Di nuovo a galla


E’ ancora una volta il volto amico di Davide ad accogliermi in terra siciliana dopo un breve volo da Ciampino scivolato via nel breve volgere di una scorsa ad un quotidiano. Esco dall’aeroporto, lascio il giornale in un cestino e con lui i pensieri della vita romana, sono qui per dedicarmi a Piazza Grande, la lista dei lavori è lunga e non si tratta di lavoretti di poco conto, almeno in termini di fatica fisica. In porto è tutto come da programma: è ritornata indietro la zattera revisionata, è arrivata l’antivegetativa ordinata ad Andrea, ship chandler di Licata serio e cortese, sono arrivati i pezzi di ricambio dell’invertitore e, last but not least, sono arrivati i diversi pacchi, fra cui la nuova randa, che ho affidato a Ivan e Luciano, i due amici appena giunti a Marsala con le loro rispettive barche dopo una settimana di navigazione di conserva.


Si sta formando una bella comunità di velisti alloctoni in questo porto, cosa utile perchè ci si da una mano a vicenda per sorvegliare le barche, ma soprattutto cosa piacevole perchè fa sì che in banchina non manchi mai qualcuno con cui scambiare due chiacchiere o un caffè. La sera a cena siamo una piccola combriccola per festeggiare il compleanno di Ivo, spaghetti pesce spada e melanzane, la cucina siciliana non delude mai!
 

Sull’invaso poco prima del varo

I primi 3 giorni sono dedicati all’opera viva, mi sono accordato con il gruista per varare sabato, per quel giorno tutto deve essere pronto. In effetti potrei varare venerdì, ma è venerdì santo, il pomeriggio c’è la processione della madonna e Vito, il gruista capo, mi ha detto di essere molto devoto e di non poter mancare. Vabbè, tanto di venere e di marte non si vara nè si parte! Vado di rullo su tutta la carena, raddoppiando il passaggio nei punti più soggetti alla formazione di concrezioni varie: la linea di galleggiamento, il dritto di prua, il timone, il bulbo. Quest’ultimo ha richiesto qualche attenzione in più, c’erano alcune chiazze scoperte e ho dovuto portare la ghisa a vista, passare il ferox, poi un primer epossidico… insomma, c’è di che annoiare i lettori poco tecnici, quindi mi fermo qui. Aggiungo solo che fare carena è veramente un lavoro massacrante, ho risparmiato un sacco di soldi facendolo da me, ma non è stata una passeggiata.
 
Arriva Vincenzo, il meccanico, serio, onesto e scrupoloso, con il sail drive rimesso a posto, e in un paio d’ore lo rimonta. Ne ho approfittato per sostituire la cuffia, a vederla era in condizioni eccellenti ma aveva 10 anni, dicono sia quella la sua vita massima. Certo che pagare 325 euro un pezzo di gomma stampata che ne costerà sì e no un paio… Ringrazio, si fa per dire, il signor Volvo Penta e cerco di non pensarci! Rientrando al b&b dove sono costretto a stare finche Piazza Grande è sull’invaso, incrocio la processione, c’è veramente tantissima gente, donne vestite di nero e con la veletta sulla testa, portatori di ceri, davanti alla statua della madonna due carabinieri in alta uniforme, dietro il sindaco con la fascia tricolore. Lo dico, non amo queste commistioni fra religione ed istituzioni, sono un laicista convinto, mi viene in mente il sindaco di Napoli, De Magistris, che bacia l’ampolla col sangue di san Gennaro, anche lui con la fascia tricolore indosso. A mio modo di vedere certe cose dovrebbero farle da privati cittadini, un sindaco rappresenta tutti anche chi, pur rispettandole, ritiene che certe manifestazioni attengano alla supertizione più che alla fede.
 

La processione del venerdì santo

Arriva il giorno fatidico, Piazza Grande è incastrata fra un motoscafo, il muro di cinta del porto e un palo della luce, tirarla fuori di lì significa veramente giocare con i centimetri. Posiziono qualche parabordo sulle murate lucidate faticosamente a mano, poi scendo dal trespolo e mi affido ai gruisti, fra cui un rumeno che fatica a parlare italiano ma in siciliano si esprime alla perfezione: calamula ddocu, dice ai suoi compragni di squadra. Attimi di tensione, basta un niente per fare danni seri, la mia bella barchina è sospesa sulle nostre teste, manco mi chiamassi Damocle, osservo un po’ nervoso tutta la manovra, quando si avvicina un tale che ha voglia di chiacchierare. C’è un momento per parlare ed uno per tacere, mi spiace, non nego mai una parola a nessuno in banchina, ma questo non è proprio il momento, non do quindi corda al dialogo auspicato. Ma il tipo non demorde e mentre Piazza Grande è a un metro dal molo e basterebbe un piccolo errore per sfracellarla, mi fa: ad un mio amico si sono rotte le cinghie della gru! E’ un attimo, come nei cani di Pavlov l’istinto prevale, la mia mano sinistra si porta lesta e scaramantica verso i gioielli di famiglia mentre la destra si chiude a pugno per riaprire immediatamente i soli indice e mignolo in direzione del menagramo: tiè, gli rispondo secco e deciso!

 

Riusciranno i nostri eroi…?

Non so a quale delle due mani vada ascritto il merito, ma l’operazione è condotta a termine senza danni e Piazza Grande ritrova, dopo circa 5 mesi il suo elemento naturale, il mare. Scaramanzie a parte, veramente bravi i ragazzi con la gru, a Marsala non mancano davvero ottimi professionisti. Controllo che le prese a mare non facciano acqua poi faccio un piccolo giro dentro il porto insieme a Vincenzo per provare l’invertitore ed infine mi accosto al pontile dove Ivo e Davide raccolgono gentilmente le mie cime. Piazza Grande è di nuovo al suo posto ed io con lei.
 

Che casino!

Sottocoperta è un vero casino, tutto è sottosopra, è un cantiere aperto e la polvere si è accumulata dappertutto, non mancano neppure schizzi di olio e nafta vicino al motore. Passo 3 giorni a pulire, svuotando ogni gavone e stipetto, sollevando ogni pagliolo, controllando con l’occasione la barca in ogni suo punto, anche il più nascosto. Tutto è come deve essere, averlo accertato di persona mi renderà più tranquillo in navigazione. Salta fuori qualche avanzo di cibo greco e turco, fra cui un paio di lattine di Mythos, l’ottima birra ellenica, ne approfitto per festeggiare il ritorno al mare. Eccomi qua, nel mio guscio, dove ritrovo tutto il calore e la gioia interiore che avevo lasciato a novembre al momento dell’alaggio.
 

Fresche relique

Sistemo per prime una cabina e la cucina, lascio il b&b e torno ad abitare a bordo, la notte fa ancora freddo ma un piccolo termoconvettore basta a stemperare l’ambiente. Ritrovo i gesti che mi sono consueti, quei tanti movimenti automatici necessari ad assecondare gli spazi ristretti della vita a bordo, ritrovo i miei piccoli riti quotidiani, la moka la mattina appena alzato, anche se l’avanzo di caffè turco produce una ciofeca imbevibile, comprare un pacco di caffè italiano e fresco è una priorità assoluta. Ritrovo infine una bottiglia di ouzo, il liquore greco a base di anice, me ne verso un po’, mi accarezza il palato, mi accarezza l’anima.
 
Un pomeriggio, tornando dalla spesa, vedo un ragazzo che non conosco sul pontile, proprio davanti alla mia poppa. Mentre sto per salire a bordo mi fa: Luciano? Sì, chi sei
?, gli rispondo. Un tuo lettore, mi dice, ti seguo sul blog, sono passato a conoscerti. Ecco, queste sono le sorprese che fanno piacere, Vieni a bordo, ci beviamo una birra. Chiacchieriamo di vela, tra appassionati ci si intende rapidamente.
 

Tiziana cunza in cannoli in casa.

A pasqua sono invitato a pranzo da Tiziana, una cara amica di Palermo, prendo la corriera e vado da lei. Ve l’ho già detto che i siciliani sono gente fantastica? Sì, l’ho scritto la volta scorsa e qui lo confermo. La loro ospitalità non è dovere, è scelta, la loro cortesia non è forma, è sostanza, il loro accettarti come amico è sincerità, non calcolo di convenienza. Amo i siciliani, li amo da quando da piccolo trascorrevo le vacanze estive con i miei a Messina, lì ho imparato a conoscerli ed apprezzarli, fino al punto da sentirmi sempre a casa quando sto con loro. Solo il loro modo di declinare le parole mi lascia a volte perplesso. Qualche giorno fa in porto mi hanno chiesto in prestito un prolungo, le cose le ripongono nello scatolo e, giuro che è vero, ai piedi mettono le zoccole! A Palermo faccio il bucato, mi porto un fagotto di panni sporchi e gentilmente Tiziana mi mette a disposizione la sua lavatrice. Sto molto attento al programma selezionato, l’estate scorsa, con la medesima cortesia, mi sono tornati indietro un paio di bermuda, entrati nel cestello come pantaloni lunghi.
 

La tana

Sono le 10 di sera quando, alla luce fioca dei pontili e sotto una pioggia leggera, torno a bordo. Apro il tambuccio e una sensazione meravigliosa mi investe: sento che la fatica enorme che ho fatto viene ripagata con la gioia che Piazza Grande sa darmi, sento che sono riuscito con la determinazione là dove, per un attimo, ho dubitato di riuscire, sento che tra poco lei ed io saremo pronti a salpare, andremo dove il mare ed il vento vorranno, vicino o lontano non importa, ma sarà un atto d’amore reciproco. Sorseggio l’ultimo goccio di ouzo rimasto, poi me ne vado in cuccetta, leggo qualche pagina di Bjorn Larsson, il leggero sciabordio mi concilia il sonno, l’ultimo pensiero prima di addormentarmi è che Piazza Grande è di nuovo a galla. Ed io con lei.


Marsala di marzo


Le zaffate di kerosene che respiro camminando la mattina presto sulla pista dell’aeroporto di Ciampino hanno il sapore dolce del viaggio di piacere. L’idiota di turno sgomita per superare la fila già di per sé non molto disciplinata, cercando di guadagnare per primo la scaletta per salire sull’aereo che ci porterà, di certo senza lasciare a terra nessuno, a Marsala. Dopo tre mesi torno da lei, la mia amante di vetroresina e legno, solo un’ora di volo ci separa ormai, è marzo inoltrato, tempo di cominciare a mettere le mani sui mille lavori e lavoretti di manutenzione da fare in vista della stagione estiva. L’aereo decolla, guardo fuori dal finestrino, il mare riluccica lontano giù in basso.

Sulla strada (ma non come Jack Kerouac)

Quando atterro all’aeroporto di Birgi la prima sorpresa: i pullman che lo collegavano tutte le ore con Marsala sono stati quasi tutti soppressi, sono le 9 del mattino ed il primo utile è alle 13:15. Vorrei evitare di prendere il taxi, quindi tento l’autostop, in fondo quando avevo 17 anni sono arrivato a Capo Nord in Norvegia in questo modo, cosa vuoi che siano 15 km. Non devo però avere lo stesso aspetto rassicurante di allora perchè nessuno accenna neanche a fermarsi per chiedermi dove devo andare e dopo una ventina di minuti desisto. Camminando nel parcheggio dell’aeroporto vedo una coppia che sta salendo su un’auto, chiedo se vanno verso Marsala, non proprio, ma almeno mi avvicino. Sei un rappresentante?, mi chiede lui. No, rappresento solo me stesso, nel bene e nel male, rispondo. Nel breve tragitto chiacchieriamo, familiarizziamo, e alla fine mi portano quasi fin sotto il b&b dove dormirò dato che Piazza Grande è in secco sull’invaso. Gente fantastica i siciliani! Hanno sempre un pizzico di diffidenza verso lo “straniero”, ma ci mettono un attimo a considerarti un amico e a farsi in quattro per darti ospitalità come meglio possono. Ringrazio, saluto e lascio un mio recapito promettendo di sdebitarmi con la medesima cortesia se capiteranno a Roma.
 

Raschia che ti passa!

Arrivo in porto sereno, so che è tutto a posto perchè sullo stato di salute di Piazza Grande mi tiene aggiornato Davide (gente fantastica i siciliani, ve l’ho detto!) che gestisce qui da anni una scuola di vela (www.scuolavelaspiego.it). Quest’anno ha comprato una nuova barca, simile per dimensioni e struttura a Piazza Grande, spero che si navighi un po’ insieme alle Egadi, poi lui se ne andrà verso la Tunisia, io… chissà! Già, la questione economica mi rende tutto piuttosto incerto, pur facendo da me la manutenzione ho parecchie spese da affrontare, non ultima quella del meccanico per rifare la frizione dell’invertitore che ha mollato per usura a ottobre scorso. Quando il meccanico arriva, arriva pure la prima mazzata: preventivo quasi il doppio del previsto, i pezzi di ricambio pare li forgino con oro zecchino e sangue di vergine! Ma è un lavoro indispensabile, le barche sono a vela, però in porto si manovra a motore, impossibile fare senza. Quando poi arriva il velaio, la seconda mazzata: la randa, che pure sapevo malridotta, appare parecchio più acciaccata di quello che pensavo, così a occhio direi che un rattoppo non può bastare a fare la stagione, occorre rifarla nuova e non sono spicci. Mi demoralizzo, così tanto che neanche i cannoli con la ricotta riescono a consolarmi.
 

Arte consolatoria

La sera torno al b&b, leggo un po’ di Moitessier, anzi rileggo, sarà la terza o quarta volta che mi sciroppo l’opera omnia del sommo, ma come prescindere dalla sua esperienza? Non solo da quella di navigatore, uno dei più grandi in assoluto, ma da quella umana, dal suo morire e risorgere quattro volte, come le barche che ha perso navigando, abbattendosi nello spirito ma ritrovando dentro di sé la forza per reagire e tirarsi fuori dai problemi. Se faccio una solida ossatura in legno, posso stratificare lo scafo con fogli di giornale e resina ed avere una barca in grado di attraversare l’oceano. Alla fine non l’ha fatto, ma ci ha creduto, ha creduto in sé stesso, ha trovato altre strade e in capo ad un paio d’anni aveva Joshua, la barca con cui ha compiuto l’impresa epica di doppiare Capo Horn a vela e tempo dopo di percorrere 14.000 miglia, facendo un giro e mezzo del mondo in solitario, quando i solitari erano solitari davvero, mica come ora con meteofax, telefoni satellitari ed email. No, non devo perdermi d’animo.
 

Rosso, giallo e blu

Abbasso la testa e come un mulo e procedo imperterrito secondo la tabella di marcia che prevede carenaggio self service, ovvero asportazione della vecchia antivegetativa col raschietto, sistema che preferisco alla levigatrice perché in questo modo si respira meno polvere tossica (la vernice antivegetativa non è una botta di salute). E’ però un lavoro ingrato anche così, procedo a decimetri quadrati, ci vuole olio di gomito ma anche delicatezza, ché a fare troppo con forza si rischia di scheggiare il gelcoat. Alla fine in 4 giorni ho fatto tutta la prua, è meno di quello che speravo ma è pur sempre un bel pezzo di barca, il resto lo farò la prossima volta. Ogni tanto mi fermo per riposarmi qualche minuto e respirare un po’ di aria di mare, iodio che si mischia all’odore di zolfo, che pare sia dovuto alla posidonia morta, e al profumo delle vinacce che hanno fermentato nei mesi scorsi negli stabilimenti qua attorno dove si producono vini ad alta gradazione alcolica, poi torno a raschiare, fino a che il braccio mi fa male. Di bello c’è che sotto la vernice trovo la carena in perfette condizioni. Spedisco anche la zattera autogonfiabile al produttore per la revisione biennale, la imballo bene con cartone e millebolle e avverto il corriere di passare a ritirarla. Insomma, vado avanti, ho inerzia, o abbrivo visto che si parla di barche.
 

Un bell’astice

Il porto di Marsala sonnecchia in inverno, come pure un po’ sonnecchia tutta la città, in attesa forse della stagione estiva. E’ il destino delle località di mare, riconvertite volenti o nolenti al turismo quale principale se non unica fonte di sostentamento. Quasi nullo il traffico portuale, la mattina un piccolo gozzo scarica una o due cassette con un po’ di pesce di paranza e, quasi preda incidentale, un bell’astice di qualche chilo. Marsala sembra a volte trascinarsi un po’ spenta, come in attesa di qualcosa che arrivi dal mare, quel mare che 150 anni fa ha portato l’onda irrefrenabile del risorgimento che proprio da questo porto ha mosso i suoi primi passi alla conquista dell’Italia, chissà se questa cosa ha lasciato il segno nel carattere dei marsalesi oltre che nei tanti toponimi che evocano l’impresa di Garibaldi. Inutile ribadire quanto questa atmosfera rilassata mi piaccia! Ma anche in inverno, questo porto è crocevia di velisti: mi manco per un soffio con Max, che ha portato qui la sua barca per fare dei lavori, ma riesco ad incrociarmi con Paolo, velista giramondo che ha la sua base a Trapani, ed insieme a Davide passiamo una bella serata a parlare, com’è ovvio, di mare. Le chiacchiere mi fanno bene, stemperano un poco le mie preoccupazioni, confrontarsi con persone propositive come sono Davide e Paolo, sentirli parlare dei loro progetti di navigazione mi fa sentire i miei meno lontani, mi stimola, mi fa apparire gli ostacoli che si frappongono fra me e le mie rotte future non insuperabili.
 
Prendo l’aereo che mi riporta a casa, guardo le luci puntellare la costa siciliana nella notte. Restate sintonizzati!

Perchè devo tornare in Grecia

Sotto una pioggia che da giorni martella incessante la città, cammino lungo una strada del centro di Roma, mentre i miei occhi, bassi per schivare le pozzanghere, riflettono le luci al neon di insegne ed illuminazione comunale in uno sbrilluccichio continuo e quasi fastidioso. Le automobili sfrecciano scure nella sera, nella solita fretta sconclusionata di arrivare, non si sa bene perchè con tanta premura. Anch’io ho un po’ di fretta, per quanto il mio passo me ne conceda,  fretta di arrivare al ristorante greco dove ho appuntamento con alcuni amici, non fosse altro che per non inzupparmi troppo. L’idea di mangiare nuovamente greco dopo tanti mesi mi piace, giusto da qualche giorno si è riaccesa dentro di me la fiammella, il desiderio del mare, un piccolo barlume che man mano che la stagione si approssimerà diventerà un fuoco vivo ed impetuoso. Nella mia testa sto infatti ragionando sui programmi estivi, sulla rotta, sui lavori per preparare Piazza Grande e soprattutto sulla gestione delle spese chè, ahimè, la Natura m’ha fatto appassionare ad un hobby parecchio più costoso degli origami giapponesi. 

 

 
Avevo pensato di navigare nel Canale di Sicilia, fare Pantelleria, che non conosco, e poi andare in Tunisia, che conosco e che non è in fondo ‘sto granchè, ma non è molto turistica e questa è una caratteristica che automaticamente mi rende simpatico un posto. Parlando però con alcuni velisti, m’è stato sconsigliato di andarci per ragioni di sicurezza, sia a terra che in mare, mi sono state riferite situazioni poco piacevoli e rilassanti per il diportista, e visto che il posto, come ho detto, non è ‘sto granchè, il gioco non vale la candela. Che fare, quindi?
 
 
Il Mar Mediterraneo è praticamente diviso in due, versante settentrionale e versante meridionale. Il primo è ricco, antropizzato e con tutti i servizi per il diporto, ma ha il grande difetto di essere molto costoso, troppo per le mie tasche, soprattutto dovendo fare una navigazione di qualche mese. Quello meridionale, viceversa, è povero, poco antropizzato e poco o pochissimo costoso, ma è impraticabile per buona parte: Libia, Algeria ed Egitto non sono paesi per velisti; Marocco e Tunisia lo sono ma con parecchie controindicazioni ed io ho voglia di pace e libertà, due concetti che in Nordafrica sono stati smarriti da tempo.
 
 
Ci ho messo un attimo a trovare la soluzione: torno in Grecia! C’è poco da fare, l’ho scritto più volte, in Mediterraneo non ci sono posti altrettando belli, ospitali ed economici per chi naviga ed inoltre fra lato ionico ed egeo c’è una quantità talmente grande di isole e approdi da girarci per anni senza ripassare negli stessi posti. Nel 2012 ho navigato due mesi nelle isole Ioniche, nel 2013 quattro mesi in Egeo, quest’anno potrei fare una sintesi dei due mari, circumnavigare il Peloponneso, che l’anno passato un cambiamento improvviso di programma (imbarcare mio figlio ad Atene) mi ha fatto saltare, e godere ancora una volta l’unicità delle atmosfere greche, fatte di rade tranquille, porticcioli che sembrano ricami e, soprattutto, poco affollamento, escluse ovviamente le località più turistiche. Non sono un misantropo, sia chiaro, ma se all’ancora o quando scendo a terra devo sgomitare come sulla metro alle 8 di mattina, preferisco restarmene a casa e sgomitare al solo costo del biglietto ATAC.
 
 
Bene, non mi resta che trovare una ragione, uno scopo, per questo viaggio. L’anno scorso ho navigato fino a Istanbul per comprare un paio di jeans, perfetta imitazione dei Levi’s, a prezzo stracciato, quest’anno devo trovare una motivazione altrettando valida. E’ proprio il ristorante greco di Roma ad offrirmela, inaspettata e validissima; lo dico senza mezzi termini, ho mangiato da schifo, servito da cani e pagato il doppio di quello che mediamente si spende in Grecia! Vi basta come motivazione per partire? A me sì, partirò dunque, anche quest’anno con una missione speciale: alla ricerca della moussakà perduta!
 


La pelle – Curzio Malaparte

Il titolo quasi allude sensualità, ma la pelle di cui si parla è più prosaicamente, o semplicemente, quella che chi è disperato cerca di salvare, cioè la propria o al massimo quella dei propri cari. Napoli, 1943, gli alleati, americani e franco-marocchini, risalgono da Salerno dove sono sbarcati e occupano la città. La liberano, dice qualcuno, ma Malaparte non sembra essere d’accordo, non solo perché sono, di fatto, un esercito straniero (che 70 anni dopo ha ancora lì il suo quartier generale) ma perché sono un’entità estranea che mai comprenderà né sarà compresa, potrà solo essere fagocitata da quell’incredibile universo che è la città partenopea.

La guerra ha portato la popolazione allo stremo, la miseria fisica ha dato spazio a quella morale, la fame ha fatto a pezzi la dignità delle persone, guadagnare un giorno di vita in più è il solo scopo di chi ha l’indomani come unico orizzonte possibile, sempre che un proiettile, una bomba o persino il Vesuvio non si mettano di traverso. La mancanza di cibo ha rotto gli schemi, gli equilibri secolari che regolano i rapporti sociali, ma non ha intaccato il carattere dei napoletani, quel distacco dalle cose terrene che ad un superficiale sguardo può apparire semplice fatalismo.
L’abisso si manifesta attraverso donne che per un pacchetto di sigarette vendono se stesse o addirittura i bambini, magari prima che questi possano vendere loro; un pacchetto di sigarette vale 3 chili di pane, la sopravvivenza di un’intera famiglia, della specie. Malaparte inorridisce, “I bambini a Napoli sono sempre stati sacri“, ma non giudica e neppure noi possiamo farlo, la fame bisognerebbe provarla per capirla.

E pure Napoli bisogna provarla per capirla, per quanto chi non è napoletano possa riuscire a fare. Superando la naturale repulsione che sporcizia ed incuria suscitano dentro di noi, grattando un poco quella patina grigia ed appiccicosa, a volte melensa, che ricopre palazzi e persone, andando oltre ritualità che paiono inutili superstizioni, si scopre un mondo meraviglioso popolato da un’umanità incredibilmente viva e vivace, un microcosmo appena intaccato dalla modernità o meglio, che nella modernità ha saputo conservare la propria identità e soprattutto la propria anima. Sì, perché Napoli, a differenza ad esempio di Roma, ha ancora un anima ed è un anima bellissima. Ha uno dei pochissimi centri storici in Italia, insieme a Palermo, Bari e Genova, dove le case e le botteghe antiche non sono state trasformate in abitazioni di lusso e concept store, dove gli abitanti non sono estranei catapultati da luoghi remoti, dove ceti sociali diversissimi fra loro coesistono seppure con le inevitabili differenze. Napoli è Napoli, non altro, è unica, ti carezza e ti bastona a seconda dei suoi umori, ma non scivola mai via indifferente, sia che lo sguardo da Posillipo spazi verso il golfo, sia che resti abbacinato dalle brutture industriali di Bagnoli.

La pelle è un libro bellissimo, che cattura fin dalle prime pagine, a volte rifila un pugno allo stomaco, altre affascina per l’eloquio o per l’analisi profonda e attenta dell’autore, lucida al punto di sembrare cinismo. Racconta i fatti come si sono svolti, nudi e crudi, senza volerne trarre spunti per esaltare vincitori o vinti, ma esplicitando, o lasciando alla sensibilità del lettore, riflessioni sul senso atroce della guerra e sui suoi drammatici effetti sulla vita quotidiana delle persone.
La Quinta Armata che avanza non è quella che la filmografia hollywoodiana ha mostrato nella sua innegabile eroicità, ma è un esercito di uomini che combattono, vincono ma tremano e spesso sbagliano o anche si comportano in modo ridicolo. Fra loro, i tanti a cui dobbiamo la nostra libertà, anche se, ci avverte Malaparte, è una vergogna vincere la guerra, intendendo con questo che la grandezza di un popolo si misura dal modo in cui tratta i vinti.

Da segnalare che quando è stato pubblicato è stato messo all’indice dalla chiesa cattolica, probabilmente per la scena degli ebrei crocifissi, simbolo evidente della contraddizione dell’Europa cristiana che genera la più atroce guerra della storia umana e poi si commuove provando pietà per se stessa. Così come i campi di concentramento nazisti diventano il luogo dove dubitare dell’esistenza di Dio o almeno della sua onnipresenza, una guerra fra europei pone inevitabilmente domande sul senso della fratellanza cristiana. Ciascuno, all’ultima pagina avrà le sue risposte, di sicuro è un libro imperdibile, di sicuro un libro che segna.

Il male oscuro – Giuseppe Berto

 
 


Il fantasma del padre, prima reale poi introiettato, aleggia sul protagonista e sul lettore durante l’intero romanzo. Romanzo fino a un certo punto, giacché in prima pagina l’autore si premunisce di comunicarci la natura autobiografica dell’opera citando la nota affermazione di Flaubert, “Madame Bovary sono io”. Ma così come Emma Bovary non è solo Flaubert ma un po’ tutti noi, ritrovarsi nelle nevrosi e nelle compulsioni del protagonista, magari con le proporzioni del caso, è un fatto che si ripete spesso durante questa lettura. Nevrosi, si badi bene, non psicosi, come Berto stesso tiene a distinguere: quell’insieme di sintomi che divengono malattia essi stessi in assenza di una patologia altrimenti definibile. Il male di vivere, la sofferenza dell’uomo moderno, compresso tra la volontà e la possibilità, che a volte esplode nell’urlo di Munch, altre si avviluppa su se stesso in un male oscuro che diventa l’unica risposta, l’unico rifugio, l’unica strada per difendersi da un mondo che percepisce ostile.

Tutto il libro, che si sviluppa come un unico flusso ininterrotto di pensiero, trasuda depressione, condita qua e là da sprazzi di ironia o autoironia (qualità che spesso non manca ai depressi), alternando cinismo ed autocommiserazione. Non so se sia proprio di Berto la definizione “male oscuro”, lo credo ma non ne ho la certezza, di sicuro è ben azzeccata; oscuro non in quanto clinicamente sconosciuto, la psicanalisi ha cent’anni, ma perché oscura è la via che conduce alla diagnosi e quindi alla terapia adatta.

Brancola infatti nel buio il protagonista, peregrinando fra specialisti di varie branche della medicina alla ricerca dell’origine fisiologica di un dolore che in realtà parte dalla sua testa o, più probabilmente dalla sua anima. Nella lingua spagnola c’è un termine bellissimo che l’italiano non ha, anímico, che corrisponde a tutto quello che riguarda la persona interiormente. Ecco, Il male oscuro è un romanzo anímico, che ci mostra in modo incredibilmente realistico quello che avviene nella mente e nel corpo, di un depresso, l’eziogenesi dei suoi sbalzi d’umore, il suo pessimismo, le sue improvvise euforie, le sue strategie di sopravvivenza, spesso grottesche agli occhi delle persone sane. E lo fa, incredibilmente, senza intristirci, senza contagiarci.

Giuseppe Berto ha scritto questo libro in soli due mesi nel 1964, dopo quindi La coscienza di Zeno di Italo Svevo, a cui però per fortuna non attinge stilisticamente, e prima di Le parole per dirlo, di Marie Cardinal, al cui confronto appare abissalmente più profondo ed intenso e soprattutto meno evangelico a proposito della psicoterapia. E’ un romanzo scritto innanzitutto per sé, una catarsi interiore perfettamente riuscita, uno di quei punti che nella vita si sente ogni tanto di dover mettere, che però risulta, forse incidentalmente, anche profondamente didattico sulle tematiche freudiane.

E’ assolutamente un capolavoro, scorre senza stancare malgrado lo stile impetuoso fatto di periodi molto lunghi dove però, a differenza di Saramago, non manca la punteggiatura. È ricco di fatti, pensieri, riflessioni profonde, avvenimenti storici reali (le vicende si svolgono nell’arco di alcuni decenni), descrizioni di vita familiare e quotidiana che quasi lo rendono fruibile anche come romanzo di costume. È il racconto di un uomo e del suo male che diventa però il racconto di tanti uomini della nostra epoca che faticano a trovare se stessi e la propria dimensione.

L'Agnese va a morire – Renata Viganò

Katz kaputt, il gatto è morto. Tutto quello che sapevo, o ricordavo, dell’Agnese va a morire è la frase breve e lapidaria che un soldato tedesco pronuncia ridendo, dopo aver crudelmente ed inutilmente sparato al gatto di Agnese, recidendo quell’ultimo legame che le rimaneva con la vita normale, quella vissuta fino a prima della guerra. Katz kaputt, ed una donna anziana, anziana almeno secondo i canoni di allora, si ritrova a lavorare attivamente per la resistenza (pardòn, Resistenza, tanto per chiarire che non parliamo di resistenze elettriche o psicologiche), a partecipare a quelle che fino ad allora erano state per lei “cose da uomini”. Katz kaputt sono le sole parole che erano rimaste impresse nella mia mente, un frammento trasmesso dal libro di antologia delle medie o del ginnasio, epoca in cui qualunque lettura, anche la più piacevole, diventa una noia mortale per il solo fatto di essere imposta dalla scuola.

Eppure è un libro bellissimo, un racconto realistico, verace, della guerra partigiana, successi e sconfitte di uomini semplici ed eroici, difficoltà ma anche piccole gioie quotidiane malgrado la morte sempre incombente. Un romanzo da leggere oggi, quando il tempo sfuma i contorni dei fatti e molti, troppi, tentano di approfittarne per rimestare la Storia in un unico calderone dove confondere torti e ragioni, mostrando i morti per ciò che sono, tristi corpi inanimati, e non anche ciò che sono stati, ovvero vittime o carnefici. Troppo facile, o troppo disonesto, al caldo delle nostre case, mettere tutti sullo stesso piano. Ci sono stati sicuramente giovani e giovanissimi che ubriacati dalla propaganda del regime fascista hanno fatto in buona fede scelte scellerate, ma i veri traditori dopo l’8 settembre sono stati coloro che impugnando la bandiera italiana da loro stessi insanguinata si sono messi al servizio del criminale nazista, non di certo chi ha scelto di combattere un esercito invasore ed ha pagato la sua scelta con la vita. Ai primi va l’umana pietà che si deve ai morti, ai secondi il tributo che si deve agli eroi e l’eterna gratitudine per la libertà di cui godiamo oggi. Katz kaputt, così per gioco, ma un gioco non era e tanti l’hanno pagato a caro prezzo.

Ho finito di leggere questo libro girovagando per le colline toscane, passando anche per Volterra, la città di Bube, un’altro protagonista letterario della resistenza. Qua e là qualche targa firmata CLN, Comitato di Liberazione Nazionale, ricorda un ragazzo morto poco più che ventenne nell’inverno del ’44, fucilato insieme a dieci suoi compagni o un’intero paese di inermi contadini. Accanto alla targa, l’insegna di un ristorante, libero grazie a quei ragazzi là. Dentro, casualmente, mi ritrovo seduto vicino ad un tavolo occupato da quattro tedeschi. Katz kaputt mi risuona ancora nella testa, quasi vorrei alzarmi e chiedergli perché hanno sparato al gatto, perché un popolo intero, decine di milioni di persone, ha fatto della crudeltà e dell’odio una religione, una scelta di vita, perché ancora oggi c’è chi subisce il fascino di quelle idee di morte e sopraffazione, ma anche idee di vigliaccheria, chè solo un vigliacco può affrontare un gatto con il mitra. Katz kaputt, il gatto è morto, Agnese pure, e tanti uomini e donne anonimi con loro. A noi vivi, il dovere del ricordo, a noi lettori il piacere della prosa lucida di Renatà Viganò, donna, partigiana, scrittrice. Katz kaputt, alla fine hanno perso, i gatti sono ancora vivi.

Il deserto dei tartari – Dino Buzzati

La Fortezza Bastiani siamo noi, il perseverare nell’essere ciò che non siamo, confidando illusoriamente che in un futuro indefinito saremo ciò che oggi abbiamo paura di essere. I tartari invece sono i fantasmi, chè di fantasmi si tratta, che albergano nell’animo nostro, quei draghi che da bambini non siamo riusciti ad uccidere e forse non uccideremo mai. Il romanzo si svolge in una dimensione quasi onirica, un limbo extraspaziale ed extratemporale dove tutto è rarefatto ma le regole non possono essere infrante, pena la morte. L’unica speranza è l’attesa, per qualcosa che in vero non arriverà mai, anche perché non esiste più, se mai è esistito.
C’è Kafka con il suo processo senza una reale colpa, c’è Becket con un Godot mai nominato eppure sempre lì da venire, c’è Freud, con i meccanismi complessi della mente umana. E ci siamo noi, fragili e forti a un tempo, ma soprattutto soli contro i Tartari inesistenti della nostra esistenza. Un’esistenza che scorre via fra rinvii sine die, che si tramutano in stanchezza con l’avanzare dell’età, e tenuta a volte in piedi da pallidi lumicini che ci illudiamo, come fa il protagonista, siano di di un avamposto tartaro contro cui finalmente sfoderare la spada, l’occasione di riscatto che si aspetta tutta la vita. Un riscatto che pure arriva, ma quando è ormai troppo tardi, facendo per assurdo della morte l’unico riscatto possibile di una vita mal vissuta.
Il film che ne è stato ricavato, con un cast di primissimo ordine (Gassman, Perrin, Gemma, Noiret, Trintignat) non rende ragione al libro, quasi lo tramuta da introspezione sull’animo umano a specchio di certe assurdità della vita militare. Inoltre, dando alle vicende una collocazione spazio-temporale per quanto vaga e a volte appena allusa, toglie quell’aura eterea che è caratteristica fondamentale del romanzo.
E’ triste? E’ angosciante? Di sicuro non è una lettura spensierata, bisogna aver voglia di guardarsi dentro mentre si scorrono le pagine, come si fa leggendo certi romanzi che quando li chiudiamo ci lasciano dei segni come avessimo preso pugni sullo stomaco. Del resto, a chi lo accusò di copiare Kafka, Buzzati rispose: non sono io, è la vita che lo fa.

Metello – Vasco Pratolini

Oggi come oggi senza una specializzazione non si va da nessuna parte, perciò ho deciso di specializzarmi anch’io. D’ora in poi leggerò solamente libri di scrittori toscani, ambientati nella prima metà del ‘900, di cui sia stata realizzata una versione cinematografica e che si trovino usati a un euro o due. In effetti ho cominciato già da un po’, prima con The girls of Saint Fredian, e poi con Bube’s girl; ora ho per le mani Metellow, che in realtà ho comprato nuovo, ma vi ho piazzato la foto di una vecchia edizione e voi fate finta di credere che anche stavolta l’ho pagato pochi spicci.
Viste certe tendenze esterofile, ho anglicizzato i titoli dei libri, dicono che ci si faccia un figurone!

Diciamolo subito senza mezzi termini: è un gran romanzo. Scorrevole, fluido, alterna sapientemente dialoghi e descrizioni, come pure fatti personali della vita dei protagonisti e scene di vita cittadina della Firenze di più di cent’anni fa. E’ stato pubblicato nel ’52, ci separano dalla sua stesura all’incirca gli stessi anni che intercorrono fra la prima edizione e le vicende narrate. Questa cosa mi fa un po’ impressione; nel ’52 gli uomini che vissero quell’epoca di anarchismo, socialismo e lotte operaie erano ancora vivi, Pratolini li conosceva, parlava con loro, con il risultato che il racconto è veramente vivido, di prima mano. Sì, insomma, è come sentir raccontare una storia antica direttamente da chi l’ha vissuta, ma con un linguaggio ed uno stile moderni, attuali e, soprattutto, coinvolgenti.

Ci sono libri, e Metello è sicuramente fra questi, che ogni volta che li apri ti schiudono la porta del loro mondo traslandoti in un’altra dimensione spazio-temporale, sia questo per un paio di pagine o qualche ora di lettura. Non necessariamente si tratta di grandi romanzi, piuttosto di romanzi ben scritti, storie ben narrate, fatte di primi piani e campi lunghi, come fossero un film diretto da un abile regista. Metello, invece, come ho premesso, è anche un grande romanzo. A me poi le ambientazioni otto-novecentesche piacciono in modo particolare, mi piacciono le storie di quell’epoca di incredibile trasformazione, sociale, tecnologica e di costume, storie di uomini e donne che con le loro piccole storie hanno contribuito a scrivere la Storia. Perchè sono Betto, Chellini, Olindo, Pallesi, insieme a tanti sconosciuti, ad aver tracciato la strada dei diritti fondamentali di cui gode oggi chi lavora.

Se vogliamo trovare un difetto, questo libro appare nell’insieme leggermente edulcorato, le sofferenze e la miseria hanno toni sfumati, chi le patisce non sembra aver perso il sorriso, o forse l’abbiamo perso troppo rapidamente noi con una crisi economica che paragonata a quei tempi parrebbe abbondanza. Ho visto pure il film, con Massimo Ranieri e Ottavia Piccolo, bello pure lui, strepitosa la colonna sonora di Morricone (mica bau bau micio micio). Forse Ranieri non era adattissimo al ruolo, troppo minuto nel fisico per come Metello è descritto da Pratolini, ma soprattutto troppo triste ed austero rispetto al personaggio scritto. Bellissime le scenografie ed i costumi, sembravano cartoline d’epoca.

Segnalo infine una bella prefazione di Pennacchi che racconta che il libro fu snobbato dagli intellettuali impegnati dell’epoca perché il protagonista antepone spesso il suo piacere personale alle riunioni sindacali, è carente quindi di coscienza sociale (nel senso leninista del termine). Per fortuna, direi, forse è proprio questa umanizzazione, questa presa di distanza dal realismo socialista in campo letterario, a farne un vero capolavoro.

La ragazza di Bube – Carlo Cassola

Quando ero piccolo vedevo in giro dei libri bellissimi che si intitolavano La ragazza di Bube, Il giardino dei Finzi Contini, L’Agnese va a morire e credevo che Bube fosse la località d’origine della ragazza in questione, i Finzi Contini una specie di alberi e l’Agnese un animale che come un’elefantessa anziana si recasse da sé al proprio cimitero. Qualche giorno fa ho investito 1 euro per un’edizione con copertina rigida del 1960 del libro di Cassola ed ho scoperto che Bube non è un luogo ma una persona. Ho scoperto pure un romanzo bellissimo, scritto magistralmente, ma soprattutto grande per il modo in cui descrive persone, situazioni e stati d’animo dei protagonisti non solo in modo diretto, ma anche indirettamente attraverso i dialoghi fra di essi.

Il grosso dei fatti si svolge nel primissimo dopoguerra, quel periodo cioè dove speranze e regolamenti di conti si accavallarono spesso nell’animo degli italiani generando purtroppo delusioni ed eccessi (ma forse è semplicistico parlare di eccessi col distacco dato da 70 anni di distanza). Veramente un affresco chiaro su un periodo travagliato della nostra storia, con gli anglo-americani ancora a dirimere le questioni e le morali cattolica e politica a dettare comportamenti e scelte di vita delle persone. Scelte che con gli occhi di oggi appaiono a volte eccessivamente rigide, come nel caso della protagonista, ma che rivelano una forza interiore straordinaria, ancor di più considerando la scarsità di mezzi, soprattutto culturali di cui i più disponevano allora.

Già che c’ero, mi sono visto pure il film di Comencini del ’63, con la Cardinale al top della sua bellezza; bello, anche se non quanto il libro cui pure è piuttosto fedele, mostra per immagini un’Italia che il neorealismo ha immortalato per noi.