Stretto di Doro

I posti in Grecia hanno tutti una mezza dozzina di nomi. Un paio sono i loro, uno antico ed uno moderno, poi ci sono le translitterazioni in alfabeto latino, un paio secondo le diverse opinioni di corrispondenza dei grafemi, poi c’è il toponimo inglese ed infine quello italiano, a volte, soprattutto nelle ioniche e nel Dodecaneso, testimonianza di una italianizzazione forzata del territorio fatta durante il ventennio fascista. Questa piccola premessa per introdurre il prossimo punto caldo del viaggio, lo Stretto di Doro, o Stenon Kafireos o Kefiras Strait. Comunque lo si metta, un dei passaggi più tosti di tutto il Mar Egeo. Ma come, direte, dopo avercela menata con Capo Sunio, ora viene fuori che il punto difficile è un altro? No, non sto facendo come l’asinello con la carota attaccata al bastone, è che lo Stretto di Doro è così tosto che all’inizio non avevo proprio considerato di farlo, scegliendo invece di passare a est dell’isola Eubea, lungo il canale fra questa e la terraferma, ridossato dal Meltemi. Purtroppo, come tutti i canali, è percorso da correnti molto forti, verso sud in quresto caso, quindi opposte alla mia rotta, quanto al ridosso, è di sicuro dal mare, ma non dal vento che, sempre come accade nei canali, può subire accelerazioni significative in senso longitudinale. Se ci aggiungiamo che è lungo più di 100 miglia, basta fare due più due per capire che non è comunque una rotta facile.

Un vecchio adagio dice che la più precisa pianificazione non può sostituire una botta di culo ben assestata ed io è proprio quella che stavo aspettando. Intendiamoci, non un colpo di fortuna cieco, diciamo che confidavo di trovare qualche giorno di vento non troppo sostenuto per affrontare l’Egeo centrale, il regno incontrastato del Meltemi. Lo confidavo perchè il Meltemi in giugno generalmente non è ancora bene assestato e concede, come le previsioni sembrano dire per le prossime 36/48 ore, momenti di tregua. Insomma, domani via attraverso il Kefiras, l’imbuto cui perfino il Sig. Venturi in persona si sarebbe intimorito, specialmente a guardarlo da sud verso nord. Farlo senza la certezza del meteo sarebbe una pazzia, tutti i portolani mettoni in guardia, parlano di tempeste forza 10, di navi enormi in difficoltà, ed io che pazzo non sono alle prime avvisaglie di difficoltà sono pronto a girare la prua e tornarmene indietro. Ma tentar non nuoce, del resto anche Capo Horn, il terrore di tutti i bastimenti dell’antichità, c’è chi l’ha fatto in bonaccia. Guardando la carta nautica della zona si capisce bene quello che sto dicendo.

Stamattina sono salpato verso le 10, doppiando Capo Sunio su un piede solo (c’erano 20 nodi scarsi di vento!) e arrivando, non senza prendere una sventolatina di 30 nodi strada facendo, a Karistos, estremo sud dell’Eubea. Lungo il cammino, sullo sfondo, le isole di Andros, Tinos, Kea e, lontana in una nuvola di foschia, Mikonos, una delle perle delle Cicladi; chissà che non ci passi al ritorno, magari a fine estate, con la speranza di trovarla meno affollata che in piena stagione. Karistos è una brutta cittadina moderna, con brutti palazzi affacciati sul mare. Intorno la costa è abbastanza intatta e soprattutto praticamente deserta. A nord di Capo Sunio, invece, la devastazione edilizia, operata nel mito della seconda casa al mare, ha fatto danni non meno che sulla nostra costa tirrenica. Anche il porto è bruttino, con una brutta banchina in cemento, ma piuttosto comodo, anche se la musica assordante dei bar del porto non fa ben sperare per la notte. E’ una sosta tecnica e come tale va presa, anche se delle due urgenze, nafta e cambusa, sono riuscito a fare solo la prima. E’ domenica e tutti i negozi sono chiusi. Forti i greci, hanno la peggiore crisi dell’ultimo cinquantennio, ma le feste sono feste, non ci sono santi! Non mi sembra male la loro scelta, l’ho già scritto, sono molto pià rilassati di noi, che siamo stati devastati di tasse ed imposte con lo spauracchio di finire come loro ma sotto certi aspetti, non economici ma sociali ed umani, stiamo messi peggio. Giorni fa ne parlavo con un ragazzo piuttosto sveglio di un marina, diceva che le cose vanno meglio, parlava dell’Italia come un colosso economico, con ammirazione. Ammirazione che è virata improvvisamente sul riso appena ha nominato Berlusconi. Ma mi fermo qui per pudore…

In banchina sono fra una coppia inglese ed una francese. Mi hanno visto che trafficavo con le taniche, ho fatto tre viaggi, andando ogni volta a terra con un simpatico giochino: filo catena col telecomando, avvicino la poppa, salto giù e richiamo la catena sempre col telecomando. Viceversa per risalire: si risparmia sulla passerella. Tornando dal tentativo fallito di fare la spesa, ho trovato la signora inglese che dava da mangiare ad un paio di cani randagi adottati dalla comunità dei naviganti. Abbiamo iniziato a chiacchierare, si è complimentata per il giochino del telecomando, poi le ho detto che avevo trovato tutti i supermarket chiusi ed avevo finito praticamente le provviste. Posso offrirle un po’ di questo?, mi fa mostrandomi la ciotola con il Ciappi per i cani. Grazie, non si disturbi, replico sorridendo. Ovviamente scherzavo, aggiunge. Ma dai? Ed io che credevo dicesse sul serio! Ma che forti questi inglese che si incontrano in Egeo, sprizzano simpatia da tutti i pori.

Non è mancato neanche il momento adrenalinico oggi. Sul radar (l’AIS per i lettori velisti), ho iniziato a vedere una nave che puntava su di me a velocità folle, oltre 30 nodi.  A vista non era individuabile, ma lo strumento dava 20 minuti all’impatto; ho sperato che essendo la mia velocità inconstante il rilevamento cambiasse ma non cambiava. Dopo circa un quarto d’ora ho visto questo mostro, un enorme catamarano di quelli che trasportano passeggeri tra isole lontane (c’era il Fiumicino-Olbia anni fa, poi soppresso), dritto verso di me ed ho calcolato non più di tre minuti di distanza fra noi. Ho acceso il motore per essere più manovriero, ma in realtà ero molto indeciso sul da farsi. In teoria la precedenza era mia in quanto imbarcazione a vela, in pratica è come litigare con Mike Tyson, anche se hai ragione da vendere eviti lo scontro diretto, e comunque manovrare senza doverlo fare può essere pericoloso, potrebbe confondere le idee all’altro. Sono rimasto così per un paio di interminabili minuti fino a quando il mostro ha accostato qualche grado per passarmi di poppa. All’s well, that ends well, come dicono gli inglesi. No, basta inglesi, almeno per oggi!

A cena, scarseggiando la cambusa, mi sono concesso una taverna. Lì ho conosciuto una simpatica coppia di Atene che poi  ho  invitato a bordo a bere una birra. Chiacchierando un’ulteriore conferma che l’Italia è per i greci un punto di riferimento importante, che hanno ammirazione per noi. Mi hanno riferito un detto che hanno loro: i greci vorrebbero somigliare agli italiani ma somigliano ai turchi. Poveri turchi! Ma poveri pure noi italiani che a volte vediamo solo chi ci considera pizza e mandolino e non capiamo il nostro vero valore. Comunque, l’ho già detto, lo ridico: a me i greci… me piaciono!

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