Il giorno delle locuste


Le cavallette non hanno un re, eppure marciano tutte insieme schierate.

(Salomone, Libro dei proverbi)

Le mani sciolgono rapide il nodo sulle gallocce di poppa, liberandomi dai legacci che mi trattengono al molo. La marcia avanti ingranata al minimo allontana Piazza Grande dalla banchina facendole riguadagnare lentamente il mare aperto. Volto la testa per un ultimo sguardo, un cenno di saluto alla cittadina che ormai sento mia e che mi ha fatto suo, ricevendone altrettanti sguardi e saluti.
Fuori dal canale di Poros il vento soffia leggero da sud, condizione ideale per un primo test stagionale per barca e comandante. Il programma è fare poche miglia per verificare che tutto sia a posto, che i sei mesi di pausa invernale non abbiano intorpidito entrambi. È inconsueto navigare da queste parti con venti meridionali, di solito in Grecia si viene in estate, quando il meltemi infesta il Mar Egeo rendendo difficoltoso, se non impossibile, dirigere verso nord.
Messe a segno le vele, comincio la ricognizione generale dell’attrezzatura, per quanto ancora sottoposta a sforzo lieve. Scoperchio la sentina, apro il vano motore, controllo le prese a mare: tutto è perfettamente asciutto. Anche in coperta tutto pare a posto; solo le sartie medie mi sembrano aver bisogno di essere leggermente tesate ma, visto il meteo, non c’è nessuna urgenza di farlo.
 

Una scena consueta nelle isole greche.

Apro il quaderno che ho comprato prima di partire e scrivo la prima pagina del diario di bordo, a mano, con la penna, ritrovando un piacere smarrito decenni fa, barattato con la comodità e l’efficacia della tastiera del computer. Scrivo il diario a mano perché lo trovo più rapido da aggiornare o consultare e per avere, nella malaugurata eventualità di un black-out elettrico, qualche riferimento per la navigazione non strumentale.
Ma la scrittura non è la sola cosa che ritrovo: tornano i gesti automatici e un po’ strani che faccio per muovermi senza sbattere da qualche parte e senza finire in acqua, torna la moka che bascula sul fornello mentre l’autopilota governa al mio posto, torna lo sciabordio leggero dell’acqua sullo scafo e tornano i gabbiani a volteggiare sopra di me. Ma soprattutto torna l’emozione interiore, quella meravigliosa sensazione che mi fa sentire vivo e che mi mette più che mai in contatto con me stesso.
«Perché vai per mare?», mi chiedono spesso. «Perché in mare mi trovo», è la mia puntuale risposta.
 

Skyros, il porto

Dopo qualche ora controllo di nuovo il Grib, il sistema di previsioni meteo che utilizzo maggiormente e che conferma il bollettino della partenza: 15 nodi da sud. In vista di Capo Sunion penso che si possa proseguire e sfruttare le condizioni favorevoli, magari anche oltre il Kafireas, il terribile stretto che con vento da nord è praticamente inaffrontabile. Non era in programma di cominciare il viaggio con una notte di navigazione, ma ho chiesto a Piazza Grande se se la sente e mi ha risposto di sì. Lo chiedo anche al resto dell’equipaggio, ricevendo la medesima risposta. Alla via così, allora; e mentre il sole rosseggia dietro le montagne dell’Attica mi godo questo primo tramonto per mare.
 

Un ristoratore ci insegna a riconoscere il sesso delle aragoste

In realtà una piccola avaria la riscontro: le luci di via di prua non si accendono. Per quanto ci si sforzi di controllare tutto prima della partenza, qualcosa sfugge sempre. Smontare il fanale senza farne cadere qualche pezzo in acqua è davvero un esercizio di equilibrismo, ma nel giro di mezzora risolvo e il rosso e il verde tornano a brillare rispettivamente a sinistra e a dritta, rilucendo nel buio sugli spruzzi che si alzano al frangere dell’onda.
Durante la notte incrociamo alcuni mercantili che procedono lungo la rotta dei Dardanelli, la stessa che a breve intraprenderà Piazza Grande; per il resto una navigazione tranquilla e rilassata che mi conferma di aver fatto la scelta giusta. All’alba, mentre un delfino solitario volteggia poco distante, avvisto Skyros, la meta di questo primo tratto di rotta, una rotta lunghissima che ha l’ambizione di condurre fino in Mar Nero, fino in Ucraina, fino a Odessa.
 

Skyros, libri in banchina a disposizione degli equipaggi

Diamo fondo in una piccola baia dove già tre anni fa ho passato la notte. C’era il meltemi quella volta e il ridosso era perfetto; ora invece entra un po’ di mare e la rada è praticabile solo per qualche ora di riposo prima di spostarci in porto. Skyros è bellissima: una natura giocosa l’ha divisa in due, con un segno di cesura quasi netto nel mezzo. Tanto è rigogliosa a nord, ricca di vegetazione ad alto fusto, quanto brulla e ricoperta di sassi a sud. Ha una pittoresca chora in stile cicladico, malgrado l’isola geograficamente e amministrativamente appartenga alle Sporadi settentrionali, e alcuni piccoli e sparuti agglomerati di case.
 

Piazza Grande in banchina a Skyros

Non ha un porto vero e proprio ma un molo piuttosto esposto che non la rende un rifugio sicuro in caso di maltempo. In compenso in banchina ci sono tutti i servizi, comprese le docce, la lavanderia, una sala con TV e Internet e uno scaffale per il bookcrossing, lo scambio di libri fra gli equipaggi. Non lo dite a nessuno, ma per tutto questo ben di dio, che comprende anche corpi morti e gommone di assistenza all’ormeggio, si pagano ben 8,5 euro a notte: giusto in filo meno che in Italia! E sempre in porto, la sera, risuonano le note di Così parlò Zarathustra di Strauss, diffuse puntualmente dal traghetto durante la non facile manovra di accosto.
 

Case in stile ottomano ad Aghios Efstratios

Dopo un paio di giorni a spasso, lasciamo Skyros alle sei di mattina in direzione di Aghios Efstratios, una piccolissima isola che mi incuriosice proprio per il fatto di essere piccolissima quanto remota. Un vento gagliardo da sud ci spinge vigorosamente, facendoci coprire le circa 60 miglia di mare in una decina di ore. Nel porticciolo c’è solo qualche piccolo peschereccio e poco distante alcuni pescatori intenti a sbrogliare le reti. Ormeggiamo all’inglese, siamo l’unica barca e di banchina libera ce n’è in abbondanza, ma preferisco mettermi sul lato esterno perché il vento è dato in rotazione e ho timore di restare incastrato se dovesse anche rinforzare (cosa che effettivamente avverrà producendo una notevole risacca). Efstratios è davvero lontana da tutto, così tanto che in passato è stata la destinazione coatta degli confinati politici, soprattutto comunisti, spesso morti di stenti su questo scoglio piantato nel mezzo dell’alto Egeo. Oggi la abitano circa duecento persone, quelle che si sono ostinate a restare dopo un forte terremoto che nel 1968 ha raso al suolo quasi tutte le abitazioni. Le poche ancora in piedi mostrano gli stilemi dell’architettura ottomana, denunciando la vicinanza geografica e culturale della Turchia.
 

Il cimitero degli esuli politici ad Aghios Efstratios

In compenso, l’isola è invasa dalle cavallette: milioni di esemplari che la infestano ovunque, spostandosi in nuvole che tappezzano i muri e le strade, saltando in ogni direzione al passaggio delle persone, distruggendo gli orti e i frutteti e rendendo impossibili le coltivazioni anche minime. Proviamo a chiedere le ragioni di una presenza così fastidiosa e quasi inquietante al curatore del piccolo Museo della democrazia, centro culturale che ricorda le vicende dei perseguitati politici. Pare che questi insetti abbiano un ciclo che può durare decenni, con picchi che si ripetono ogni dieci/venti anni, e che il prossimo anno ci sarà uno di questi apici. Ci dice che la difficile situazione di questo periodo è dovuta al tardivo intervento di disinfestazione che, per essere efficace, dovrebbe essere agito subito dopo la schiusa delle uova, quando le larve si raggruppano sui versanti dell’isola esposti al sole per riscaldarsi l’una con l’altra. Invece, forse per la solita mancanza di fondi generata da questa maledetta crisi economica che strangola la Grecia, l’intervento del governo si è limitato a qualche spruzzo di insetticida nei giorni scorsi, simbolico quanto inutile.
 

Un buon posto per meditare

L’aria è fresca, quasi pungente: meglio così, perché per non ritrovarsi la barca invasa di insetti è necessario serrare tutti gli oblò. Prima di chiudere anche il tambuccio lancio alcuni avanzi di pane ad un piccolo gruppo di papere che nuota attorno a Piazza Grande. Poi, dopo un bicchiere di ouzo e dopo aver evocato scenari biblici e cinematografici da invasione di locuste, la stanchezza ha il sopravvento e la cuccetta appare più invitante che mai. Il silenzio che avvolge l’isola non sarà certo mortificato dalle poche barche da pesca che a breve prenderanno il mare per dare la sopravvivenza agli esseri umani di Efstratios che hanno deliberatamente scelto una vita di esilio dalla frenesia del mondo.

5 pensieri su “Il giorno delle locuste

  1. Che bello leggerti!!! e' quasi come esserci!!! Spero che mi accetterai a bordo quest'estate… ti ho mandato diverse richieste per poter far parte del tuo equipaggio… aspetto con ansia una tua risposta (…? spero affermativa …) buon vento & buon mare

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