Fuga di mezzanotte (seconda parte)


Il destino mescola le carte, ma siamo noi a giocarle.

(B. Moitessier, La lunga rotta)Così, una mattina, intorno alle nove, lasciamo la Bulgaria con vento fresco al giardinetto, viaggiando a circa cinque nodi. Dopo poche ore, al traverso di Igneada, perdiamo il campo al telefono, appena dopo aver segnalato su Facebook che siamo entrati in acque turche. Spero che nessuno si allarmi, perché temo che non lo ritroveremo prima di domattina, essendo costretti a tenerci molto distanti dalla costa per non entrare in uno specchio acqueo riservato alle esercitazioni militari della marina turca.
Nel primo pomeriggio agganciamo la corrente del Bosforo e la velocità sale oltre i sette nodi: troppo, rischiamo di arrivare all’ingresso dello stretto prima dell’alba, cosa che voglio evitare assolutamente. Prima di cena metto alla cappa e ci facciamo un bel bagno in mare e una doccia rinfrescante, poi ripartiamo con velatura ridotta per rallentare l’andatura. Nella notte incrociamo solo qualche nave distante che dirige, come noi, verso il Bosforo ma provenendo da nord, forse dalla Russia. In lontananza si intravedono le luci della costa, oltre al bagliore di Istanbul che anche da questo lato rischiara il cielo a decine di miglia di distanza. E poi le stelle, tante, a brillare nel cielo fino a quando un quarto di luna vermiglio non le spegne riflettendosi sulla superficie del mare.

L’ingresso nel Bosforo

Alle quattro, dopo una navigazione decisamente tranquilla e spedita, accostiamo sulla dritta per dirigere nel canale. Poco dopo torna il segnale al telefono e ne approfitto immediatamente per tranquillizzare i tanti che purtroppo si stanno già impensierendo per questo silenzio durato parecchie ore. Quando siamo a pochissime miglia dal Bosforo, l’alba è ancora di là da venire, mentre la sagoma di una nave militare mi appare nitida subito a est dell’ingresso. Siamo ormai nel risucchio della corrente, presi nel suo vortice che come un imbuto tutto convoglia dentro di sé. Abbiamo ormai solo un piccolo pezzo di genoa aperto e malgrado ciò facciamo quasi tre nodi. Alle nostre spalle, intanto, il castelletto di prua di un enorme cargo si fa sempre più prossimo alla poppa di Piazza Grande, sempre più minaccioso.

Sul ponte sventola bandiera turca

Quando finalmente l’aria si rischiara, il nuovo ponte in costruzione, il terzo che collega l’Europa e l’Asia, scorre sopra di noi: siamo dentro il canale. Malgrado l’ora, diverse squadre di operai sono già al lavoro; lo prendo come un buon segno, un segnale che la normale vita quotidiana sta riprendendo. Una bandiera turca di dimensioni davvero gigantesche sventola attaccata agli enormi cavi d’acciaio che sostengono il viadotto e il vento la scuote producendo uno schiocco secco ogni volta che una raffica la distende. La bandiera in Turchia è sempre stata il simbolo dei kemalisti ed è presente veramente ovunque. Non ho mai visto un’altra nazione con così tante bandiere, sugli edifici istituzionali ma anche sulle colline e negli agglomerati urbani. Sempre nuove, curatissime, di un rosso brillante. I sostenitori di Erdoğan, che in questi giorni hanno invaso le piazze delle città spronati dal loro leader, sventolano anche loro la bandiera con la mezzaluna. Sembrano voler dire di essersi impossessati anche di questo simbolo piuttosto che rifiutarlo in quanto emblema della parte avversa. E allora le bandiere appese oggi, a questo come ai successivi ponti, non capisci più chi le ha messe né cosa vogliano effettivamente comunicare.

All’andata c’era un po’ di traffico nel Bosforo…

Sul diario di bordo annoto freddamente: ore sei, passato terzo ponte; ore otto, passato secondo ponte; ore otto e trenta, passato primo ponte. Come faccio a non essere freddo in una circostanza del genere? Amo Istanbul, passarci in mezzo così in fretta mi sembra quasi una profanazione, la violazione di chi ti ha regalato emozioni profonde e di cui ti ritrovi, tuo malgrado, ad abusare furtivamente. Quando sono al traverso di Santa Sofia ho un tuffo al cuore: l’anima mi sussurra di girare la prua e accostare verso un porto, fermarmi e urlare che nulla è cambiato, ma la mia mano resta salda sul timone e Piazza Grande mantiene la sua rotta; no, non è davvero il caso di rischiare, fermarsi è un’incognita troppo grande, almeno fino a quando la situazione non si chiarirà meglio. Avevo in programma una sosta di una settimana durante la quale avrebbero dovuto raggiungermi i miei figli: scappo invece via, restando con una sensazione di non sazietà che mi fa dire che devo tornare, è un impegno che prendo con me stesso. Quando entriamo nel Mar di Marmara mi volto ancora ad osservare quel profilo magico, fatto di cupole, minareti e grattacieli. Un vaporetto sta correndo da una sponda all’altra della città, sul ponte superiore un uomo si sporge dal parapetto e scruta il mare: un gabbiano volteggia un attimo sulla sua testa e poi se ne va. Come anch’io sto facendo in questo istante.

Come un gabbiano

Sono sempre in contatto con Ahsen che mi tiene aggiornato sulla situazione. Pare che le tensioni si stiano stemperando e la città stia riprendendo i suoi ritmi, frenetici e consueti. Ieri c’è stata perfino una gara di nuoto nel Bosforo. È indubbia la capacità dei turchi di elaborare il lutto, di metabolizzare. Ci sono stati trecento morti, tra cui tantissimi giovani militari di leva; da noi ci sarebbero le bandiere a mezz’asta per decenni, qui si volta pagina e si va avanti. Un comportamento sovrumano o inumano? Un’altra bella domanda che si aggiunge ai quesiti che mi porto dentro da quando la Turchia sta cambiando volto. L’impressione che colgo durante queste ore in cui attraverso il cuore di Istanbul è effettivamente di tranquillità ma a volte il fuoco cova sotto la cenere. Guardo a prua e aggiusto le vele, poi lascio Roberto di guardia e crollo in cuccetta: la strada è ancora lunga.

Punti di vista

Mi sveglio dopo circa tre ore, quando il sole è alto e scalda l’aria che il vento rinfresca. O viceversa. Do il cambio al mio compagno di viaggio, poi apro una birra e un pacco di patatine. Abbiamo vento portante e procediamo a circa sei nodi, sospinti anche da una leggera onda che frange a volte sulla poppa di Piazza Grande. Siamo in mare da circa trenta ore, sempre a vela, sempre con vento favorevole; da un punto di vista nautico è un’esperienza esaltante. Anche nello stretto dei Dardanelli vorrei entrare con la luce del giorno, sia per il traffico navale, generalmente molto intenso, sia perché se dovessi essere abbordato da qualche autorità turca preferirei che non fosse nell’oscurità. Passiamo la giornata bighellonando, per come si può bighellonare su un’imbarcazione di undici metri: riposando, leggendo, chiacchierando, cucinando, mangiando. Come ieri, prima di sera metto di nuovo alla cappa e con una doccia laviamo via la stanchezza e il sudore che ci portiamo addosso. Stabiliamo i turni di guardia e ci prepariamo per la notte che ci attende, con l’occhio sempre vigile per le tante navi che procedono lungo la nostra stessa rotta. Sono le nove di sera e siamo al traverso dell’Isola di Marmara.

“Tu che m’hai preso il cuor…”

Cerco su Internet qualche aggiornamento sulla situazione politica del paese che stiamo attraversando. Pare che la scure di Erdogan si stia abbattendo non sui kemalisti quanto sui sostenitore di Fetullah Gülen, suo ex-alleato e da lui accusato di essere un pericoloso terrorista nonché l’artefice del tentato golpe. In realtà in passato, almeno verbalmente, Gülen ha preso posizione contro il terrorismo islamico, condannandolo apertamente. Qualunque sia la verità, per domani è prevista una grande manifestazione che vedrà l’AKP, il partito di Erdoğan e il CHP, il partito fondato da Atatürk, per una volta insieme in piazza per esigere il rispetto della democrazia. L’impressione è che Erdoğan abbia abilmente messo con le spalle al muro il CHP, costringendolo a schierarsi con lui con il classico ragionamento manicheo: se non state con me, state con i golpisti. D’altra parte, i kemalisti hanno davvero temuto il peggio e pensato di fare la fine dell’Iran; sentire di non essere nel mirino è certamente un sollievo enorme per loro. Il futuro resta incerto, ma forse è meno tragico di quello che si poteva supporre qualche giorno fa.

L’alba

La notte scorre veloce nell’alternanza di sonno e veglia data dai turni di due ore e alle sette di mattina del terzo giorno di navigazione entriamo nei Dardanelli, dopo aver goduto dello spettacolo di un’alba davvero incantevole. Sto sorseggiando un po’ stordito il primo caffè della giornata, quando vedo una motovedetta della Guardia Costiera puntare verso di noi a grande velocità. Mantengo la rotta e mi preparo a fermare Piazza Grande nel caso me lo chiedano. È un’unità molto veloce, armata, forse blindata, con solo un piccolo vetro circolare per permettere la visuale all’equipaggio. Si accosta a pochi metri sottovento, rallenta per affiancarci, resta il tempo necessario per osservarci bene, poi con il rombo potente dei motori si allontana, perdendosi rapidamente nella luce accecante del mattino. Sempre secondo quanto ho letto, pare che stiano ancora cercando i militari coinvolti con il colpo di Stato, forse disertori in fuga verso la Grecia; il nemico storico che diventa improvvisamente un rifugio. Strane nemesi offre a volte la vita.

Favorisca patente e libretto!

Dentro i Dardanelli, la corrente mostra tutto il suo vigore e Piazza Grande prende a correre a oltre otto nodi. La cosa sorprendente di questo stretto, come anche del Bosforo, è che la corrente è sempre in uscita, non ha cicli inversi come altri stretti, quello di Messina, per esempio. La ragione va ricercata nella bassa concentrazione salina del Mar Nero, inferiore a quella del Mediterraneo per l’apporto di acqua dolce dei grandi fiumi che vi sfociano. L’acqua dolce è meno pesante di quella salata per cui tende a scorrere in superficie per essere poi reintegrata da una controcorrente sottomarina salata che restituisce l’equilibrio idrico fra i due bacini. Se così non fosse, il Mar Nero sarebbe formato da acqua dolce. Grazie alla corrente, all’ora di pranzo abbiamo già percorso le circa quaranta miglia che separano il Mar di Marmara dall’Egeo e siamo al traverso dell’imponente monumento che celebra la vittoria di Atatürk sule armate anglo-francesi durante la Campagna dei Dardanelli. La Storia di ieri che si confonde con la Storia di oggi in una parte di mondo che da millenni viene contesa e che pare non trovare quella pace che dovrebbe essere un diritto inalienabile per l’umanità intera. Il controllo di questo mare, di questi stretti, è troppo importante, dominarli vuol dire controllare tutto il commercio, soprattutto di materie prime, che va dal Mar Nero al resto del mondo. Madre Natura ha creato una frattura fra queste colline, una lingua d’acqua che separa la terra, separa due continenti, ma che pare incapace di separare l’uomo dalla sua avidità, dalla sua crudeltà, dal suo desiderio di sopraffazione.

L’uscita dai Dardanelli

Se l’ingresso nel Bosforo era stato come il risucchio di un imbuto, l’ingresso in Egeo dà invece l’impressione di essere sputati fuori da un lungo tubo dove il signor Venturi ha avuto la bontà di sospingerci per centinaia di miglia. Abbiamo sotto la chiglia l’acqua che viene da Istanbul, da Odessa, da Budapest, da Vienna e che dopo migliaia di chilometri si spande in Egeo, portando la Storia d’Europa dove la Storia d’Europa ha avuto origine. La prima cosa che mi colpisce, dopo due mesi di Mar Nero, è il blu, intenso e vivido, di questo mare meraviglioso. Metto la prua su Limnos, la nostra meta, per percorrere le ultime miglia di acque territoriali turche ed entrare finalmente in quelle greche, a me così familiari. Piazza Grande fila a velocità incredibile sfiorando i dieci nodi, ben oltre la sua velocità critica; ovviamente è la corrente dei Dardanelli a farla correre così. Probabilmente nel giro di poche ore si esaurirà e torneremo a viaggiare con la sola forza del vento, un vento che ci accompagna ininterrottamente da tre giorni. Già, siamo in mare da tre giorni, abbiamo ormai preso quel ritmo naturale di alternanza di giorno e notte, sonno e veglia, con cui si potrebbe andare avanti all’infinito. Hai fame mangi, hai sonno dormi, hai voglia di guardare il mare, lo fai, in tutta rilassatezza, senza alcuna preoccupazione, come ho già avuto modo di sperimentare pochi anni fa navigando in sei giorni da Minorca a Gibilterra.

Il premio finale

Piazza Grande continua a galoppare, veloce come non mai: corre di vento, non solo di corrente. Corre così tanto che forse non sarà necessaria un’altra notte per coprire queste ultime cinquanta miglia, forse riusciremo ad ancorarci nella baia di Moudhros, sul versante meridionale di Limnos, prima che faccia buio e godere finalmente di un lungo sonno, senza turni di guardia e senza essere sballottati dal mare. Alcuni pescherecci turchi sembrano disposti lungo quella linea immaginaria che anche in mare separa gli stati. Li osserviamo mentre passiamo oltre, verso l’isola nostra meta, ormai così vicina da sentirla davvero a portata di mano. Corriamo via, quasi scappando, non in una Fuga di mezzanotte, fulminea e drammatica come nel famoso film, bensì in un percorso che si protrae da giorni ininterrotto. Verso le otto di sera entriamo nel golfo e alle nove, quando le prime stelle stanno già cominciando a punteggiare la volta celeste, do a Roberto il comando di lasciar cadere l’ancora nel punto che ho scelto: ben ridossato e tranquillo, come serve a noi. Ci battiamo il palmo della mano per sancire la fine di questa lunga navigazione, poi stappiamo una birra per festeggiare. Mentre ringrazio su Facebook i tanti amici che ci hanno accompagnato con il loro pensiero e il loro calore umano, dalla costa arrivano alcune voci sommesse e i profumi tipici della macchia mediterranea, sospinti da una leggera brezza calda. Mi tuffo in mare per rinfrescarmi e quando risalgo noto che che la scotta della randa è rimasta distrattamente lasca. Afferro il grappolo fra i due bozzelli per fermarlo ma in realtà vorrei fermare il tempo, le emozioni, fissare la mia amata Turchia al momento in cui l’ho conosciuta, rivedere ancora una volta Istanbul con tutto il suo fascino, quell’incredibile charme che mi ha fatto innamorare e che non ho mai smesso di sentire dentro. En Büyük Türkiye!

PS Piazza Grande era già stata a Istanbul nel 2013. Dal racconto di quella bellissima esperienza è nato il libro Rotta a levante, pubblicato da Edizioni Il Frangente e disponibile su Amazon.

(acquarello di Patrizia)

5 pensieri su “Fuga di mezzanotte (seconda parte)

  1. Bellissimo racconto Luciano. ci hai messo quel pizzico di pathos che mi fa presagire, e sperare, che in futuro potresti scrivere un giallo (magari tu li odi i gialli …). Pensaci, l'ispettore naif Luciano Piazza sulla sua barca Piazza Grande! Chissà. Nell'attesa di sviluppi, come al solito, un grande BV!

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  2. Non vorrei farti fretta, ma ormai sono quasi due mesi che ci lasci senza un post! Niente di interessante da raccontare? Scarsa vena/ispirazione? Non lo so, però aspettiamo con pazienza!

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  3. Ciao, grazie innanzitutto per questo commento, davvero gradito perché denota piacere nel leggere quello che scrivo.Le ragioni per cui non sto aggiornando il blog sono due: la prima è che sto navigando in zone dove sono già stato e di cui ho già scritto, quindi ripeterei cose già dette (in realtà avevo iniziato qualche settimana fa a scrivere qualcosa sulla Calcidica e sul monthe Athos ma è rimasto solo un abbozzo: un po' per pigrizia, lo ammetto).La seconda ragione è che sto lavorando al secondo libro, fra non molto dovrò consegnare le bozze all'editore e ho ancora molto da fare (oltre a riportare Piazza Grande in Italia).Ma il primo libro l'hai letto? Forse sì, non so esattamente a chi associare il tuo nick.A presto!

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