Mar di Marmara

Sono le due del pomeriggio quando lascio il marina di Canakkale. E’ stata una sosta tecnica, dovevo fare i documenti di ingresso in Turchia, ma ero anche curioso di visitare questa cittadina. E’ piuttosto pulita ed ordinata ed ha un centro piacevole per una passeggiata, ho fatto bene a fermarmi. Sul lungomare fa bella mostra di sè un’enorme riproduzione del cavallo di Troia, che dista 30 km da qui, pare usata per il film Troy e poi donata dalla produzione alla città. Il transit log è costato 55 euro di spese vive e 30 di commissione per il tizio che si è occupato della cosa. Il portolano di Heikell e Radio Banchina parlavano di cifre molto più alte, addirittura consigliavano di fare le pratiche altrove, m’è andata bene. Nel marina ho conoscuito Sammy, un poveretto semiparalizzato da una grave malattia, come mi ha spiegato nel suo ottimo inglese ma che io non ho capito bene, nè indagato troppo. E’ stato imbarcato per molti anni sulle navi da crocera, ha avuto due mogli, la seconda l’ha lasciato quando si è ammalato. Vive con un piccolo sussidio dell’assistenza pubblica e si arrangia con qualche traduzione. Passa le sue giornate nel marina, sorridendo a chi arriva, facendo buon viso al cattivo gioco che la vita gli ha riservato. Ama l’Italia, mi fa sentire tutta I love you in Portofino dal cellulare, ha voglia di chiacchierare e anche io, decido di offrirgli la cena, accetta di buon grado, andiamo insieme in un ristorantino turco, shis kebab, o quello che è, qui tutta la carne finisce con l’essere chiamata kebab. It’s a shitty life this way, mi dice ad un tratto gelandomi; non so cosa dire, nascondo il mio imbarazzo cambiando discorso. Quando parto mi lascia il suo biglietto da visita, Business consultant, cerca di convincermi ad aprire una pizzeria o importare macchinari per la raccolta meccanizzata delle olive. Chissà, magari la dritta è buona.

L’idea è di uscire dai Dardanelli e mettermi all’ancora per la notte, ho individuato un buon punto sul lato nord, poche miglia dopo Gelibolu, Gallipoli, ne devo fare 30 per arrivarci, vista l’ora non posso indugiare molto. Il traffico di grandi navi sembra oggi ridotto, meglio così, navigherò più sereno, anche se un paio di quelle belle grosse mi passano da poppa a non più di 100 metri. Vedo l’appendice della loro prua fendere l’acqua alzandone una quantità enorme, poi un muro d’acciaio oscura la mia visuale per un paio di minuti, come un’eclissi, lasciandomi infine una scia maleodorante di fumo quando mi trovo sottovento ad esse. Navigare in questo canale è veramente antipatico, la corrente ed il vento hanno un’incostanza incredibile che costringe ad aggiustamenti continui della velatura ed a incessanti correzioni al pilota automatico, non trovo praticamente mai pace. Schivo un paio di traghetti che uniscono Gallipoli alla sponda opposta, sentendomi come il bersaglio di un videogioco, poi finalmente sono fuori, il Mar di Marmara mi accoglie con un bellissimo tramonto ed un vento che si è fatto lieve e mi accarezza fino a che trovo il posto giusto per calare l’ancora. Sono vicino ad un paio di petroliere alla fonda, di fronte a me un bellissimo paesaggio fatto di campi coltivati e dolci colline, potrebbe essere la Toscana, tanto è aggraziato. Il sole tramonta, rosseggiando sul mare, dopo cena cala il vento definitivamente ed io passo una notte un po’ ballerina a causa un’ondina morta residua che fa rollare Piazza Grande.

Alle 6 capisco che non riprenderò più sonno e mi alzo, pronto ad affrontare un altro pezzetto di questa lunga rotta. Mi restano un centinaio di miglia fino a Istanbul, voglio spezzarle in due fermandomi sull’isola di Marmara, la principale del piccolo arcipelago che da nome al mare che lo bagna. Però, anzichè nel porto principale, decido di puntare Asmalikoy, un porticciolo un po’ sperduto di quelli che piacciono a me e di cui il portolano testualmente dice: uno scenario quasi inquietante che ricorda i luoghi immaginari descritti ne Il signore degli anelli. Dato che non ho visto nè letto Il signore degli anelli, decido di farmi una cultura in materia direttamente in loco e metto la barca in rotta.

Vela o motore? Me lo chiedo un centinaio di volte durante la giornata, mai una regolazione risulta buona per più di 10 minuti, il vento cambia continuamente di intensità, passando dai 5 ai 25 nodi e viceversa. Vado a motore, apro le vele, 5 minuti e devo prendere una mano di terzaroli, forse anche qualcosa in più se non voglio stare troppo sbandato, ma che dico, c’è calma piatta, riaccendo il motore, no meglio aprire almeno la randa… e via così per tutta la mattina. Sono questi i momenti in cui ringrazi la sorte di averti dato una barca con entrambe le vele rollabili, alla faccia della performance. Questi numeri quasi da circo li faccio in autostrada contromano. Mi spiego: tutto il traffico marittimo dal Mar Nero all’Egeo è regolato secondo il principio elementare di tenere la dritta, come in macchina. Quindi, chi va verso Istanbul sta a destra, chi viene sta a sinistra. Io però ero alla fonda sul lato sinistro, quindi per raggiungere la mia corsia di marcia devo forza tagliare quella del senso opposto, con molta cautela, visti i bestioni che viaggiano da queste parti, però devo farlo per forza. Un paio di navi, che tengo molto sotto controllo sia a vista sia sul radar (AIS), suonano la sirena quando sono a poche centinaia di metri da loro, nel timore che non le abbia viste e non dia loro la precedenza che gli spetta. Il forte suono, cupo e nasale, mi echeggia in testa rimbombando nelle trombe di Eustachio e facendomi sentire un po’ come il matto della barzelletta, quello che aveva imboccato l’autostrada contromano. Quando finalmente sono nella mia corsia ho quasi voglia di cercare un Autogrill per pipì e caffè.
Ma se l’impatto con le navi è scongiurato, i loro effetti indiretti non sono da trascurare, primo fra tutti le onde che sollevano. Una volta stabilita l’altezza media che generano, si sta tranquilli, fino a quando passa un bestione che, per imperscrutabili ragioni ne alza un treno molto più alto. Me ne sto spaparanzato al sole quando vedo un frangente che non dovrebbe esserci. E’ un attimo, afferro un tientibene, Piazza Grande sbatte la prua un paio di volte poi… noooooo! I due piccoli oblò di prua sono aperti! Ecco trovato un passatempo per la prossima ora, asciugare tutta l’acqua che è entrata, meno male che era chiuso il passauomo, sennò c’era da sgottare per due giorni.

Comunque sia, ho il mare di prua e sono costretto a poggiare, che sia vela o sia motore, non si riesce a tenere la rotta sull’isola di Marmara. Vado avanti così per alcune ore, fino a quando il vento mi da un “buono” inaspettato e orzo di parecchi gradi, decidendo di passare nello stretto fra l’Isola di Avsa e l’isolotto che gli sta di fronte. Controllo la carta, controllo il portolano, passaggio tranquillo. All’orizzonte però vedo una lingua orizzontale bianca che sembra proprio un frangiflutti. Rallento l’andatura, anche perchè sulla sinistra c’è una meda che segnala una secca pericolosa, e solo quando sono molto vicino vedo che c’è un piccolo porto non segnalato da nessuna parte. Possibile? Eppure è così! Viene quasi da credere a Schettino che dice che Le Scole non erano sulla carta del Giglio… no, vabbè, non esageriamo. La navigazione procede senza altri intralci, mi guardo attorno, mi avvicino alla costa per osservarla meglio, è molto bella, molto verde, poco edificata e con scogliere a picco che si alternano a piccole spiagge. Mi domando perchè il Mar di Marmara abbia una così cattiva fama, il paesaggio è veramente greadevole, poco il turismo terrestre, esclusivamente turco, e praticamente inesistente quello nautico, in tutta la giornata ho incrociato sì e no un paio di barche. Purtroppo è pieno fino all’inverosimile di meduse, di un tipo che non ho mai visto altrove, impossibile anche solo fare un tuffo. E pure l’acqua non è di un colore proprio invitante…

Verso le 5 entro nel porto di Asmalikoy, praticamente deserto, qualche barchino da pesca su un lato, sull’altro solo una vecchia ciabatta di legno con un palo in coperta ed una badiera russa a brandelli a poppa. Decido di mettermi all’inglese, come i russi, ma un vecchietto in banchina mi fa segno di mettermi di poppa: hai visto mai occupassi troppo spazio! Mi prende le cime, fa la gassa anzichè ripassarmele a doppino, ma non importa, poi mi dice qualcosa in turco, che ovviamente non capisco. Allora chiama in soccorso un tizio che sta poco più in là con la sua barca, che arriva e mi parla in tedesco. Niente, non ci siamo proprio. Provo ad azzardare una domanda, se c’è un’autorità portuale a cui va comunicato l’ormeggio. E’ il loro turno ad essere perplessi. La comunicazione si sblocca quando mimo il saluto militare, non s’è mai visto un italiano non riesce a farsi capire con qualche gesto.
Alla fine anche io capisco loro, bisogna pagare per l’ormeggio. Per dirmi la cifra arriva in aiuto la figlia in età scolare del secondo tizio, che sa contare in inglese: 30 lire turche o 12 euro che dir si voglia. Mi pare sinceramente troppo, mostro un biglietto da 20 lire, il vecchietto fa segno di sì, le prende e sparisce via. Scendo a terra per qualche foto, il tizio con la bambina anglofona mi dice “Turkish beer”, non ho idea di cosa voglia dirmi, ma per non sapere nè leggere nè scrivere rispondo yes. Lui stappa una bottiglia e me la passa con un sorriso. Vorrei dirgli che noi a Portofino o a Taormina facciamo lo stesso, appena arriva un turco con cui non riusciamo neanche a dire due parole gli offriamo da bere. Ma c’è l’ostacolo linguistico e forse per questa volta è meglio così. Più tardi ricambio la cortesia con mezza caciottina greca che ho comprato l’altro giorno a Lemnos: typical italian, gli dico, tanto che ne sa, ti pare che se ne accorge. Mi sorride, gli sorrido, usciamo contenti entrambi da questo scambio culturale. Spero solo che i greci non insaporiscano il formaggio con il lardo o qualche altro grasso animale proibito dal profeta, nel caso che Allah mi perdoni per aver condotto sulla via del peccato una sua pecorella.

Se tutti i paesini italiani hanno la loro chiesetta con il suo campanile che svetta fra i tetti, i paesini turchi hanno la moschea con il minareto. Belli entrambi, ma se nel primo caso si patisce qualche scampanata, nel secondo si subisce un vero e proprio martirio acustico. Cinque volte al giorno, ad orari prestabiliti, il muezzin, anzi un nastro registrato o forse negli ultimi tempi un Ipod, ricorda a chi se lo fosse scordato che Allah è grande. Una di queste litanie è schedulata per le 4.30 del mattino, ad un volume che farebbe sentire a casa un disk-jokey. La serie di gorgheggi mistici va avanti per diversi minuti, con pause di alcuni secondi fra un fraseggio musicale e l’altro, illudendo ogni volta che sia finita lì. Verrebbe voglia di tirargli qualcosa o di andare a svegliare l’imam quando se la dorme profonda lui.

Alle 7 e mezzo, dopo l’immancabile caffè, recupero l’ancora portandomi via alcuni malloppi di fango ed alghe putrescenti, appena fuori dal porto mi tocca calarla in mare e sciaquare bene tutto perchè l’odore non è dei più gradevoli. C’è un filo di vento, ma esattamente di prua, metto il motore a 1800 giri ed imposto il pilota automatico per rimettermi in carreggiata, ovvero inserirmi di nuovo nella corsia di navigazione obbligata per chi naviga in queste acque. C’è il solito traffico di mercantili, ho sempre un occhio a 360 gradi e l’altro sul radar, la navigazione procede molto tranquilla, mare calmo e navi attorno sotto controllo. Incrocio anche una grossa nave da crocera e riesco a captare la sua rete WIFi, purtroppo protetta da password inespugnabile. Vado avanti così per alcune ore, facendo una rotta leggermente più a nord rispetto al Bosforo, dato che il West Istanbul Marina, il porto che ho scelto per il mio soggiorno, è a circa 20 miglia dal centro della città. L’ho scelto perchè è l’unico che la cassa di bordo può permettersi, è una struttura nuovissima e, come si dice in questi casi, dotato di tutti i confort.

Ben presto quindi, il mare che poco fa era tempestato di enormi navi, si svuota lasciandomi solo su un acqua appena increspata e a tratti completamente abbonacciata. Man mano che mi avvicino, rifiuti galleggianti di varia natura punteggiano la superficie, gli effetti di una città di 16 milioni di abitanti si sentono a diverse miglia di distanza. La giornata di oggi si annota come una delle più noiose, un solo brivido quando sento la radio chiamare un’indefinita “sailing boat, sailing boat, this is…” e il nome del chiamante. Schizzo in coperta, hai visto ma che qualcuno col trasponder spento mi stia venendo addosso! Ma non c’è nessuno, non chiamavano me, mi rimetto comodo.

Verso le 16 sono sottocosta, il marina si trova in un’area che si divide fra lottizzazioni di edilizia popolare ed enormi gru per la movimentazione dei container. Entro nel marina, mi viene incontro il gommone di servizio con a bordo il cortesissimo personale che mi assiste nell’ormeggio, gli lancio le cime e mi sistemo bene. Mi chiedo se sono arrivato oppure no, nel senso che tecnicamente sto a Istanbul, la mia meta era questa, ma in realtà sto in una specie di cattedrale nel deserto, mi sentirò arrivato quando attraverserò il Bosforo a vele spiegate, per quando pare che dal ponte che unisce le due sponde della città in poi sia vietata la navigazione a vela. La sera, fra lo stridere ed il clangore delle gru accanto al marina, guardo sul monitor la traccia che ho percorso in questo mese di navigazione. Sono circa 1.200 miglia, veramente tante, fatte quasi ininterrottamente, con pochissime soste. Ma non mi sento stanco, nè fisicamente nè moralmente, vado avanti, sento che potrei farlo per molto ancora. Anzi, credo proprio che lo farò.

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