di dieci anni, la naturalezza con cui in modo semplice ma non sbrigativo viene spiegato che in quel periodo in effetti non succede nulla di particolarmente interessante, ma semplicemente si solidificano alcune realtà che si erano costituite nei capitoli precedenti.

Un finale doloroso ma poetico sugella il racconto lasciando una piacevole sensazione di amore e leggerezza che sembra indicare la strada per affrontare l’ineluttabilità dell’esistenza umana.

Venezia in barca – Il Mare sul Divano

Ancora una bellissima serata al Mare sul Divano.

Gianluca Marcon ci ha piacevolmente intrattenuti con le sue storie di mare e con i bellissimi disegni che fa per illustrare le sue navigazioni.

Abbiamo parlato di mari del nord e di laguna veneta, di aneddoti di navigazione e di storie curiose come quella del Vasa, il galeone svedese naufragato il giorno stesso del varo nel porto di Stoccolma.

E abbiamo ovviamente parlato anche del libro di Gianluca, Venezia in barca, un piacevole racconto illustrato che è anche un portolano delle acque lagunari.

Eravamo davvero tanti e abbiamo ascoltato Gianluca con interesse. Poi abbiamo chiacchierato, riso, scherzato e consumato le abbondanti libagioni e vettovaglie di cui non patiamo mai carenza.

Grazie a Gianluca e grazie a tutti gli amici che sono venuti!

Una questione di pelle – Marina Vujčić

"Amami, gli aveva detto allora quasi sussurrando, come una donna che sa quello che vuole ma che non è pronta a ricambiarlo."

Un fantastico romanzo che con leggerezza e garbo affronta il tema della solitudine, partendo da un punto di vista decisamente inconsueto: la schiena. E sì, perché, come fa notare l’autrice, la schiena è l’unica parte del corpo umano che non ci si può degnamente accarezzare da sé.

Un uomo e una donna, che più diversi non potrebbero essere e che conducono una vita apparentemente serena sul piano interiore, si incontrano per quella che è decisamente una stravaganza del primo e che porta a inaspettati sviluppi nella vita di entrambi, dopo avere dato la stura a riflessioni che entrambi avevano inconsciamente evitato per costruirsi la propria nicchia di sopravvivenza al riparo dai dolori portati dal mondo esterno.

Scritto con prosa semplice ma con un passo praticamente perfetto, nel corso del racconto vengono scandagliati, con profondità e acume, umori e pensieri dei due protagonisti, che camminano su due percorsi esistenziali paralleli pur sfiorandosi e interagendo, a volte scontrandosi, comprendendo infine l’insensatezza di una vita fatta di rapporti sociali ridotti al minimo necessario.

Ricco di citazioni letterarie che non sono semplici sbrodolate dell’autrice per rendere colto lo scritto, ricco di spiegazioni sulle tecniche pittoriche (la pittura è una delle chiavi di volta dello sviluppo delle vicende), ricco di riflessioni sull’animo umano buttate lì con nonchalance.
Bello, bello, bello!

A oriente del giardino dell’Eden – Israel Joshua Singer

"A dispetto di tutte le umiliazioni che aveva patito, in lei c'era ancora posto per il senso della vergogna. Era una sconfinata capacità di sentirsi degradati, che nessuna ignominia riusciva a distruggere."

Ci sono romanzi che raccontano la Storia meglio di un saggio, perché della Storia mostrano gli effetti diretti sulla vita quotidiana dei protagonisti. Gioiamo o patiamo con loro, rallegrandoci o addolorandoci anche noi delle pieghe che, pagina per pagina, le vicende pubbliche prendono.

Questo splendido racconto di quasi cinquecento pagine, scritto nel 1939 da Israel Joshua Singer, fratello di Isaac Bashevis Singer (premio Nobel per la letteratura nel 1978), è quasi una saga familiare che inizia in un piccolo villaggio rurale della Polonia, passa per Varsavia e finisce nella Mosca staliniana.

Il protagonista principale, nato in una famiglia di ebrei poverissimi, cerca la strada del riscatto collettivo e diventa un attivista politico rivoluzionario. Perseguito e condannato, dopo anni di carcere durissimo scappa in Unione Sovietica dove, malgrado l’illusione di un mondo più equo e giusto, si ritrova in condizioni assai peggiori e nuovamente imprigionato con la falsa accusa di essere un cospiratore controrivoluzionario.

È un meraviglioso affresco della vita nell’Europa orientale nella prima metà del Novecento; anni durissimi, di fame, miseria e continui rovesciamenti politici. Imperi russi, tedeschi, polacchi, sovietici, si alternano in pochi anni negli stessi luoghi, apportando ciascuno il proprio carico di dolore alle popolazioni.

È la storia degli ultimi fra gli ultimi, dei capri espiatori, del potere arrogante e violento, dell’idealismo, della menzogna, del tradimento, dell’illusione, dell’oppressione religiosa e ideologica. Tutto raccontato con la meravigliosa capacità narrativa che caratterizza la produzione dei due incredibili fratelli Singer.

Anime baltiche – Jan Brokken

"Viaggiare, insieme a leggere e ascoltare, è la via più breve per arrivare a se stessi."

Un bel libro è quello che quando giri l’ultima pagina ti lascia due cose: la sensazione di aver imparato qualcosa che non sapevi e il desiderio di saperne ancora di più. Quest’opera di Jan Brokken centra pienamente entrambi gli obiettivi: insegna e stimola.

Una serie di capitoli monografici dedicati ciascuno a un uomo o una donna che in qualche modo hanno avuto una parte nella storia o nella cultura del proprio paese, legati dal filo comune di essere nati o vissuti nelle repubbliche baltiche, quei tre piccoli stati che abbiamo imparato a conoscere dopo il crollo dell’Unione Sovietica, quando si sono finalmente liberati dal giogo della dittatura comunista.

Personaggi di primo piano, da Sergej Ėjzenštejn a Hannah Arendt, o meno conosciuti, come Loreta Asanavičiūtė, la giovane schiacciata da un carro armato durante le prime manifestazioni per l’indipendenza della Lituania, passando per Mark Rothko e l’incredibile esistenza di Roman Gary, l’autore de La vita davanti a sé.

C’è la storia di un pezzo d’Europa, soprattutto degli ultimi due secoli, conteso fra imperi e dominazioni diverse che l’hanno colonizzato, cacciando o importando intere popolazioni come fossero mandrie al pascolo. Ci sono guerre e rivoluzioni, rivolte e repressioni sanguinose, pogrom e rinascite, come quella degli anni Novanta.

Un libro di storia scritto da un viaggiatore, fatto di storie minute, di vita quotidiana di chi la vita ha dovuto inventarsela giorno per giorno per sfuggire alle privazioni e alle persecuzioni dei prussiani, dei nazisti, dei sovietici. Un libro che fa venire la voglia di andare di persona a vedere.

La saggezza del mare – Björn Larsson

"Perché viaggiare non è percorrere la Toscana a suon di risate o imparare a fare il giocoliere con tre arance sotto il sole della Sicilia. Viaggiare vuol dire avanzare penosamente pollice per pollice sulla superficie della terra."

Pessimo il titolo italiano che sembra sottendere una stereotipata didattica dell’anima. In realtà il titolo originale è Da Capo del’Ira alla Fine del Mondo, che sembra metaforico ma che invece si rifà a due promontori realmente esistenti in quella zona di mare europeo dove si è svolta la navigazione raccontata in questo libro.

I primi viaggi per mare dell’autore, ivi compresa l’autobiografia interiore sulle motivazioni che l’hanno spinto a salpare e stare via per lunghi periodi; una vera e propria scelta di vita, dipanatasi fra la Scandinavia e la Scozia, con sconfinamenti in Bretagna e Galizia.

Panorami e modi di navigare sconosciuti a noi mediterranei, spesso preda di ancestrali timori di passare le Colonne d’Ercole, ma affascinanti e avvincenti oltre che, i secondi, decisamente più complessi che nel Mare Nostrum.

Interessante, scritto in modo chiaro, eppure, mentre scorrevo le pagine, avvertivo la mancanza di qualcosa. Quando l’ho chiuso ho capito cosa: il pathos. Le emozioni sono descritte senza la fasulla epicità di molti autori di mare ma anche senza apparente coinvolgimento emotivo dell’autore. Apparente, sia chiaro: non credo che Larsson non abbia messo il cuore in quelle navigazioni come pure nello scrivere questo libro. Solo che non traspare, non si percepisce se non razionalmente.

Da leggere se si ha in programma di fare rotta a nord e si vuole avere una prima infarinatura di quello che si troverà da quelle parti.
Sull’odioso formato di Iperborea è già stato detto tutto.

Vite che non sono la mia – Emmanuel Carrère

"Se sapessimo quello che rischiamo, non oseremmo mai essere felici."

Amo molto Carrère ma questa volta non mi ha convinto del tutto. Il tema del libro è la perdita dolorosa degli affetti più cari, in modo traumatico o per lunga malattia. Nella fattispecie, la morte di un figlio, di un genitore di bambini piccoli, di un grande amore, di un confidente carissimo.

Lo stile è quello consueto dell’autore: preciso, puntuale, lessicalmente ineccepibile senza per questo perdere di chiarezza espositiva. Ma anche profondo, analitico, riflessivo. Il punto è che, a differenza di altri suoi libri che ho letto, non avvince, non coinvolge se non nelle ultime pagine in cui viene magistralmente descritta l’agonia di una malata terminale e il travaglio delle persone che gli sono attorno.

La sensazione, duole dirlo, è Carrère fosse a corto di idee: il pretesto narrativo appare debole (una bambina morta a causa di una cataclisma naturale e una mamma consumata dal cancro) e non riesce ad assumere connotati di originalità malgrado l’ottima disamina che ne viene fatta.

Penso a Limonov, un uomo di cui non sapevo nulla e per il quale non ho mai nutrito il minimo interesse; eppure ne ho letto il racconto omonimo avvinto come se si trattasse di un personaggio fondamentale della Storia.
Di questo romanzo resta il piacere della lettura di una prosa davvero ottima e alcune pagine (forse più di alcune) che certamente meritano.

Il selvaggio – Guillermo Arriaga

"Quanta patria può essere una donna per un uomo.”

Un libro che forse non avrei letto se non me l’avessero regalato ma che, una volta iniziato, mi ha subito catturato fin dalle primissime pagine. Avvincente, incalzante, ricchissimo di azione, illustra personaggi e situazioni attraverso il fitto racconto dei fatti che accadono.

Ambientato nel Messico degli ultimi anni Sessanta, offre un quadro interessante dell’epoca, fra i turbamenti dei giovani di allora, vissuti fra musica rock e droghe, e le tematiche endemiche del Sudamerica, principalmente la violenza criminale e l’estremismo religioso; e la loro terribile fusione.

Tre narrazioni parallele: il presente del protagonista principale, il suo passato traumatico, e una storia apparentemente a se stante che si svolge in un luogo distante e remoto e che solo nel finale chiude il cerchio con il resto delle vicende.

Una mole importante, settecentoquaranta pagine che per tre quarti non annoiano minimamente, anzi. Poi, praticamente un crollo: nelle ultime duecento si ha prima la percezione di una forzata esagerazione della quantità di cose che succedono, poi della fretta di concludere che si concretizza in un cambio di ritmo che ha il sapore della superficialità.

Comunque davvero ben scritto e, al netto di alcune scivolate retoriche, certamente da leggere.