Cecità – José Saramago

Semaforo di piazzale Numa Pompilio, venendo da Caracalla, tipico tappo del traffico automobilistico romano. La strada si allarga, le due corsie di scorrimento del viale si aprono a ventaglio inducendo le auto a disporsi su cinque o sei file. Il rosso dura alcuni minuti, siamo tutti serrati, affiancati gomito a gomito, pronti a scattare al segnale convenuto. La solita mendicante scalza si aggira con la mano tesa dribblando i cofani roventi con la sicurezza di chi è aduso a muoversi fra labirinti di lamiere. Si avverte la tensione generale, il tempo di attesa si dilata in modo inversamente proporzionale al tempo a disposizione dei guidatori. Dozzine di persone, raggruppate loro malgrado in uno spazio aperto ma ristretto, aspettano tutte, all’unisono, un solo evento, liberatorio, catartico, risolutivo: il verde. Quando scatta il giallo per la strada di intersezione le mani destre lestamente innestano la prima ed i piedi, sempre destri, danno leggeri affondi sull’acceleratore per tenere il motore su di giri, saturando l’aria di un rombo cupo e minaccioso. E’ un attimo, il semaforo da l’ok e con la sincronia di un’orchestra sinfonica il rombo si trasforma in boato. Le avanguardie scattano agili guadagnando in pochi istanti la pole position, se non della vita almeno di quei pochi metri di asfalto; seguono ad una lunghezza le retrovie, alcune file mostrando la loro evidente maggiore prontezza. Visti dall’altro sembriamo probabilmente uno strano Tetris con i pezzi che si muovono in senso inverso. La mia fila non parte, non si muove. Attimi che sembrano un eternità, clackson che iniziano a protestare, tutti fremono nervosi mentre ai lati scorrono, finalmente liberi, flussi inarrestabili di macchine. Non si può fare nulla, siamo bloccati, la prima auto della fila è ferma e non accenna a muoversi. In un attimo un lampo mi attraversa il cervello, un pensiero atroce ed inconfessabile anche a me stesso: non è possibile mi dico, non può essere, non devo pensarci, non devo, non devo! Dura poco il terrore nella mia mente, appena il tempo che si apra uno sportello e ne scenda un uomo dicendo: ahò, nun ce posso fa’ ‘n cazzo, nun parte più, me s’è rotta così tutto de ‘n botto!
Fiiuuuuuu… ed io che temevo fosse diventato improvvisamente cieco!
Scampato il pericolo del mal bianco, proseguo verso casa guardingo; parcheggio, entro nel portone, incrocio la portinaia con alcuni vicini, li osservo chiacchierare amabilmente, ma dentro di me una sola, unica, imperscrutabile immagine: loro ricoperti di feci che lottano nel fango per contendersi un pezzo di pane ammuffito che pagheranno con brandelli residui di dignità umana.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...