Nel Bosforo, arteria pulsante di Istanbul


Istanbul è. Alcune città, alcuni luoghi, sono qualcosa, Istanbul è e basta. Il Bosforo l’attraversa tagliandola in due fisicamente, dividendola fra due continenti, ma senza spezzarne la continuità, è un mare che anzi unisce le due sponde, con traghetti e ponti, con milioni di persone che ogni giorno l’attraversano nei due sensi, incessantemente, instancabilmente. Ma la continuità di Istanbul non é monotonia, perché Istanbul è tutto ed il suo contrario, è il contrasto inimmaginabile, lo stridere fastidioso degli opposti, è est, è ovest, è Asia ed Europa, è modernità e tradizione, é ricchezza e povertà estreme. 16 milioni di persone ne fanno, per dimensione, una metropoli asiatica e infatti lo è, ma quanta Europa c’è a Istanbul, antica e moderna! Istanbul siamo noi, Costantinopoli, ma anche gli Ottomani, Bisanzio. Istanbul è passato e presente

Il ponte di Galata

Istanbul è le mille moschee con le ogive dei loro minareti, la penisola del Corno d’oro, la torre di Galata, costruita dai genovesi, il ponte di Galata con le tante persone che affacciate con la canna da pesca in mano cercano di insaporire la propria cena, è le stradine di Sultanhamet affollate di turisti, i palazzi imperiali, i bastioni turriti, le paraste degli edifici neoclassici, Santa Sofia, la Moschea Blu, il Topkapi, il Dolmabahce, le case di primo novecento sulle rive del Bosforo, il Gran Bazar, i mercatini all’aperto, lo Spice Bazar con i suoi odori pungenti, l’estasi dei dervisci rotanti, la danza del ventre, la musica che suona nelle strade, la litania dei muezzin scandita ad orari prestabiliti. 

Uno skyline che sembra a quello di New York

E’ i grattacieli, alti, tanti, con le gru alzate per costruirli, una distesa sterminata di cemento per decine di chilometri, i centri commerciali, il traffico costante ed impazzito delle sue arterie, le terrazze chic degli alberghi, le case eleganti di Bagdat Street, la coltre di smog che tutto copre ed appanna, una metropoli sconfinata tempestata di bandiere rosse con la mezzaluna e le foto di Ataturk ovunque, Ataturk in divisa dell’esercito, Ataturk che nuota, Ataturk in abito di gala, Ataturk che ti scruta maliardo. Istanbul sono tante di persone, tutte diverse, le donne velate, le minigonne, le palandrane, i decoltè spinti, i giovani vestiti sportivi, i mendicanti, gli uomini d’affari in limousine, i mille mestieri ambulanti, i lustrascarpe, i venditori di ciambelle al sesamo, i carretti con le pannocchie arrostite o le cozze al limone, il kebab, le verdure grigliate; sono i gas lacrimogeni di oggi a Piazza Taksim.
 

Piazza Taksim in un momento di pausa della protesta

E’ terra e mare, le navi che puntellano l’orizzonte, le petroliere, i cargo, le gru che movimentano le merci, i porti, i marina per il diporto, i traghetti che riversano fiumi di gente sulle sponde, poi le luci della città che si riflettono sull’acqua, due enormi ponti moderni che uniscono il mondo, i caicchi che navigano sotto i loro pilastri, un piccolo stormo di uccelli marini che fa da contorno, a Istanbul c’è posto anche per loro.
 

Venditore di ciambelle al sesamo

Istanbul è Oram Pamuk, Elif Shafak, Ferzan Ozpetek, Esmahan Aykol, è il sorriso della gente, la cortesia; sono due occhi neri che ti scrutano profondi, perché Istanbul può essere struggente come è a volte la sua musica melensa, ammaliare con mille luci, disgustare per la sporcizia e la poverta che trovi in certi angoli, ma si finisce sempre col restare lì sospesi a guardarla fra la nebbia del mattino, perché sospesi siamo noi nell’effimero attimo della nostra esistenza, incerti del futuro, incerti del presente, caduchi come foglie d’autunno. Istanbul, invece, è lì per restare.

Faccio due giorni a spasso per la città, così a zonzo dato che ci sono già stato un paio di volte è ho già visitato gli spot turistici più gettonati, mangio un kebab, faccio un po’ di foto e compro i sospirati jeans, due paia, starò bene per un pezzo! Incontro Ahsen, una vecchia amica appassionata dell’Italia, che mi consiglia di investire in immobili. Istanbul è in pieno boom edilizio, è impressionanate la quantità di palazzi in costruzione, così tanti che viene da chiedersi perchè si debba a tutti i costi edificare pure in un parco cittadino, il casus belli dei disordini di queste settimane. Mi indica un’appartamento a Galata: L’hanno comprato degli italiani 5 anni fa per 200 mila euro, ora lo stanno rivendendo, chiedono un milione. Però, mica male, averlo fatto io l’investimento sarebbe la volta buona che mi compro un Hallberg Rassy. Ssssttt… sennò Piazza Grande si offende!
 

La Moschea Blu

La mattina di sabato saluto il cortesissimo personale del marina ed esco in mare, sempre gentili i turchi. Faccio in tempo a pensarlo che i due ormeggiatori mi dicono di essere uno macedone e l’altro ungherese, entrambi di famiglie scappate 30 anni fa da guerre o regimi insopportabili. Vabbè, ma ormai si sono turchizzati, sono cresciuti qui, dei turchi hanno assunto il carattere ed i modi. Voglio avvicinarmi al Bosforo e percorrerlo l’indomani, farlo oggi sarebbero troppe miglia e una piacevole passeggiata si trasformerebbe in una sgroppata fra mare, vento, onde e traffico marittimo sostenutissimo. Procedo a zig zag per alcune ore, sia perchè il vento da NE mi costringe a bolinare, sia perché devo continuamente schivare qualche grossa nave che è ormeggiata o avanza con la sua enorme prora proprio verso di me. Incrocio un paio di navi da guerra scoprendo che non hanno il trasponder dell’AIS acceso, sul monitor non le visualizzo. A sera do fondo davanti al marina di Kalamis, evito di entrare dopo aver consultato il listino prezzi per l’ormeggio. Guardo la città, è lì davanti a me, a 50 metri dalla mia prua, la gente passeggia sul lungomare, mi arrivano notizia di nuovi scontri a Taksim, forse mi arriva anche l’odore acre dei lacrimogeni, ma qui nessuno sembra occuparsene ed i bar all’aperto continuano a servire drink e mandare musica dagli altoparlanti.
 

Moltissime grandi navi alla fonda davanti alla città

Domenica è il gran giorno, ho fatto una dormita spettacolare e mi sento in forma, salpo l’ancora e punto diretto l’ingresso del Bosforo. Ho 1200 miglia dietro di me, la strada che ho percorso in circa 4 settimane da Roma a qui, una lunga scia che vista sulla carta nautica fa un po’ effetto. Entro nel canale tenendomi al centro, il portolano avverte che ci sono sul lato dritto delle chiatte che lavorano agli scavi di un tunnel sotterraneo, bene quindi tenersi lontani. Subito riscontro una discreta corrente contraria, ma era prevista, non mi sorprendo. Vedo sfilare attorno a me le icone di questa città, Aya Sofia, la moschea blu, i palazzi dei sultani e tutto il resto. Bello vederli dal mare dopo averli visti da vicino sulla terraferma. Impossibile descrivere con parole il delirio di traffico che c’è, centinaia di traghetti, grandi e piccoli, si muovono in tutte le direzioni, non solo perpendicolarmente dato che collegano anche zone lontane della città, hanno la precedenza assoluta, se non ci fossero le disposizioni dell’autorità marittima a conferirgliela, la prenderebbero d’ufficio per dimensioni e velocità: avanti tutta sembra essere il loro motto. Uno di questi lascia improvvisamente la banchina mentre gli passo accanto e da una suonata di tromba che rimbomba nell’aria per chiedere immediatamente acqua.

 

I traghetti hanno sempre la precendenza

Neanche 10 secondi e suona nuovamente, io non esisto, sono un microbo, un intralcio che deve immediatamente scomparire. Stacco il pilota automatico e faccio un 360 gradi, come le penitenze in regata, per farlo passare. Ma non si può indugiare un istante, la banchina resterà vuota solo un paio di minuti, un’altro traghetto è in arrivo, affondo il gas anch’io prima di subire nuove proteste. Quest’altro è stracolmo di gente, mille occhi che mi guardano, faccio un cenno con il braccio, migliaia di braccia rispondono al mio saluto, alcuni giapponesi mi scattano anche delle foto, diventerò una celebrità al loro paese.

Sfilo accanto ad una grossa boa che segnala bassofondo a est, noto un vortice d’acqua attorno alla sua base, segno che la corrente in quel punto è davvero fortissima. Per sicurezza controllo la velocità al GPS, 0,9 nodi, accidenti, davvero pochino, ma sono col motore quasi al minimo, è normale che… No, non è normale per niente! L’occhio mi va sulla traccia disegnata sul monitor, faccio sì circa un nodo, ma all’indietro, incredibile! Avanti tutta, motore a manetta prima che la corrente mi risucchi verso il Mar di Marmara. Sono quasi al primo dei due ponti, intravedo alcune motovedette della Guardia Costiera, sono unità ultraveloci ed armate, non fanno una bella impressione. Avvicinandomi vedo che fermano uno yacht e lo fanno tornare indietro, vuoi vedere che oggi non si passa?
 

La forte corrente intorno ad una boa

Faccio finta di niente e proseguo, scattando mille foto, cercando di inquadrare Piazza Grande ed il ponte insieme. Poi un fischio di sirena, un piccolo affondo di gas e una motovedetta mi si avvicina dicendomi da un megafono qualcosa in turco che ovviamente non capisco. Ma c’è poco da spiegare, i gesti che ci scambiamo sono quasi ridondanti, accosto deciso a dritta per scattare qualche foto col ponte di fianco ed accostarmi alla sponda opposta, poi giro la prua e torno indietro. Non ho idea del perché di questo divieto, in effetti oggi non ho visto neanche una nave transitare nel canale, mentre nei giorni scorsi era un andirivieni continuo, chissà se è un normale stop domenicale o qualcosa di collegato ai disordini di ieri. Comunque sia, missione compiuta, dovevo arrivare fino al ponte, scattare qualche foto che ho promesso alla Lega Navale di Roma dove si vedesse bene il guidone sociale sotto la crocetta sinistra, posso andare in pace. Ora la corrente è a favore, la barca avanza da sè, mi infilo nel Corno d’Oro fino al ponte di Galata, poi ne esco e lentamente riguadagno il mare aperto.
 

La mia meta, il ponte fra i due continenti

Dato che è presto, decido di fare una puntatina alle Isole dei Principi, un piccolo arcipelago a pochissime miglia da Istanbul, anzi, vista l’estensione della città, tecnicamente proprio di fronte. Idea pessima dato che le isole sono la meta domenicale preferita dei turchi, giro per due ore senza successo alla ricerca di un ancoraggio decente. Le spiagge sono zeppe di ombrelloni e di persone, il mare di barche sopra la superficie e di meduse sotto. Finalmente trovo un buco sui 15 metri di fondo, ma c’è vento, lo spazio e pochissimo e filando 30 metri di catena, comunque pochi per stare tranquilli, sono quasi addosso ad una barca a motore. Niente, oggi non c’è verso di rilassarsi un po’, mi armo di pazienza e rifaccio la manovra. Sto un’oretta e poi decido di tornarmente davanti a Kalamis, ci ho passato una notte tranquillissima, non c’è ragione di restarmene qui. Un vento di circa 25 nodi mi spinge di bolina quasi a 6, ci metto poco ad arrivare. Entro nella piccola baia, ritrovo il mio posto, l’acqua qui è appena increspata, il sole rosseggia dietro i palazzi, mi faccio una doccia e stappo una birra per festeggiare. Ho fatto quello per cui ho lavorato alcuni mesi quest’inverno a preparare la barca e per cui ho navigato un mese intero, il Bosforo. Passo una notte serena.


 












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