Ikaria e Furnoi, la catabasi


Un forte scossone scuote Piazza Grande mentre siamo ancorati in una splendida e deserta caletta ridossata dai venti settentrionali. La barca sta brandeggiando, si sta muovendo cioè alternativamente a destra e sinistra sul fulcro dell’ancora, e ogni volta che arriva a fine corsa la catena va in tiro dando uno strattone che si ripercuote sullo scafo. Sono le 4 del mattino, dalla mia cuccetta sento le raffiche di vento scendere giù violente, rabbiose, dalla montagna che ci sovrasta, sento la cima che scarica la tensione della catena su una galloccia stridere ogni volta che va in tensione, sento lo sciabordio dell’acqua sulle murate, sento la fettuccia delle lifeline sbattere sulla coperta, sento il tintinnio della cimetta del tangone agitata come una piccola frusta, gli scricchiolii dei legni interni, amplificati dalla cabina fa da cassa di risonanza a tutti i rumori esterni.

Apro il passauomo di prua e metto la testa fuori, è ancora buio pesto, un paio di piccole luci sulla costa sono l’unica traccia di presenza umana, guardo il mare, bruno e parecchio increspato, penso all’ancora, mi rassicura averla controllata personalmente con pinne e maschera, calata su sabbia un po’ dura ma con un calumo piuttosto generoso. Ci saranno almeno 35 nodi di vento, non ho voglia di accendere l’anemometro, che fra l’altro da qualche giorno funziona a singhiozzo, ed uscire fuori a vedere e poi anche saperlo non cambierebbe nulla. Fra una raffica e l’altra, spesso il nulla, da 5 a 30 nodi in pochi secondi e per pochi secondi, poi di nuovo silenzio e quiete, fino alla raffica successiva.
 

Il Meltemi in azione

Il Meltemi soffia in estate, sempre da nord, a volte un po’ più da est altre leggermente più da ovest a seconda delle zone dell’Egeo. Pare sia la conseguenza della differenza di pressione fra il monsone asiatico e l’anticiclone delle Azzorre, quello che porta il bel tempo sul Mediterraneo occidentale e che rende il clima in Italia molto più mite che altrove a parità di latitudine. La sua intensità è variabile, generalmente fra i 20 ed i 30 nodi, a volte 35, raramente 40 ed oltre. Un vento molte forte, insomma, ma almeno sulla carta non devastante. Il problema sono le sue alterazioni locali dovute essenzialmente a due ragioni. La prima è l’effetto Venturi nei canali, negli stretti ed in tutti quei punti dove è costretto ad incanalarsi subendo delle accelerazioni decisamente notevoli. La seconda è l’effetto catabatico. Catabatico è la parola magica di chi naviga da queste parti, anche se questo fenomeno non è limitato al Mar Egeo. A scuola ricordo di aver studiato l’Anabasi di Senofonte, kata e ana sono due suffissi, i due termini sono quindi in qualche modo relazionati. Il vocabolarietto di greco che ho a bordo ci viene in aiuto, catabasis significa discesa, quindi un vento catabatico è un vento di discesa, vuol dire cioè che viene giù dai dirupi delle isole, tanto più quanto queste sono alte.   
 

Troppo vento per dare ancora qui dentro

Per capire meglio la questione ricorriamo ad un testo scientifico: il Manuale delle Giovani Marmotte. Ricordo un giochino simpatico che ho letto su quel sacro testo; prendete un foglietto di carta piccolo, meglio se cartoncino, delle dimensioni di un post-it, mettetelo davanti ad una candela accesa e poi soffiate. Magia, la fiamma si orienterà verso di voi. Riportiamo tutto su grande scala, il foglio di carta è una delle isole alte anche mille e più metri che ci sono qui, lunghe e piatte, quando il vento le colpisce viene deviato, separandosi in tre direzioni, destra, sinistra e alto (in basso c’è il mare). Ovviamente questo porterà ad un aumento di velocità che verrà scaricata violentemente una volta raggiunte le tre estremita, da dove tenderà a ricongiungersi al centro per riprendere il suo normale corso. Sottovento alle isole, quindi, c’è ridosso dal mare ma il vento è molto più forte e può soffiare da direzioni diverse da quella dominante, compreso dall’alto. L’Egeo pare fatto apposta per dare sfogo a questo fenomento, ci sono nel suo centro isole alte e piatte molto vicine fra loro, i canali che le separano possono trasformare facilmente una burrasca in tempesta, il Kafireas ad esempio, lo Stretto di Doro di cui ho parlato quando stavo risalendo verso nord e che ho preferito fare a motore aspettando un momento di tranquillità piuttosto che rischiare una bolina durissima quanto probabilmente infruttuosa se non addirittura impossibile.
 

Ikaria

Una delle isole che risente maggiormente di tutto quanto ciò è Ikaria, a sud della quale inizia il Dodecaneso, un passaggio quindi obbligato ed imprescindibile. Ikaria deve il suo nome ad Icaro, quello che si costruì delle ali di cera e volò così in alto che la vicinanza col sole gliele sciolse. Non voglio addentrarmi nei significati metaforici ed etici della storia, mi preme invece sottolineare un fatto che nessuno generalmente prende in cosiderazione, e cioè che il progetto era decisamente buono, funzionava e l’ha dimostrato, ha avuto il solo difetto di essere in anticipo con i tempi, un materiale più tecnologico e meno termosensibile, che so carbonio o titanio, avrebbe condotto Icaro al sicuro successo, un buon piano di marketing poi avrebbe fatto il resto rendendolo anche ricco, magari cedendo il brevetto alla Boeing, invece che famoso per essersi spiaccicato da queste parti. E sì, pare proprio che qui i mari siano dedicati a chi ci muore dentro: Egeo che si è buttato da Capo Sunio mentre aspettava Teseo, Icaro che vola e cade in acqua. Sono leggende, ma quanto fascino navigare sempre circondati da riferimenti mitologici, ogni isoletta, ogni angolo ha il suo aneddoto che riporta la mente a tante cose studiate, magari male e controvoglia, a scuola, è bello vederne l’ambientazione e confrontarla con la propria immaginazione di allora.
 

Ikaria

Arriviamo ad Ikaria dopo una navigazione al giardinetto a tratti allegrotta, a tratti più tranquilla. Il vento ha soffiato all’inizio sui 20/25 nodi per poi calare leggermente in vista dell’isola. Ma sto in guardia, non mi fido, m’aspetto la botta catabatica nel canale e poi una volta accostato sottovento, per questo mi tengo a quasi due miglia di distanza dalla costa. Avanziamo, vento pochissimo, vediamo il porto di Kyrikos in lontanza, anzi lo vediamo male perchè è esattamente controluce, ma ne intravediamo la sagoma. A non più di 200 metri dal molo foraneo arriva la prima botta. Una massa d’aria ci investe per alcuni secondi, Piazza Grande si inclina, prendo il timone e la rimetto in rotta, poi ammainiamo il fiocco, la sola vela a riva. Percorriamo a motore l’ultimo tratto continuamente investiti da raffiche sempre più forti, quando entriamo saranno sui 35 nodi. Il porto è piccolo, piuttosto affollato e gli spring generosi che hanno messo un paio di barche a vela ci impediscono di dare ancora là dove ci sarebbe posto. Alla fine ormeggiamo, non senza difficoltà, su un pezzo di banchina libero vicino all’attracco del traghetto, ma c’è risacca piuttosto forte, non è l’ormeggio dei miei sogni. Andiamo alla Guardia Costiera per le formalità di rito, poi passeggiando in paese troviamo una piccola taverna sotto un pergolato d’uva, un angoletto veramente delizioso, e ci gratifichiamo con birra, moussaka e altre specialità greche.
 

Furnoi, la prima rada

L’indomani facciamo una passeggiata scoprendo un paese veramente carino, poi la spesa, riempiamo i serbatoi d’acqua e diamo anche una sciacquata alla coperta incrostata di sale. Poi scappiamo prima che la risacca, aumentata ulteriormente, ci faccia sfracellare malgrado tutti i parabordi piazzati in posizione strategica. Andremo all’aragosta, così abbiamo battezzato Furnoi, la piccola isola contorniata da un paio di isolotti, che sulla carta nautica sembra avere il profilo di Sebastian, il personaggio della Sirenetta di Disney. Poche miglia di navigazione e siamo a destinazione, cerchiamo un buon ridosso dal Meltemi che oggi sembra in buona forma dando fondo in una baietta incantevole, un piccolo scrigno tra le rocce con in fondo una piccola spiaggetta ed una piccola cappella con sotto un piccolo molo di cemento: tutto formato mignon, tutto splendido! Siamo soli, come sempre, ma sarà una delle ultime volte che lo saremo. Dopo poco arriva una barca a vela turca con a bordo una famigliola, danno fondo e rapidamente calano il tender e vanno a riva. Entro in acqua per controllare la mia ancora e vedo qualcosa che non mi convince. Nuoto fino alla spiaggia, vado dal turco e gli dico: Sicuro che hai dato bene ancora? Si gira e finalmente si rende conto che la sua barca è scaduta al vento di alcune centinaia di metri. Mia figlia è a bordo, mi fa. Ottimo, perdere barca e figlia in un colpo solo non è da tutti! Salgo sul suo tender e corriamo, si fa per dire col motorino da 2,5 hp, all’inseguimento della barca fuggiasca. La raggiungiamo, saliamo a bordo, la ragazza non s’è accorta di nulla, forse meglio così per lei. Aiuto il turco a rifare la manovra, poi me ne torno a bordo. Il giorno dopo, tanto per cambiare aria, ci spostiamo ad una caletta mezzo miglio più avanti, stesso scrigno fra le rocce, stessa cappelletta, moletto eccetera. Manca solo il turco che speda. Per ovviare alla mancanza, arriva all’imbrunire un charter di italiani che spedano una dozzina di volte, ostinandosi a ripetere la manovra nel solito, sbagliato, modo. Mi chiedono consiglio, gli dico come fare, fanno in parte di testa loro e spedano di nuovo. Alla fine, a notte ormai calata, vedo le loro luci di via fermarsi poco sottovento a Piazza Grande, ce l’hanno fatta, bene!
 

Furnoi, la seconda rada, identica alla prima

A Furnoi trovo il tempo per un giretto subacqueo con il fucile, gironzolo un po’, poi mentre pinneggio verso il fondo vedo l’inconfondibile sagoma di una bella cernia che stimo sui 4/5 kg. La arpiono, poi torno su a riprendere fiato. Faccio un paio di tuffi per tentare di estrarla dalla tana in cui s’è infilata, ma non c’è verso, anzi dà uno strattone e rompe il filo di nylon che collega l’asta al fucile. Allarme rosso, rischio di perderla! Mi prendo dei riferimenti per essere sicuro del punto dove si trova, nonostante questo per 10 minuti faccio su e giù a vuoto, poi finalmente ritrovo il sasso dove si nasconde, infilo un braccio dentro e sento l’asta, è lei! Un altro paio di tuffi e riesco ad estrarla, il pericolo ora è che con una scodata se ne vada via con tutta l’asta, non essendo più vincolata al fucile in alcun modo. Afferro insieme ben saldamente fucile ed asta come fossero uno spiedino e mi avvio pinneggiando verso la barca. Però, sembrava più piccola quando le ho sparato. La passo a Luciano e Roberta, un po’ impacciati ed impauriti nel tirarla a bordo e buttarla al sicuro in pozzetto. Poi salgo anch’io, prendo il dinamomentro e, sorpresa, quasi 11 kg! Scatto un centinaio di foto per immortalare l’evento, poi si pone il problema di come conservarla, vista la mole. Alla fine opto, un po’ controvoglia, per sfilettarla, ricavandone quattro filetti delle dimensioni di un paio di bistecche fiorentine ciascuno. La dieta dei prossimi giorni sarà monotematica. Prima di togliermi la muta vado a dare un’altra controllata all’ancora e vedo una piccola anfora sul fondo. Vera? Falsa? La porto in superficie, facciamo un paio di foto, poi la rimetto al suo posto, che stia lì da 2 anni o da 2000, i greci sono severissimi con chi trafuga reperti storici, meglio non rischiare, per cosa poi?
 

Indovina chi viene a cena

In serata arrivano due barche del Centro Velico di Caprera, due barche scuola che ci ormeggiano vicino. Dopo settimane di navigazione senza barche in giro, rivedo per la prima volta qui, di nuovo, tracce di vita diportistica. Siamo su una linea di confine, a nord di Ikaria tanto vento e pochissimo turismo, a sud si aprono le porte del Dodecaneso, mediamente meno vento e tanto, tanto turismo. Sarà scioccante, penso, ritornare alla civiltà, o all’inciviltà, dipende dai punti di vista. Il turismo porta innegabilmente benessere, ma porta anche tante cose negative, dalla devastazione edilizia all’inaridimento delle persone, che smettono di vedere nello straniero una fonte di arricchimento culturale, per vedere un più prosaico arricchimento economico. La gentilezza ed i sorrisi che ho trovato finora nell’Egeo settentrionale, sia turco che greco, non credo che li ritroverò tanto facilmente. Mi godo questi ultimi momenti, è tutto buio intorno a noi, il cielo e pieno di stelle e, grazie ad una simpatica app che ha Luciano sul telefonino, giochiamo a identificarle, dando finalmente un nome almeno a qualcuno dei milioni di lumicini che abbiamo sulla testa. Poi, ad una cert’ora, accendo la luce di fonda in testa d’albero, aggiungendo una stella fra le stelle, e mi distendo in cuccetta. Domani si va ad Arki, poi Patmos, poi, ancora verso sud.

6 pensieri su “Ikaria e Furnoi, la catabasi

  1. Ciao !Sono quella che ti credeva ancora con la prua verso Istanbul…ne hai fatta di strada!Ti chiedo solo di fare un tuffo anche per me ad Arki per favore, magari con la muta, visto che ce l'hai e date le temperature improponibili di quelle splendide acque!Non denigrare però troppo il Dodecanneso, è stato il mio primo amore! Ed anche lì ti assicuro ci sono molti angolini ancora molto molto piacevoli !Grazie e buon vento!V.

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  2. Grande pescata, complimenti. Consigli per la splendida cernia: con le ossa della testa ci fai un brodo da leccarsi i baffi (specie se succhi il brodino all'interno delle ossa che sono appositamente cave perché il tutto sia eccellente)!, con quel che vuoi poi fai una teglia, pomodoro e patate a fette sotto e sopra la bestia, copri con foglio di allumino e metti in forno, il giorno dopo con pelle e tutto il fondo del tegame ti ci condisci gli spaghetti… Ciao e BV!Augusto

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