Siviglia, il Guadalquivir ed il topo esistenzialista

Quien va a Sevilla pierde su silla.

(proverbio, versione ispanica di Chi va a Roma perde la poltrona)


E’ passata da poco mezzanotte quando spengo tutte le luci e me ne vado in cuccetta. Fa un caldo terribile, nel pomeriggio il termometro ha toccato i 41 gradi, nonostante ciò ho chiuso bene tutti gli oblò e senza un filo d’aria che circola prendere sonno non è cosa facile. Pochi minuti dopo avverto un leggero crepitio, so bene di cosa si tratta, è il motivo per cui non ho lasciato alcuno spiraglio aperto, è l’ospite che ho a bordo da un paio di giorni, un ospite assai poco gradito: un topo.

La mattina dopo essere arrivato a Siviglia ho trovato la busta del pane, che era ben riposta in uno stipo, tutta mangiucchiata; qualcuno s’era infilato nel buco dove si mette il dito per sganciare la chiusura dello sportelletto per tirarne fuori un lembo e rosicchiarlo. Un topo a bordo è una delle peggiori sciagure che possano capitare, a parte lo schifo di avere un animale immondo che scorrazza per la barca, è molto probabile che faccia danni terribili, rosicchiando di tutto, come prima cosa, di solito, i fili elettrici, rendendo inutilizzabile l’impianto.
 
Qualcuno è stato qui!
Insomma, una volta accertata o anche solo sospettata una presenza aliena di questo tipo l’imperativo è uno solo: catturarlo il più in fretta possibile. Da due giorni è caccia aperta a colpi di trappole, esche avvelenate e colla per topi; dopo alcuni tentativi modesti ed infruttuosi stanotte ho schierato tutta l’artiglieria pesante, sparso attrezzatura su tutto il pagliolato e sul piano cucina, il posto dove per la prima volta ha lasciato tracce di sè; sento che è la volta buona anche se sono consapevole di avere a che fare con una bestia di tutto rispetto visto che si è già mangiato 4 esche senza battere ciglio. Le altre notti s’è fatto sentire verso l’alba, stavolta pare aver anticipato, meglio così, mi giro a pancia sotto con la faccia rivolta verso il quadrato, il buio mi ha dilatato le pupille e la poca luce che entra dagli oblò sulla tuga basta a rischiarare l’ambiente. In una mano ho una torcia elettrica nell’altra una scarpa pesante, pronto a lanciarla al primo avvistamento, sono immobile come un predatore, misuro il respiro, gli occhi e le orecchie sono gli unici organi che ho in attivita, 30 anni di pescasub mi hanno insegnato che la preda deve sentirsi sola e al sicuro. Passano lunghi, interminabili minuti, lo sento rosicchiare qualcosa, ma il suono arriva leggermente ovattato, segno che è ancora nel suo nascondiglio, ben scelto, nel punto più inaccessibile della barca e ricco di cavi con la guaina di plastica, tra il il quadro elettrico ed il tavolo da carteggio, un punto praticamente impossibile da raggiungere con le mani; sono tentato di alzarmi e fare rumore per farlo smettere, ho paura che in questo modo possa distruggere qualche cavo in brevissimo tempo, ma mantengo il sangue freddo e aspetto. Un’attesa che pare interminabile, è passata ormai più di mezzora quando ad un tratto sento dei piccoli passi, poi un leggero tramestio, poi il rumore inequivocabile di una bestia che si agita. Salto fuori dal letto, punto la torcia verso il basso, convinto che il topo si stia divincolando impastato di colla, invece lo trovo chiuso nella gabbia grande, assicurato da una rete metallica ed una molla che sembra resistere tranquillamente ai suoi assalti rabbiosi. Mi accerto bene che non possa scappare, poi mi siedo e lo guardo, è agitato, ha il respiro pesante, lo guardo meglio, è veramente grande, almeno 25 cm più 30 cm di coda, una pantegana di tutto rispetto, altro che il sorcetto che pensavo; meglio non averlo visto prima di averlo catturato, non so se sarei riuscito a dormire come ho fatto le notti precedenti o anche solo a starmente tranquillo sottocoperta.
 
Piazza Grande avanza nel caffellatte
E’ un topo il co-protagonista involontario di un bellissimo romanzo di Simone de Beauvoir, Tutti gli uomini sono mortali, da cui è stato tratto, liberamente quanto indegnamente, il pur bel film Highlander. Raimon Fosca è un uomo cui è stata data l’opportunità di diventare immortale bevendo una sorta di pozione magica e lui, per scongiurare l’inganno, la fa bere prima ad un topo accertandosi che sopravviva. Secoli dopo, la sua immortalità è diventata la sua condanna, nulla ha più senso, qualunque cosa egli provi a costruire è destinata a disfarsi prima di lui, anche amare una donna, perchè inevitabilmente dopo pochi decenni invecchierà e morirà lasciandolo solo: in pratica la sua immortalità si è trasformata in solitudine. Un pensiero mi ossessiona, dice ad un certo punto Raimon, l’idea di restare il topo ed io gli unici esseri viventi della terra e di rincorrerci l’uno con l’altro su un pianeta deserto; per  dirla più semplicemente, il senso della vita è viverla non allungarla, direi che l’esistenzialismo non aveva tutti i torti. Per un paio di giorni mi sono sentito come Fosca, il topo ed io soli sulla barca a rincorrerci, ma nè lui nè io siamo immortali, a lui soprattutto, è rimasto davverlo poco da vivere, a me chissà, ma lo guardo e penso che dei due sarà certamente lui a lasciare per primo questa terra, pardòn, barca. Lo prendo con tutta la gabbia, lo metto dentro una busta di plastica bella spessa e lo sbarco per sempre da Piazza Grande. Lascio tutto com’è e me ne vado a dormire molto rilassato, a pulire penserò domani, pulire e disinfettare bene tutto, prima con aceto come mi ha consigliato Roberto, veterinario velista conosciuto a Marsala qualche mese fa, perchè essendo acido annienta il pericolo della leptospirosi, poi con amuchina ed infine risciacquando tutto acqua e sapone. Per tutto intendo dire tutta la barca, un lavoraccio di una giornata intera. Ora però, mi prendo il mio meritato riposo, che profuma di colla per topi, profuma di vittoria, come il napalm del colonnello Kilgore di Apocalipse now.
 
Barche da pesca come fantasmi lungo il Guadalquivir
Siviglia era una delle mete di questo lungo viaggio e il Guadalquivir, il fiume che l’attraversa, è navigabile per decine di chilometri, larghissimo e ben dragato; ci entro dentro una sera e passo un paio di giorni all’ancora a riposare, avanzando poche miglia al suo interno. Poi una mattina salpo per risalirlo fino in città, tutte le fonti che ho consultato consigliano di farlo un paio d’ore prima dell’alta marea in modo da avere la corrente favorevole, ma la faccenda è piuttosto complessa. L’orario della marea differisce di circa 4 ore tra la foce e Siviglia, questo significa che navigando ad una velocità superiore a quella della corrente si può avere questa favorevole per un tempo maggiore delle 6 ore canoniche che intercorrono fra un’alta e una bassa, un po’ come quando in aereo si viaggia nella stessa direzione del sole, la giornata dura più di 24 ore. Questa la teoria, in pratica quando salpo ho la corrente contraria; ma và! Ho seguito le istruzioni che dicevano di salpare prima della fase di stanca ed ora Piazza Grande avanza col motore su di giri a meno di 4 nodi di GPS, sull’acqua devono essere parecchi di più dato che l’assetto è parecchio appoppato come se navigassi intorno ai 7 nodi, se funzionasse il log potrei verificarlo con più certezza. Speravo di essere aiutato dal vento, ma è davvero poco, riesco a far portare le vele solo nel primo tratto; come mi ha spiegato Lucky, un simpatico velista andaluso che ho conosciuto a Chipiona, la bassa altitudine di tutta l’Andalucia, Siviglia è a 10 metri slm, unita alle altissime temperature estive, normalmente intorno ai 40 gradi, produce una forte brezza termica che sovrasta l’aliseo, questo il motivo per cui dal primo pomeriggio soffia sempre da sudovest anzichè da nordovest; è sempre buona cosa ascoltare i locali per capire il meteo di una determinata zona.
 
Anche cinghiali selvatici a bordo fiume
Il fiume è praticamente deserto, ci sono solo io che avanzo lento, ogni tanto ai margini alcune barche da pesca alla fonda che hanno l’aria di essere lì da tempo immemorabile, fa molto caldo, mi metto in testa il cappello di paglia per proteggermi da un’insolazione, incrocio un barcone che porta a spasso i turisti, in coperta le signore hanno tutte in mano un ventaglio che agitano senza sosta, chissà se per avere un poco di refrigerio o per scacciare i numerosi insetti che ci sono; una libellula si posa sul paterazzo di Piazza Grande, ci resta per quasi mezzora, la guardo, la fotografo, tutta colorata e bella, mi piace che sia qui. Dopo un po’ incrocio un veloce motoscafo di non più di 4/5 metri con a bordo un numero esagerato di persone che cantano e ballano in piedi, uno agita una bottiglia di non so cosa, quando mi sono accanto mi salutano cantando, sorrido e ricambio il saluto, sembrano gradire, quello con la bottiglia in mano fa il gesto di offrirmi da bere, ringrazio e declino l’offerta anch’io a gesti, l’idea che si accostino ubriachi come sono non mi piace, c’è corrente e a fare danni ci vuole un attimo. La navigazione qui non ammette distrazioni minime, c’è il percorso dragato da seguire pedissequamente, appena se ne esce la profondità risale rapidamente, controllo continuamente l’ecoscandaglio, l’autopilota, le spie e lo scarico del motore per timore che surriscaldi per via dell’acqua torbida che potebbe intasare il filtro, il computer con il cartografico, la prua per schivare eventuali tronchi e rami, la stazione vento e i filetti delle vele; insomma, un bel da fare. La carta nautica avverte che i fondali potrebbero essere diversi da quelli segnati, modificati dalla forza del fiume, tanto per togliere anche quel minimo di certezza che l’aver studiato bene la rotta generalmente dà.
 
Là dove c’era l’erba ora c’è…
Però è bellissimo ed è tutto mio, lo divido solo con i tanti uccelli che nidificano ai suoi margini, attorno a me volano gabbiani, aironi e cicogne, in un ansa scorgo uno stormo di fenicotteri rosa intento ad abbeverarsi, il paesaggio è fantastico, rivedo il verde dopo tanto blu, lungo le sponde filari interminabili di eucalipti, calipsi come li chiamano nell’Agro Pontino; somiglia un po’ alla Camargue ma senza i francesi, alcuni cavalli selvaggi si rincorrono fra di loro, c’è un atmosfera di palude viva, piena di vita. Manca il triste spettacolo delle buste di plastica appese ai rami degli alberi come si vedono sul Tevere dopo ogni piena, segno evidente che certi fenomeni sono tutt’altro che ineluttabili. Il caldo comincia a diventare asfissiante, sottocoperta ci sono più di 35 gradi, il computer è rovente e non si può toccare, sopra il tek scotta e non ci si può camminare a piedi nudi, grondo sudore ad ogni minimo movimento malgrado l’igrometro sia piuttosto basso; un grosso yacht mi supera e quando la sua onda batte contro la riva tutte le canne si piegano al suo passaggio per poi risollevarsi e ridistendersi nella loro posizione naturale. Finalmente la corrente gira in senso favorevole, mi ritrovo a correre a oltre 8 nodi con un filo di gas al motore, dopo un po’ si cominciano a vedere i primi segni di urbanizzazione, qualche casa, un mulino ad acqua, una piccola chiusa, passo sotto dei cavi elettrici sospesi non segnalati dal portolano, ho un brivido visto che non ne conosco l’altezza, ma poi è finita, Puerto Gelves, il marina che ho scelto per la mia sosta sivigliana è a poche centinaia di metri, chiamo sul VHF per annunciare il mio arrivo poi entro nella piccola darsena e lancio le cime al marinaio che mi attende: Bienvenido en Sevilla!
 
Carrozzelle all’ombra della palma
Dico Siviglia ma in realtà sono a Gelves, un piccolo centro sull’altra sponda del fiume dove è stata costruita una piccola darsena dentro un comprensorio che ha palesemente fallito i suoi propositi mondani. Oltre a Piazza Grande, solo un paio di vele e qualche barchetta a motore incrostata di sporcizia, è tutto piuttosto squallido e quando c’è la bassa marea mezzo porto si insabbia completamente e gli scafi abbandonati sul lato più interno sprofondano nel fango. Ma costa 12 euro a notte ed è a 10 minuti di autobus dal centro, direi che va benissimo così; no, dico, trovate un porto in Italia, anche nel posto più sfigato, che costi ad agosto questa cifra. Sul mezzo pubblico che mi porta in città ascolto le chiacchiere della gente, una donna sulla sessantina parla con l’autista degli omicidi domestici che a suo dire imperversano nella zona: Ai tempi di Franco non succedeva!, dice convinta. Resto perplesso, sia che si rimpianga Franco 40 anni dopo la sua morte, sia che davvero qualcuno possa pensare che una dittatura sia un deterrente contro la violenza fra le mura di casa. Mah, deve essere come i treni che da noi arrivavano in orario, cosa che pare non sia neppure vera, ammesso che sia un merito ascrivibile al regime.
 
Statue romane in chiostro moresco
Siviglia potrebbe essere descritta con una sola parola: bellissima. Me l’aspettavo ma ne rimango piacevolmente sorpreso; andandomene a spasso per strade e vicoli, malgrado il caldo asfissiante che dal primo pomeriggio diventa davvero insopportabile, resto ammaliato dalla cattedrale e dalla Giralda, il campanile che in orgine era un minareto, dall’Alcazar, dalla Casa de Pilatos, dalla Torre dell’Oro, opere architettoniche dove lo stile moresco si fonde mirabilmente con elementi del rinascimento italiano. In alcuni cortili sembra di stare in Marocco, la dominazione araba ha lasciato un impronta indelebile, tanto per ricordare che le radici dell’Europa sono anche queste e che qui le esaltano giustamente con fierezza quale elemento costitutivo dell’identità andalusa. I toponimi non sono da meno, Alcazar viene dall’arabo Al csar, che significa la fortezza, Guadalquivir da Wadi al kabir, il grande fiume. Molte strade e piazze sono coperte con degli enormi teloni bianchi, servono a proteggere dal sole e dare un minimo di fruibilità a spazi altrimenti infrequentabili di giorno per diversi mesi l’anno. I lungofiume sono ordinati e puliti, piste ciclabili ovunque, poche le automobili in giro per il centro, soprattutto attorno agli edifici della pubblica amministrazione non si vede la selva di auto blu che c’è da noi, non ci sono motorini ad invedere qualunque marciapiede, in una piazzetta le famiglie con bambini si sono date appuntamento per scambiarsi le figurine degli album, un uomo cerca refrigerio tuffandosi nel fiume, in un angolo all’ombra un vetturino spazzola con acqua il suo cavallo, c’è silenzio, c’è quiete, non si avverte il rombo del traffico che riecheggia in qualunque parte di Roma, nei bar la gente mangia tapas mentre i nebulizzatori spruzzano incessantemente impercettibili gocce di frescura agli avventori accaldati.
 
Teloni a Plaza San Francisco
Il giorno dopo resto di nuovo a bocca aperta, stavolta davanti a Plaza de España, costruita per l’Expo del 1929, decisamente una della piazze più belle del mondo. E bella è anche la gente, i sivigliani sono socievoli e cortesi, mentre consulto la cartina un anziano signore con una paglietta di Panama in testa si avvicina e mi chiede dove devo andare. Da nessuna parte, rispondo, mi sto godendo la città, così a zonzo. Capisce ciò che voglio dire e mi saluta sorridendomi e augurandomi una buona permanenza. In un vicolo scovo un piccolo monastero di clausura che nel cortile ha ancora la ruota dove si lasciavano i bambini che le famiglie non potevano o non volevano accudire. Mi avvicino, sopra c’è un piccolo cartello, è il listino dei prodotti delle monache, nella ruota si mettono i soldi e quando gira vengono fuori i dolcetti, segno che per fortuna i bambini non si abbandonano più con tanta frequenza ed il meccanismo è stato riconvertito a nuovo e forse più prosaico uso. Passeggio anche per il barrio, il quartiere cioè, di Triana, quello da dove veniva il marinaio imbarcato con Colombo che per primo scorse terra, Rodrigo de Triana, diminutivo di Juan Rodriguez de Triana, come dire Giggetto de Trastevere. In un viale va in scena la varia umanità che per vivere si arrangia come può: due ragazze ballano il flamenco vestite di tutto punto, un uomo ricoperto completamente di vernice dorata fa la statua immobile, un sudamericano soffia nel suo flauto andino melodie della sua terra, un senzatetto chiede qualche spiccio puntando sull’ironia: per comprare, scrive sul suo cartello, una villa con piscina a Marbella e una Ferrari.
 
Magari prima o poi ci riesce
Insomma, a Siviglia c’è di tutto, manca solo il barbiere, lo cerco ma trovo solo l’insegna di un acconciatore maschile di terz’ordine, probabilmente Rossini vedendolo avrebbe scelto di musicare altro. Torno in barca con qualche souvenir, compresa una trappola per topi nuova di zecca, vista l’esperienza fatta direi che farà parte stabilmente dell’attrezzatura di Piazza Grande, non oso pensare se mi fosse capitato in qualche posto sperduto di combattere senza armi quella sporca guerra che ho combattuto e vinto. Eliminando l’intruso ho ripreso pieno possesso di Piazza Grande, me ne ero sentito defraudato in qualche modo, come quando qualcuno entra in casa tua senza permesso, anche se non ruba nulla provi un fastidio terribile. E insieme ho ripreso quindi possesso della mia vita, che in questo momento è fatta di sole, di acqua e di vento. Alla via così!

5 pensieri su “Siviglia, il Guadalquivir ed il topo esistenzialista

  1. bel racconto! Adoro la Spagna e Siviglia è una delle più belle mete da visitare, insieme all'Alhambra di Granada! Hai ragione “la vita va vissuta, non allungata”…anch'io spero il topastro non abbia preso il largo, ma conoscendoti non avresti mai inquinato il tuo adorato mare gettandolo tra le acque, io non sarei sopravvissuta alla notte in compagnia del roditore esistenzialista, ho la fobia dei ratti, pur non riuscendo a torcere loro nemmeno la coda, sarei morta d'infarto prima dello sbarco…

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  2. Se scrivessi di Pozzuoli susciteresti nei tuoi lettori la voglia di visitare la cittadina vesuviana. Non che voglia in alcun modo paragonare Pozzuoli a Siviglia, visto e considerato che non ho avuto mai il piacere di visitare né l'una né l'altra. Sei bravissimo a condurci nei tuoi posti, ma soprattutto il tuo talento é quello di trasmettere le tue emozioni. Offri inoltre spunti interessanti di riflessione. A questo proposito mi chiedevo: vale anche per gli spagnoli, come per i greci, il detto “una faccia, una razza”? No, perché anche in Italia ogni tanto qualcuno inneggia a Mussolini perché “ai suoi tempi tante porcherie non si facevano„ E poi mi hai fatto ripensare alle suore di Mazara del Vallo, e ai buonissimi dolcetti che ti vendono servendosi della ruota. Né tu nel topo siete immortali, ma ho l'impressione che il mare la allunghi la vita. E buona vita a te!

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