Autore: Luciano Piazza
Anno nuovo, rotta nuova
La vera storia del pirata Long John Silver – Björn Larsson
La scelta di Reuven – Chaim Potok
Leggetelo se non avete letto altro di Potok, anzi leggete assolutamente qualcosa di Potok perchè è sicuramente un grandissimo autore. Forse quello dei quattro che mi è piaciuto di più è In principio, non fatevi spaventare dalla mole, sono 6/700 pagine che scorrono via che è una bellezza.
Il danno – Josephine Hart

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Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere. È la sopravvivenza che le rende tali, perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro.“
Preso casualmente di seconda mano su una bancarella, su consiglio di un amico, in cambio di un euro e poi rimasto a giacere nella piletta dei libri da leggere per parecchi mesi.
Bello, decisamente bello. E’ la storia di una passione più che travolgente, devastante, come solo certe passioni amorose riescono ad essere. Chi ne ha vissuta una sa cosa vuol dire.
Ben scritto, offre riflessioni interessanti e altre ne induce. Un romanzo che prende allo stomaco, come la passione, appunto.
Cattedrale – Raymond Carver
La casa sopra i portici – Carlo Verdone
Il libro trasuda di romanità perduta. Dico perduta perchè è la romanità di una famiglia borghese, una romanità che non esiste più, soppiantata dal macchiettismo coatto alimentato da certi modelli televisivi. Ci sono atmosfere cittadine che ricordo molto bene, un’umanità scanzonata e sorniona ma raramente maleducata, al contrario di oggi dove l’arroganza è il leit motiv che si respira a pieni polmoni nelle strade. C’è il rammarico di Verdone per questa irrimediabile perdita, rammarico che è da tempo anche il mio.
Recentemente sono stato a Palermo, Napoli e Mantova, tre bellissime città cui ho invidiato soprattutto il fatto che fossero abitate da palermitani, napoletani e mantovani, che le botteghe fossero quelle che servono alla vita quotidiana di chi ci vive, che ci fossero il fornaio, il barbiere, la ferramenta, e non una sfilza interminabile di bar e ristoranti ad uso e consumo di visitatori del weekend in arrivo dalla cintura suburbana e turisti occasionali.
Roma è morta, sopravvivono i suoi palazzi e la sua impareggiabile bellezza architettonica, per quanto vituperata dall’incuria e dal saccheggio, fisico e morale. Ma non è più una città, non sono più i romani i suoi abitanti. Ai pochi rimasti, per lo più anziani, restano i ricordi ed il dolore che dà una perdità identitaria così profonda.
Le correzioni – Jonathan Franzen
Spettacolarizzazione americana della cultura, l’ha definita qualcuno e in questo mi trovo perfettamente d’accordo. Viva Roth, che ti sbatte in faccia la devastazione cui porta il cancro ad un qualche organo vitale, così senza mezzi termini, senza condirla con venature di umorismo che vogliono stemperare ciò che non può, e forse neanche deve, essere stemperato.
Il libro parte molto bene, ma si perde dopo un paio di centinaia di pagine. I lunghi capitoli centrali sono piuttosto noiosi e densi di dialoghi il cui spessore non soddisfa la pretesa di dire più di ciò che le parole stesse che si scambiano gli interlocutori riescono a dire. Si divaga spesso, a volte in modo funzionale alla narrazione, altre decisamente no. Nel finale, all’ultimo capitolo di circa 100 pagine, si riprende, ma divenendo altresì un po’ scontato, teminando là dove fin dall’inizio si capiva volesse andare a parare. Dove sono i colpi di scena di cui qualcuno ha detto?
Un romanzo mediocre nel complesso, sia stilisticamente che per il contenuto. E visto che si dice che questo sia il migliore di Franzen, mi sa che il mio rapporto con l’autore si conclude qui. I Lambert, recita la quarta di copertina, siamo noi. Magari, dico io! Magari le tensioni familiari cui ho assistito in famiglie normalissime, fossero tutte là. O sono il solo a non vivere in un condominio del Mulino Bianco?
Saggio sulla lucidità – José Saramago
Insomma, per non tirarla troppo per le lunghe: se leggere Cecità è quasi un dovere per ogni essere pensante, a non leggere questo non si commette di sicuro un peccato.
Una voce di notte – Andrea Camilleri
Prima nota stonata: il prezzo, 14 euro, mi è parso eccessivo. Fino a poco tempo fa costavano 10, siamo al 40% in più, non è poco. D’accordo, quello dell’editoria è un mercato come tutti gli altri (ma anche no, ma qui si aprirebbe una voragine discorsiva), ma soprattutto in tempi di crisi, certi aumenti hanno un forte sentore speculativo. Come quelli dei petrolieri o delle compagnie assicurative, inutile inveire contro quest’ultimi allora, è la legge della domanda e dell’offerta, ciascuno la applica come può, per tutti gli altri l’intramontabile Legge del Menga.
Seconda cosa che mi ha subito colpito: il linguaggio. Dall’italiano frammisto a termini siciliani o siculamente distorti, Camilleri è passato al puro dialetto, anche per la voce narrante, dove non sarebbe strumento di definizione di un personaggio (Catarella, tanto per dire, parla giustamente come Catarella), quindi non indispensabile. Camilleri stesso, in un intervista in TV, ha dichiarato che il suo siciliano non esiste, è piuttosto una sorta di trasposizione letteraria di ciò che è il dialetto siciliano nell’immaginario dei non siciliani. Questa scelta, però, intralcia la lettura, vuoi perché si moltiplicano i termini di significato sconosciuto (e lo dice uno che ha passato le estati della propria infanzia in Sicilia), vuoi perché i dialetti in genere sono di difficile trascrivibilità per i loro fonemi spesso biascicati. Si pensi alla “c” romanesca, spesso trascritta “sc“, in realtà intrascrivibile. Insomma, il passo della lettura inciampa inevitabilmente, sottraendo conseguentemente fluidità alla lettura.
Ciò premesso, il racconto si sviluppa sul plot solito, la griglia è sempre la stessa, gli eventi si susseguono secondo uno schema arcinoto a chi è avvezzo alla lettura di Montalbano. Anche le gag sono le solite: le sciarriatine con Livia, i pizzini didascalici di Fazio, il cinismo del dottor Pasquano, le papere di Catarella e via discorrendo. Il punto è che in tutto questo contesto pare mancare la sostanza. I guizzi di genialità che contraddistinguono molti dei libri dei Camilleri, “Privo di titolo” tanto per citarne uno, proprio non ci sono. Resta solo un cliché già noto che finisce per far diventare Montalbano & company una caricatura di loro stessi e l’autore un epigono di ciò che fu. Solo verso il finale le vicende assumono un po’ di vigore, colorando una trama che per molte pagine è stata piuttosto scialba, anche se attraverso il solito coinvolgimento della politica più alta, lasciato intravedere nelle prime pagine; fatto, anche questo, già visto molte volte sugli stessi schermi.
Tutto questo pensavo durante la lettura, che è comunque scorsa rapida nelle ultime 24 ore, fra una seduta mattutina in vasca da bagno ed un paio di viaggi in metro; poi invece, arrivato all’ultima pagina, leggo una nota che avverte che si tratta di un libro scritto anni prima e non pubblicato. Effettivamente alcuni dei riferimenti, per nulla velati, alla situazione politica italiana si rifanno ad avvenimenti non recentissimi. Ma davvero è uno scritto ripescato dal fondo di un cassetto di casa Sellerio? A pensar male si fa peccato, però… La nota spiega che si tratta di “misteriose alchimie editoriali“, forse è solo un libro meno riuscito di altri tenuto in serbo per i momenti di stanca. D’altra parte da tempo c’è chi insinua che ci siano diverse penne dietro la medesima firma, dietro una produzione così intensa; io mi associo alla schiera dei dubbiosi. Dubbioso anche, e molto, di comprare il prossimo che pubblicherà. Come dite? Ne è uscito un altro proprio stamattina? Naaaaaa!








