L'Uomo Nero


“Ninna nanna ninna oh, questo bimbo a chi lo do?
Lo darò all’uomo nero che lo tiene un anno intero.”

(Filastrocca tradizionale italiana)

C’è una linea invisibile, a volte sottile altre più marcata, a volte nitida altre appena sfumata, che ci separa dall’ignoto. Al di qua c’è il consueto o, nei casi peggiori, la routine; al di là c’è la scoperta o, nei casi peggiori, il pericolo. Varcare la soglia del mondo conosciuto, se anche ci priva del conforto dell’esperienza, è sempre un momento emozionante, di crescita; a patto, ovviamente, di avere una mente curiosa e il cuore aperto alle novità. E se anche viviamo in un mondo ormai già tutto esaustivamente esplorato, la modalità con cui approcciamo un luogo o un contesto può ancora porci in una condizione di esplorazione, cosa che il luogo e il contesto di per sé non sarebbero in grado di fare.
Una pioggia fine ed insistente cade leggera sulla coperta di Piazza Grande che avanza lenta in un mare grigio e deserto, dopo una notte intera di navigazione. Un cormorano con il collo completamente proteso in avanti vola radente all’acqua sbattendo rapido le ali; all’improvviso si tuffa e sparisce per qualche istante per poi riemergere, a becco vuoto, da una battuta di pesca evidentemente infruttuosa.
 

Il porto di Tsarevo

Scruto l’orizzonte tutto intorno a me e ho quella meravigliosa sensazione di benessere psicofisico che provo ogni volta che navigo in solitaria, un misto di rilassatezza e gioia che scaturisce dal fare ciò che amo: navigare. Un’occhiata alla carta nautica sullo schermo del computer mi rivela quello che allo sguardo è ancora celato dalla leggera foschia: sono a pochissime miglia da Tsarevo, la mia meta, la mia prima destinazione in Mar Nero. I miei occhi cercano impazienti elementi che mi aiutino a dare un volto, una connotazione, a questo mare, quasi sconosciuto e non frequentato da diportisti, men che mai, a parte rarissime eccezioni, mediterranei.
 

Tovarish!

All’imboccatura del porto chiamo sul VHF, provando diversi canali ma senza ottenere alcuna risposta. Entro e dirigo verso il molo che il portolano indica per il diporto, un tratto di banchina dove sono ormeggiate un paio di piccole barche dall’aspetto vetusto e trasandato. Un uomo mi fa il cenno di alzare una trappa, quindi accosto di poppa e gli lancio le mie cime. Republic Bulgaria – Port Tsarevo, dice un enorme cartello in inglese e in bulgaro, ovvero in caratteri cirillici dato che qui si usa questo alfabeto. Dice pure qual è il canale che dovevo chiamare sul VHF, il 73: ancora una volta diverso da quello indicato dal portolano, ma avevo provato anche questo senza successo.     
 

Proprio Nero non sembra…

In banchina trovo tre persone ad aspettarmi: un poliziotto in divisa e due uomini uomini in abiti civili: il direttore del porto e un marinaio suo sottoposto. Con fermezza e cortesia il poliziotto mi fa alcune domande sulla mia provenienza, poi chiede il permesso di salire a bordo per controllare che non trasporti qualcosa di proibito, sia esso merce o clandestini. Terminata l’ispezione, mi dice di seguirlo nel suo ufficio, un edificio moderno e ben attrezzato che sarebbe in grado di svolgere le funzioni dell’autorità frontaliera in un aeroporto di medie dimensione, ma che suppongo veda transitare non più di un paio di forestieri al mese. Il poliziotto, oltre che cortese, è preparato (è ancora vivo nella mia mente il delirio di un paio di giorni prima con la polizia turca) e in venti minuti sono pronte le autorizzazioni che mi servono per navigare in Bulgaria. Poi vado alla direzione del porto, dove il responsabile si dichiara grande amante dell’Italia e in mio onore inizia a cantare il peggio della musica leggera nostrana degli ultimi cinquant’anni: solo al terzo refrain comprendo che l’annunciata La mia amica di stasera di più è in realtà Cara amica di una sera dei Pooh. Faccio un sorriso di circostanza che, vuoi per la stanchezza, vuoi per le stonature e le storpiature linguistiche che ascolto, esce un po’ stiracchiato.
   

Reperti del tempo che fu

Dopo una indispensabile dormita, faccio due passi in città, in realtà poco più di un paesotto decisamente anonimo. Si chiama Tsarevo perché pare fosse frequentato dagli Zar (Tsar), un nome ripristinato dopo la parentesi sovietica in cui era stato ribattezzato Michurin, in onore di uno scienziato russo; nome che alcune carte riportano ancora.  Fa caldo e in giro non c’è quasi nessuno; cerco un po’ di fresco in un bel parco che si affaccia sul mare e in cui trovo alcune giostre e giochi che non vedevo dalla mia infanzia, come il punchball che misura la forza del pugno che riceve o il volante che muove un piano su cui far scorrere una biglia senza che cada nelle buche lungo il percorso. L’abitato non ha davvero alcuna attrattiva, ha l’aria del luogo di villeggiatura senza villeggianti, quindi piuttosto triste, ma se anche fosse pieno non sarebbe certo un posto che apre il cuore. Un paio di banchetti vendono reperti dell’era comunista, decorazioni al valore senza ormai alcun valore, neanche affettivo visto che con un pugno di spicci chiunque se li può portare via. Sic transit gloria mundi, ammesso che di gloria si trattasse.
 

Qualche danno l’hanno fatto

I bulgari, comunque, paiono socievoli: sono cortesi e se parlano inglese mostrano il desiderio di scambiare due parole e volentieri danno indicazioni. Direi che l’immagine che si era delineata dopo il loro coinvolgimento nell’attentato al papa è assolutamente archiviata: è gente mite, tranquilla e solo alcune rare macchine sportive di grossa cilindrata, vecchie e attrezzate con il meglio degli optional tamarri sul mercato, lasciano intendere che qualcuno, del nuovo corso, ha preso il peggio. Da quando sono qui mi risuona nella testa la canzone di Elio e le storie tese, Il ballo del pippéro, che parlava in toni scherzosi proprio di quell’ultimo brandello di guerra fredda consumatosi in Piazza San Pietro per mano di un turco, armato, così dissero le cronache del tempo, dai servizi segreti bulgari.
   

Così dal Mare d’Azov a Bodrum

All’ormeggio sono affiancato a una barchetta davvero piccola, intorno ai sei metri, con bandiera russa. A bordo una coppia sulla sessantina con cui tento uno scambio verbale in un misto di gesti e inglese minimo. Vengono dal Mare d’Azov, un bacino chiuso che si estende a nordest del Mar Nero in territorio russo, e sono diretti a Bodrum, nella Turchia egea. «Un viaggio molto lungo con una barca così piccola», gli dico, «complimenti!». Definire spartana la loro imbarcazione è riduttivo e quasi insultante per gli abitanti dell’antica Grecia: non ha nulla, neanche la battagliola. Provo una sincera ammirazione per loro, per la loro determinazione e forza d’animo di mettersi per mare in questo modo. Penso ai tanti “grandi diportisti” di casa nostra che attrezzano le loro barche depredando negozi di elettronica e ship chandler e che senza l’ultimo modello di bozzello al titanio foderato in spectra non affronterebbero mai la terribile tratta Porto Santo Stefano-Isola del Giglio. «La vostra barca ha un aspetto robusto, è di ferro.» «Non è ferro», mi rispondono battendo le nocche sulla coperta, «è bachelite; è sì robusta ma molto economica.» Resto di stucco, ho a bordo un paio di bozzelli in bachelite (negli anni Trenta/Quaranta con la bachelite si costruivano gli apparecchi telefonici) ed effettivamente una volta ho provato a segarne a mano uno senza successo, ma non ho mai sentito di barche costruite con questo materiale; ignoro come si lavori e quali siano i costi di produzione. Mi chiedono alcune informazioni sulla Turchia e volentieri dico loro quello che so, poi infine ci congediamo con un reciproco buon vento.
 

Un’icona del passato

Quando mi raggiunge Giovanna, un’amica che navigherà con me per alcuni giorni, tentiamo la sorte in un ristorante locale, ma forse non incappiamo in quello giusto perché la qualità del cibo che ci servono è decisamente scadente. Almeno a me pare così, Giovanna, invece, è più di bocca buona. La cucina bulgara sembra comunque avere influenze da quella greca e da quella turca, oltre che da quella slava: segni tangibili di interscambi culturali e di dominazioni subite nei secoli passati.
Al momento di pagare il porto, scopro che per sedici centimetri Piazza Grande paga il doppio. Praticamente sono circa quindici euro fino a 10,68 metri fuori tutto, poi diventano trenta fino a 12,34. Mi chiedo sui multipli di quale antica unità di misura sia stato costituito il tariffario per essere ripartito su cifre così frazionarie del sistema metrico decimale, qualcosa tipo la spanna slava dell’IX secolo o la pertica reale dell’imperatore Svetoslav. Oltre al salasso (trenta euro a notte qui è davvero una cifra folle) devo subire un nuovo ascolto de “La mia amica di stasera di più” dalla voce del direttore. Stavolta, però, restituisco la cortesia facendo il coro!
 

Sozopol, rovine dell‘antica fortezza

Una navigazione breve e tranquilla ci conduce a Sozopol, una delle città di questa zona che più mi interessano. Ci fermiamo davanti all’imboccatura del porto e ci gustiamo un meraviglioso tramonto prima di passare la notte all’ancora nella calma assoluta. La mattina successiva entriamo in porto, anzi in marina (è un marina!), ignorati, come al solito, sul VHF. C’è vento, non meno di una ventina di nodi, e senza qualcuno che mi prenda le cime non mi fido di manovrare. Fra l’altro non vorrei scegliere il posto sbagliato ed essere poi costretto a spostarmi. Dopo dieci minuti a zonzo fra i pontili, sbuca una tale che vuole che mi metta all’inglese in fondo a un budello dove, con questo vento, non uscirei se non tirato da un rimorchiatore. Declino l’offerta e gli indico invece una zona con parecchi posti liberi; mi fa segno che va bene e in pochi minuti siamo sistemati. Il marina è bello e curato ma meno caro di Tsarevo e il personale in ufficio parla un ottimo inglese; e soprattutto non canta i Pooh! Nella zona commerciale del porto stazionano alcuni pescherecci e un paio di motovedette, tanto vecchie e malandate che portano a chiedersi se la paura della capacità militare del Patto di Varsavia che avevamo trent’anni fa non fosse esagerata.
 

Tipiche case di Sozopol

Sozopol, l’antica Apollonia fondata dai Greci nel ‘600 a.C., è davvero deliziosa. È un agglomerato di case rivestite di legno, adagiato su un piccolo promontorio. Le abitazioni, tra i cui tetti svetta una piccola cupola dorata con in cima una croce ortodossa, ricordano quelle del Trentino e in mezzo ai vicoli si respira un’aria verace, quella di un posto non ancora raggiunto, o almeno non invaso, dal turismo di massa. Una vecchia Trabant, l’utilitaria che furoreggiava in epoca comunista, è parcheggiata davanti a un ristorante, ben restaurata e probabilmente esposta per attirare clienti in cerca di stereotipi che evidentemente hanno ormai fatto il loro tempo. Davanti agli usci, molte donne vendono i loro manufatti: centrini ricamati all’uncinetto (un articolo nei cui confronti ho maturato un odio viscerale durante l’infanzia a causa di una prozia che ci ha infestato il soggiorno regalandocene a vagonate) e marmellate fatte in casa. Mi avvicino a un banchetto e ne prendo in mano un barattolo: Fig marmalade, dice l’etichetta, marmellata di fichi. La signora che li vende, quando capisce che siamo italiani, ci tiene a tradurre personalmente: «In italiano, marmellata di figa!». Ostento imperturbabilità ma non ho il coraggio di rivelarle l’equivoco.
A sera, in porto, il sole ci regala uno spettacolo fantastico, infuocando il cielo e riflettendosi sulle nuvole che vanno addensandosi sopra di noi e che nella notte porteranno un po’ di pioggia.

  

Burgas, il porto commerciale

L’indomani lasciamo Sozopol alla volta di Burgas, dove arriviamo intorno all’ora di pranzo, dopo quattro ore di bolina tranquilla. Entriamo nel grande porto commerciale ma, prima di dirigermi verso la zona riservata al il diporto, faccio un giro di perlustrazione nel bacino, curiosando fra le navi e le gru, in un atmosfera calda e assolata e con tratti di fatiscenza nelle strutture ma, almeno ai miei occhi, decisamente affascinante. Come è ormai prassi, al VHF non risponde nessuno e neanche in banchina le poche persone che ci sono sembrano notare che da un quarto d’ora facciamo avanti e indietro davanti al molo dello Yacht Club, un nome altisonante quanto vacuo viste le apparenze. Le poche barche che ci sono sono ormeggiate con le cime di poppa e la prua fissata a un gavitello. Ne adocchiamo uno libero e, pur nel dubbio che sia sufficientemente robusto per Piazza Grande, Giovanna lo afferra e poi rapidamente ci passa dentro la cima già predisposta sulle gallocce di prua. Lascio che il poco vento faccia ci faccia ruotare, poi si pone il problema di come vincolarci al molo, visto che le poche persone che c’erano sono sparite, forse erano operai andati in pausa pranzo, e la banchina è troppo alta per saltarci su.
 

Commerci minimali

Rimaniamo dieci minuti buoni in questo limbo, schiumando dal caldo e cercando una non facile soluzione, finchè vedo avvicinarsi a passo rapido un poliziotto. Meno male, penso, ora gli passo le cime. Invece, quando faccio il gesto di lanciargliele, mi chiede di dargli i documenti. Chissà come pensa che possa farlo, a due metri da lui! Alla fine capisce la situazione e si convince a darci una mano. «Da dove venite?», mi chiede. «Da Sozopol», rispondo. «Ah, allora tutto ok, arrivederci» Una verifica sulla fiducia, misteri della burocrazia bulgara.
Come la banchina, anche l’ufficio dello Yacht Club è deserto. Provo a chiedere a qualcuno ma non ottengo informazioni utili a capire se posso restare, se devo registrarmi e quanto devo pagare. Anche perché io chiedo in inglese e tutti mi rispondono in bulgaro. Ok, in dubio, pro reo! Metto un paio di spring per allentare lo sforzo del gavitello di cui continuo ad ignorare la resistenza, poi ce ne andiamo a visitare la città.
  

Piazza Grande nel “marina” di Nesebar

Da Burgas non mi aspettavo granché e infatti la trovo brutta e piuttosto squallida; in più il caldo afoso mortifica qualunque tentativo di cercare qualcosa di interessante. Anche qui, per le strade, anziane donne vendono centrini ed altri oggetti di scarso valore, oppure, in cambio di una moneta, offrono la pesatura su una bilancia domestica poggiata sul marciapiede, segno che il nuovo corso postcomunista non riesce a dare di che vivere dignitosamente a tutti. I pensionati soprattutto, si ritrovano con un mensile calcolato con gli stipendi del tempo che fu e un costo della vita oggi analogo a quello dell’Europa occidentale; così chi non ha più l’età per andare in Italia a fare la badante si arrangia come può. In una delle piazze sopravvive un monumento all’Armata Rossa; un soldato in cima ad una grande stele tiene un braccio alzato mentre avanza fiero verso non si sa cosa: il nemico, il sol dell’avvenir o forse, più modestamente, l’entrata del casinò che sta di fronte, icona fasulla di un modello occidentale di cui evidentemente i bulgari hanno preso il peggio.
 

Cacciate i mercanti dal tempio!

Dopo Burgas ci muoviamo alla volta di Nesebar, città tutelata dall’Unesco che però si rivela una delusione. La visuale di tutta la città antica, fino a 3 metri d’altezza, è oscurata dall’esposizione di souvenir di probabile fattura cinese, mortificando quello che invece sarebbe davvero un posto interessante: passeggiando per i vicoli antichi, si ha l’impressione di girovagare fra le corsie di un supermercato dozzinale. Tutto intorno, la devastazione urbanistica: milioni di metri cubi di squallide costruzioni moderne che sfregiano irrimediabilmente il territorio. In mezzo a questo mercimonio, scopriamo casualmente una chicca: un’antica chiesa bizantina con affrechi votivi di pescatori splendidamente conservati che ci lascia davvero senza fiato.
Siamo ormeggiati all’inglese in quello che teoricamente è un marina ma in pratica è una banchina di cemento malamente protetta. Così, quando alle tre di notte gira il vento, siamo costretti dalla risacca mollare l’ormeggio e dare ancora nella piccola baia a nord della città. Anzi, ancore: ce ne vogliono due, una a prua e una a poppa, per scongiurare una notte in bianco. Ovviamente il posto nel “marina” l’avevamo pagato, anche se non molto, in verità. Una piccola consolazione ce la da uno spettacolo imprevisto: fuochi d’artificio che qualcuno spara in aria per festeggiare non so cosa.
 

Spettacolo portuale

Comunque possiamo dirlo: il Mar Nero non è nero neanche un po’! Non è nera la sua acqua, anche se certo non è il top della trasparenza; ci sono molte meno meduse che nel vicino Mar di Marmara e ci sono invece tanti delfini; non c’è tutto il traffico navale che pensavo, anzi, non ce n’è quasi per niente se non attorno ai principali porti commerciali, e non si vede una barca da diporto neanche a pagarla; le persone sono socievoli; il paesaggio, dove la linea di costa non è stata invasa da orribile alberghi edificati con i soldi dei russi di cui i bulgari continuano ad essere strenui ammiratori, è gradevole e spesso boscoso. Sono contento di essere qui, sento che ho scelto bene la mia rotta, un tracciato nato dalla curiosità di vedere cose nuove, inconsuete e forse anche di esorcizzare la paura dell’Uomo Nero, il mostro che da piccoli ci hanno detto che era lì ad attenderci, subito fuori dal sentiero battuto. Perché, non neghiamolo, ogni volta che intraprendiamo una nuova navigazione, che affrontiamo un mare a noi sconosciuto, abbiamo dentro quel pizzico di timore che ci deriva dalla paura dell’ignoto. Un’apprensione moderata e positiva che ci mantiene alto il livello di attenzione: quello che serve, nel caso lo si incontri davvero, ad affrontare l’Uomo Nero.

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