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La casa sopra i portici – Carlo Verdone
Il libro trasuda di romanità perduta. Dico perduta perchè è la romanità di una famiglia borghese, una romanità che non esiste più, soppiantata dal macchiettismo coatto alimentato da certi modelli televisivi. Ci sono atmosfere cittadine che ricordo molto bene, un’umanità scanzonata e sorniona ma raramente maleducata, al contrario di oggi dove l’arroganza è il leit motiv che si respira a pieni polmoni nelle strade. C’è il rammarico di Verdone per questa irrimediabile perdita, rammarico che è da tempo anche il mio.
Recentemente sono stato a Palermo, Napoli e Mantova, tre bellissime città cui ho invidiato soprattutto il fatto che fossero abitate da palermitani, napoletani e mantovani, che le botteghe fossero quelle che servono alla vita quotidiana di chi ci vive, che ci fossero il fornaio, il barbiere, la ferramenta, e non una sfilza interminabile di bar e ristoranti ad uso e consumo di visitatori del weekend in arrivo dalla cintura suburbana e turisti occasionali.
Roma è morta, sopravvivono i suoi palazzi e la sua impareggiabile bellezza architettonica, per quanto vituperata dall’incuria e dal saccheggio, fisico e morale. Ma non è più una città, non sono più i romani i suoi abitanti. Ai pochi rimasti, per lo più anziani, restano i ricordi ed il dolore che dà una perdità identitaria così profonda.
Le correzioni – Jonathan Franzen
Spettacolarizzazione americana della cultura, l’ha definita qualcuno e in questo mi trovo perfettamente d’accordo. Viva Roth, che ti sbatte in faccia la devastazione cui porta il cancro ad un qualche organo vitale, così senza mezzi termini, senza condirla con venature di umorismo che vogliono stemperare ciò che non può, e forse neanche deve, essere stemperato.
Il libro parte molto bene, ma si perde dopo un paio di centinaia di pagine. I lunghi capitoli centrali sono piuttosto noiosi e densi di dialoghi il cui spessore non soddisfa la pretesa di dire più di ciò che le parole stesse che si scambiano gli interlocutori riescono a dire. Si divaga spesso, a volte in modo funzionale alla narrazione, altre decisamente no. Nel finale, all’ultimo capitolo di circa 100 pagine, si riprende, ma divenendo altresì un po’ scontato, teminando là dove fin dall’inizio si capiva volesse andare a parare. Dove sono i colpi di scena di cui qualcuno ha detto?
Un romanzo mediocre nel complesso, sia stilisticamente che per il contenuto. E visto che si dice che questo sia il migliore di Franzen, mi sa che il mio rapporto con l’autore si conclude qui. I Lambert, recita la quarta di copertina, siamo noi. Magari, dico io! Magari le tensioni familiari cui ho assistito in famiglie normalissime, fossero tutte là. O sono il solo a non vivere in un condominio del Mulino Bianco?
Saggio sulla lucidità – José Saramago
Insomma, per non tirarla troppo per le lunghe: se leggere Cecità è quasi un dovere per ogni essere pensante, a non leggere questo non si commette di sicuro un peccato.
Una voce di notte – Andrea Camilleri
Prima nota stonata: il prezzo, 14 euro, mi è parso eccessivo. Fino a poco tempo fa costavano 10, siamo al 40% in più, non è poco. D’accordo, quello dell’editoria è un mercato come tutti gli altri (ma anche no, ma qui si aprirebbe una voragine discorsiva), ma soprattutto in tempi di crisi, certi aumenti hanno un forte sentore speculativo. Come quelli dei petrolieri o delle compagnie assicurative, inutile inveire contro quest’ultimi allora, è la legge della domanda e dell’offerta, ciascuno la applica come può, per tutti gli altri l’intramontabile Legge del Menga.
Seconda cosa che mi ha subito colpito: il linguaggio. Dall’italiano frammisto a termini siciliani o siculamente distorti, Camilleri è passato al puro dialetto, anche per la voce narrante, dove non sarebbe strumento di definizione di un personaggio (Catarella, tanto per dire, parla giustamente come Catarella), quindi non indispensabile. Camilleri stesso, in un intervista in TV, ha dichiarato che il suo siciliano non esiste, è piuttosto una sorta di trasposizione letteraria di ciò che è il dialetto siciliano nell’immaginario dei non siciliani. Questa scelta, però, intralcia la lettura, vuoi perché si moltiplicano i termini di significato sconosciuto (e lo dice uno che ha passato le estati della propria infanzia in Sicilia), vuoi perché i dialetti in genere sono di difficile trascrivibilità per i loro fonemi spesso biascicati. Si pensi alla “c” romanesca, spesso trascritta “sc“, in realtà intrascrivibile. Insomma, il passo della lettura inciampa inevitabilmente, sottraendo conseguentemente fluidità alla lettura.
Ciò premesso, il racconto si sviluppa sul plot solito, la griglia è sempre la stessa, gli eventi si susseguono secondo uno schema arcinoto a chi è avvezzo alla lettura di Montalbano. Anche le gag sono le solite: le sciarriatine con Livia, i pizzini didascalici di Fazio, il cinismo del dottor Pasquano, le papere di Catarella e via discorrendo. Il punto è che in tutto questo contesto pare mancare la sostanza. I guizzi di genialità che contraddistinguono molti dei libri dei Camilleri, “Privo di titolo” tanto per citarne uno, proprio non ci sono. Resta solo un cliché già noto che finisce per far diventare Montalbano & company una caricatura di loro stessi e l’autore un epigono di ciò che fu. Solo verso il finale le vicende assumono un po’ di vigore, colorando una trama che per molte pagine è stata piuttosto scialba, anche se attraverso il solito coinvolgimento della politica più alta, lasciato intravedere nelle prime pagine; fatto, anche questo, già visto molte volte sugli stessi schermi.
Tutto questo pensavo durante la lettura, che è comunque scorsa rapida nelle ultime 24 ore, fra una seduta mattutina in vasca da bagno ed un paio di viaggi in metro; poi invece, arrivato all’ultima pagina, leggo una nota che avverte che si tratta di un libro scritto anni prima e non pubblicato. Effettivamente alcuni dei riferimenti, per nulla velati, alla situazione politica italiana si rifanno ad avvenimenti non recentissimi. Ma davvero è uno scritto ripescato dal fondo di un cassetto di casa Sellerio? A pensar male si fa peccato, però… La nota spiega che si tratta di “misteriose alchimie editoriali“, forse è solo un libro meno riuscito di altri tenuto in serbo per i momenti di stanca. D’altra parte da tempo c’è chi insinua che ci siano diverse penne dietro la medesima firma, dietro una produzione così intensa; io mi associo alla schiera dei dubbiosi. Dubbioso anche, e molto, di comprare il prossimo che pubblicherà. Come dite? Ne è uscito un altro proprio stamattina? Naaaaaa!
Tre camere a Manhattan – George Simenon
In principio – Chaim Potok
Sullo sfondo delle vicende storiche americane ed europee degli anni ’20 e ’30 (la grande depressione, l’avvento del nazismo, la guerra), l’infanzia e l’adolescenza di David Lurie, un bambino ebreo straordinariamente dotato nell’intelletto ma sfortunato nel fisico a causa di una caduta da neonato, e la sua crescita spirituale e morale scevra, per sua autonoma scelta, di condizionamenti religiosi.
Come ne Il dono di Asher Lev, anche stavolta il protagonista è una persona profondamente religiosa che però non affronta la fede con passività ma si pone domande e cerca delle risposte, sfidando suo malgrado la gretta ottusità degli ortodossi preoccupati solo di gareggiare fra loro sul campo dell’iperfideismo. La religione, quindi, vista come punto di partenza per aprirsi al mondo e non per rifiutarlo e chiudersi in se stessi o nel proprio microcosmo culturale.
600 pagine che non annoiano mai, non perché stupiscano con continui colpi di scena, ma perché l’indole naturale dell’autore per la narrazione le riempono di ritmo e sostanza in modo pressoché perfetto e quando c’è sostanza gli effetti speciali diventano inutili, ridondanti. Un libro pieno di cultura e sapienza antiche di millenni, che non vuole insegnare, eppure lo fa, lontano anni luce dalla filosofia spicciola formato sms dei vari Coelho, Volo, Murakami, ecc. Potok non era un guru nè aspirava ad esserlo, evidentemente. Un libro che riesce a trasmettere serenità malgrado narri di tragedie immani ed epocali come la shoah o la crisi economica degli anni ’30. Un libro di quelli che ti rapiscono, che per giorni ti fanno vivere nella loro realtà, illustrandotela pazientemente, e che sanno trasportarti in tempi e spazi lontani senza farti sentire un estraneo.
Uno sprono continuo ad usare la propria testa per pensare, a non accettare pedissequamente qualunque cosa arrivi da un pur autorevole pulpito. Un’esortazione a reagire alle avversità e combatterle, ma senza per questo ostinarsi quando queste dovessero essere soverchianti. La ricerca della verità come punto irrinunciabile della propria esistenza, il rifiuto della Verità e di coloro che ritengono di averla in tasca. La memoria di ciò che si è stati come punto di partenza verso ciò che si vuole essere. Lo smettere di odiare senza per questo precipitare in melensi e fasulli amori universali.
Inevitabile il confronto con Philip Roth, troppi gli elementi in comune: entrambi ebrei neworkesi, fra loro contemporanei, entrambi formidabili narratori. Ma dove Roth con il suo nichilismo sembra chiudere ogni porta alla speranza, Potok al contrario lascia sempre intravedere la salvezza, se non per l’individuo, per l’umanità. I suoi personaggi mantengono sempre la loro dignità ed i loro principi, anche nel dolore, senza precipitare nell’edonismo quale risposta alle domande sul senso della vita. Diversi anche nello stile: colto e travolgente come un fiume in piena Roth, pacato e mai ricercato Potok.
Una piccola nota sul prezzo di copertina: 11 euro, quanto un centinaio di pagine di autori più alla moda o classici i cui diritti sono scaduti da secoli. Questo per dire che certi discorsi sul costo dei libri sono bugie degli editori. E’ il libero mercato, la legge della domanda e dell’offerta, che male c’è a dirlo chiaramente?
Di questo, come dell’altro libro di Potok che ho letto, fatico a parlare tanto me ne sento pieno. Mi sento emozionato, stordito, positivamente sconvolto. Sconvolto ed innamorato. Di un barbuto rabbino newyorkese; io, anticlericale fino al midollo, chi l’avrebbe detto!
Paura di volare – Erica Jong
Un poutpurrì di tutto ciò che ai suoi tempi era cultura o tale era più o meno debitamente considerato. Il tutto preso di striscio, citato a raffica con finta nonchalance, in quantità tale che a voler fare l’indice dei nomi ne verrebbe a sua volta fuori un libro. A rendere il tutto più siocco ha pensato l’editore italiano: nella quarta di copertina, a carattere grassettato è scritto: Una donna che parla di sesso come un uomo. ‘Azz, diranno subito i miei piccoli lettori!
Poi però a sfogliarlo si incappa continuamente in perle di questo genere:
– “… incontrare un uomo bello, aitante, potente e ricco che potesse riempirmi ogni buco“;
– “La sua lingua mi stava facendo impazzire la figa“;
– “Mi innamorai di Bennet perchè aveva le palle più pulite che avessi mai assaggiato“;
– “… fare i nostri bisogni accovacciati per terra con l’erba che ci faceva il solletico e le mosche che ronzavano orrendamente attorno al buco del culo per posarsi sugli stronzi freschi“.
Gli uomini parlano in questo modo? Solo in caserma ricordo di aver sentito persone esprimersi così ripetutamente in questo modo, ma solo fino al grado di caporalmaggiore, al massimo sergente. E una donna si affranca da qualcosa, secondo l’autrice, esprimendosi in questo modo? E non sono certo uno che si scandalizza facilmente per il linguaggio.
Che poi, di sesso vero e proprio ce n’è poco e niente, il turpiloquio è limitato ai ragionamenti della protagonista, ma non come catarsi di espressività repressa, a me è sembrato semplicemente un modo sempliciotto di attirare l’attenzione, proprio come certi personaggi televisivi di oggi.
Non mi sorprende che sia stato un best seller, la formula è sempre quella, da decenni non cambia, uno schema che basta applicarlo per farlo funzionare. La letteratura è altro, per fortuna.
America oggi – Raymond Carver
Non è uno Spoon river, non c’è la condanna della società, quali che ne possano essere le motivazioni, c’è solo rappresentazione di un’America minore che null’altro ha da offrire alla penna dello scrittore se non la propria ordinarietà. Volendo fare un piccolo paragone, mi vengono i mente i Racconti romani di Moravia; letti che avevo 12 anni, rimasi catturato proprio dalla quotidianeità delle storie, mi sembrava incredibile leggere su un libro di uno scrittore importante personaggi e situazioni della mia infanzia, della Roma di allora.
Lo stile è semplice ma non banale e non mancano guizzi geniali tipo: “Fai quello che ti ha detto la mamma, era solo un cadavere, tutto là“. Una frase che racchiude un mondo, descrivendolo senza fronzoli ma in modo perfetto. Del resto, ne ha ricavato un film Robert Altman, mica bau bau micio micio!
Cecità – José Saramago
Fiiuuuuuu… ed io che temevo fosse diventato improvvisamente cieco!
Scampato il pericolo del mal bianco, proseguo verso casa guardingo; parcheggio, entro nel portone, incrocio la portinaia con alcuni vicini, li osservo chiacchierare amabilmente, ma dentro di me una sola, unica, imperscrutabile immagine: loro ricoperti di feci che lottano nel fango per contendersi un pezzo di pane ammuffito che pagheranno con brandelli residui di dignità umana.









