Controllo e Costanza


“Quando si ha la pancia vuota non ci si pone altro problema che quello della pancia vuota.”


(George Orwell)

I diversi siti meteo che consulto sono tutti concordi nel prevedere tredici nodi di vento da nord: bolina, quindi, per spostarmi da Balchik, in Bulgaria, a Mangalia, in Romania. Sono poche miglia, comunque, poche più di trenta, e tredici nodi di vento non dovrebbero alzare molta onda. Del resto è inutile aspettare che arrivi vento da sud: da queste parti, come mi hanno confermato alcuni pescatori locali, i venti estivi sono sempre dai quadranti settentrionali; e i pescatori locali, si sa, la sanno lunga. Con un cenno del braccio ringrazio il poliziotto e il doganiere che mollano le mie cime dalla banchina dove ho accostato per dichiarare l’uscita dal paese e poi me le lanciano in coperta. Le recupero, addugliandole e stivandole nel loro gavone, dopo di che tolgo i parabordi dalle draglie e metto Piazza Grande in rotta.

Quando arrivo in prossimità di Capo Kaliakra, ci sono almeno trenta nodi di vento e onda corta e ripida, altro che bolinetta tranquilla! Sperando di affrancarmi da alterazioni meteorologiche dovute alla morfologia della costa, mi allargo un paio di miglia dal promontorio e cerco l’andatura più stretta, anche se in queste condizioni, lo so, lo scarroccio è notevole e i bordi che faccio sembrano quelli dei tempi di Cristoforo Colombo, quando gli armi a vele quadre non consentivano di risalire il vento. Me ne dà conferma uno sguardo al tracciato che si disegna automaticamente sullo schermo del computer e così, dopo un’oretta di sofferenza, mi convinco a desistere.
  
Capo Kaliakra, oggi non si passa!
Giro la prua e cerco un ridosso per aspettare che la situazione migliori, cosa non è facile perché la zona a sud di Capo Kaliakra è sì ridossata ma ha per lo più fondali alti e rocciosi e nelle poche zone dove invece c’è sabbia la carta nautica segnala divieto di ancoraggio. Alla fine trovo un punto relativamente tranquillo davanti a una piccola spiaggia dove alcune macchine parcheggiate indicano la presenza di bagnanti. Calo l’ancora su un fondale di pochi metri e mi rilasso un po’, mentre raffiche di vento catabatico mi investono rabbiose come in Egeo. Certo che stare in una zona vietata e per di più senza documenti, visto che ho formalmente fatto l’uscita dalla Bulgaria, mi espone in modo duplice a contestazioni da parte delle autorità. Mai vista una motovedetta bulgara in giro comunque e, confidando che se ne restino in porto anche oggi, mi metto in modalità vacanziera: bagnetto, birra e patatine, caffè e infine pennica postprandiale per recuperare l’alzataccia di stamattina.
 
Piazza Grande nel porto di Mangalia
Ogni tanto la radio rimasta accesa gracchia qualcosa tipo «Sailing boat, sailing boat…», ma gracchia, appunto, e nel dormiveglia prevale il mio inconscio che mi sussurra: «Dormi pure, ti pare che chiamano te!» Quando infine dall’altorparlante in pozzetto arriva forte e chiaro «Piazza Grande, give me your position, please», capisco che non posso più fare finta di niente e prendo il microfono in mano per spiegare perché mi trovo dove non dovrei. È chiaro che mi tenevano d’occhio con il radar e d’altra parte, essendo l’unico in giro, non era difficile. Il radar vede tutto, non gli si può sfuggire: a meno, ovviamente, di sorvolare Ustica per abbattere un DC9 Itavia con un centinaio di passeggeri. Nel tardo pomeriggio il vento finalmente cala; me ne starei volentieri qui tutta la notte per ripartire con calma domani ma il Grande Fratello mi sorveglia e non credo sarebbe d’accordo. Chiamo sul VHF, comunico che sono in partenza, ringrazio e via!, di nuovo verso Capo Kaliakra.
 
Mangalia, figli offerti al Sol dell’avvenir
Ma se prima che c’era vento forte facevo i bordi colombiani, ora che ci sarà sì e no una decina di nodi, poco ci manca che li faccia all’indietro. Inutile insistere e visto che non posso tornare di nuovo davanti alla spiaggetta, ammaino le vele e accendo il motore, pur consapevole che con l’onda residua sarò comunque lento. Scopro presto di esserlo più di quanto immaginassi: c’è una corrente molto forte, almeno tre nodi, per cui anche col motore su di giri, ne faccio poco più di due, con la prua che fa su e giù sulle onde. Mi aspetta una lunga e dura notte in solitaria e, quando il sole tramonta dietro le colline, una selva di pale eoliche si disegna in controluce lungo la costa. Col passare delle ore l’onda si fa progressivamente più lunga e dolce e poco prima dell’alba un leggero giro di vento mi consente di ridare vela. A pochissime miglia dal confine sento di nuovo chiamarmi via radio e ripetermi le stesse domande sulla mia destinazione e sulla composizione dell’equipaggio: rispondo quello che già sanno e penso che Orwell è ancora vivo e che siamo nel 1984.
 
Mangalia, scene di strada
Appena in vista del porto di Mangalia, presumendo medesima solerzia da parte delle autorità rumene, gioco d’anticipo e chiamo io. Chiamo tutti: la polizia di frontiera, la Guardia Costiera, l’autorità portuale, ma niente, non mi fila nessuno. Entro nel grande bacino commerciale quando sono da poco passate le sei di mattina e finalmente una voce mi risponde: «Here is the Harbour Master, I give you the permission to enter in the port». Gentile, grazie, ma sono già dentro, basta affacciarsi alla finestra per vederlo. «Have you already called the Border Police?», mi fa sempre l’Harbour Master. Ma se è mezzora che infesto il canale 16 sgolandomi! «Ok, I will call for you». In testa al pontile trovo lei (l’Harbour Master è in realtà un’Harbour Mistress) e un poliziotto che parla un inglese perfetto, tanto che gli faccio i complimenti per la pronuncia. Purtroppo si rivela invece carente nell’assistenza all’ormeggio e solo su mia insistenza prende la cima che gli porgo, non so se per svogliata cortesia o perché ha capito che se non la prende non terminerò mai la manovra e lui passerà la mattinata qui in piedi. Sale a bordo, apre tutte le cabine e i bagni, poi mi dice di seguirlo in ufficio dove in cinque minuti mi fa tutti i documenti. Vado a registrarmi anche presso l’Harbour Mistress, la quale si scusa per la lungaggine burocratica dicendo che finché la Romania non farà parte di Schengen lei è costretta a seguire la procedura prescritta. In realtà anche qui con cinque minuti faccio tutto: non sarà Schengen, ma UE sì. Comunque sia, la prima impressione sui rumeni è ottima, entrambi i funzionari sono stati preparati e cortesi. «Welcome to Romania»; all’inglese, con l’accento sulla a!
   
Port Tomis
Al pontile mi guardo un po’ attorno: ci sono poche barche, fra cui un vecchio Franchini piuttosto malandato, finito qui chissà come; alcuni anziani se ne stanno accovacciati sul molo tenendo in mano una canna da pesca ma auguro loro che non abbocchi nulla vista la puzza di fogna che c’è; sul pontile di fronte, un uomo sta orinando disinvoltamente in mare, come se il porto fosse deserto e lui non si trovasse a pochi metri dalla banchina dove passeggiano le mamme con i bambini. Mi butto in cuccetta per farmi qualche ora di sonno prima di accasciarmi sul pontile ma poco dopo mi sveglia il rumore di un trapano elettrico: un uomo sta lavorando al Franchini, ormeggiato proprio alle mie spalle. Essendo le undici di mattina non posso obiettare nulla. Ci scambiamo un saluto e, quando gli dico di essere italiano, ci tiene a dirmi che la barca l’ha presa a un’asta giudiziaria in Italia e l’ha pagata solo cinquecento euro. «Davvero niente, ma per sistemarla dovrai spenderci parecchio», gli dico. «Ma no, sta benissimo, è perfetta!», mi risponde. Guardo la coperta, butto un occhio oltre il tambuccio e credo che l’ottimismo di quest’uomo sia encomiabile ma destinato a frustrazione certa e rapida. Gli racconto che sono diretto a Odessa e mi fa: «Ah, Odessa è bellissima e la vita non costa niente, soprattutto le donne, davvero due soldi». «Immagino…», rispondo con finta accondiscendenza. Poi, però, quando gli dico che ho bisogno di una bandiera rumena da mettere di cortesia, toglie la sua e me la regala: «Qui non c’è nessuno negozio di nautica, non la troveresti, tanto io a casa ne ho altre». Un puttaniere dal cuore d’oro!
 
Boa ingannatrice
Mangalia non offre davvero nulla. È una cittadina decisamente squallida senza costruzioni degne di nota, a parte una moschea ottomana del Cinquecento che non manco di visitare. Il resto sono palazzi fatiscenti, squadrati in stile sovietico e ricoperti di antenne paraboliche, perché piuttosto che dalla finestra a volte è meglio affacciarsi da un televisore, il panorama che si vede è tristemente migliore. Avevo avuto un butto presagio quando avevo chiesto al direttore del marina cosa ci fosse  di interessante da vedere in città e lui era rimasto a pensare per una ventina di secondi con lo sguardo fisso, per rispondere infine: «La spiaggia». Mi ha detto però una cosa molto interessante: a causa delle abbondanti piogge che si sono riversate nell’entroterra, sono state aperte le chiuse del Danubio, la cui foce è poche decine di miglia a nord di qui, e la forte corrente che ho incontrato è dovuta a questo. «Ne troverai ancora, almeno fino a Sulina», ha aggiunto. Buono a sapersi! Faccio un po’ di spesa in un piccolo supermarket, cucino rapidamente qualcosa da mettere sotto i denti, poi crollo esausto in cuccetta che non sono neanche le dieci. Da una barca vicina arrivano le voci soffuse di un programma in TV, ogni tanto ne colgo qualche parola assolutamente identica all’italiano.
 
Costanza
Mi sveglio ritemprato e mentre il caffè gorgoglia sul fornello metto la testa fuori dal tambuccio e vedo sventolare in modo deciso tutte le bandiere di Piazza Grande, segno che il vento è tornato a soffiare vigorosamente. Seppure in misura ridotta, sia per la minore intensità di vento e corrente, sia per le miglia da percorrere, si ripete il copione del giorno prima ma con due mani alla randa e un fazzoletto a prua riesco a fare una bolina decente e verso le quattro  del pomeriggio sono in prossimità del porto commerciale di Costanza, a ridosso del quale cerco un po’ di tregua prima di percorrere le ultime miglia fino a Port Tomis, dove ormeggerò. Il porto di Costanza è lunghissimo, circa cinque miglia, e il frangiflutti è stato allungato di almeno cinquecento metri rispetto alla carta nautica che ho. Me ne accorgo perché se seguissi le indicazioni delle boe di segnalazione con sistema cardinale finirei a scogli. In altri termini, hanno allungato il molo ma hanno lasciato le boe com’erano prima e come le riporta la mia carta. Tanto per completare il quadro, in questa zona è segnalata un’anomalia magnetica, quindi anche la bussola perde la sua affidabilità. Verso le cinque entro in porto, ignorato come sempre sul VHF ma intercettato immediatamente dalla Polizia di frontiera ormeggiata in testa al molo. Mi fanno accostare ad una banchina molto alta, fra due grossi pescherecci, dove mi infilo con sicurezza malgrado il vento sostenuto, benedicendo di aver imparato a manovrare anche in condizioni disagevoli e senza nessuno a bordo che mi aiuti. Dopo i controlli di rito mi sposto ai pontili galleggianti, facendo appena in tempo a pensare hic manebimus optime che noto che il posto che mi hanno assegnato è il numero 17 (e lo so, nessuno è perfetto!), fatto che mi costringe a sfoderare il mio repertorio migliore in fatto di gesti apotropaici, che però, come vedremo, si rivelerà insufficiente.
 
Che Casino!
Costanza è una delle mete di questo viaggio nonché una delle città più importanti di questo tratto di mare: sia per il grande porto che per la sua storia, legata, come tutto il Mediterraneo, con la mia Roma, un fatto che mi da la piacevole sensazione di sentirmi sempre un po’ a casa. Nella piazza principale, davanti al bellissimo edificio che ospita il Museo archeologico, c’è la statua del poeta Ovidio, mandato qui in esilio dall’imperatore Augusto e qui morto dopo pochi anni. E anche gli Argonauti pare abbiano fatto tappa qui, anzi pare che l’antico nome Tomis si riferisca proprio ad una vicenda accaduta a Giasone. Il nome attuale, invece, deriva da Costantina, figlia di Costantino e sorella di Costantino, progenie di una famiglia con evidentemente poca fantasia. Un luogo ricco di storia, insomma, di cui purtroppo ben poche tracce sopravvivono oggi. La maggior parte dei fabbricati è diroccata, fatiscente, in stato di abbandono e, quel che è peggio, al recupero delle antiche e pregevoli costruzioni è stato preferito l’innalzamento di palazzi orribili e privi di qualunque affinità architettonica con il contesto preesistente. È il caso dell’enorme scheletro in cemento armato che grava sul porto, un cantiere fermo da una decina d’anni per questioni di irregolarità urbanistiche tanto macroscopiche da competere probabilmente con la vicenda di Punta Perotti a Bari: non ci si può che augurare che l’epilogo sia lo stesso. Molti gli edifici in stile art nouveau, tra cui spicca il meraviglioso casinò in riva al mare, segni di una fase di splendore che ha marcato Costanza prima dei decenni cupi della dittatura, in cui non è stata fatta nessuna concessione al buon gusto, forse perché visto come un fatto borghese, antiproletario. Allo squallore intrinseco delle forme si aggiunge quello dato dai materiali usati, per un risultato, se possibile, ancora più antiestetico.
 
“Sulle note di Django…”
Passeggiando lungo una piccola strada che sfocia sul porto, deserta di automobili e ai cui lati giacciono alcune case di primo novecento, da una di queste si sente una musica rumena dello stesso periodo: sembra di stare in un film di Woody Allen, uno di quelli dove Django Reinhardt dà un tocco di leggerezza a vite altrimenti misere e pesanti da sopportare. Ci sono una moschea ed una sinagoga a poche centinaia di metri l’una dall’altra: visito entrambe, testimonianze di multiculturalismo e coesistenza religiosa che affonda le sue radici nelle dominazioni succedutesi su questa terra. La prima è ben tenuta e per pochi spicci compro il biglietto per salire in cima al minareto, da cui si gode di una bella vista della città. La seconda, invece, è quasi completamente crollata ed il piccolo giardino antistante è al momento la residenza dei cani della zona. C’è un cancello chiuso e, quando mi avvicino, un uomo con un mazzo di chiavi in mano mi fa capire che in cambio di una mancia mi permetterà di dare un’occhiata all’interno. Non c’è molto e la vegetazione sta finendo di distruggere quello che il tempo e l’incuria non hanno ancora devastato. O forse qui lo sterminio degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale, fomentato anche dall’antisemitismo di Corneliu Codreanu e della sua Guardia di Ferro, è stato talmente duro che non c’è più nessuno che possa prendersi cura dell’edificio.
 
Costanza, i resti della sinagoga
Malgrado le TV locali mostrino modelli consueti anche da noi, belle ed eleganti ragazze e giornalisti in giacca e cravatta che conducono telegiornali in stile americano, la realtà della popolazione è ben diversa. In giro si vedono molti mendicanti, suonatori improvvisati di violino o fisarmonica, bambini laceri e scalzi che vagano soli per la città: tutta un’umanità che non si è integrata nel nuovo corso post-comunista e sopravvive ai margini della società, raccogliendone scarti per altro davvero miseri. «Quando c’era Ceausescu, tutti mangiavano e avevano lavoro e casa, ora invece ci sono poche persone ricchissime e tanti morti di fame», mi dice Dimitru, ex-marinaio su navi mercantili e ora skipper su una piccola barca a vela perché stanco di passare la vita in mare, lontano da casa e dalla famiglia. Sembra quasi rimpiangere il periodo comunista ma poi mi dice che allora per essere arrestati e picchiati dalla polizia bastava niente: «Anche solo chiacchierare con uno straniero, come sto facendo ora con te, mi avrebbe esposto ad un rischio altissimo». Insomma, è la vecchia diatriba: a cosa serve la libertà se poi non hai da mangiare? Quando gli dico che sono diretto a Odessa, anche lui ci tiene ad informarmi che le donne in Ucraina costano pochissimo; pare quasi che da queste parti il prezzo delle mignotte sia un indicatore economico più rilevante del PIL! Poi, con quella gentilezza che sto trovando un po’ ovunque in Romania, si offre di accompagnarmi con la macchina a fare la spesa in un buon supermercato, che vicino al porto non ce ne sono. Trovo la mia marca preferita di patatine, ma scopro tristemente che la qualità è più scarsa, segno che il prodotto viene tarato sul mercato di riferimento, chissà se in base al PIL nazionale o a quell’altra cosa.
 

La piazza di Costanza e la statua di Ovidio

Una mattina, mentre mi lecco le ferite di una notte passata a combattere le zanzare con uno spray bulgaro evidentemente inefficace contro gli insetti rumeni (l’integrazione europea dovrebbe comprendere anche quella dei pappataci e dei metodi per sterminarli) sento un rumore secco e forte in coperta. Schizzo fuori e vedo una cornacchia appollaiata in testa d’albero. Dò qualche scossone per farla andare via prima che possa rompere il Windex o la stazione del vento ma, appena si alza in volo, mi accorgo di non avere più l’antenna del VHF. Visto il posto 17? Provo a cercarla sulla tuga ma a quanto pare è finita in acqua e chissà dove e quando ne troverò una nuova da montare perché da queste parti di ship chandler neanche l’ombra. «No, neanche a Odessa ce ne sono», mi dice il vicino d’ormeggio, un ucraino di cui approfitto per chiedere altre informazioni sulle pratiche di ingresso. È gentilissimo e mi dice che posso fare tutto da me, senza pagare alcun agente. Una conferma, anche del fatto che le informazioni migliori si hanno sul luogo e soprattutto da gente che ha già  percorso le rotte che stiamo per intraprendere.
   

In cima al minareto scopro il trucco del muezzin!
Costanza è collegata al Danubio attraverso un canale artificiale protetto da un paio di chiuse. Accarezzo l’idea di percorrerlo e poi discendere il fiume per circa duecento miglia fino a Sulina, dove ho comunque in programma di andare. La cosa mi eviterebbe di affrontare ancora la corrente ed il vento contrari ma una gentilissima Harbour Mistress (anche qui ce n’è una) che parla italiano si informa per me presso l’autorità che gestisce questo canale e mi riferisce che andando poi verso la foce ci sono alcuni ponti troppo bassi per me. Ovviamente di abbattere l’albero non se ne parla proprio, non mi resta che prepararmi ad una nuova bolina colombiana.
La sera, mescolate al canto del muezzin e al sibilo delle zanzare, mi arrivano le note delle solite vecchie canzoni italiane che qui in Mar Nero impazzano. Sambariò, cantava Drupi quarant’anni fa a Sanremo e oggi può ancora capitare di ascoltarla: ma ci vuole Costanza!

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