Lettera al padre – Franz Kafka

Veramente un gioiello, che si fa apprezzare per l’eccellente capacità introspettiva di Kafka (non che non fosse cosa nota!), per come pagina dopo pagina viene scandagliato fin nei minimi particolari il suo rapporto col padre e le psicodinamiche familiari che ne derivavano nel quotidiano menage domestico. Un libro di analisi ed autoanalisi, una trasposizione letteraria (o semplicemente e privatamente epistolare) dell’opera di Freud, un affresco personalissimo e al tempo stesso così universale, dentro il quale ciascuno di noi può intravedere elementi della propria infanzia o genitorialità. Mentre lo leggevo mi sono chiesto se lo stessi sfogliando come figlio o come padre, probabilmente come entrambe le cose, dentro ci ho rivisto, per quanto esasperate, diverse situazioni che ho vissuto nei due ruoli.

Mi ha inoltre aiutato a comprendere meglio sia La metamorfosi, letta in adolescenza, che Il processo, letto invece in età adulta, a capire come sia l’insetto orribile che la persecuzione apparentemente inspiegabile siano probabilmente e semplicemente la vita privata ed interiore dell’autore piuttosto che metafore esistenziali rappresentative dell’uomo moderno e del suo senso di inadeguatezza. Ma nel momento in cui tutto ciò ci viene mostrato nella sua nudità, e ciò avviene grazie alla grandezza della mente e della penna di Kafka, esso diviene anche nostro e per tanto in qualche modo universalizzato e tutt’ora attuale.

Decisamente da non perdere!

Shopping editoriale

Da sinistra a destra:

1) Novembre alle porte, Chaim Potok
Non ha bisogno di presentazioni, preso perchè spesso mi sento coccolato leggendo Potok. Servirà per le lunghe navigazioni, o per le notti in rada.

2) Mi chiamavano montanaro, Alex Bellini
L’ho sfogliato, puzza di ghost writer, ma il tizio mi sta simpatico per la sua caparbietà e poi la sua impresa, folle ma vera, rende il viaggio che sto per compiere molto ordinario, quindi rilassante.

3) P’aca y p’alla, Francesca Carignani.
E’ il nome della barca con cui Francesca va a zonzo per l’Egeo, il libro me l’ha dato lei, m’ha pure dato un po’ di dritte per la rotta, io in cambio le insegno la differenza fra il teflon e i taglieri Ikea.

4) Il mare di Icaro, Goran Schildt.
L’autore è un architetto finlandese che dalla fine degli anni ’40 ha navigato tutte le estati in Mediterraneo con la sua barca a vela. Di lui ho letto Vent’anni di Mediterraneo, uno splendido affresco su un mondo fatto di piccoli villaggi di pescatori divenuti poi negli anni centri vacanza strangolati dal turismo. M’è piaciuto talmente tanto che questo, appena pubblicato, l’ho preso ad occhi chiusi. Aprendolo mi sono accordo che parla di una navigazione verso Istanbul, perfetto quindi per me!

Remigio Zena

Remigio Zena è un giovane torinese cresciuto a Genova che insieme ad alcuni amici parte a bordo di Sfinge, una barca a vela di 12 metri, alla volta di Istanbul. Una meta inconsueta per un diportista dell’alto Tirreno, di solito li trovi a veleggiare fra l’arcipelago toscano e la Sardegna. Non si tratta del solito charter, la barca è di proprietà di uno di loro e a bordo ci sono anche alcuni velisti professionisti. Scendono lungo la Corsica, lo Stretto di Messina, poi Zacinto, il Peloponneso, i Dardanelli ed infine la meta, Costantinopoli. Già, Costantinopoli, non Istanbul, perchè questa bella navigazione, durata circa un mese, Remigio Zena l’ha fatta nel 1875, agli albori dello yachting, come si usava chiamarlo allora, e del tourismo, pardòn, turismo, come si usa chiamarlo oggi.

Ho comprato questo libro un paio di anni fa, quando già il tarlo di navigare fino al Bosforo mi rodeva dentro; preso e messo là, tra i tanti libri in attesa di essere letti. La lettura sorprende per la freschezza, lo stile molto informale, decisamente inconsueto per l’epoca, ed è anche molto interessante anche dal punto di vista del navigante: sebbene  Zena non sia un marinaio esperto, il suo resoconto delle giornate di bonaccia o di burrasca, l’elenco delle difficoltà e dei disagi patiti, le scelte di rotta effettuate, sono valide ancora oggi, 140 anni dopo. 140 anni, impressionante! La Turchia moderna di Ataturk era di là da venire, ben dieci lustri dopo, e il pascià ottomano regnava e si sollazzava nel suo harem, protetto dai giannizzeri nel suo palazzo bianco sulle rive del lato europeo della città.

140 anni dopo Remigio Zena, che in realtà si chiamava Gaspare Invrea ed assunse questo pseudonimo per questa ed altre sue pubblicazioni, eccomi qua, con una barca di dimensioni analoghe ma sicuramente attrezzata in modo più confortevole, pronto, o quasi, a salpare per la medesima destinazione. Porterò con me questo libro, ovviamente non solo questo, sicuro che ne sfoglierò di nuovo le pagine durante le settimane di navigazione. Troverò un mondo
diverso, ma il vento che gonfierà le mie vele sara lo stesso ed il mare, ne sono certo, mi riempirà come sempre il
cuore di gioia.

La vera storia del pirata Long John Silver – Björn Larsson‎

Il romanzo di un romanzo, la biografia di un personaggio inventato dalla penna di Stevenson e reso affascinante dalla prosa eccellente di Larsson. Il vecchio pirata che sceglie di narrarsi, raccontare la sua esistenza turbolenta, le sue scelte esistenziali, a volte frutto di eventi casuali, altre percorso logico di un carattere indomabile. Le vicende di un uomo ma anche di un’epoca, un racconto storico ed un eccellente saggio sulla marineria antica. Ci sono la gamba di legno ed il pappagallo parlante, ma sono le uniche concessioni all’iconografia stereotipata del pirata (a proposito, lo stereotipo è proprio dal Long John Silver dell’Isola del tesoro che è nato), per il resto c’è una narrazione avvincente, fatta di descrizioni accurate e dialoghi molti acuti.

La scelta di Reuven – Chaim Potok

E’ il quarto libro di Potok che leggo, probabilmente non meno bello degli altri che mi avevano fatto gridare al capolavoro, ma sostanzialmente a quelli uguale nello stile e nel contenuto. La storia è più o meno la stessa: un giovane brillante e dotato di intelligenza fuori del comune, incline al dubbio piuttosto che al dogma e per questo osteggiato dai bigotti della propria religione, il quale si ritrova dinnanzi all’annosa scelta di soccombere o lottare per essere se stesso. M’è piaciuto, ma non m’ha avvinto, ad ogni pagina avevo l’impressione di averlo già letto. Fra l’altro, tutto questo discorrere di testi sacri e loro interpretazione, a me che considero bibbie, torah e corani vari un fastello di cazzate che ingannano e soggiogano l’umanità da qualche millennio, alla fine risulta pure un filino noioso. Per fortuna si parla anche parecchio di psicoterapia, argomento che trovo molto di più interessante della religione.
Leggetelo se non avete letto altro di Potok, anzi leggete assolutamente qualcosa di Potok perchè è sicuramente un grandissimo autore. Forse quello dei quattro che mi è piaciuto di più è In principio, non fatevi spaventare dalla mole, sono 6/700 pagine che scorrono via che è una bellezza.

Il danno – Josephine Hart

Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere. È la sopravvivenza che le rende tali, perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro.

Preso casualmente di seconda mano su una bancarella, su consiglio di un amico, in cambio di  un euro e poi rimasto a giacere nella piletta dei libri da leggere per parecchi mesi.

Bello, decisamente bello. E’ la storia di una passione più che travolgente, devastante, come solo certe passioni amorose riescono ad essere. Chi ne ha vissuta una sa cosa vuol dire.

Ben scritto, offre riflessioni interessanti e altre ne induce. Un romanzo che prende allo stomaco, come la passione, appunto.

Cattedrale – Raymond Carver

Carver è fantastico e ve lo dice uno che non ama molto i racconti. Fantastica è la sua capacità di fissare su carta istantanee di vita quotidiana della provincia americana, quella che si arrabbatta per vivere, che non ha soldi nè cultura, nè una vita in qualche modo interessante. I suoi personaggi sono l’antitesi dell’american dream, sono il dolore del fallimento, a volte senza nemmeno la consapevolezza dello squallore che ne consegue. Non si venga a menarla sullo stile: qualunque ricercatezza linguistica striderebbe terribilmente con l’ambientazione dei suoi racconti, qualunque artificio letterario ne eleverebbe indebitamente i protagonisti dall’ordinarietà delle loro esistenze quotidiane a qualcosa che essi stessi non sono riusciti ad essere. Carver fotografa, non giudica, non fa introspezione nè analisi sociologica, almeno non apertamente. Ma questo suo apparente tacere dice molto di più di quanto molte penne illustri di là dell’Atlantico si sforzano vanamente di dire. Carver cattura l’attenzione del lettore senza mettere in scena eroi, veri o fasulli che siano, ci parla piuttosto di noi, di ciò che siamo o avremmo potuto essere se qualcosa non fosse andata per il verso giusto. Leggetelo se volete capire, se volete capirvi.

La casa sopra i portici – Carlo Verdone

Non so come sia entrato in casa, non l’avrei mai comprato, ma quando l’ho visto, ho iniziato a sfogliarlo ed è finita che me lo sono letto tutto. Innanzitutto onore all’onestà di Verdone che ha dichiarato in TV che lui ha raccontato ed un ghost writer ha messo su carta. Onore pure al ghost writer, Fabio Maiello, che ha reso tutto con prosa semplice e gradevole. E’ una sorta di autobiografia che ruota attorno ad un bellissimo appartamento di Lungotevere, di un palazzo che avete potuto ammirare in tutti i TG di un paio di giorni fa mentre faceva da sfondo alle manganellate che un poliziotto dava in faccia ad un manifestante già immobilizzato. Mi viene in mente il bellissimo film di Scola, La famiglia, fatte ovviamente le debite proporzioni sul valore culturale dell’opera.

Il libro trasuda di romanità perduta. Dico perduta perchè è la romanità di una famiglia borghese, una romanità che non esiste più, soppiantata dal macchiettismo coatto alimentato da certi modelli televisivi. Ci sono atmosfere cittadine che ricordo molto bene, un’umanità scanzonata e sorniona ma raramente maleducata, al contrario di oggi dove l’arroganza è il leit motiv che si respira a pieni polmoni nelle strade. C’è il rammarico di Verdone per questa irrimediabile perdita, rammarico che è da tempo anche il mio.

Recentemente sono stato a Palermo, Napoli e Mantova, tre bellissime città cui ho invidiato soprattutto il fatto che fossero abitate da palermitani, napoletani e mantovani, che le botteghe fossero quelle che servono alla vita quotidiana di chi ci vive, che ci fossero il fornaio, il barbiere, la ferramenta, e non una sfilza interminabile di bar e ristoranti ad uso e consumo di visitatori del weekend in arrivo dalla cintura suburbana e turisti occasionali.

Roma è morta, sopravvivono i suoi palazzi e la sua impareggiabile bellezza architettonica, per quanto vituperata dall’incuria e dal saccheggio, fisico e morale. Ma non è più una città, non sono più i romani i suoi abitanti. Ai pochi rimasti, per lo più anziani, restano i ricordi ed il dolore che dà una perdità identitaria così profonda.

Le correzioni – Jonathan Franzen

Se fosse un audiovisivo sarebbe un TG1 delle 20, preoccupato di non guastare l’appetito dello spettatore anche quando la notizia è una strage orribile in un mercato mediorientale. E’ un romanzo, invece, che ci dice che moriremo tutti, molti di noi devastati dall’alzheimer o affogati nelle proprie ed incontrollate emissioni corporali; è una dolorosissima realtà, cui noi non credenti non possiamo opporre neanche l’illusoria consolazione dell’infinito. Eppure per Franzen il dramma umano, l’inguaribile malattia epilogo dell’esistenza, va edulcorato, come si conviene fra persone per bene.

Spettacolarizzazione americana della cultura, l’ha definita qualcuno e in questo mi trovo perfettamente d’accordo. Viva Roth, che ti sbatte in faccia la devastazione cui porta il cancro ad un qualche organo vitale, così senza mezzi termini, senza condirla con venature di umorismo che vogliono stemperare ciò che non può, e forse neanche deve, essere stemperato.

Il libro parte molto bene, ma si perde dopo un paio di centinaia di pagine. I lunghi capitoli centrali sono piuttosto noiosi e densi di dialoghi il cui spessore non soddisfa la pretesa di dire più di ciò che le parole stesse che si scambiano gli interlocutori riescono a dire. Si divaga spesso, a volte in modo funzionale alla narrazione, altre decisamente no. Nel finale, all’ultimo capitolo di circa 100 pagine, si riprende, ma divenendo altresì un po’ scontato, teminando là dove fin dall’inizio si capiva volesse andare a parare. Dove sono i colpi di scena di cui qualcuno ha detto?

Un romanzo mediocre nel complesso, sia stilisticamente che per il contenuto. E visto che si dice che questo sia il migliore di Franzen, mi sa che il mio rapporto con l’autore si conclude qui. I Lambert, recita la quarta di copertina, siamo noi. Magari, dico io! Magari le tensioni familiari cui ho assistito in famiglie normalissime, fossero tutte là. O sono il solo a non vivere in un condominio del Mulino Bianco?