Capo Sunio

 

La leggenda, o meglio il mito dato che siamo in Grecia, narra che da questo piccolo promontorio alto circa 70 metri si gettò Egeo, re di Atene, quando vide che la barca del figlio Teseo, che era andato a Creta a combattere il minotauro, tornava alzando vele nere anzichè bianche. Il segnale convenuto era che fossero nere in caso di sconfitta e bianche in caso di vittoria. Teseo se ne dimenticò, i maligni dicono che Teseo abbia intenzionalmente alzato le vele del colore sbagliato, ed Egeo si suicidò per il dolore della morte del figlio. Da allora il mare tutto intorno ha preso il suo nome. Sulla sommità del capo ci sono i resti di un antico tempio, un imponente colonnato che conferisce al luogo un aura di sacralità. Una piccola aura di vandalismo gliela conferiscono invece i graffiti dei soliti scemi, fra cui un certo Lord Byron passato da queste parti qualche anno fa e che ha scolpito il proprio nome su un basamento.

E’ proprio qui, a Capo Sunio, che ho uno degli appuntamenti imprescindibili di questo viaggio: con un passaggio obbligato, difficile, ma anche con me stesso, perchè è un po’ la prova dei fatti per la barca ed il suo equipaggio, al momento ridotto al sottoscritto. Il vento dominante di tutto il Mar Egeo in estate è il Meltemi, un vento che prende direzioni leggermente diverse a seconda delle zone ma che oscilla tra il nordovest ed il nordest e che soffia spessissimo con estrema violenza, tendendo per di più ad accellerare, come tutti i venti, in corrispondenza di capi, promontori e stretti, tutti punti dove la morfologia del territorio lo incanala in imbuti che paiono fatti apposta per illustrare una lezione di fisica sull’effetto Venturi. Per me che devo andare verso nord non è la situazione migliore, ma questa è e me la tengo.

Tecnicamente il Golfo di Saronico, lo specchio acqueo che si incontra all’uscita del Canale di Corinto, è già Mar Egeo, ma è ben ridossato a nord dalla costa Attica e perciò protetto dai venti settentrionali; è quindi doppiando Capo Sunio che si ha il primo, vero assaggio di Meltemi. Confidando che finchè me ne resto a ovest del capo non avrò problemi seri, mi preparo per salpare da Perdika, dove ho passato due bei giorni di relax, per dirigermi verso la baia immediatamente prima, dove ho appuntamento con Francesca e Giovanni che arriveranno da Atene con la loro barca. Al momento di andare, l’inglese del simpatico teatrino del giorno prima mi chiede se sto partendo e mi dice una frase di cui capisco solo “two euros. “Next time we meet”, gli rispondo, ma uno così mi auguro di non incontrarlo più. Filo un po’ di catena a prua prima di mollare le cime di poppa, in modo che la barca non parta a razzo in avanti per l’effetto elastico della catena, poi termino di recuperare l’ancora e torno a poppa per prendere in mano il timone e mettermi in rotta.

Si preannuncia una veleggiata tranquilla, con vento tra i 15 e i 20 nodi, una bolina molto larga con mare poco mosso; Piazza Grande si mette sui 6 nodi di velocità, il pilota automatico non fa una piega ed io calo la traina mentre sgranocchio gli ultimi, untuosi, taralli greci dal terribile retrogusto di sugna. La nuova vela di prua, nuova per modo di dire, più piccola e piatta, rende la navigazione con queste condizioni molto più soft. Devo fare meno di 20 miglia, un paio già l’ho fatte, conto di arrivare per l’ora di pranzo: àncora, bagno, birra e patatine, olè!

Bello, eh? Però non è andata così.
Mentre Eolo inizia a soffiare qualche nodo in più, attestandosi sui 25 e formando un po’ di onda, mi arriva un sms di Francesca: siamo arrivati, vento molto forte da nord. Ragiono un attimo, se qui sono 25 nodi, lì saranno almeno 30, decido quindi di orzare qualche grado in modo di poter poggiare se il mare dovesse montare e anche per ridossarmi il prima possibile con la costa, passando fra questa e un’isoletta, poco più che uno scoglio, che sta due miglia prima di Capo Sunio; con molta attenzione dato che la carta segnala un paio di secche cui prudenza vuole si stia lontani, inizio a girare intorno all’isola, orzando il più possibile, e mi accorgo che il passaggio che intendevo fare è ostruito da alcuni allevamenti di pesce. Magari un buco per passare c’è, ma c’è pure un metro d’onda ormai e le raffiche, che superano spesso i 30 nodi. Insomma, mi sembrerebbe una schettinata, do una poggiata decisa per scapolare l’isola da sud, pronto eventualmente a fare un bordo se non riuscissi poi a stringere a sufficienza. Passo molto vicino, la costa è a picco, non ci sono rischi di incaglio e sono sottovento. Però l’isola mi copre, è conica ed il vento gli gira attorno con salti e calme improvvise, ma soprattutto con raffiche che arrivano violente e spesso senza alcun preavviso. Una di queste fa straorzare la barca che si ingavona fino a mettere la falchetta ed il boma in acqua. Niente paura, anni di deriva mi hanno insegnato che basta filare le scotte e dare una poggiata decisa per raddrizzarla, ovviamente dopo aver disinserito il pilota automatico. Il problema è che da solo il tempo di fare tutte queste cose non è istantaneo come in equipaggio. Vabbè, non è successo niente, mi metto però al timone con la scotta della randa in mano, non si sa mai dovesse ricapitare.

Le ultime due miglia il vento aumenta ancora, quando sono a poche centinaia di metri dalla rada l’anemometro non scende mai sotto i 30 nodi, sfiorando spesso i 40. Una grossa nave cargo è alla fonda lì davanti, probabilmente in attesa che il vento cali. Avvisto la barca di Francesca e Giovanni, mi ancoro a distanza di sicurezza  filando tutta la catena che ho a bordo, circa 65 metri, sperando che il fondo sia buon tenitore. Per dare un’idea a chi non sa quanto vento siano 40 nodi, consideriamo che quando in città diciamo ammazza (o minchia o diobbono o ostregheta) quanto vento c’è oggi, si sta sui 15/20 nodi; quando in spiaggia diciamo: non si può stare per il vento, ce ne sono una 30ina. Insomma, 40 nodi sono tanti, il vento fischia fra le sartie, tutta l’attrezzatura vibra e la barca con essa. Ogni azione deve essere ragionata preventivamente, un errore può portare a situazioni difficili poi da gestire, soprattutto navigando in solitaria. Anche una cosa semplice come dare ancora in rada, con vento così forte va fatta senza esitazione, pena l’abbattimento della prua ed il rischio di calarla molto distante da dove si era deciso.

Il resto della giornata lo trascorro a riassettare un po’ la barca, a scattare foto e a guardare l’anemometro che non accenna a scendere. Faccio pure una visita ai miei amici, a nuoto dato che mettere in acqua il tender è impossibile, volerebbe via in un attimo. Poi la sera, dopo aver controllato una dozzina di volte che la linea d’ancoraggio sia a posto, me ne vado a nanna, con la luna piena che splende alle spalle del tempio di Poseidone, illuminato come fosse un faro sul promontorio messo lì ad indicare la via ai naviganti.

Il vento non molla un attimo, tutta la notte e anche la mattina seguente, le raffiche spruzzano l’acqua che incrosta tutta la barca di sale, solo verso le 4 o 5 del pomeriggio inizia debolmente a cedere per poi morire del tutto nel giro di un paio d’ore. E’ incredibile la rapidità con cui anche il mare si spiana, dall’onda formata nel fetch di poche decine di metri fra la spiaggia e me, alla calma piatta, stagnante della sera. Tutto lo scenario è cambiato, il rumore del vento ha lasciato spazio al vociare proveniente dalle barche che hanno ora affollato la rada, a qualche clackson della strada che corre lungo la costa e alla discoteca dell’albergo che sta proprio sotto il tempio. E’ bastato poco per rompere l’incantesimo, per togliere la il fascino, o forse la semplice illusione che questo fosse un posto diverso, magico, magicamente conservatosi intatto, e non uno dei tanti luoghi dove i turisti si affollano per vivere la vacanza in un modo che non contesto ma che personalmente mi da l’orticaria. Ma la Grecia è grande, c’è ancora posto per tutti, anche per quelli che come me si emozionano più al pensiero di Egeo che vola giù dalla rupe che non dimenandosi al ritmo di YMCA dei Village People sparati a tutto volume.

Stamattina di nuovo un po’ di vento, ma niente a che vedere con i due giorni passati. Capo Sunio mi aspetta, oltre le sue rocce sul mare, oltre lo spirito di Egeo che con il suo gesto ha segnato per sempre il passaggio di chi naviga in queste acque.

5 pensieri su “Capo Sunio

  1. Complimenti per il blog, sarebbe carino che mettessi anche le coordinate geografiche all'inizio del post, sarebbe piu' semplice seguirti anche su cartografia non in italiano.Ciao BVAngelo

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