Skiros: toccata e fuga.

Sono le sei e mezzo del mattino quando la mia sveglia suona, destandomi dal sonno profondo in cui sono immerso. Con un gesto istintivo afferro il telefonino per spegnerla, mentre nelle orecchie mi giunge ovattata una musica che la barca amplifica come una cassa armonica. Metto la testa fuori dal tambuccio, un bar sul porto lascia che un altoparlante sputi le ultime note di una lunga notte per i suoi pochi avventori rimasti. Non c’è un alito di vento, il mare è un olio che vira dal blu al verde a seconda dell’angolo in cui un sole ancora basso lo colpisce con i suoi raggi. Tutto secondo i piani, quindi, il terribile Kafireas, lo stretto di Doro che  terrorizza i naviganti al solo nominarlo, oggi dovrebbe starsene buonino. Un caffè con la moka, una sciacquata al viso e via, mollo le cime e in un attimo sono fuori dal porto di Karistos. Ancora una volta la Guardia Costiera greca, sempre molto cortese devo dire, mi rimanda alla prossima sosta per il Dekpa, l’ormai famigerato documento che le imbarcazioni devo avere per circolare liberamente nel paese, ma di cui gli uffici dell’autorità portuale sono puntualmente sprovvisti. La questione è un po’ controversa, siamo in ambito comunitario, quindi non possono chiedere il Transit log che devono invece fare tutti gli altri, ma il Dekpa stesso secondo alcuni è in contrasto con le leggi sulla libera circolazione emanate dalla UE. Pare anche che esista la legge ma non la sanzione prevista, una stortura normativa che rende i greci molto simili a noi italiani, una conferma dell’abusato “una faccia, una razza”, stavolta su un aspetto poco positivo. 

Ieri sera in banchina si sono presentati due agenti della GC, mi hanno chiesto i documenti, ma quando stavo per mostrarglieli mi hanno risposto che no, non ora, domani in ufficio. Ma io domami parto presto, ho risposto. Ok, allora faccia vedere. Gli porgo il libretto di navigazione, l’assicurazione e le altre scartoffie: non ho il Dekpa, aggiungo  spiegandogliene la ragione. E cos’è il Dekpa, mi fa il più anziano in grado. Il collega gli dice qualcosa in greco, il tizio si allontana, fa una lunga telefonata, poi torna e molto gentilmente mi dice: lei ha bisogno del Dekpa! Però noi non ce l’abbiamo, dove sta andando? A Skiros, rispondo. Ma A Skiros non ce l’hanno di sicuro, faccia una cosa, vada invece…, e mi dice il nome di un porto che non conosco, che lì forse ce l’hanno. Ah, grazie, farò certamente come mi dice lei. Grazie, buonasera. Forse, forse ce l’hanno. Io dovrei cambiare la mia rotta per andare in un posto dove forse hanno un Dekpa per me. Allora ci vado forse, oppure forse no. Buona la seconda.

Il motore sputacchia pigramente l’acqua che aspira per il raffreddamento, spingendomi a circa 5 nodi e mezzo, a non più di 1800 giri al minuto. In questo modo, è testato, consumo circa un litro e mezzo di nafta l’ora, direi chre va benissimo. Con un pizzico di suspense, il passaggio è largo non più di 300 metri, passo fra l’isolotto di Mandilou e l’isola madre, con un occhio al cartografico ed il pensiero rivolto al cartografo che ha scandagliato questa zona per mapparla. Già, perchè le carte nautiche della Grecia sono state per buona parte redatte 150 anni fa, hai voglia a fidarti del GPS, lui la posizione te la darebbe pure quasi perfetta al metro, ma è la georeferenziazione sulla carta che può giocare brutti scherzi. Sempre all’erta quindi quando ci sono bassifondi nei paraggi.

Mano mano che mi addentro nello stretto, il vento cresce un poco, fino a raggiungere una 20ina di nodi ed alzare un pochino d’onda, corta e antipatica, esattamente di prua. La barca a volte sbatte un po’, penso a come sarebbe stato infilarsi in questo inbuto solo due giorni fa e mi rinfranco. Ci voli culu ‘nta vita, diceva sempre il padre di un mio amico siciliano, non posso che dargli ragione. Superato il Capo Kafireas, il vento cala ed io mi metto per rotta 0, con 45 miglia davanti da percorrere per raggiungere il lato sud di Skiros, dove ho ancora una volta appuntamento con Francesca e Giovanni che verranno direttamente da Capo Sunio. La navigazione procede senza storia, la traina calata con un polpetto fosforescente non da alcun frutto, mi gioco la carta del Rapala, ma non cambia nulla. Provo a dare un po’ di vela, ma il vento è davvero poco, lascio solo la randa, ma fondamentalmente per la pigrizia di richiuderla.

Ad un certo punto la radio VHF inizia a gracchiare una conversazione di cui colgo bene uno dei due interlocutori, Olympia Radio, la centrale greca che coordina le comunicazioni marittime, ed una voce che parla in inglese con accento italiano ma di cui riesco a cogliere pochissime, frammentate parole. C’è una barca in difficoltà, una barca italiana con due persone a bordo. Olympia radio chiede il nome dell’imbarcazione, Pacatoga mi sembra di capire. Pacatoga? Ma la barca di Francesca e Giovanni si chiama P’aca’ Y P’allà! Oddio, saranno mica loro? E dove staranno poi, quando l’operatore lo chiede la risposta non mi arriva. Gli mando un sms: amici, ditemi che è tutto a posto, altrimenti giro la prua e vengo a salvarvi, corro. Se… corro! A 5 nodi, 7 se do tutta manetta, arrivo fra un paio di giorni! Il telefonino manda un bip, sono loro, qui tutto bene, e tu? Io? Spaventato per voi!

Per fortuna in Grecia i cellulari prendono sempre anche in mare aperto, pare che per risparmiare sui ripetitori, le compagnie telefoniche ne abbiano messi pochi ma molto potenti. Sarà contento chi ci abita vicino, contento delle radiointerferenze, mi immagino che gli gracchi anche la lavatrice quando l’accendono, e dell’incidenza di certe malattie, sempre che gli studi che attestano il contrario abbiano torto. Ma questi studi sono sempre commissionati dalle aziende telefoniche, chissà come mai.
Skiros è ormai a poche miglia quando Giovanni mi chiama via radio confermandomi che è tutto a posto. Accostano a sinistra, li seguo, fanno strada infilandosi in una piccola baia racchiusa fra le rocce. Ci disponiamo affiancati con ancora e cima a terra e… benvenuti in paradiso! Non saprei come altro definire questa minusola insenatura, c’è tutto quello che è rappresentato dall’iconografia onirica dei velisti, persino un piccolo gregge di capre ed un gruppetto di pastori con il loro bivacco appena oltre il minuscolo arenile. Facciamo il bagno, raggiungiamo la spiaggetta, ci fermiamo a chiacchierare e a guardare Piazza Grande e P’acà y P’allà che dondolano placide. Poco dopo i pastori iniziano a camminare verso di noi, non hanno delle belle facce a dire il vero. Siamo seduti, Francesca, Giovanni ed io, e per un attimo ho la sgradevole sensazione di sentirmi circondato da quattro uomini in piedi, ciascuno con la sua brava verga da pastorello del presepe natalizio in mano.

Qualche parola in inglese elementare, un paio di sorrisi, poi il solito mantra, una faccia una razza, e se ne vanno a sedersi un poco più in là. In mano hanno delle bottiglie di ouzo, il tipico liquore greco, a me già ora paiono poco sobri, speriamo bene, non credo ci metterebbero molto a sopraffarci. Inutile nasconderci che ricco bottino siamo potenzialmente per loro, in termini economici e anche di capitale umano: donna bianca e bionda essere con noi! Iniziamo per gioco a progettare una strategia difensiva e fare l’inventario delle armi in nostra dotazione, che si riduce a qualche fucile subacqueo. Tento di convincere Francesca a sacrificarsi per noi, a fargli perdere tempo mentre noi chiamiamo i soccorsi, ma non ne vuole sapere.

La sera sono invitato a cena dai vicini di ormeggio, ho giusto in frigo una bottiglia di Vermentino gelato, Giovanni tentando di soffriggere del guanciale lascia uscire una grossa nuvola di fumo da un oblò che sembra un principio di incendio. Aperitivo, cena, chiacchiere. E poi la luna, il rumore del mare, il silenzio rotto solo da un urlo beluino dei pastori, chissà se è rivolto a noi o se è un ancestrale richiamo gutturale per radunare il gregge. Speriamo la seconda e continuiamo a chiacchierare. E’ il momento dei saluti, ma non solo della buona notte, le nostre rotte si dividono qua, dopo quasi un mese che navighiamo di conserva, seppure con giorni di stacco, io andrò verso est, a Istanbul, per comprare questi benedetti jeans che mi servono, loro verso nord, verso la Calcidica. Ci rincontreremo nelle prossime settimane? Spero proprio di sì, sono stato benissimo con loro, ci conoscevamo appena Francesca ed io, incontrati virtualmente su Slow Sail, un simpatico gruppo di Facebook; Giovanni invece l’ho incontrato per la prima volta 20 giorni fa in mezzo al Tirreno, eppure ora siamo così affiatati, così vicini. Ho dei nuovi amici, simpatici, cordiali, generosi: cosa volere di più!

Me ne torno a bordo, chiudo il tambuccio e mi leggo qualche pagina della guida della Grecia. Pare che a Skiros sia morto Teseo, quello che a Capo Sunio aveva lasciato morire, per dolo o negligenza, il padre Egeo. Beh, per una qualche strana e fatale nemesi, è stato spinto in un dirupo dal re dell’isola che voleva farsi amico Menesteo, colui che a Teseo aveva usurpato il trono di Atene. Che posto magico, peccato dovermene andare via di corsa domattina, per sfruttare al massimo questo buco di Meltemi che durerà in tutto neanche 48 ore. Spengo la luce, una capra bela, sono felice.

12 pensieri su “Skiros: toccata e fuga.

  1. Grande Luciano, bella pagina. Ne scrisse una simile un'amico qualche anno fa…:”Entrammo nella terra, acqua attignemmo,E pasteggiammo appo le navi. EstintiDella fame i desiri e della sete,Io due scelgo de' nostri, a cui per terzoGiungo un araldo, e a investigar li mando,Quai mortali il paese alberghi e nutra….”Odissea, LibroIX°,,,Al solito t'invidio, Maurizio.

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  2. Leggere il tuo diario è diventato un bell'appuntamento mattutino. A quel che vedo, Doso in condizioni “normali” sarebbe stato difficilissimo da passare, bene così!BVAugusto

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  3. Che dire Lucià il tuo racconto è affascinante, meno male che mi sono concesso anche io un pò di mare ma di quello Sardo sempre sano e genuino.Stò addestrando Michela a stare a bordo, a me pare na causa persa però non desisto quanto prima le faccio fare un corso di vela.

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