A job a day…

An apple a day… ecc. ecc. La pratica quotidiana di attività sane giova al corpo e allo spirito, è cosa nota, cognita, per dirla alla Camilleri, e tra le attività che più giovano a se stessi c’è quella di prendersi cura delle persone e delle cose che si amano. Come coccolo la mia amante? Curandola amorevolmente, con manutenzione, riparazioni e migliorie. Ieri è stata la volta della presa banchina sullo specchio di poppa. Quella vecchia aveva lo sportelletto mezzo rotto, in un paio d’ore l’ho tolta e ho montato la nuova sigillando tutto bene con il silicone. Oggi invece ho comprato su ebay a prezzo stracciato un bel Navtex, indispensabile per avere la certezza di previsioni meteo in assenza di segnale Internet. Ho fatto del bene a lei, ma soprattutto ho fatto del bene a me, piccole azioni, grandi effetti.

Anno nuovo, rotta nuova

Doppiata la boa di fine 2012, è tempo di volgere la prua verso la crociera che sarà. Lo so, manca ancora un sacco di tempo, ma il tempo vola anziché navigare lentamente a vela, e Piazza Grande è avida di lavoretti da fare, strappetti da cucire, ritocchini da spennellare, modifichette da modificare.
Ho fatto un lista, divisa per categoria (riparazioni, migliorie, manutenzione), assegnando valori di priorità ed ipotizzando un costo minimo e massimo. Quando ho fatto il totale m’è venuto da piangere. Per fortuna era il totale dei costi minimi, le lacrime m’hanno annebbiato la vista mi e non ho visto il totale dei massimi; se l’avessi fatto mi sarebbe preso un colpo.
Comunque sia, farò tutte le cose cui ho dato priorità assoluta, ovvero tutto ciò che concerne la sicurezza della navigazione, il resto sarà quel che sarà. Al lavoro!
Buon anno, buon vento.

La vera storia del pirata Long John Silver – Björn Larsson‎

Il romanzo di un romanzo, la biografia di un personaggio inventato dalla penna di Stevenson e reso affascinante dalla prosa eccellente di Larsson. Il vecchio pirata che sceglie di narrarsi, raccontare la sua esistenza turbolenta, le sue scelte esistenziali, a volte frutto di eventi casuali, altre percorso logico di un carattere indomabile. Le vicende di un uomo ma anche di un’epoca, un racconto storico ed un eccellente saggio sulla marineria antica. Ci sono la gamba di legno ed il pappagallo parlante, ma sono le uniche concessioni all’iconografia stereotipata del pirata (a proposito, lo stereotipo è proprio dal Long John Silver dell’Isola del tesoro che è nato), per il resto c’è una narrazione avvincente, fatta di descrizioni accurate e dialoghi molti acuti.

La scelta di Reuven – Chaim Potok

E’ il quarto libro di Potok che leggo, probabilmente non meno bello degli altri che mi avevano fatto gridare al capolavoro, ma sostanzialmente a quelli uguale nello stile e nel contenuto. La storia è più o meno la stessa: un giovane brillante e dotato di intelligenza fuori del comune, incline al dubbio piuttosto che al dogma e per questo osteggiato dai bigotti della propria religione, il quale si ritrova dinnanzi all’annosa scelta di soccombere o lottare per essere se stesso. M’è piaciuto, ma non m’ha avvinto, ad ogni pagina avevo l’impressione di averlo già letto. Fra l’altro, tutto questo discorrere di testi sacri e loro interpretazione, a me che considero bibbie, torah e corani vari un fastello di cazzate che ingannano e soggiogano l’umanità da qualche millennio, alla fine risulta pure un filino noioso. Per fortuna si parla anche parecchio di psicoterapia, argomento che trovo molto di più interessante della religione.
Leggetelo se non avete letto altro di Potok, anzi leggete assolutamente qualcosa di Potok perchè è sicuramente un grandissimo autore. Forse quello dei quattro che mi è piaciuto di più è In principio, non fatevi spaventare dalla mole, sono 6/700 pagine che scorrono via che è una bellezza.

Il danno – Josephine Hart

Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere. È la sopravvivenza che le rende tali, perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro.

Preso casualmente di seconda mano su una bancarella, su consiglio di un amico, in cambio di  un euro e poi rimasto a giacere nella piletta dei libri da leggere per parecchi mesi.

Bello, decisamente bello. E’ la storia di una passione più che travolgente, devastante, come solo certe passioni amorose riescono ad essere. Chi ne ha vissuta una sa cosa vuol dire.

Ben scritto, offre riflessioni interessanti e altre ne induce. Un romanzo che prende allo stomaco, come la passione, appunto.

Cattedrale – Raymond Carver

Carver è fantastico e ve lo dice uno che non ama molto i racconti. Fantastica è la sua capacità di fissare su carta istantanee di vita quotidiana della provincia americana, quella che si arrabbatta per vivere, che non ha soldi nè cultura, nè una vita in qualche modo interessante. I suoi personaggi sono l’antitesi dell’american dream, sono il dolore del fallimento, a volte senza nemmeno la consapevolezza dello squallore che ne consegue. Non si venga a menarla sullo stile: qualunque ricercatezza linguistica striderebbe terribilmente con l’ambientazione dei suoi racconti, qualunque artificio letterario ne eleverebbe indebitamente i protagonisti dall’ordinarietà delle loro esistenze quotidiane a qualcosa che essi stessi non sono riusciti ad essere. Carver fotografa, non giudica, non fa introspezione nè analisi sociologica, almeno non apertamente. Ma questo suo apparente tacere dice molto di più di quanto molte penne illustri di là dell’Atlantico si sforzano vanamente di dire. Carver cattura l’attenzione del lettore senza mettere in scena eroi, veri o fasulli che siano, ci parla piuttosto di noi, di ciò che siamo o avremmo potuto essere se qualcosa non fosse andata per il verso giusto. Leggetelo se volete capire, se volete capirvi.

La casa sopra i portici – Carlo Verdone

Non so come sia entrato in casa, non l’avrei mai comprato, ma quando l’ho visto, ho iniziato a sfogliarlo ed è finita che me lo sono letto tutto. Innanzitutto onore all’onestà di Verdone che ha dichiarato in TV che lui ha raccontato ed un ghost writer ha messo su carta. Onore pure al ghost writer, Fabio Maiello, che ha reso tutto con prosa semplice e gradevole. E’ una sorta di autobiografia che ruota attorno ad un bellissimo appartamento di Lungotevere, di un palazzo che avete potuto ammirare in tutti i TG di un paio di giorni fa mentre faceva da sfondo alle manganellate che un poliziotto dava in faccia ad un manifestante già immobilizzato. Mi viene in mente il bellissimo film di Scola, La famiglia, fatte ovviamente le debite proporzioni sul valore culturale dell’opera.

Il libro trasuda di romanità perduta. Dico perduta perchè è la romanità di una famiglia borghese, una romanità che non esiste più, soppiantata dal macchiettismo coatto alimentato da certi modelli televisivi. Ci sono atmosfere cittadine che ricordo molto bene, un’umanità scanzonata e sorniona ma raramente maleducata, al contrario di oggi dove l’arroganza è il leit motiv che si respira a pieni polmoni nelle strade. C’è il rammarico di Verdone per questa irrimediabile perdita, rammarico che è da tempo anche il mio.

Recentemente sono stato a Palermo, Napoli e Mantova, tre bellissime città cui ho invidiato soprattutto il fatto che fossero abitate da palermitani, napoletani e mantovani, che le botteghe fossero quelle che servono alla vita quotidiana di chi ci vive, che ci fossero il fornaio, il barbiere, la ferramenta, e non una sfilza interminabile di bar e ristoranti ad uso e consumo di visitatori del weekend in arrivo dalla cintura suburbana e turisti occasionali.

Roma è morta, sopravvivono i suoi palazzi e la sua impareggiabile bellezza architettonica, per quanto vituperata dall’incuria e dal saccheggio, fisico e morale. Ma non è più una città, non sono più i romani i suoi abitanti. Ai pochi rimasti, per lo più anziani, restano i ricordi ed il dolore che dà una perdità identitaria così profonda.

Le correzioni – Jonathan Franzen

Se fosse un audiovisivo sarebbe un TG1 delle 20, preoccupato di non guastare l’appetito dello spettatore anche quando la notizia è una strage orribile in un mercato mediorientale. E’ un romanzo, invece, che ci dice che moriremo tutti, molti di noi devastati dall’alzheimer o affogati nelle proprie ed incontrollate emissioni corporali; è una dolorosissima realtà, cui noi non credenti non possiamo opporre neanche l’illusoria consolazione dell’infinito. Eppure per Franzen il dramma umano, l’inguaribile malattia epilogo dell’esistenza, va edulcorato, come si conviene fra persone per bene.

Spettacolarizzazione americana della cultura, l’ha definita qualcuno e in questo mi trovo perfettamente d’accordo. Viva Roth, che ti sbatte in faccia la devastazione cui porta il cancro ad un qualche organo vitale, così senza mezzi termini, senza condirla con venature di umorismo che vogliono stemperare ciò che non può, e forse neanche deve, essere stemperato.

Il libro parte molto bene, ma si perde dopo un paio di centinaia di pagine. I lunghi capitoli centrali sono piuttosto noiosi e densi di dialoghi il cui spessore non soddisfa la pretesa di dire più di ciò che le parole stesse che si scambiano gli interlocutori riescono a dire. Si divaga spesso, a volte in modo funzionale alla narrazione, altre decisamente no. Nel finale, all’ultimo capitolo di circa 100 pagine, si riprende, ma divenendo altresì un po’ scontato, teminando là dove fin dall’inizio si capiva volesse andare a parare. Dove sono i colpi di scena di cui qualcuno ha detto?

Un romanzo mediocre nel complesso, sia stilisticamente che per il contenuto. E visto che si dice che questo sia il migliore di Franzen, mi sa che il mio rapporto con l’autore si conclude qui. I Lambert, recita la quarta di copertina, siamo noi. Magari, dico io! Magari le tensioni familiari cui ho assistito in famiglie normalissime, fossero tutte là. O sono il solo a non vivere in un condominio del Mulino Bianco?

Saggio sulla lucidità – José Saramago

Tanto m’ha appassionato, intrigato, emozionato, colpito Cecità, quanto m’ha annoiato Saggio sulla lucidità, al punto di decidere di mollarlo a due terzi circa. Il primo è una spietata analisi dell’animo umano attraverso il resoconto di fatti realisticamente possibili, il secondo un’indagine sul lato oscuro del potere, basato su una premessa realistica ma sviluppato su una serie di fatti che più che alla fantapolitica attengono, quasi, al fantastico. Lo stile è lo stesso, quel serrato periodare che quasi fa strabuzzare gli occhi tanto è fitto. Ma se in Cecità ad alleggerire la lettura ci pensano gli avvenimenti, serrati non meno dello stile, in Saggio, dove spesso devono scorrere parecchie pagine perché accada qualcosa di concreto, tutto diventa più pesante da seguire. I fatti stessi, inoltre, mi sono apparsi a volte scontati e prevedibili, laddove possono essere riferiti analogicamente a situazioni golpistiche degli ultimi decenni, o poco verosimili quando frutto genuino della fantasia dell’autore.
Insomma, per non tirarla troppo per le lunghe: se leggere Cecità è quasi un dovere per ogni essere pensante, a non leggere questo non si commette di sicuro un peccato.

Una voce di notte – Andrea Camilleri

Una volta li ho contati, erano più di 40, tutti messi in fila, uno appresso all’altro su un ripiano della mia libreria. Sto parlando dei libri di Camilleri che ho comprato e letto (e adorato) negli ultimi 20 anni. Ultimamente m’ero un po’ stancato e da un annetto non lo leggevo più. Poi l’altro giorno mentre ero da Feltrinelli per comprare un libro che mi aveva chiesto mia figlia, l’ho visto, e mi sono detto: è un “Montalbano“, è sempre piacevole; e l’ho porto alla cassiera per metterlo in busta.

Prima nota stonata: il prezzo, 14 euro, mi è parso eccessivo. Fino a poco tempo fa costavano 10, siamo al 40% in più, non è poco. D’accordo, quello dell’editoria è un mercato come tutti gli altri (ma anche no, ma qui si aprirebbe una voragine discorsiva), ma soprattutto in tempi di crisi, certi aumenti hanno un forte sentore speculativo. Come quelli dei petrolieri o delle compagnie assicurative, inutile inveire contro quest’ultimi allora, è la legge della domanda e dell’offerta, ciascuno la applica come può, per tutti gli altri l’intramontabile Legge del Menga.

Seconda cosa che mi ha subito colpito: il linguaggio. Dall’italiano frammisto a termini siciliani o siculamente distorti, Camilleri è passato al puro dialetto, anche per la voce narrante, dove non sarebbe strumento di definizione di un personaggio (Catarella, tanto per dire, parla giustamente come Catarella), quindi non indispensabile. Camilleri stesso, in un intervista in TV, ha dichiarato che il suo siciliano non esiste, è piuttosto una sorta di trasposizione letteraria di ciò che è il dialetto siciliano nell’immaginario dei non siciliani. Questa scelta, però, intralcia la lettura, vuoi perché si moltiplicano i termini di significato sconosciuto (e lo dice uno che ha passato le estati della propria infanzia in Sicilia), vuoi perché i dialetti in genere sono di difficile trascrivibilità per i loro fonemi spesso biascicati. Si pensi alla “c” romanesca, spesso trascritta “sc“, in realtà intrascrivibile. Insomma, il passo della lettura inciampa inevitabilmente, sottraendo conseguentemente fluidità alla lettura.

Ciò premesso, il racconto si sviluppa sul plot solito, la griglia è sempre la stessa, gli eventi si susseguono secondo uno schema arcinoto a chi è avvezzo alla lettura di Montalbano. Anche le gag sono le solite: le sciarriatine con Livia, i pizzini didascalici di Fazio, il cinismo del dottor Pasquano, le papere di Catarella e via discorrendo. Il punto è che in tutto questo contesto pare mancare la sostanza. I guizzi di genialità che contraddistinguono molti dei libri dei Camilleri, “Privo di titolo” tanto per citarne uno, proprio non ci sono. Resta solo un cliché già noto che finisce per far diventare Montalbano & company una caricatura di loro stessi e l’autore un epigono di ciò che fu. Solo verso il finale le vicende assumono un po’ di vigore, colorando una trama che per molte pagine è stata piuttosto scialba, anche se attraverso il solito coinvolgimento della politica più alta, lasciato intravedere nelle prime pagine; fatto, anche questo, già visto molte volte sugli stessi schermi.

Tutto questo pensavo durante la lettura, che è comunque scorsa rapida nelle ultime 24 ore, fra una seduta mattutina in vasca da bagno ed un paio di viaggi in metro; poi invece, arrivato all’ultima pagina, leggo una nota che avverte che si tratta di un libro scritto anni prima e non pubblicato. Effettivamente alcuni dei riferimenti, per nulla velati, alla situazione politica italiana si rifanno ad avvenimenti non recentissimi. Ma davvero è uno scritto ripescato dal fondo di un cassetto di casa Sellerio? A pensar male si fa peccato, però… La nota spiega che si tratta di “misteriose alchimie editoriali“, forse è solo un libro meno riuscito di altri tenuto in serbo per i momenti di stanca. D’altra parte da tempo c’è chi insinua che ci siano diverse penne dietro la medesima firma, dietro una produzione così intensa; io mi associo alla schiera dei dubbiosi. Dubbioso anche, e molto, di comprare il prossimo che pubblicherà. Come dite? Ne è uscito un altro proprio stamattina? Naaaaaa!