La parola ebreo – Rosetta Loy

"Giorgio Levi è appena rientrato reggendo la bicicletta e aspetta l'ascensore. Lei gli urla che la bicicletta non può metterla nell'ascensore e che comunque sarebbe meglio che l'ascensore, lui, non lo prendesse per niente, perché non ne ha diritto. Senza parlare il ragazzo solleva la bicicletta e comincia faticosamente a salire le scale. Elsa lo segue con lo sguardo finché non scompare, solo allora, rassicurata, se ne torna giù nel buio antro della sua casa con le finestre a pelo del marciapiede. Anche se portiera, lei è ariana e quello un miserabile giudeo."

Rosetta Loy è scomparsa a novantuno anni pochi giorni fa e io ho voluto omaggiarla leggendo questo suo libro, trovato recentemente su un banchetto dell’usato.

Si tratta di una memoria autobiografica dell’infanzia dell’autrice e racconta gli effetti delle leggi razziali del 1938 sulla vita delle persone colpite dai provvedimenti discriminatori, mescolando il punto di vista della bambina che era allora con considerazioni storiche e politiche suffragate da documenti e testimonianze.

Con una prosa di incredibile chiarezza e lucidità la Loy ripercorre la propria infanzia a Roma, in seno a una famiglia borghese e cattolica, in quel tragico periodo in cui ha visto i suoi vicini di casa prima nascondersi, poi venire arrestati e infine deportati per essere uccisi nelle camere a gas: il compagno di giochi del fratello maggiore, la signora gentile dell’appartamento di fianco, il medico che la visitava abitualmente.

La narrazione non fa sconti a nessuno: né agli italiani che per complicità o vigliaccheria non hanno fatto nulla per opporsi a quell’infamia, né a coloro che hanno approfittato dell’estromissione degli ebrei da impieghi e incarichi statali o professionali per prenderne il posto, né a quelli che si sono semplicemente girati dall’altra parte quando, da dietro le loro porte, hanno sentito i soldati tedeschi trascinare via le persone.

Un grosso risalto viene dato al silenzio-assenso dei vertici della Chiesa, in primis Pio XII, le cui simpatie per il rigore germanico, visto in chiave antisovietica, l’hanno portato a tacere sulle azioni naziste malgrado già all’inizio della guerra gliene fosse nota l’efferatezza, anche a causa dell’uccisione di moltissimi preti cattolici in Europa (un nome su tutti: Kolbe). Un comportamento in aperto contrasto con le posizioni antinaziste del suo predecessore, Pio XI, morto improvvisamente nel febbraio del 1939, poco prima di pronunciarsi pubblicamente contro la piega antisemita presa dai due regimi dittatoriali, italiano e tedesco, anche sul solco antico dell’antigiudaismo cristiano.

Fa effetto leggere che molti dei firmatari del Manifesto della razza, quegli intellettuali e professori universitari che hanno dato il loro folle avallo scientifico alla discriminazione e quindi allo sterminio, siano rimasti al loro posto fino alla metà degli anni Sessanta. Impuniti, come se nulla fosse, come se non avessero alcuna responsabilità morale sull’accaduto.

Vengono anche raccontate le tante storie a lieto fine, quelle di quanti nascosero gli ebrei in casa o nei conventi e perfino nei bordelli, pur nella consapevolezza del terribile rischio che correvano. Se ancora possiamo ripeterci «italiani, brava gente» è grazie a chi non ha voltato la testa di fronte a tante disumane atrocità.

È di un paio di giorni fa il ritrovamento di uno scatolone pieno di denti d’oro forse strappati dai russi ai prigionieri ucraini; una pratica abituali dei nazisti nei confronti delle popolazioni da loro sottomesse. Non è certa l’origine di queste protesi ma quello che è sicuro è che di camere di tortura e fosse comuni negli ultimi mesi ne sono state scoperte molte in Ucraina, piene di cadaveri di civili e di bambini. Non giriamola neppure noi la testa: “Chi salva una vita, salva il mondo intero”. Un concetto, purtroppo, più attuale che mai.