Gibilterra, sei giorni di navigazione d'un fiato


L’alba è ancora di là da venire mentre Piazza Grande avanza lenta nella notte in un’atmosfera sinistra, resa spettrale dalla fitta nebbia e dal suono cupo delle sirene delle tante navi che navigano in tutte le direzioni nei pressi di Gibilterra. Ne avvertiamo l’inquetante presenza, ma la nebbia ci rende ciechi e non riusciamo a scorgerne neanche una, siamo come insetti circondati da invisibili giganti che potrebbero schiacciarli in un istante. Ci aiuta l’AIS che visualizza sullo schermo del computer il traffico marittimo attorno a noi, ma il timore è sempre che ci siano in giro unità senza transpoder e perciò invisibili allo strumento.


Siamo in mare da 6 giorni, partiti una mattina da Minorca, senza un piano di navigazione preciso, col solo intento di andare verso ovest finchè ci va, siamo stanchi anche se la tensione dovuta alla situazione ci tiene svegli. Afferro il VHF e chiamo una petroliera che da più di un’ora ci tallona a neanche 2 miglia per sincerarmi che il loro radar ci abbia visti; non si sa mai, Piazza Grande è piccolina, mi rispondono affermativamente, mi tranquillizzo un attimo ma dura poco, nuove sirene echeggiano nel buio, l’attenzione richiesta è comunque massima. Quando sorge il sole ci illudiamo solo un attimo che la nebbia vada diradandosi rapidamente, in realtà i banchi si muovono in tutte le direzioni, a volte sembra scoprirsi la visuale a dritta altre a sinistra ma sostanzialmente non cambia nulla, se non il fatto che siamo quasi a destinazione, anche se a dircelo è il GPS; la rocca, la mitica rocca che segna il passaggio tra il Mar Mediterraneo e l’Atlantico, le Colonne d’Ercole che intimorivano i naviganti dell’antichità, è ancora invisibile a noi. Poi d’un tratto, a poche miglia dal faro di Punta Europa, ecco che la montagna si staglia maestosa verso l’alto rivelando appena la sua incombente presenza fra la foschia, ma è là, la vediamo, la qual cosa ci da serenità e anche un pizzico d’orgoglio per esserci arrivati navigando a vela, per oltre 1000 miglia, in circa 20 giorni dalla partenza da Marsala.

A Gibilterra c’è una nebbia che non si vede!

Passare d’un fiato dalle Baleari a Gibilterra non significa soltanto fare un salto spazio-temporale notevole ma anche passare da un posto dall’atmosfera vacanziera ed un luogo simbolico per i naviganti, porta sul mondo per noi mediterranei spesso intimoriti dal varcarne la soglia quanto un marinaio lacustre di solcare il mare. Essere nati sulle sponde del Mare Nostrum, culla della civiltà, ha indubbi vantaggi nella formazione di un individuo, ma inocula altresì l’immotivato pensiero che prima di andare oltre, di passare le Colonne, si debba avere un’adeguata esperienza e formazione nelle acque domestiche mentre per chi viceversa nasce sugli oceani il mare di casa ha già il sapore dell’infinito. Già, l’infinito, chi passa qui l’infinito l’ha già affrontato o è pronto a farlo, lo dicono anche le barche ormeggiate nei 3 marina della zona, sono attrezzate per lunghe navigazioni, per affrontare mari duri, per offrire confort e non far bella mostra di sè sulla banchina di qualche località alla moda. Del resto, Gibilterra è tutto fuorchè un posto chic, i caseggiati attorno al marina, pure molto curato ed elegante, sono squallide costruzioni in cemento che ricordano alcuni quartieri orribili della periferia romana, portici di cemento scrostato che sembrano appositamente progettati per una rapida fatiscenza e per ospitare un’umanità dall’aria sconfitta e quasi disperata. Tutt’altra cosa era Minorca!
 

Rifornimento in mare

Malgrado ciò, la grande baia prospicente pullula di navi alla fonda, di fronte a noi, sulla riva spagnola, Algeciras mostra una selva di gru per la movimentazione dei container, segno che la zona è viva, che le merci transitano, che l’area portuale funziona. E’ bello avanzare, dopo che la nebbia si è finalmente alzata, fra questi mostri lunghi anche più di 300 metri, qualcuno dall’aspetto trascurato, altri nuovi di zecca, chi in attesa di essere caricato o scaricato dei beni che trasporta, chi affiancato dalla nave cisterna che ne riempe gli enormi serbatoi, chi in manutenzione per mano di equipaggi orientali comandati da un ufficiale europeo. Fatte le debite proporzioni, la stessa atmosfera che ho trovato l’estate scorsa ad Istanbul, il porto come crocevia di un’economia su scala mondiale, vivido, attivo, la sensazione è che questa sia una delle tante attività dalle quali l’Italia è stata scalzata, con i nostri porti ridotti a vivere dell’attesa di qualche nave da crociera e degli spicci che i crocieristi lasceranno durante la loro breve sosta a terra. Genova, Napoli, Palermo, tanto per citarne alcuni, paiono addormentati sui fasti passati, stritolati forse dalla solita pessima amministrazione che ha nella tangente di oggi il solo obiettivo, incapace di vedere le possibilità del domani ed i benefici enormi per la collettività, presa com’è a litigare su dove smaltire la Concordia, dove cioè consumare risorse che arrivano dall’esterno anzichè immaginare di produrne per proprio conto con un sistema di distribuzione ben funzionante. Triste pensare che tutto questo avviene in una nazione che è una penisola, asfaltata quasi integralmente per trasportare le merci su gomma anzichè via mare come logica vorrebbe.
 

Ballando con una sconosciuta

Alla partenza da Minorca siamo stati presto accerchiati da un grosso branco di delfini, almeno una dozzina di esemplari, alcuni con un cucciolo che nuotava con perfetto sincronismo sotto il proprio ventre, è sempre uno spettacolo che emoziona, la vita nel mare, i salti e le piroette attorno alla prua di Piazza Grande ci regalano gioia. Una notte, mentre ero in cuccetta, ho chiamato Andrea che era di guardia: Dà un’occhiata fuori, gli dico, devono esserci i delfini. E’ vero, come hai fatto? La cabina ha fatto da cassa armonica, sentivo perfettamene i suoni sibilanti che emettono per comunicare tra loro. Dal mare a volte anche preleviamo, la traina quest’anno sta dando parecchie soddisfazioni, tiriamo su un tonno di circa 6 chili che provo ad essiccare sotto sale, il procedimento pare funzionare, ho già fatto con successo la bottarga nei giorni scorsi, putroppo però l’umidità della notte in alto mare riammorbisce quello che il sole ha seccato, impossibile farlo in navigazione, ci accontentiamo di consumarne il resto a carpaccio e con quello che è ormai il piatto forte di bordo quest’anno, il cous-cous con melanzane e dadini di tonno fresco. Abbondando con la cipolla rossa leggermente soffritta ed il risultato è veramente delizioso. Abbiamo il frigo pieno di tonno, quindi coscenziosamente riponiamo la canna e smettiamo di pescare fino a che non avremo consumato quello preso finora.

Passiamo un paio di giorni così, avanziamo placidi in un mare appena increspato, senza l’ossessione di controllare la rotta, anzi ad un certo punto spengo proprio il GPS per risparmiare energia, abbiamo i pannelli solari ma i miracoli non esistono, non possiamo sperperarla, ogni tanto un’occhiata alla bussola, un piccolo aggiustamento alle vele e via così, verso ovest, la navigazione è così liscia che alle 13 non ho scritto ancora nulla sul diario di bordo, veramente non c’è stato nulla di rilevante da appuntare. Ascoltiamo la musica, mando dagli altoparlanti in pozzetto alcuni pezzi di Pat Metheny, difficile immaginare una colonna sonora migliore per dei momenti così. Poi la notte del secondo giorno, come del resto era previsto, aumenta il vento e monta un po’ di mare, mi sveglio perchè sballottolato in cuccetta e decido di ridurre la velatura per ridare a Piazza Grande il suo giusto assetto. Indugio un momento in pozzetto, guardo avanti, gli spruzzi del mare frangono sulla prua ed esplodono riflettendosi sul rosso e verde dei fanali di via come fuochi d’artificio interminabili sparati da Madre Natura solo per noi, mentre a dritta ci sfila un grosso peschereccio le cui luci di poppa lasciano una scia bianca, brillante come tante piccole stelle.
 

Spettacolo serale quotidiano

All’alba del terzo giorno mi alzo piuttosto rimbambito mentre siamo completamente abbonacciati in vista di Formentera. Perchè non ti fermi alle Baleari?, mi hanno chiesto alcuni amici, sono belle anche se affollate. Non dubito siano belle, ma viaggiare è tralasciare, come ha scritto Saramago nel suo (illegibile) Viaggio in Portogallo, bisogna scegliere ed io quest’anno ho scelto l’oceano. Approfitto della bonaccia per ammainare tutte le vele e fare un bel bagno, sia nel senso di nuotata attorno alla barca sia di doccia saponata a poppa, siamo in navigazione da 48 ore, una passata di bagnoschiuma non ci sta male, rinvigorisce. Poi ci rimettiamo in rotta, a motore mancando il vento, poco male perchè manca anche il sole e perciò i pannelli non producono energia, quindi ne approfittiamo anche per ricaricare le batterie, scese parecchio nella notte. Passiamo nel canale segnato da mede rosse e verdi fra Formentera ed Ibiza, ci sfrecciano accanto mega yacht e traghetti, aliscafi e navi da crocera, gommoni e barchini; no, non credo che facciamo male a non fermarci. Poi si alza una bava di vento e allora spegniamo il motore ed alziamo il gennaker, bello, grande e colorato, con il quale avanziamo di nuovo senza il disturbo del rumore dell’entrobordo. Quando il vento cala nuovamente sbagliamo l’ammainata e la cimetta che regola l’apertura e la chiusura della calza si incattiva malamente sulla tromba fissata sotto il radar e tutti i tentativi per liberarla si rivelano infruttuosi. Dopo mezzora che proviamo ci restano solo due possibilità: tagliare la cimetta, che però è impiombata, mi dispiacerebbe tagliarla perchè non saprei rifare l’impiombatura, oppure salire su, fino alla seconda crocetta, per districare la faccenda. Andrea propende per la prima soluzione, io per la seconda, in qualità di comandante dell’unità decido di tentare di liberarla prima di risolverci a tagliare. Prendo il banzigo, una specie di imbracatura, lo lego ad una drizza ed inizio ad arrampicarmi mentre Andrea mi aiuta cazzando la drizza con un whinch. C’è un po’ d’onda, ho messo il motore al minimo per evitare che Piazza Grande si traversi, malgrado ciò un paio di rollate arrivano lassù moltiplicate dalla lunghezza dell’albero e devo tenermi con una certa forza per non mettermi a fare il pendolo d’alto mare. L’operazione è condotta rapidamente e senza danni per l’imbarcazione e l’equipaggio, riponiamo finalmente il gennaker e riprendiamo la nostra rotta.
 

Liscia come un mare d’olio (L. Dalla)
Proseguiamo alternando vela e motore, ma c’è poco vento e molta onda, la situazione peggiore, la priorità diventa ridurre il rollio più che avanzare nella giusta direzione, ma non c’è nulla da fare, che sia vela o sia motore si rolla parecchio e dopo qualche ora la cosa diventa estenuante. Cucinare l’agognato cous-cous diventa un’opera di alta acrobazia, ma dopo la performance in testa d’albero sono un acrobata provetto ed è pronto in tavola senza che un singolo chicco di semola sia stato versato fuori dai piatti. Solo a notte inoltrata arriva finalmente il vento da sud che aspettavamo ed il ballo termina con nostra infinita gioia. Nel frattempo, zitti zitti, abbiamo passato il meridiano zero, quello di Greenwich, quello dell’ora UTC che una volta si chiamava GMT, quello oltre il quale il calcolo della longitudine diventa negativo, come ben sanno tutti quelli che hanno appena preso la patente nautica. Fra le tante semplificazioni del navigare nei nostri mari, oltre a venti senza fetch notevoli e all’assenza totale, a parte rare zone, di maree e relative correnti, c’è quella di essere nella zona del piano cartesiano delle carte di Mercatore in cui X e Y sono entrambe positive, cosa che riduce molto le possibilità di errori di calcolo, anche se, è onesto dirlo, oggi di carteggio se ne fa ben poco, delegando all’elettronica una serie di incombenze che nessun umano è in grado di svolgere con altrettanta rapidità e accuratezza. Alcuni sembrano rimpiangere questa cosa, paventano tempeste con strumenti fuori uso e sostengono la navigazione come si faceva fino a pochi decenni fa: stime, rilevamenti e, per i più sgamati, il sestante. Mi sono patentato quando l’elettronica era troppo costosa per il diporto, non rimpiango nulla, i calcoli su una barca di piccole dimensioni sono suscettibili di errori di dimensione così ampia che saperli fare non aiuterà poi molto in caso di black-out elettrico.

Avendo smaltito le scorte di tonno ricaliamo in mare la traina. Dopo poco abbocca qualcosa, siamo in poppa piena con il gennaker a circa 7 nodi, fermare la barca in queste condizioni non è cosa rapida, cerchiamo di fare in fretta mentre il mulinello della canna frulla all’impazzata, segno che la preda si sta tirando tutto il filo di nylon, ma la fretta è sempre deleteria, il pesce si slama ed una scotta del gennaker si incattiva sotto la chiglia. Filo da pruna una cima a cui tenermi ed entro in acqua, libero la scotta che si era avvolta attorno all’elica e nel mentre mi accordo che l’anodo di zinco che serve a proteggerla e proteggere il piede del motore si è allentato e balla fra questo e l’elica, vincolato in quanto anulare ma libero di muoversi. Per chi non è pratico, spiego che questa cosa può causare molti problemi, anche gravi. L’anodo serve ad evitare la corrosione galvanica dell’elica e del piede, senza di esso la corrente elettrolitica li corroderebbe rapidamente ed un piede motore costa 5/6mila euro! Anche a non voler essere catastrofisti, le due viti che tenevano lo zinco sono rimaste nella loro sede a ballare anch’esse, le vibrazioni del motore le porterebbero ad abradere rapidamente l’impanatura sul piede motore, il che vuol dire che non basterebbe riavvitarle ma occorrerebbe alare la barca ed intervenire in modo più pesante e costoso. Abbiamo due possibilità (di nuovo!), sistemare il problema da soli, ma per serrare le viti occorre smontare l’elica, farlo in acqua può essere pericoloso, basta perdere qualche vitarella per renderla inservibile, oppure andare nel primo porto ed alare, cercare un meccanico, ecc. con tutto ciò che ne consegue per la tasca e per la navigazione in corso.
 

Cabo de Gata
Proseguiamo intanto a vela in modo da non rischiare di fare danni, anche perchè è sera e non possiamo fare molto, domattina vedremo cosa fare. Nella notte espongo il problema su ADV, forum di velisti che frequento da anni e rapida e precisa mi arriva una risposta con tanto di foto dettagliate sullo smontaggio dell’elica. Si può fare, mi dicono, a patto di avere a bordo un bombolino, che non ho, ma da vecchio pescasub ho ancora un paio di polmoni discreti su cui fare affidamento. Alle 8 di mattina chiamo il meccanico di Marsala che in primavera ha smontato il piede del motore per rifare la frizione e la cuffia del sail drive, anche lui mi dice di provare e mi spiega come, anche se non sa spiegarsi perchè le viti si siano allentate così in fretta, del resto ero presente quando ha rimontato il tutto, se avessi notato negligenza gliel’avrei detto senza remore. La mattina del quinto giorno, diamo fondo a ridosso di Cabo de Gata, in 3 metri d’acqua, preparo tutti gli attrezzi che prevedo mi serviranno, indosso la muta ed entro in acqua come un chirurgo in sala operatoria per un intervento a cuore aperto, assistito dal fido anestesista Andrea. Tolgo un primo bullone, tolgo l’ogiva dell’elica, poi l’elica ed il suo dischetto di teflon, tolgo un altro pezzo la cui funzione mi risulta ignota, passando ad uno ad uno ad Andrea i pezzi che recupero perchè li disponga in modo sicuro in pozzetto ricordando il modo in cui erano montati. Arrivo infine allo zinco, lo serro meglio che posso, poi inizio l’operazione di rimontaggio, ripetendo pedissequamente ma in ordine inverso quanto fatto prima. Alla fine mi piazzo a pelo d’acqua mentre Andrea accende il motore ed ingrana per un istante la marcia avanti e poi la marcia indietro, tutto sembra funzionare perfettamente, l’operazione è andata a buon fine, il paziente può ridestarsi dall’anestesia e ricominciare la sua vita normale. Recuperiamo l’ancora e rapidamente alziamo le vele per riprendere il nostro cammino interrotto.
 
Appare a volte avvolta di foschia (F. Guccini)
Durante la sosta abbiamo involontariamente imbarcato parecchie mosche, piccole e fastidiose, non si riesce a scacciarle, il tiro a segno va avanti per ore fino a che l’ultima cade sotto l’implacabile mano assassina di Andrea. Sulla destra la costa spagnola scorre alternando montagna e lunghe spiagge spesso costellate di edifici grandi e brutti. Almeria, poi Malaga da cui però siamo troppo distante per coglierne qualunque aspetto. Nel frattempo avvistiamo le prime navi dirette o provenienti da Gibilterra, il Mediterraneo va stringendosi verso lo stretto ed il traffico marittimo concentrandosi. Controllo attentamente la carta nautica, questo posto che fino a pochissimo tempo fa aveva per me un’aura di remoto mi appare ora a portata di mano, calcolo distanze e ipotizzo tempi di percorrenza, leggo il portolano e mi leggo dentro, voglio sentire cosa si prova a stare per mare così a lungo, voglio percepire ogni minimo segno del mio corpo, le sue reazioni fisiologiche a qualcosa a cui non è abituato, almeno per così tanti giorni, circa 7 alla fine. Dopo un po’ arrivare non conta più, conta solo l’alternanza di giorno e notte, come nella vita terrestre, ci si organizza la giornata normalmente, la sera si pensa a cosa si farà l’indomani, si mangia, si riposa, si lavora, chè il da fare a bordo non manca mai.
 
Il faro di Punta Europa
Nel frattempo galoppiamo a 7 nodi verso la nostra meta, siamo nel pieno del Mar di Alboran, vi posso garantire che esiste veramente e non è un’invenzione degli estensori del bollettino del mare! Si chiama così per via della piccola isola, Alboran appunto, uno scoglio praticamernte, che sta nel mezzo, fra la Spagna e la costa africana. Abbiamo onda al giardinetto, si va che è una bellezza, l’acqua spumeggia attorno a noi, ad un tratto un piccolo pescespada balza fuori dall’acqua e ricade giù spanciando in un mare di spruzzi. Poi nel tardo pomeriggio il vento cala e purtroppo non lo rivedremo più fino all’arrivo. Accendiamo il motore ed ci organizziamo per la notte.
Ci risvegliamo nella calma piatta totale, pensando a quante volte il Meteomar ha annunciato burrasche terribili quanto lontane in questo specchio acqueo, meglio così, meglio il motore che una burrasca, magari di prua. La coperta è fradicia per l’umidità della notte e le bandiere di cortesia penzolano tristi dalle crocette come fossero morte, mi guardo attorno e mi godo lo spettacolo di una distesa azzurra ed infinita liscia come l’olio. E’ incredibile, guardo il mare da una vita e non mi stanco mai di farlo!
 
La rocca vista dal marina
Man mano che il sole sale, sale anche la temperatura e mancando il vento il caldo diventa asfissiante. A circa 70 miglia da Gibilterra agganciamo una corrente contraria di almeno 1,5 nodi, non credevo che gli effetti delle maree dello stretto arrivassero così lontano, ci ritroviamo cornuti e mazziati, andiamo a motore e per giunta lenti. Ma abbiamo raggiunto uno stato interiore di pace, arrivare domani o dopodomani non ci cambierebbe nulla. Ecco, questa è la vela veramente, senza orari prefissati o mete irrinunciabili, avanzare assecondando il vento ed il mare, con un obiettivo da centrare ma senza ossessione, la rocca è lì da sempre, ci aspetterà. Un elicottero militare arriva perpendicolarmente dalla costa, ci volteggia sopra e poi se ne ritorna da dove era venuto, chissà chi credevano che fossimimo, trafficanti di droga o di esseri umani, siamo invece solo due velisti tranquilli e felici. A sera spegniamo il motore e ci facciamo un bagno per rinfrescarci, poi ceniamo con il sole che muore lontano, davanti alla nostra prua.
 
Quando arriva la notte il traffico navale si intensifica notevolmente, l’umidità è fortissima e la corrente ci fa derivare di almeno 15 gradi, aggiusto quindi il pilota automatico per mantenere la rotta. Facciamo un paio di turni di riposo, poi l’umidità si trasforma in nebbia fitta, non si vede più la luna, non si vedono più le navi, non si vede più nulla. Solo si sentono le sirene, restiamo di guardia tutti e due, imbacuccati con felpe e cerate, ben vincolati con le cinture di sicurezza, pronti a manovrare in caso di pericolo. Dopo qualche ora che ci è parsa interminabile, diamo fondo sotto il versante est della rocca di Gibilterra, aspettiamo che si alzi la nebbia per entrare nella baia, siamo arrivati, all’alba del settimo giorno, ci meritiamo un po’ di riposo.
Il confine
Passiamo 3 giorni al Marina Alcaidesa, sul versante spagnolo, è il porto più economico, anzi è decisamente economico, è nuovissimo e molto curato, l’ideale per rinfrancarci tutti, Piazza Grande ed il suo equipaggio. Fuori dal marina si respira aria di frontiera, a 500 metri da noi c’è un confine vero e proprio, presidiato da poliziotti e doganieri di entrambi i paesi confinanti. E’ una delle tante situazioni paradossali create dalla storia, gente che si guarda dalla finestra ma per prendere un caffè insieme deve passare al controllo passaporti, un po’ come a Berlino durante la guerra fredda. Gli arabi prima, gli spagnoli poi ed infine gli inglesi hanno dominato su questa montagna, piccola ma strategica per posizione per il controllo del mare. Gli spagnoli la rivorrebbero, sono pochi chilometri quadrati, un’appendice della loro penisola, a loro pare assurdo che amministrativamente non gli appartenga. Non hanno tutti i torti, è come se in Italia porzioni di territorio non fossero sotto l’autorità nazionale ma, che so, di quella ecclesiastica o di qualche esercito straniero… no, mi sa che ho sbagliato esempio! Sia come sia, le ragioni degli spagnoli cadono tutte con due paroline magiche: Ceuta e Melilla. Già, perchè se gli inglesi si sono presi la sponda spagnola dello stretto, gli spagnoli si sono presi quella marocchina. Poveri marocchini, verrebbe da dire, se non ci fossero i Saharawi, quelli che abitano l’ex Sahara spagnolo, a sud del Marocco e da questi invasi in anni recenti. E’ la solita storia, non quella con la S maiuscola, più modestamente, o mestamente, quella della trave e della pagliuzza. Nel frattempo, la gente vive male, soffre e soccombe sotto i giochi del potere.
 

Angolo di Inghilterra in terra spagnola
All’autista del pulmino che ci porta in cima alla rocca chiedo come siano i rapporti con i vicini spagnoli: pessimi, mi dice, loro vorrebbero che diventassimo spagnoli, ma noi siamo inglesi da 300 anni, perchè dovremmo diventare spagnoli all’improvviso? Già, perchè? E poi, continua, la nostra economia è florida, il PIL in attivo, la disoccupazione all’1%, perchè dovremmo mischiarci con un paese in crisi? Verrebbe da dargli ragione, se non fosse che la floridità di questa piccola comunità di circa 27.000 persone si fonda sul turismo, sul commercio di prodotti duty free, sui proventi del casinò e sulla domiciliazione esentasse delle società di scommesse online, nonchè sulla vendita di carburante a prezzi stracciati alle tante navi di passaggio. Insomma, il solito paradiso fiscale che fa concorrenza ai vicini più propensi alla legalità, così sono capaci tutti ad avere il PIL in attivo. La cittadina inglese è comunque deliziosa, nulla a che vedere con la vicina ispanica, vicoli e casette basse che sembrano rubati ad una paesino britannico, pali stradali neri e dorati e cabine telefoniche rosse, tutto come da tradizione anglosassone.
 

Le scimmie della rocca

Sulla vetta, mentre siamo attorniati dalle scimmie che un sultano arabo importò qui e che poi gli spagnoli liberarono, lo sguardo spazia fino all’Africa, poi verso l’azzurro infinito dell’oceano. Quando avevo circa 7 o 8 anni, mio padre aveva un piccolo gommone sui cui avevo imparato a remare. Spesso piantava l’ancora sulla battigia, legava la cima al gommone e mi lasciava andare da solo, tranquillo di avermi vincolato a terra. Le prime volte ero elettrizzato da questo mio primo comando di imbarcazione, presto, però, la cima che mi vincolava andò in tiro con uno strattone ed io avvertii il desiderio di liberarmi da quel vincolo. Pregai mio padre di sciogliere la cima ma lui, saggiamente, non lo fece ed io restai solo a bordo con la mia frustrazione. Ma le catene, soprattutto quelle immaginarie, siamo spesso noi stessi a crearcele, con i nostri ingiustificati timori o con il rimandare sempre quello che desideriamo ad un futuro incerto ed indefinito, Gibilterra è il posto giusto per spezzarle, per andare oltre, per essere liberi. L’oceano mi chiama, oltre lo stretto, oltre quella cima che mio padre non ha voluto mollare.

17 pensieri su “Gibilterra, sei giorni di navigazione d'un fiato

  1. Descrizioni e riflessioni si alternano con la solita maestria in questo ennesimo racconto, entrambi piacevoli ma le seconde sicuramente più significative e condivisibili. Un'avventura questa perfettamente sintetizzata in quell'episodio dei tuoi anni adolescenziali, e quella riflessione sulle “catene immaginarie”: quanto hai ragione!Buon Vento e correnti favorevoli Capitano

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  2. Fantastico viaggio, toccando il mitico mare di Alboran del Meteomar (hai incontrato sirene e mostri marini?). E bravissimo reporter!Buon vento.Augustops: ma il radar, funziona o fa solo peso e impicci?

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  3. Ciao Luciano, che eri un grande lo sapevo, ma quando hai scritto:Ascoltiamo la musica, mando dagli altoparlanti in pozzetto alcuni pezzi di Pat Metheny, difficile immaginare una colonna sonora migliore per dei momenti così.qui ti sei superatoBv Pietro

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  4. Ho letto nel pomeriggio la tua segnalazione su ADV, però mi ho atteso la sera per dedicarmi alla lettura. Messo lo sfondo canoro di Maria carta con le sue interpretazioni di canzoni popolari sarde, secondo me, sono la colonna sonora migliore del filmato che i tuoi scritti ci fanno balenare davanti agli occhi nel seguire il tuo perigrinare nella ricerca di un nuovo confine da superare.grazie

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  5. Certo che lo metto dentro, ma l'umidità è tale che rapidamente s'è riammollato tutto, ho provato a rimetterlo fuori la mattina ma mi sono reso conto che avrei fatto Penelope e a malincuore l'ho buttato. Buon vento!

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  6. Come sempre ci fai viaggiare e sognare, questa volta si avverte una veloce corsa, come voler lasciarti alle spalle in fretta ricordi e passato, cinquant’anni di vita , verso un nuovo rinascimento! Uomo del romantico rinascimento. Belle e come sempre descrizioni di uomini, luoghi mari venti, eventi; ma più che mai ci lasci con questo senso di libertà come conquistata di corsa, ma piena di sapore tra il dolce e il salmastro tra ciò che hai alle spalle e ciò che incontrerai. Ora l’Oceano ti aspetta per l’ultima cavalcata sconosciuta e agognata da tutti noi! Buon vento mon capitaine!

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  7. e di che? 🙂 ho seguito devotamente il diario dello scorso anno ed è (sarà) un piacere seguire quello di quest'anno. Ho sempre ammirato di te, per certi versi, quel “coraggio” che io non ho e quella determinazione che con fatica cerco di conquistare per me. Attenderò il prossimo racconto. Take care.

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  8. Seguo il meteo e vedo che Luciano ha da giorni vento sul naso costante, senza previsioni di cambiamento, con onda di 1-2 metri (cosa vorrà dire in Atlantico non so, l'onda sarà lunga o corta?). Penso che sia dura.Forza Luciano!Augusto

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