Katsari ed altre sorprese


In Grecia la sorpresa è sempre dietro l’angolo. E’ talmente ricco di posti incantevoli questo paese, da lasciarli spesso buttati là con noncuranza, come se si trattasse di qualcosa di ordinario, scontato, quasi banale. Invece capita spesso che oltre un promontorio, un capo, uno scoglio, ci sia una spiaggia deserta, un porticciolo o qualche ricamo roccioso di quelli che la natura confeziona con la pazienza infinita del tempo. Da parecchi giorni gironzolo intorno a Chios e Psara, isole madre e figlia a ridosso della costa turca. La seconda m’è entrata nel cuore, è la mia isola, il posto dove mi sento estasiato e felice come un adolescente di fronte all’innnamorata, appagato dal solo fatto esserci e di essere; chissà se le due cose sono conseguenti.

Chios, invece, è un’isola grande, la cittadina principale ha un grande porto, collegato col Pireo, comodo per imbarchi e sbarchi, ma, come spesso i centri abitati greci di quest’Egeo settentrionale, poco interessante architettonicamente, soprattutto per noi italiani, abituati ai tanti artistici paesi della nostra penisola. A Chios è scesa Alessandra e sono saliti Roberta e Luciano, gli amici che navigheranno con me per un paio di settimane.
 

Oinoussa

Di Chios ho praticamente fatto il periplo, la costa è molto bella, ci sono molti piccoli nuclei abitati, a volte piccolissimi, appena un pugno di case, ciascuno col suo molo, non sempre però ben ridossato dal vento prevalente, vale a dire il solito Meltemi estivo. Si tratta in genere di piccoli villaggi di pescatori, di turismo neanche a parlarne, quasi sempre Piazza Grande è l’unica barca in giro e l’unica all’ormeggio o alla fonda, in questa stagione estiva eppure ormai avanzata. Ma sia chiaro, non sto certo qui a lamentarmene, anzi ogni tanto il pensiero mi va a una qualunque località italiana ed al consueto affollamento di barche e mi viene la pelle d’oca. Sì, ho scelto bene la mia destinazione, la mia rotta, è stato faticoso all’inizio, ma c’era Istanbul da raggiungere, i jeans da comprare, il nobile scopo faceva quasi scomparire la fatica o le difficoltà. La vela, a mio modo di vedere è questa, è una vela tranquilla, rilassata, senza ricerca di performance esasperate, è confort per l’equipaggio e non prestazione sportiva. Ora che sto navigando sempre alle portanti, spesso neanche apro la randa, vado di solo fiocco, anzi, giorni fa partendo da Psara con 30 nodi al giardinetto, ne facevo più di 4 a secco di vele, sono stato quasi tentato di andare così.
 

Il museo della marineria

Con Roberta e Luciano siamo stati a Oinoussa, una piccola isola a nord di Chios, per i turchi Koyun Adasi, l’isola delle capre, che ha dato i natali ad alcuni importantissimi e ricchissimi armatori; nomi a noi sconosciuti, ma un paio di megayacht che abbiamo ormeggiati di fianco ci hanno chiarito le dimensioni delle tasche di questi signori. Pare che detengano un numero di navi impressionante, centinaia di tonnellate di stazza e tonnellate di merci trasportate che generano fiumi di denaro. Come li spendono? Qualche spiccio il nostro vicino di banchina l’ha speso per le due macchinette elettriche con cui i marinai portano a spasso per l’isola lui e la sua famiglia, quelle macchinette che si vedono nei campi da golf o ai meeting dei presidenti americani. Il paese è molto carino, saliamo sulla collina dove è adagiato, ci perdiamo nei vicoletti, compriamo la frutta in una bottega cristallizzata agli anni ’60, scaffali in legno e una stadera per pesare l’uva che prendiamo. Poco oltre ci tarpa un tizio che sta sistemando la sua piccola veranda. E’ un capitano di lungo corso in pensione, abita ad Atene e torna qui in estate nella casa della sua infanzia. Ci attacca bottone, insiste per farci entrare, ci offre da bere, la moglie ci mostra le foto del nipotino appena nato, lo fermiano prima che  ci inviti a pranzo! Ringraziamo per questo ennesimo atto di cordialità che i greci ci regalano e ci congediamo per proseguire il nostro shopping alimentare. Entriamo nel forno, prendiamo il pane e ci offrono dei biscotti buonissimi. Ok, li prendiamo, diciamo subito. Mi dispiace, fa il proprietario, li ho finiti. Allora, risponde Luciano, prendiamo questi rimasti. Putroppo non posso darveli, è la replica. Mah, decisamente più filosofi che commercianti i greci, ti invogliano su una cosa che poi non hanno da venderti, mancano proprio delle basi del marketing. Torniamo in porto e, sorpresa, in banchina c’è anche la barca di Alison e Philip, la coppia scozzese, ma che poi si scoprirà essere inglese, che avevo vicino a Mitilene. Felici entrambi di incontrarci di nuovo, ci invitano per un aperitivo a bordo del loro bell’Hallberg Rassy, ricambiamo con un invito a cena su Piazza Grande: spaghetti alla puttanesca ed insalata greca, poi tante chiacchiere di mare, di vela, di vita di bordo.
 

Il porto di Oinoussa

Lasciamo l’isola per tornare a Psara, voglio mostrare quest’incanto ai miei amici. Passiamo la notte a Kardamilla, lato nord di Chios, dove Roberta ne approfitta per rompersi quasi un piede saltando in barca con un pizzico di leggiadria di troppo. Paese senza storia, sosta tecnica, l’indomani salpiamo per l’isola del mio cuore. Non bisognerebbe mai ritornare, canta Guccini, ma come si fa a non tornare in un posto così! Entriamo in porto, siamo l’unica barca, a parte quelle di Jimmy e Pakis, due greci che si piazzano fissi qui per qualche settimana in estate, ci mettiamo all’inglese, manovra perfetta, un applauso all’equipaggio! Un bagno, poi la sera quattro passi prima di un ouzo al bar. Camminiamo ed incontro gli accampati, quelli che vivono su una spiaggia a mezzo miglio dal porto, ci scambiamo cordialità come vecchi amici, poi il comandante di un grosso yacht che avevo di fianco giorni fa mi riconosce e mi saluta, poi una famiglia di milanesi già conosciuta giorni fa, poi Jimmy passa al tavolo dove ci siamo fermati, per fare con noi due chiacchiere sulle previsioni meteo e sulle batterie che mi ha fatto comprare lui a buon prezzo. Mi sento a casa, sorrisi ovunque e rilassatezza. Sembra di essere negli anni ’60, ci dice una coppia di ateniesi seduta al tavolo vicino. Hanno ragione, non ci sono rumori molesti, non c’è musica assordante nei bar, le rarissime macchine passano per andare non per andare a spasso, le persone chiacchierano serenamente a voce moderata, nessuno urla, nessuno ha bisogno di soverchiare il prossimo prima di essere soverchiato a sua volta. Incontro pure, ma non del tutto fortuitamente, Francesca e Giovanni, che hanno fatto con me la prime settimane di viaggio, fino a quando ci siamo divisi, loro verso la Calcidica, io verso i Dardanelli. Una cena insieme per raccontarci le esperienze che ciascuno ha vissuto, poi loro se ne vanno verso le Cicladi, io scenderò verso il Dodecaneso, forse ci troveremo ancora insieme per il rientro in Italia.
 

Oinoussa

Il giorno dopo, solita sosta al forno per i soliti dolcetti, buoni come al solito. La sola cosa non solita è il prezzo, non è mai lo stesso, chissà qual è la variabile che lo determina. Anche il resto è aleatorio, fanno 7 euro, mi dice la signora, ma alla banconota da 10 euro che le porgo restituisce solo 2 euro e mezzo di resto. Misteri dell’economia greca! Molliamo le cime e ci spostiamo ad Antipsara, la figlioccia disabitata di Psara, piccola ed incantevole, un’altra sorpresa dietro l’angolo, solo un paio di miglia distante. Ma non è la giornata adatta, ci sono 30 nodi di vento e si sentono tutti, il mare è molto mosso ed il ridosso che troviamo ben protetto ma di certo poco confortevole. Una sosta lunga per un bagno ed un giretto veloce col fucile, dopo poco l’acqua è fredda anche con la muta da 3 mm, prendo solo un paio di pescetti per lo spaghetto serale, poi torniamo in porto a Psara, trovandolo incredibilmente strapieno, sono arrivate ben 3 barche a vela, dicansi 3! Meno male che domani si va via, tutto quest’affollamento potrebbe urtare i nervi…
 

Oinoussa

Lasciando Psara facciamo una sosta a Volissos, uno dei citati porticcioli di Chios, altra sosta tecnica, dobbiamo fare nafta. Telefono allo spacciatore di idrocarburi: quanta je ne serve, dotto’? Me ne facci 100 litri, me ne facci. Immagino che arrivi la solita piccola autobotte, invece si presenta un tizio con 4 taniche da 25 litri nel bagagliaio dell’auto. Ovviamente non sono taniche per carburanti, siamo mica al paese dei precisini! Del travaso si incarica il benzinaio ambulante stesso, succhiando da un tubo di gomma come ai bei tempi, quando per fare il pieno al motorino… ma sorvoliamo, sono ricordi che non interessano nessuno! Siamo l’unica barca, ovviamente, intorno a noi alcuni pescherecci, proviamo a socializzare ma i marinai sono tutti egiziani e non parlano inglese. Uno di essi ha la radio a tutto volume che da un’ora urla e sbraita in arabo. Provo a domandargli cos’abbia lo speaker per essere tanto alterato e lui capisce che voglio che abbassi il volume. Mi guarda brutto e mi urla, tanto per sovrastare la radio, Time, time, facendo il gesto dell’orologio, come a dire che non è ora di riposo. Provo a spiegargli che non era quella la mia richiesta, gli sorrido, ma non riesco a farmi capire. Vado allora da lui con una bibita, rigorosamente analcolica, e due bicchieri, mi risponde con una mano sul cuore in segno di gratitudine dicendo con un sorriso: Ramadan. Con certe persone non ci si azzecca mai!
 

Aghios Stefanos

Notte tranquilla, poi via verso Mestà, altro porticciolo sul lato sud dell’isola, vicino ad un paese medievale che merita una visita. Putroppo la banchina altissima, a misura di traghetto, e la forte risacca ci impediscono di attraccare. Che fare? Il piano B prevedeva di andare ancora più a sud in una bellissima rada che ho già visto un paio di settimane fa, ma dando un’occhiata alla carta mi sembra di vedere un bel ridosso su un’isoletta piccolissima proprio qui di fronte, a neanche un miglio. Puntiamo lì e… l’ennesima sorpresa dietro l’angolo! La baia è bellissima e sull’isola c’è una minuscola chiesetta. Scendiamo a terra col tender per visitarla, fuori ci sono dei tavoli ed un enorme barbecue, forse ci fanno delle gran mangiate per la festa del santo.
 

Momento di regresso

Aghios Stefanos, Santo Stefano, dice la targa di benvenuto. Sempre cordiali i greci, vedendolo da lontano avevo temuto che fosse il cartello scacciacuriosi di qualche eremita tipo Dinamite Bla. Apprendiamo anche il nome dell’isola: Katsaro, isola del Katsaro. Fa ridere, lo so, ma da queste parti è un toponimo frequente, cerco sul vocabolario di greco, katsaro vuol dire riccio, quindi Isola del Riccio, in effetti ce ne sono tanti sugli scogli. Che incanto! Non paghi di essere l’unica barca all’orizzonte, ci siamo trovati anche un’isola tutta per noi, senza anima viva. Morta invece sì, vediamo infatti in per terra un bel sorcetto di campagna in formato cadavere, cosa che darà gli incubi a Roberta per tutta la notte, immaginando il ratto-zombi salire a bordo con abile maestria subacquea. Entriamo nella chiesetta, c’è la chiave nella toppa, è minuscola, dentro alcune icone sacre in stile ortodosso che sembrano i ritratti fatti dal tenente Montini nel film Mediterraneo. Abbiamo un attacco di infantilismo iconoclastico formato persone perbene: ci facciamo qualche foto sull’altare in posa non esattamente liturgica.
 

Aghios Stefanos

Torniamo in barca, portiamo una cima a terra per mettere Piazza Grande con la prua al mare e ci prepariamo per la cena. Mentre cucino odo dei tonfi in coperta: Roberta e Luciano stanno ballando a ritmo di musica, sinuosi e sculettanti come due adolescenti. Via i freni inibitori, accenno due passi anch’io, siamo soli nel mare, il cielo imbrunisce, venere appare come sempre per prima là dove è calato il sole. Poi… poi avrei voluto parlare del massacro di Chios, il terribile evento che ha segnato la storia greca, 20.000 persone trucidate dai turchi, un eccidio che ha avuto all’epoca, 1822, una risonanza internazionale e che è forse all’origine del detto: mamma li turchi! Avrei voluto parlare di Omero, alcuni storici sostengono sia nato qui. Avrei voluto dire tante altre cose, ma da qualche giorno sono in fase di pigrizia creativa, di rilassatezza totale, per non dire di svacco. Sarà la presenza dei due simpatici amici, del bel clima che si è instaurato a bordo, delle chiacchiere e delle risate. O anche, semplicemente dal fatto che bisogna vivere per raccontare, primum vivere deinde filosofari, visto che siamo in terra di filosofi. O, omaggiando gli inglesi dell’altro giorno: even the smallest feelings are more worth than the highest thoughts: l’ho letta sui muri di scuola tanti anni fa, la tengo in mente da allora, qui ci sta proprio bene.
 

Il cartello dell’equivoco

POST SCRIPTUM Parlando di katsari ho scritto una katsata! L’errore nasce dall’annoso problema della translitterazione delle parole da un alfabeto all’altro. Il suono di doppia Z (ZZ) dell’italiano risulta incomprensibile a molti per due ragioni: la Z non viene pronunciata in nessuno dei due modi in cui lo facciamo noi (zanzara, zuppa) ma bensi strusciata (inglese zed). La doppia, poi, non la conoscono proprio. Anni fa in Marocco ho fatto scrivere il mio nome da un artista in una calligrafia molto arabescata e la doppia Z del mio cognome l’ha scritta TS. Giorni fa sulla carta nautica ho letto Capo Katsari, non sapendo però come fosse l’originale greco, in fatti in greco ci sono due modi di scrivere quello che per noi è la doppia Z (ma che loro non comprendono), e cioè TS, ovvero tau-sigma (τσ), oppure con la lettera Teta (θ).

Katsari ovunque!

Bene, detto ciò, quando siamo sbarcati sull’isoletta, il cartello diceva benevenuti a Santo Stefano, che io ho preso per un riferimento alla chiesetta, poi sotto c’era una parola che non conosco e di seguito Nisi Katsaro, che ho preso per il nome dell’isola (nisi vuol dire isola), come era Katsari il capo. Ho cercato la parola sul dizionario di greco come TS ed effettivamente vuol dire riccio. La cosa quadrava perfettamente, Capo dei Ricci, Isola del Riccio. Quando poi, dopo aver scritto questo post, ho visto la foto che avevo fatto al cartello, mi sono accorto che katsaro (O cazzaro, se proprio vogliamo translitterare come si deve) era scritto col theta (καθαρός) e non con tau-sigma (κατσαρός). Ho cercato di nuovo sul dizionario e significa pulito. A quel punto m’è sorto il dubbio: vuoi vedere che la parola prima vuol dire tenere, mantenere? E infatti! Benvenuti a Santo Stefano, tenete l’isola pulita. Perdonatemi, sono passati 30 anni dal mio ginnasio, e poi qui di katsari c’è il pienone, ieri sera abbiamo cenato in una taverna che si chiamava Katsoura!   


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