L'Atlantico, un mare qualunque


La mia casa era sul porto i miei sogni in riva al mare
Diventavo marinaio ero pronto per partire
Sulla rotta di Cristoforo Colombo io volevo andare via
Ai confini del mio mare per scoprire un nuovo mondo
E scordare casa mia.

(L. Dalla, Sulla rotta di Cristoforo Colombo)

La decisione di venire in Atlantico è stata per certi versi casuale ed improvvisa, per altri ha risposto ad un desiderio antico, un bisogno interiore che mi porto dentro da sempre, quello di vedere cosa c’è più in là, oltre le mura di casa, non per banale curiosità ma per voglia di conoscere, gli altri ed il mondo, confrontarmi e soprattutto migliorarmi. L’anno scorso navigare fino ad Istanbul è stata la coronazione di un vecchio sogno, Lisbona invece era solo un’idea buttata là in qualche angolo remoto della mente, uno dei tanti “farò” rinviati sine die fino al momento in cui capisci che se non ti sbrighi diventerà presto un “avrei voluto fare” da aggiungere alla lista dei rimpianti.

Passare le Colonne d’Ercole, affrontare l’oceano, magari in solitario o con un equipaggio ridotto e poco esperto, risalire per quasi 300 miglia l’aliseo portoghese, certezza dell’estate da queste parti; basterebbe questo per scoraggiare la maggior parte dei velisti, non a caso, infatti, chi passa lo Stretto di Gibilterra dirige generalmente verso le Canarie per poi affrontare la traversata fino ai Caraibi. Non ci pensavo, fino a che una mattina mi son svegliato e bella ciao, bella ciao… mi sono detto, perchè no? Ho iniziato a cercare informazioni su libri a portolani, avevo a casa da anni un diario di navigazione di Piero Ottone, il giornalista, intitolato L’Aliseo portoghese, l’ho riletto, banale e stucchevole come i suoi articoli, scarsa la parte marinara ma un’idea me l’ha data. Poi su Internet i blog di altri velisti, tanti i consigli per Gibilterra, ma nessuno che sia poi risalito verso nord. Chiamo Paolo, amico velista giramondo e gli dico del mio progetto, gli chiedo come affrontare l’Atlantico visto che prima d’ora non ho mai navigato fuori del Mediterraneo. Affrontalo come fosse un mare qualunque, mi risponde lasciandomi un filino perplesso: mi sopravvaluta, penso, oppure sottovaluta, dall’alto della sua esperienza su tutti i mari, la navigazione che voglio intraprendere. Ascolto con attenzione le cose che mi dice e ne faccio tesoro. Ordinare le carte nautiche è stato divertente, quando compro qualcosa online dove c’è da scegliere la zona di navigazione clicco istintivamente sul Mediterraneo, stavolta invece clicco su Oceano Atlantico, mi fa un po’ effetto, un leggero timore, il dubbio sottile di fare o no la scelta giusta; ma dura un attimo, trasferisco telematicamente alcuni biglietti da 100 euro alla casa editrice e mi faccio spedire quelle che saranno le mie istruzioni di viaggio.
Corrente a Tarifa
Fin qui la teoria, fino qui a Gibilterra dove sono ora, poi, là oltre la rocca, il mare infinito, quello dei mostri marini delle letture dell’infanzia, dei pirati di quelle adolescenziali e dei racconti di Joshua Slocum, Bernard Moitessier, Vito Dumas e tutti gli altri velisti oceanici dai 20 anni in qua. Ho preso anche il libro di Paolo, La crociera oceanica,  lo leggo d’un fiato, mi conferma l’opinione di competenza e serietà che ho di lui e ne ricavo qualche buon suggerimento per la mia navigazione. Anni fa ricordo di aver sentito Luciano De Crescenzo raccontare di un’opera d’arte da lui vista in non so quale importante esposizione, intitolata Il sesso; un quadrato di legno con tanti buchi e sotto una didascalia che avvertiva: attenzione, forse in uno di questi buchi c’è un chiodo con la punta rivolta verso l’alto. Raccontava di aver esitato un attimo e poi di aver iniziato ad infilare un dito ad uno ad uno nei buchi dell’opera in un’emozione contrapposta di attrazione e dubbio. Del resto, ogni strada che intraprendiamo nella vita ha una componente di rischio che risiede nell’imponderabile se non nell’ignoto, ma non per questo rinunciamo ad andare. A proposito di ignoto, poco più a nord di Cadice c’è Palos de la Frontera, il luogo da cui è salpato Colombo per le Americhe, pardòn, per le Indie, alla ricerca, come tutti quelli che vanno per mare, di un altrove, una città, un’isola, un luogo anche metaforico in grado di dare le risposte che a casa propria non si riescono a trovare, come nella canzone di Dalla.
Tramonto magico sul Guadalquivir
Ma non è più il tempo del dubbio per me, accendo il motore, dico ad Andrea di mollare le cime di prua e lasciamo il marina Alcaidesa per affrontare, senza esitazione, uno dei buchi del quadro di De Crescenzo. Ho studiato il sistema di correnti dello stretto, il portolano consiglia di partire 3 ore prima dell’alta marea, così facciamo, ma l’impressione è che la corrente l’abbiamo contraria, anzi, certezza direi, lo attesta inequivocabilmente lo scarto fra la rotta bussola e quella al suolo indicata dal GPS che in alcuni punti arriva all’incredibile valore di 50 gradi! Ci sono circa 25 nodi di vento, ci vogliono alcuni bordi per uscire dalla Baia di Algeciras e per smarcarsi dall’intenso traffico di mercantili, poi prendiamo una buona bolina e corriamo a 7 nodi per qualche ora mentre continuamente gruppi di delfini ci volteggiano attorno e sotto la prua. Nel bordo con mure a dritta abbiamo la prua diretta sull’Africa settentrionale, ne vediamo chiaramente il profilo delle montagne, pochissime miglia ci separano, captiamo sul VHF alcune chiamate a Tangeri radio: Facciamo una capatina in Marocco?, dico scherzando ad Andrea. Lui sorride, io penso che al ritorno non è escluso. Nel mezzo dello stretto il vento molla improvvisamente, ammainiamo tutto e accendo il motore, la corrente è fortissima, si scontra formando mulinelli oppure ribollendo improvvisamente nella calma piatta, Scilla e Cariddi a confronto sono niente. La corrente nello Stretto di Gibilterra si forma per lo scambio di acqua fra l’oceano ed il Mediterraneo, pare dovuto ad una differente concentrazione di sale che porta il Mare Nostrum ad evaporare più rapidamente, in teoria è ciclica e regolare, in pratica è influenzata da molti fattori, fra cui il vento e le fasi lunari, per cui una cosa sono i disegnini delle previsioni dei flussi, un’altra quello che poi effettivamente si può trovare standoci nel mezzo. Aggiungiamoci che c’è un gran via vai di navi enormi e ce n’è a sufficienza per effettuare il passaggio con molta attenzione.
Ormeggi con la marea
Stiamo dirigendo a Tarifa, vogliamo passare la notte alla fonda e poi domani dirigerci a Cadice. Doppiamo il capo giusto in tempo, poco prima che cali la nebbia, diamo fondo all’ancora in pochi metri d’acqua ridossati dal piccolo promontorio sormontato da un’antico fortino militare, poi ci sommerge una cappa di umidità che ci isola visivamente dal mondo, ma sono certo del nostro ancoraggio e vado a dormire tranquillo. L’indomani ci svegliamo con il vento che è girato a sud-est, come previsto, è intorno ai 25 nodi, avremo quindi una bella spinta nella direzione giusta. Per qualche ora corriamo a oltre 7 nodi, malgrado il mare sia piuttosto formato, di certo è anche questo a spingerci. Incrociamo una barca che tenta di risalire il vento in direzione opposta alla nostra, la vediamo virare di 180 gradi e rinunciare, è impensabile andare verso sud con questo mare. A meta mattinata ascoltiamo un pan-pan, la chiamata a tutte le imbarcazioni, da Tarifa radio, segnalano dei naufraghi nei pressi di Gibilterra ma non si capisce se a est o ad ovest dello stretto, nel dubbio teniamo gli occhi aperti in tutte le direzioni fino a che, dopo un paio  d’ore, viene annunciato il cessato allarme, le persone sono state recuperate e tratte in salvo. Procediamo ancora qualche ora, doppiamo Cabo Trafalgar, quello della battaglia in cui ha perso la vita, pur vittorioso, Nelson, ci dà il piacevole senso di navigare dentro la storia, poi, verso le 6 di pomeriggio, entriamo nel Golfo di Cadice dove passiamo la notte all’ancora davanti a Puerto Sherry, dal nome del famoso vino liquoroso che si produce da queste parti. La mattina seguente, ci spostiamo a Puerto America dove, dopo una breve sosta al muelle de espera, il molo di attesa, ci assegnano un posto al pontile. Andrea sbarca e torna a casa, è stato quasi un mese con me, abbiamo condiviso più di 1100 miglia di mare, giorni e notti intere di navigazione, vedo che è molto contento di questa esperienza ed anch’io lo sono di averla fatta con lui, è un ottimo compagno di navigazione oltre che un caro amico. Siamo partiti da Marsala, siamo arrivati in Atlantico, solo due mesi fa non l’immaginavamo nessuno dei due. Ci guardiamo contenti, ci beviamo una birra alla nostra salute, poi ci abbracciamo fraternamente prima di salutarci, sappiamo che navigheremo ancora insieme, non è stata la prima volta, non sarà l’ultima.
La cattedrale di Cadice
Passeggio da solo per Cadice, vado a zonzo per i vicoli, fra le chiese e gli antichi palazzi, poi mi allungo verso il mare, cammino sugli imponenti bastioni che paiono voler fermare l’oceano più che gli invasori, il sole tramonta ammantando la città di luce calda, sullo sfondo spiccano i due enormi pilastri del ponte sospeso in costruzione che taglierà in due la laguna, contrasto fra antico e moderno, osservo le persone assorte nelle loro occupazioni, chi cammina, chi legge, chi accompagna un piccolo cane, chi fa jogging, chi suona la chitarra, chi pesca, chi, come me, guarda lontano verso l’infinito, forse come me pensado alle navigazioni da affrontare, al chiodo nel buco con la punta rivolta verso l’alto. L’indomani un po’ di pulizie, rabbocco dei serbatoi dell’acqua, cambusa, poi vado a prendere Tommaso alla stazione e la sera ci concediamo un ristorante per festeggiare il suo arrivo. Quando la mattina successiva molliamo le cime ho letto e riletto previsioni di vento e marea e studiato tutti i ridossi possibili, il segreto dell’andar per mare è in fondo tutto qua, avere sempre un Piano B pronto e già studiato; navigando in queste acque siamo esposti ai venti occidentali, ma ci sono diversi fiumi dove è possibile rifugiarsi in caso di maltempo. Il Piano B scatta la sera stessa, quando l’ancoraggio davanti a Chipiona diventa insostenibile e quindi  risaliamo un paio di miglia dentro il Guadalquivir costeggiando il parco nazionale di Coto Doñana e ci ancoriamo in uno spazio ristretto fra un molo che ospita diversi grossi pescherecci e la riva, valutando attentamente il saliscendi della marea per scongiurare di ritrovarci arenati. E’ incredibile la potenza della marea, riesce a contrastare anche un fiume di grossa portata come questo e far arrivare i suoi effetti ben all’interno di esso. La sera lo scenario è fantastico, il sole rosseggia fra gli alberi mentre alcuni aironi e delle cicogne volteggiano sopra di noi contendendo il cielo ai tanti gabbiani: capisco di essere nel posto giusto.
L’antica chiesa di Palos
Il giorno dopo, con un’altra bella veleggiata a circa 7 nodi, copriamo rapidamente le circa 30 miglia fino alla laguna di Huelva, un nome che ai più non dice granchè, in realtà è da qui che è salpato Colombo, Palos è all’interno della laguna, c’è un museo che celebra la sua spedizione, ci sono anche le tre caravelle ricostruite, Santa Maria, Pinta e Niña (si legge Nigna, non dite Nina, per favore, vuol dire bambina), impossibile mancare la visita. Mentre aspettiamo l’autobus che ci porterà al museo, un tizio alla fermata, dopo che gli ho chiesto un’informazione e ha scoperto che sono italiano e che parlo spagnolo, prende a raccontarmi la storia di Palos e di Colombo come se fosse possibile non conoscerla; I marinai, mi dice, erano tutti di queste parti e noi ne siamo i discendenti, prova ne è che ne portiamo ancora i cognomi. E’ vero, il grosso degli equipaggi fu reclutato qui, primo fra tutti Alonso Pinzòn, cui fu affidato il comando della Pinta e che a Palos è celebrato come un eroe più di Colombo, non si capisce se imbarcati per scelta, come suggeriscono le didascalie del museo, o con la forza e l’inganno, come sapevo io, vista l’incognita terribile che quel viaggio rappresentava. Già, il punto fondamentale per i marinai non era tanto la destinazione, Indie o quel che fosse, quanto il dubbio di trovare venti propizi per il ritorno. Va detto che le navi allora non erano in grado di bolinare dignitosamente, in pratica in assenza di venti portanti non sarebbero mai state in grado di tornare a casa; di che scoraggiare il più impavido dei marinai. Era invece di Siviglia il marinaio Rodrigo de Triana, colui che per primo avvistò terra dopo più di 60 giorni dalla partenza. Triste sorte la sua, pensava di incassare il premio che i reali di Spagna avevano promesso al primo appunto che avesse scorto la terra, ma Colombo scrisse sul diario di bordo che lui già qualche ora prima l’aveva avvistata e che aveva taciuto per attendere l’alba. Qualcuno insinua che abbia corretto il diario successivamente per intascare il premio, certo è che l’Almirante, l’Ammiraglio, è stato un personaggio controverso, più mercante che marinaio sotto certi punti di vista.

A bordo delle caravelle
Mi chiedo, guardando il tracciato del suo primo viaggio, quanto delle sue scelte sia stato dovute al caso e quanto al genio. La rotta di andata è stata perfetta, è quella che si fa ancora oggi, discesa fino alle Canarie poi verso i Caraibi trasportato dall’aliseo che all’epoca era ben conosciuto. Anche la rotta di ritorno è stata azzeccata, ma non il periodo, partendo infatti a gennaio Colombo si è ritrovato con forti venti contrari. Il problema è che allora si sapeva calcolare perfettamente la latitudine ma non la longitudine, la determinazione di questa è una scoperta del 1700, egli si portò quindi alla latitudine di Cabo Sao Vicente e poi navigò verso est a latitudine costante, come si usava allora. Che a condurlo a tale scelta sia stato proprio il problema della longitudine è una mia ipotesi, ma non ho trovato altra spiegazione cercando un po’ online. Consiglio un libro bellissimo: Longitudine, di Dava Sobel, che ho letto anni fa, è la storia dei tentativi, molti maldestri o addirittura ridicoli, di arrivare ad un suo calcolo certo. E bellissimo è anche il museo che ospita le riproduzioni delle tre caravelle, salire a bordo è emozionante, osservarle con l’occhio del marinaio moderno e toccare con mano quanto dura potesse essere la vita di mare allora. Palos è un vero santuario del mare, uno dei luoghi che hanno fatto la storia della marineria, l’altro che mi piacerebbe visitare è Cape Cod, in Massachusetts, il centro dell’antica pesca alle balene, chissà che un giorno Piazza Grande non mi ci porti. Il paese oggi è un insediamento moderno di ville e villette, tutte nuove e molto curate, dell’antico nucleo abitato restano solo la chiesa, la casa di Pinzòn e il monastero dove Colombo si recò per cercare l’appoggio della chiesa nel perorare la sua causa presso la corona di Spagna. La zona è ricca e si vede, pare che le fragole, coltivate qui un po’ ovunque, siano piuttosto redditizie.
Schema di prese di terzarolo a bordo della Santa Maria
La sera, a bordo, osservo sui frangiflutti del porto i segni della marea, una larga striscia scura li marchia indelebilmente indicando i livelli di alta e di bassa. Qualunque cosa si faccia qui, qualunque navigazione si intraprenda, fosse pure un giro col tender, occorre considerarne l’andamento. In Mediterraneo la marea praticamente non esiste, la media è di circa 30/40 cm, un’escursione assolutamente trascurabile, qui siamo intorno ai 2/3 metri, da questo punto di vista l’Atlantico non è un mare qualunque, negli ancoraggi; tanto per dirne una, la barca il più delle volte non si dispone al vento, quindi dare fondo presume ragionamenti diversi da quelli a cui siamo abituati, un’incognita in più, ma se navigare fosse sempre semplice, sempre uguale, sai che noia! Il bello è proprio questo, che ogni mare è diverso e proprio nella diversità ciascun mare diventa uguale, uguale perchè diverso, e allora, come diceva Paolo, va affrontato come un mare qualunque, che non significa con superficialità ma, al contrario, col rispetto e la prudenza che si devono a qualunque mare. Cabo Sao Vicente aspetta anche me, non ci arriverò navigando per latitudine come Colombo bensì da est, so che doppiarlo sarà dura, dietro c’è in agguato l’aliseo portoghese di prua e 50 miglia di mare senza porti o ridossi. C’è un chiodo in uno dei buchi, forse.

13 pensieri su “L'Atlantico, un mare qualunque

  1. Piacevolissima lettura, come al solito, di contenuti molto interessanti perché visti con l'occhio del vero viaggiatore. Sono sicuro che semmai troverai quel chiodo nel buco, la sua punta sarà smussata dalla tua grande esperienza. Correnti favorevoli e Buon Vento Capitano 🙂

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  2. Bravo Luciano, sempre un piacere seguirti.Non dimenticare però la tua vecchia passione: qualche tuffo in apnea le acque dell'oceano sicuramente lo meritano e un bel pesce per cena in barca non ha prezzoCiaomatteo

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