Melilla, ultima colonia d'Africa

Franz è il mio nome e vendo la libertà
a chi vuol passare dall’altra parte della città.
Compra il biglietto e non ti pentirai
per quello che ti do non costa assai.

(E. Bennato, Franz è il mio nome)
 

Avvolte in lunghe palandrane marroni due donne dai tratti maghrebini sono accovacciate in terra lungo il piccolo marciapiede della strada che porta al mercato di Melilla, enclave spagnola in Marocco. Davanti a sè hanno una cassetta di legno dove è esposta la loro merce, del pane arabo fritto, quello fatto a strati. Tres por un euro, mi fa una delle due, accompagnando le sue parole col gesto di contarne tre dal mucchio. Està bien, rispondo e le porgo la moneta mentre lei riempe un sacchetto di plastica e me lo da. Poco più avanti fasci di menta, elemento imprescindibile del tè marocchino, attendono altri acquirenti, come pure cassette di frutta o piccoli pesci, troppo piccoli per essere venduti con profitto dai commercianti regolari all’interno del mercato.


Giro un po’ per la via, grandi teloni stesi in terra ospitano merci di seconda mano che in Europa non avrebbero chance di essere vendute e qui invece troveranno sicuramente qualcuno che mosso da un bisogno ormai scomparso da decenni nel nostro continente saprà riciclarle a nuova funzione. E’ strano essere in Marocco ma essere in Spagna, essere in Africa ma essere in Europa; o viceversa se si preferisce. Melilla è una piccola città di 80.000 abitanti fondata, pare, dai fenici; è un possedimento spagnolo da circa 500 anni, da quando cioè los reyes catolicos, i re cattolici, quelli che finaziarono Colombo, ricacciarono i mori oltre lo Stretto di Gibilterra. Ne avrebbero voluto approfittare per cristianizzare gli islamizzatori, eufemismo per dire che avrebbero voluto prendere i loro territori, ma più di Ceuta, la colonna d’Ercole sul lato sud, e Melilla non riuscirono a conquistare.

L’Atlante marocchino
Dopo circa 2 mesi di Atlantico sono rientrato in Mediterraneo; malgrado le miglia che mi separano da Roma siano molte più di 1000 sento quasi il sapore di casa. Spinto da un bel vento sui 15 nodi e da una corrente vigorosa che mi ha spostato spesso la prua anche di 40 gradi rispetto alla bussola, ho doppiato il capo di Tarifa, schivando per un pelo un groppo che si presentava sotto la minacciosa forma di un enorme nuvolone nero e ritrovando infine il colore e la trasparenza dell’acqua a me familiari lasciati tempo fa insieme a queste sponde. L’impressione è di rientrare in un guscio protetto, il Mare Nostrum è mare meum, mi viene quasi voglia di premere sull’acceleratore, si fa per dire, e sbrigarmi a tornare in Italia, c’è il timore che l’autunno anticipi, o non posticipi come negli ultimi 2 o 3 anni, e debba navigare con temperature basse e giornate poco soleggiate. C’è anche il problema dell’ora legale, quando questa terminerà il tramonto sarà alle 6 di pomeriggio, vuol dire molte meno ore a disposizione per la navigazione, insomma, è bene che per fine ottobre io sia ormeggiato in sicurezza a Roma. Appena dentro lo stretto un grosso pesce abbocca alla traina, una traina che in Atlantico mi ha dato pochissime soddisfazioni, ma è troppo grande per la mia attrezzatura, neanche un minuto e si libera, senza che io sia riuscito neppure a serrare un poco la frizione del mulinello. Faccio scalo al Marina Alcaidesa, lo stesso dell’andata, il marinaio che mi prende le cime mi riconosce, si informa sulla mia rotta, essere riconosciuto a Gibilterra, un punto cruciale per la navigazione, mi da la piacevole sensazione di essere un velista che solca mari diversi da quelli abituali, un giramondo, un vagabondo del mare, forse un po’ lo sono veramente. A sera arriva a bordo Augusto, l’amico che giorni fa mi ha telefonato dicendo di volermi raggiungere per navigare un po’ insieme. Dopo una ricca cambusa, ricca al punto da comprendere un jamòn, un prosciuto iberico, sano, da affettare in barca, molliamo le cime alla volta di Melilla.
  
Slurp!
Abbiamo circa 130 miglia di mare davanti a noi, un vento leggero ci spinge al lasco, si chiacchiera, si mangia qualcosa, si tenta di pescare, si legge, si scrive, si controlla la rotta. A sera ci prepariamo per i turni di guardia mentre il mare inizia a montare anche se in modo non preoccupante. Purtroppo, dovuta probabilmente al maestrale che ha soffiato nel Golfo del Leone nei giorni scorsi, arriva una fastidiosissima onda lunga al traverso che ci fa rollare in modo estenuante impedendoci di chiudere occhio durante le ore di riposo. In compenso in cielo brilla una luna piena strepitosa, ci si vede come fosse giorno e l’aria è incredibilmente calda ed asciutta come di rado capita veleggiando di notte. Malgrado siamo a decine di miglia dall’imboccatura dello stretto, la corrente è ancora forte al punto di deviarci la rotta di oltre 30 gradi verso est e costringerci alla relativa correzione all’autopilota. All’alba il vento cala, resta solo l’onda morta, accendiamo il motore per non essere vittima passiva degli elementi naturali e dare un minimo di assetto alla nostra navigazione, mentre le montagne dell’Atlante si profilano maestose disegnando la costa africana sulla linea dell’orizzonte. Il vento si rialza in prossimità della costa, appena doppiamo Punta del Kasbah, le raffiche ci investono lateralmente a circa 30 nodi, probabilmente incrementate dall’altezza del promontorio, alla prima straorzata riduciamo le vele e tutto ridiventa magicamente tranquillo. Entriamo in porto, un bacino molto ampio, per metà spagnolo e per metà marocchino, ci teniamo sul lato spagnolo per evitare le lungaggini burocratiche dell’altra sponda e diamo ancora davanti al marina per riposare un po’, preferendo evitare di entrare stanchi e con vento sostenuto. La mattina dopo con una chiamata sul VHF avvertiamo del nostro ingresso, una gentile funzionaria dell’Autorità Portuale ci attende per indicarci il nostro posto e porgerci la trappa del corpo morto. Trappa, corpo morto… parole che avevo dimenticato, fuori dal Mediterraneo si ormeggia sui pontili mobili con i finger, impossibile mettere i corpi morti per via dell’escursione della marea, anche questo mi fa sentire nuovamente a casa, bello non doversi preoccupare del continuo su e giù delle acque.
 
Scogli a Punta del Kasbah
Mentre sbrigo le consuete pratiche di registrazione del transito, ne approfitto per fare qualche domanda alla tizia che ci ha accolto sul pontile, sono curioso di sapere come si viva in un posto così, 12 Km quadrati, praticamente una prigione. Mi risponde cortese, ma alla terza domanda palesa un leggero fastidio: La domenica andiamo in spiaggia e ci riposiamo, mi dice. La spiaggia però è una lingua di sabbia all’interno del porto, di fronte al punto dove eravamo ancorati la notte scorsa, non credo che riuscirei a vivere sapendo di avere quei pochi metri di arenile come unico stacco dal lavoro e dalla città. Il marina comunque è molto bello e curato nonchè incredibilmente economico, 6 euro al giorno, ma è obbligatorio versare una cauzione di una settimana anticipata, è la prima volta che mi capita. Però l’acqua si paga a parte, mi dice la funzionaria, sono 50 centesimi al giorno, credo che sopporteremo l’aggravio di spesa senza protestare. L’unica pecca sono i bagni molto distanti dal pontile, vorrà dire che faremo la doccia sulla spiaggetta di poppa come se fossimo alla fonda. Augusto nel frattempo si è beccato un po’ di influenza e si rintana sottocoperta in compagnia di un libro ed un blister di antibiotico che osservo svuotarsi con preoccupante rapidità. Metto le scarpe ai piedi ed esco dal recinto del porto, uno dei tanti recinti di questa città.
 
Edifici del ‘900 a ridosso della rocca
Gli edifici subito alle spalle hanno lo stile tipico del colonialismo di inizio ‘900, tra il decò ed il liberty con contaminazioni locali, tutto è molto pulito e curato, c’è parecchia polizia in giro, ogni tanto incrocio anche qualche pattuglia militare, l’atmosfera è proprio quella che mi aspettavo, quella della colonia, forse l’ultima colonia d’Africa, mi vengono in mente alcune scene del film La battaglia di Algeri, di Gillo Pontecorvo, gli europei puliti e ben vestiti e gli arabi in caftano con un aria decisamente più trasandata. Ma a pensarci bene è tutto molto più blando, gli spagnoli non sembrano avere per i marocchini il disprezzo che i francesi avevano per gli algerini. Siamo in buoni rapporti, mi aveva detto il benzinaio di Ceuta l’altro giorno mentre facevo il pieno a Piazza Grande allo sconvolgente prezzo da paradiso del duty-free. Avevo convenuto con lui, ma devo dire che qui si avverte una tensione maggiore, dovuta forse al fatto che mentre Ceuta si trova a poche miglia dal continente europeo, Melilla è invece molto distante e ha quindi un po’ l’aria dell’avamposto, del fortino assediato. Un fortino ben protetto, comunque, sia dalle tante camionette della Guardia Civil, sia dalla doppia barriera di filo spinato stesa interamente lungo il suo confine, una barriera dotata di sensori e telecamere, concettualmente molto simile a quella che separa israeliani e palestinesi ma che non ha mai sollevato proteste in casa nostra, forse perchè è stata innalzata con 30 milioni di euro pagati dall’Unione Europea; come spesso accade siamo bravissimi a predicare il buonismo in casa d’altri. Fà quello che il prete dice, non quello che il prete fà, dice un vecchio proverbio, io mi sono sempre chiesto perchè la coerenza debba essere un optional per chi elargisce ricette salvifiche per altro non richieste. Melilla Hoy, il quotidiano locale, riporta spesso tentativi falliti di scavalcare la rete; qualcuno ogni tanto invece riesce a passare oltre, per le strade piccoli gruppi di ragazzini scalzi e laceri chiedono qualche spiccio accennando il gesto inconfondibile di avvicinare alla bocca la mano con le dita raccolte.
 
Case colorate sulla collina
Melilla è anche un crocevia di culture, ci sono una sinagoga ed un tempio indù. Gli ebrei arrivarono da queste parti dopo la cacciata da parte dei soliti reyes catolicos che li mettevano di fronte alla scelta di convertirsi o finire al rogo, gli indù non sono riuscito a capire come siano finiti in un posto così, il loro tempio è visitabile solo su appuntamento. Mi avvicino ad una piccola moschea, un uomo senza quasi più denti in bocca sta riassettando, gli faccio un cenno di saluto, Conosci qualcosa della cultura araba?, mi chiede. , rispondo, ho viaggiato un po’ e anche provato, senza successo, a studiare la lingua. Il mio interesse lo lusinga, ha voglia di chiacchierare, anch’io, ma si esprime in un misto di spagnolo, arabo e francese condito con qualche parola di italiano per compiacermi e la comprensione è davvero difficile. Mentre sono lì si avvicina un ragazzo molto giovane, il mio interlocutore gli fà cenno di aspettare, poi gli consegna un piccolo mazzo di passaporti sgualciti, usati chissà quante volte, chissà già da quante persone diverse. Mi guardo bene dal dirgli che sono qui con una barca e mi congedo. Torna a trovarmi, mi dice e se fosse possibile parlare in modo decente lo farei volentieri. Ciao italiano, biascica infine con la lingua fra gli ultimi denti che gli restano.
 
Il recinto
Per le strade si incrocia un umanità molto variegata, marocchini con abiti tradizionali e spagnoli in completo scuro e cravatta, troppo azzimati per il caldo che fa, dalle auto arriva alternativamente musica spagnola o araba a seconda dell’etnia del conducente, diverse sono anche le auto di ciascun gruppo sociale, SUV coreani oppure vecchie Mercedes degli anni ’70 eternamente restaurate come le macchine americane di Cuba. Un ragazzo appoggiato contro un muro si accende uno spinello la cui reperibilità suppongo facile, una donna aggiusta il suo hijab sulla testa per ricacciare dentro un ciuffo di capelli ribelle, dietro un portone un bambino alza i suoi grandi occhi scuri per guardarmi un po’ impaurito, da una vetrina un manichino in lingerie erotica femminile ammicca ai passanti una lussuria che di certo il Profeta non ammetterebbe se non l’avessero scalzato dal potere temporale su questo spicchio di terra consacrata ad Allah. E qui arriviamo al punto focale: l’imposizione di una cultura estranea. I danni e le violenze del colonialismo sono induscutibili, ma non si possono negare gli elementi di civilizzazione e progresso sociale da esso apportati, lo attesta anche il fatto che i circa 40.000 abitanti di Melilla di etnia marocchina sono favorevoli a mantenere la città sotto il governo spagnolo piuttosto che restituirla al Marocco. La Spagna rifiuta categoricamente anche di aprire un negoziato, i marocchini provano a far leva sulla questione di Gibilterra, dove per gli spagnoli le parti sono invertite. Ma non è la stessa cosa, ribattono questi, il Regno del Marocco è posteriore alla fondazione di Melilla e non ha quindi nessun diritto da rivendicare. Questione complessa, i presunti diritti atavici sono all’origine di tante guerre, Melilla è stata fenicia, romana, dovrebbe essere allora restituita a loro. Del resto, gli arabi nel Maghreb sono arrivati da conquistatori nel VII secolo, poco dopo la morte di Maometto, prima di loro c’erano i berberi, che ci sono ancora e sono anche un po’ discriminati in Marocco. Insomma, tutti hanno qualche ragione, ma nessuno vuole ammettere la sua parte di torto.
 
Ognuno segua la moda che vuole
Nel frattempo si creano situazioni paradossali, il porto ha due moli, distanti poche centinaia di metri, ma con 2 ore di fuso orario fra di loro. Assurdo, no? La Spagna ha adottato l’ora centrale europea, sfasando di molto le sue regioni occidentali al punto che il sole sorge alle 8 di mattina e tramonta alle 10 di sera, mentre il Marocco mantiene l’ora corretta per il suo meridiano. In estate si aggiunge l’ora legale adottata da una sola delle due parti ed ecco che quando guardi dalla finestra è ieri oppure già domani. Questo ci ha creato qualche problema durante la navigazione, i telefonini hanno aggiornato l’ora automaticamente, se non fosse stato per l’orologio meccanico che tengo su una paratia, non ci saremmo accorti del cambio e qualche calcolo sarebbe risultato certamente sballato. Purtroppo la tendenza dell’elettronica è sempre più quella di fare da sè senza avvertire l’utente, con tutti i rischi che ciò comporta, come abbiamo visto. Ma forse alla fine si impara a convivere con tutto, anche se molte cose mi sfuggono del funzionamento di questa città, l’economia soprattutto, come possa girare all’interno di una comunità che occupa una superficie così ridotta. Non ci sono industrie, non ci sono campi coltivati, solo commercio e un po’ di edilizia sostenuti da un regime fiscale agevolato che non prevede l’IVA ma ha una tassa locale, detta IPSI, al 4%.
 
Listino prezzi detassato
Un elicottero della polizia volteggia intanto nell’aria, mi avvicino alla recinzione del confine, la strada finisce su una collinetta in cima alla quale c’è una jeep con 4 agenti della Guardia Civil che mi guardano fra il perplesso e l’incuriosito, mi sento un po’ fuori luogo in effetti. Li osservo, sono al di qua della rete, in una prigione di lusso ma pur sempre una prigione, alla fine carcerati e carcerieri finiscono per condividere lo stesso destino. Scatto qualche foto, in fondo alla valle c’è un campo da golf, tutto verde e ben rasato, proprio a margine del filo spinato, dall’altro lato una fila di braccianti, pazientemente in attesa, tenta l’ingresso legale per vendersi a giornata in qualche cantiere edile. Allah u akbar, grida un muezzin, ma è un grido sommesso il suo, che stenta a sovrastare le grida di quelli che anche oggi hanno tentato di scavalcare illegalmente, rincorsi dalle polizie di entrambi gli stati. Un grosso gommone con il lampeggiante blu parte all’improvviso nella notte e con un potente faro scruta fra gli scogli, resta un poco poi va via, Ahmed o Mustafà stavolta ce l’hanno fatta, forse il loro triste cammino proseguirà per mare su qualche barcone in rotta per Lampedusa all’inseguimento di un sogno che difficilmente si realizzerà, almeno così come è fissato nella loro mente.

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