La pompa comunista


Chi non è comunista a vent’anni è senza cuore, 
chi è comunista a quaranta è senza testa.

(Anonimo)

 

Con la prua puntata su Varna, affronto la prima sventolata di questo viaggio in Mar Nero: una bolina piuttosto dura, con circa venticinque nodi di vento e onda corta e ripida. Piazza Grande tiene comunque un bel passo e le quaranta miglia che abbiamo da percorrere sembrano scorrere rapide, seppure certamente in modo poco comodo e rilassato. D’altra parte, se il mare fosse sempre placido e tranquillo e le veleggiate sempre sospinte da brezze leggere, navigare sarebbe noioso. Tutto, alla fine, stanca ed è al male che talvolta va ascritto il merito di farci apprezzare il bene o, almeno, di farcelo riconoscere. Poi capita che improvvisamente il male si trasformi in peggio e divenga a sua volta bene, se non in senso assoluto, certamente da un punto di vista relativo. E il mare, a breve, me ne darà la dimostrazione.

Di bolina

Intorno all’una, dopo alcuni lunghi bordi e relative virate, il vento improvvisamente cala e nel giro di mezzora svanisce del tutto, lasciando le vele a sbattere inerti e vuote mentre l’onda residua ci sbatacchia impotenti qua e là. Rollo il genoa e accendo il motore ma, dopo neanche cinque minuti, fa un paio di starnuti e si spegne: eccolo il peggio! Provo senza successo a riavviare ma, pur non essendo un esperto meccanico, mi pare di aver colto negli ultimi sussulti i segni della mancata alimentazione. Lasciando che Piazza Grande scarrocci nella tanta acqua che abbiamo sottovento, faccio tutte quelle cose che si fanno in casi del genere, dallo spurgo della nafta al controllo dei filtri, che comunque avevo sostituito o pulito non più di un mese fa. Inizio poi a scollegare progressivamente i tubi che portano il carburante, provando succhiare e avendo la conferma che il circuito è ostruito. Provo anche a soffiare, nella speranza di sturare, ma non ottengo niente se non delle labbra che mai nessuna donna vorrebbe baciare e un alito che annichilirebbe qualunque cellula olfattiva. Mi consulto telefonicamente con un amico, il quale mi dà un suggerimento furbo: prova a soffiarci dentro con il gonfiatore del tender. Eureka! Rimonto tutto, spurgo a dovere e rimetto in moto. Riprendiamo il cammino interrotto, con il timore che di nuovo la morchia, perché è evidente che di morchia si tratta, possa di nuovo intasare tutto. La morchia, detto semplicemente, è sporcizia, impurità e perfino alghe o batteri che si addensano e che Dio solo sa come possano vivere e prosperare tra i miasmi degli idrocarburi dentro la piccola cubatura di un serbatoio. O forse, più che a Dio, bisognerebbe chiederlo a Darwin, in genere è più informato su queste cose.
  

Lo Yacht Club di Varna

Entriamo in porto, dopo qualche ora, con il timore che il motore possa spegnersi di nuovo proprio nel momento peggiore. Sono comunque pronto ad aprire le vele o calare l’ancora nella malaugurata ipotesi che ciò avvenga. Acclarato che qui in Bulgaria sul VHF non risponde nessuno, cerco lo Yacht Club seguendo le indicazioni del portolano, mentre scorgo una camionetta della polizia con quattro uomini in divisa in testa al molo. «Vuoi vedere che ci stanno aspettando?», dico a Giovanna. Rigidi, formali e impassibili ci chiedono di visionare i documenti e ispezionano la barca per verificare che non abbiamo carichi o persone non dichiarate. «Da, da, Piaza Grandi», sento che dicono parlando via radio con la centrale. L’esito positivo del controllo pare sciogliere i loro algidi cuori: «Buono viagio, arivedderci», mi fanno con un sorriso pieno e sincero. Stappo una Burgasko, la buona ed economica birra bulgara, e festeggiamo di essere arrivati senza danni in porto. Ora, però, inizia la via dolorosa, quella che condurrà all’eliminazione della morchia dal serbatoio. Ma domani: stasera passeggiata sul corso e cenetta in un ristorante tipico dove, grazie al WiFi, ricevo la mail del signor Penev, del marina di Burgas, dove già sono stato un paio di notti nei giorni scorsi, che mi informa che purtroppo non hanno posti in transito per me. Penev: nomen omen.
   

Varna, la spiaggia

Quando vado a registrarmi all’ufficio dello Yacht Club (chiamiamolo così, dai!), conosco Tony, che parla sia un po’ di inglese che di italiano, e in un cocktail linguistico mi racconta di aver lavorato molti anni come macchinista sulle navi da crociera. Colgo la palla al balzo e gli spiego il mio problema: «Devo togliere e mettere da qualche parte i cento e più litri di nafta che stanno nel serbatoio, in modo di poterlo poi pulire». «Ti presto io le taniche e una pompa, tu intanto svuota tutto poi, più tardi, vengo ad aiutarti.» «Fantastico, grazie! Verso che ora pensi di venire?», gli chiedo. «Intorno a mezzogiorno Saluto e ringrazio ancora, poi guardo l’ora sul telefonino e mi accorgo che è quasi l’una; mi sa tanto che intendeva dire domani, mi toccherà fare da solo. Intanto ripasso fra le mani questo strano attrezzo a manovella che mi ha lasciato, mai visto prima e dall’aspetto rozzo ed efficiente. Su un bordo ha una scritta in cirillico, chissà se è di fabbricazione russa; di sicuro ha qualche decennio di servizio sulle spalle. Ricordo che della tecnologia sovietica si diceva proprio questo: rozza ma efficiente. Poi quando un amico infatuato dell’ideologia anticapitalista si comprò una reflex Zenith, capii, confrontandola con la mia Canon, che forse era rozza e basta. Costava pochissimo, però, un vantaggio competitivo vanificato poi dall’apertura dei mercati ai prodotti cinesi, nati da quella sintesi perfetta di capitalismo e comunismo che si può definire schiavismo di Stato. Il peggio di entrambi i fronti sul piano umano, in buona sostanza, fornisce le merci migliori.
  

Pompa e taniche

E a proposito di zenith: è in quella posizione il sole quando inizio l’improbo lavoro. Fa un caldo atroce, ma non ho scelta, farò finta che sto facendo la sauna. Anzi, senza finta: la faccio sul serio. Alla fine per svuotare il gavone, succhiare tutta la nafta, pulire il serbatoio attraverso un buco largo poco più di una moneta da due euro, filtrare la nafta, riversarla nel serbatoio, ripulire con il sapone tutto quello che inevitabilmente si è sporcato, ecc, vanno via due giorni. Sono però nel posto ideale per farlo: un molo rozzo (ed efficiente!) dove se mi cade qualche goccia di gasolio in terra, che ovviamente provvedo a ripulire, nessuno ha da ridire e dove il via vai di barche e la conseguente onda è limitato agli Optimist della scuola vela. È davvero un ormeggio tranquillo, oltre che economico: circa 8 euro al giorno, comprese acqua e luce. Giovanna riparte e la sera sono l’unico a dormire a bordo; dall’altro lato del porto arriva il clangore delle gru che depongono i container sui mercantili ma, quando sto in cuccetta, è così ovattato da essere quasi piacevole anziché fast idioso. E un goccio di raki mi concilia ulteriormente il sonno.
 

Varna, il Teatro dell’opera

Sistemate le incombenze motoristiche, mi dedico alla visita di Varna, che ha diversi aspetti interessanti. La città si dipana sulla dorsale del corso principale, una lunga via pedonalizzata dove si alternano edifici in stile liberty e brutte costruzioni moderne. Tra quelle brutte spicca sicuramente l’hotel Cherno More (Mar Nero), un grattacielo solitario e squallido piantato nel mezzo del centro storico come Dracula pianterebbe un paletto nel petto delle sue vittime. Ai bordi delle strade, come e più che a Burgas, molte persone che arrotondano le loro misere entrate con piccolissimi commerci di merletti e fiori. Non hanno l’aria da mendicanti, anche se il loro aspetto non è certamente dei migliori; lo Stato sociale qui è quel che è e gli anziani soli non hanno davvero alcun sostegno, a parte una pensione che spesso non arriva a cento euro. Come in Cina, del capitalismo sono stati presi gli aspetti peggiori. La cosa curiosa dei bulgari è che hanno una forte componente xenofoba, soprattutto anti-islamica. Chissà se frutto della loro aspirazione di reintegrarsi con l’occidente dopo i decenni di dittatura sovietica o se è un fatto che affonda le sue radici nei secoli di dominazione ottomana. Resta il fatto che individuare un nemico esterno quale origine dei propri guai è il modo più semplice che ha un popolo di deresponsabilizzarsi e i politici disonesti di prendere voti per continuare a rubare. Da questo punto di vista, l’integrazione bulgara nella UE è già cosa fatta.
 

L’elicottero di Topolino

Visito un paio di musei interessanti: quello del mare, una collezione di artiglieria navale dei tempi della guerra fredda, e quello enografico, ospitato in un’antica casa borghese del Settecento, che però ha il difetto di avere i cartelli con le spiegazioni solo in bulgaro e le finestre tappate che creano un effetto sauna che mi riporta indietro di un paio di giorni, quando trafficavo con la pompa sovietica. Nel primo è esposta anche la barca a vela del capitano Georgiev, il primo bulgaro, dice la targhetta, ad aver girato il mondo per diporto. Sembra un Carter 33, una barca di serie dei primissimi anni Settanta; un viaggio relativamente recente quindi.
  

Varna

Una sera arriva in porto una barca con bandiera ucraina e a bordo una coppia di mezza età ed un gatto. Li aiuto nell’ormeggio, visto che il molo è deserto di autorità, e loro prontamente ricambiano con un bicchiere di non so cosa ma molto alcolico. Stanno andando in Grecia e suppongo che vengano da Odessa. «No, da Kiev, è li che teniamo la barca», mi fanno, «Per arrivare al mare ci sono cinquecento chilometri di fiume che possiamo percorrere perché abbiamo un sistema rapido per abbattere l’albero e passare sotto i ponti». Potessi anch’io abbattere l’albero rapidamente, quasi quasi ci fare un pensierino…
Intraprendiamo un cordiale scambio culturale: informazioni sulla Grecia in cambio di informazioni su Odessa, soprattutto per la parte burocratica. Mi danno alcune dritte che dovrebbero servire a scavalcare l’agente che per fare le pratiche di ingresso mi ha chiesto cinquecento dollari; qualcosa come un paio di stipendi medi per un’oretta di lavoro.
  

Ci passerò?

Prima di lasciare Varna voglio passare una notte all’ancora nel grande lago (o laguna) navigabile che si trova alle spalle della città e a questa collegato attraverso un canale accuratamente segnato con boe rosse e verdi. «Ma che ci vai a fare?», mi chiede Tony. Già, che ci vado a fare? Ci vado perché mi incuriosisce il posto e  perché dopo tanti giorni di porto ho voglia di un ancoraggio solitario. Mollo le cime e mi infilo nel canale, passo sotto un alto ponte stradale e mentre faccio ancora una volta la sauna, visto che il leggerismo vento che c’è è esattamente da poppa e si annulla con quello di avanzamento, una grossa nave alle mie spalle avanza lungo il mio stesso percorso dandomi la sensazione di un cane che cerchi di mordermi il sedere; affondo quindi la manetta del gas e mi tolgo di mezzo. Una volta dentro questa sorta di laguna, inizio a gironzolare: ci sono alcuni piccoli cantieri navali, alcune baracche lungo le sponde, un piccolo marina e molte persone che pescano dalla riva. In lontananza si vedono un paio di grosse navi che stanno facendo carenaggio e qualche piccolo insediamento industriale. Nel frattempo noto che l’acqua ha un aspetto davvero terribile, probabilmente qualche scolo fognario finisce qui senza alcuna depurazione ma, nonostante ciò, un paio di moto d’acqua si rincorrono allegramente schizzandosi a vicenda come fossero in un mare paradisiaco anzichè in una sorta di lago fecale, così insalubre che perfino le meduse, organismi generalmente resistenti, sono tutte a testa in giù, evidentemente morte. Spero proprio di non avere necessità di tuffarmi per spedare l’ancora o liberare l’elica da qualche pezzo di plastica.
 

Per favore non mordermi le chiappe!

Alla fine trovo un angoletto dignitoso, dove si sente lo stormire delle fronde degli alberi sulla riva, e mi metto alla ruota. Il sole cala rosseggiando dietro le gru, dietro una ciminiera, dietro una piccola barca a vela alla fonda e dopo cena mi distendo in pozzetto a prendere il fresco. Dalla riva opposta della laguna arriva di tanto in tanto lo sferragliare di un treno che corre via, la cui sagoma vedo scorrere fra le tante luci della costa. C’è un senso di pace incredibile; è sparito il calore soffocante del giorno e alla sensazione di refrigerio contribuisce psicologicamente anche il leggero sciabordio dell’acqua sotto la chiglia. Acqua o quel che è.
 

Atmosfera lacustre

Quando la mattina dopo ritorno in mare, mi sembra limpidissimo; tanto per rifarmi al discorso a proposito di male, bene e peggio. Sul filo di una bolina leggera, mi metto in rotta per Balchik, ultima tappa bulgara nonché porto dove farò i documenti di uscita dal paese. Mentre sulla destra scorre una costa molto rovinata da un’edilizia scriteriata, incrocio una boa che indica un bassofondo e che emette anche il segnale sonora. Bisogna riconoscere che le segnalazioni marittime in Bulgaria sono sempre accurate e ben mantenute, al contrario di quanto avviene in Italia: il faro di Fiumara, la foce del Tevere, è spento da decenni, tanto per citarne una. L’unico errore lo riscontro proprio entrando nel marina di Balchick: il fanale di ingresso sulla dritta è rosso anziché verde, ma il portolano mette adeguadamente in guardia da una situazione potenzialmente fatale. L’altra sorpresa di questo marina è il prezzo: trenta euro. Poi, però, realizzo che gli unici due porti cari di tutta la Bulgaria sono questo e Tsarevo, cioè i due sui confini nord e sud, quelli dove è più ovvio fermarsi per fare i documenti. Si tratta, quindi, di semplice speculazione. C’è vento forte quando entro e nessuno che mi aiuti per quello che, in solitaria, è l’ormeggio a mio avviso più complicato: il finger. Considerato il costo della sosta, almeno un paio di braccia che raccolgono le cime potrebbero tenerle pronte. E magari mettere anche una doccia calda!
 

Balchik

In città l’attrazione più interessante è il palazzo che negli anni Venti fece costruire la regina Marie, moglie di Ferdinando di Romania, quando questo tratto di costa apparteneva, appunto, al regno di Romania. Forse palazzo è un termine esagerato per una costruzione di queste dimensioni, è poco più di una villetta borghese, anche se è sicuramente interessante dal punto di vista architettonico, sopratutto per la piccola torre modellata sulla forma tipica dei minareti turchi e per il bellissimo giardino. Prima di tornare a bordo faccio un salto negli uffici della polizia di frontiera, nella speranza che ci sia un modo per non dovermi domattina spostare al loro molo, un colata di cemento corta e bassa contro cui lasciare facilmente le penne. Mi rispondono con estrema cortesia e disponibilità, ma non c’è nulla da fare: domani mi tocca la manovrina al cardiopalma. Nel frattempo i bar del porto si sono predisposti per la sera: i tavolini cominciano a riempirsi di gente che mangia, beve o tutte e due le cose insieme. L’attività mandibolare degli avventori è accompagnata dalla musica italiana d’antan, soprattutto Eros Ramazzotti e i Ricchi e poveri, un ascolto cui mi sottopongo malvolentieri, che ha però l’indubbio pregio di farmi andar via da qui senza troppi rimpianti. Punto la sveglia per domani, quando “sarà, sarà l’aurora“, e penso che forse, cara Bulgaria, se sono qui “sarà perché ti amo!

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