Oceano mare


Senza spiegare nulla, senza dirti dove, ci sarà sempre un mare, che ti chiamerà.

(A. Baricco, Oceano mare)

Il vento scende rafficato giù dalla piccola montagna che sovrasta l’ancoraggio che ho scelto per la notte nella baia di Setubal, per via del noto effetto catabatico che l’estate scorsa in Grecia ho sperimentato diffusamente. Anche l’atmosfera, le poche luci di un porticciolo, un ristorante e alcune case, ha un’aria vagamente ellenica. Ma sono in Portogallo e le raffiche non si limitano a distendere il calumo ma riportano la barca nel letto del vento da cui la corrente di marea l’aveva pochi istanti prima allontanata. Poi la raffica cessa, la corrente torna ad essere predominante e la barca si dispone di nuovo perpendicolarmente alla catena fino alla raffica successiva.

La marea, con il suo saliscendi, è senza dubbio uno degli aspetti salienti della navigazione fuori del Mediterraneo, l’elemento nuovo per noi abituati a navigare a est delle Colonne d’Ercole, in quello specchio acqueo che non ricordo chi ha definito, non senza un pizzico di spocchia, il porto naturale più grande del mondo. All’inizio ti intimorisce, ne studi gli effetti sulla navigazione e soprattutto sugli ormeggi con la timidezza del neofita, poi impari rapidamente a conoscerla, a sentirne il flusso potente della corrente che genera, a percepirne il cambio dal mutare dello sciabordio mentre sei alla fonda, la vedi alterare lo scorrere fluido delle onde sulla superficie del mare, incresparla e poi torcerla in mille piccoli vortici oppure spianarla in modo innaturale, farla ribollire come un enorme calderone e poi improvvisamente placarsi nei momenti di stanca; vedi le barche danzare all’ormeggio in modo scomposto, orientarsi ciascuna per proprio conto malgrado un vento evidente e sostenuto che dovrebbe disporle tutte nella stessa direzione, ma soprattutto impari a non contrastarla bensì ad assecondarla e sfruttarla a tuo favore, come si conviene con qualunque elemento del mare, della natura: la marea, se vogliamo, è anche una lezione di vita. Sono bastati pochi giorni in queste acque per passare dalla consultazione dei bollettini quotidiani al “fiuto”, ho ancora moltissimo da imparare su questo argomento, ma non mi sento più un profano assoluto. La lettura dell’ecoscandaglio è automaticamente valutata dalla mia mente secondo la formula: profondità_reale=fMarea(lettura_eco), l’ex-informatico che è in me ogni tanto fa capolino. fMarea è una funzione molto complicata, l’escursione fra alta e bassa non è sempre uguale e gli orari non sono tutti i giorni uguali, sennò sarebbe troppo facile. Non sto qui a tediare il lettore su come funziona, anche perché diverse questioni ancora devo digerirle bene, nella testa mi risuonano i concetti di sigiziali e quadre, spring e neap, come si legge sui portolani inglesi, ma la sostanza è: tutto si apprende, con tutto si impara a convivere, basta essere prudenti.

 

Olhao, il faro del 1930
Capita a volte, stando alla fonda, che la corrente spinga in direzione opposta al vento, con il risultato di avere la catena distesa e la barca con la poppa verso l’ancora; la conseguenza è che la catena raschia sullo scafo rischiando di provocare di danni notevoli. Quando vedo la malparata filo 4 o 5 metri della cima che normalmente lego alla catena per evitare strattoni al barbotin e metto parecchi metri di catena in bando legandola al musone con uno stroppo così da tenerla distante dalla carena; non risolve al 100% ma aiuta molto. Si potrebbe estendere il sistema con un tangone, ma dovendo salpare rapidamente, magari perché si è spedato, questo potrebbe costituire un ostacolo non indifferente. A proposito di spedare, Nito e Daniela, la simpatica coppia spagnola con cui da un paio di giorni navigo di conserva, proprio ieri mattina, mentre dormivano della grossa, si sono ritrovati appoggiati ad una barca olandese qualche centinaio di metri lontana da dove avevano ancorato la sera prima. Tutto si è risolto per fortuna senza danni, ma se non ci fosse stata la barca olandese a fermarli sarebbero finiti a scogli. Devo dire che sono molto soddisfatto dell’ancora che monto da un paio d’anni, non ho mai spedato e dormo sempre sonni tranquilli anche se ovviamente molto fa la scelta del fondale su cui calarla. Un’altro metodo che uso spesso per evitare che la barca si traversi al mare con conseguente rollio e notte insonne è quello di agganciare una cima alla catena dell’ancora e dargli volta a poppa. Si crea così un triangolo che ha come vertice un punto sommerso della catena e giocando un po’ con le lunghezze si riesce a mettere la prua dove si vuole, almeno fino a che il vento gira, facendo però molta attenzione che non vada ad incastrarsi nell’elica o nel timone sennò sono dolori.
 
Azulejos ad Olhao
Di ancoraggi facili e sicuri come si trovano frequentemente nelle piccole isole mediterranee da queste parti non ce ne sono molti, mancano le insenature profonde dove ridossarsi senza che il mare riesca ad entrare; ci sono molte lagune, in compenso, ma c’è da stare molto attenti ai bassifondi e soprattutto alla corrente che spesso è veramente forte. Tenendo presente tutto questo e con il pizzico di esperienza che mi sono fatto, entro in quella di Olhao, poche miglia a ovest del confine con la Spagna. All’ingresso, ben marcato da due grossi frangiflutti, vengo investito da un flusso d’acqua micidiale, affondo la manetta del gas per non esserne travolto e seguo attentamente il canale segnalato dalle boe rosse e verdi. Una volta dentro tutto si placa, la corrente diventa gestibile restituendo rilassatezza all’equipaggio. Lascio il timone a Tommaso, che sta con me da alcuni giorni e che, come sua consuetudine, è abbigliato con le sole mutande, la stessa tenuta con cui l’anno scorso ha governato Piazza Grande all’interno del Canale di Corinto. Tesoro, spero almeno che te le cambi ogni tanto. La sua risposta affermativa mi tranquillizza circa lo svolgimento dei miei compiti di genitore e vado a prua a preparare per l’ancoraggio con il cuore sollevato. Prima di dare fondo tentiamo l’ingresso in un piccolo marina proprio vicino al paese, ma appena entriamo una solerte guardia ci avverte che non si può ormeggiare: Privado, privado, mi dice dalla banchina, malagrado il portolano riportasse che alcune porzioni di pontile sono riservate al transito. Usciamo e caliamo l’ancora di fronte al mercato antico, fra barchini e moto d’acqua che sfrecciano ovunque e la puzza dello scarico fognario a poche decine di metri, poi andiamo a terra col tender per una passeggiata, il paese è carino e merita, i muri antichi sono spesso ricoperti di azulejos, le piastrelle decorate tipiche delle case portoghesi, la sera ce ne andiamo al ristorante e facciamo una scorpacciate di sarde arrosto che qui è praticamente un piatto nazionale, le vedi spesso preparare per la strada, fuori dagli usci, nei vicoli stretti dove la gente si piazza con la sedia com’è anche uso in molte zone del sud Italia.
 
Le cicogne della bassa marea
Quando cala la marea, molte persone inziano a raspare nella sabbia alla ricerca di non so cosa, forse molluschi, mentre alcune cicogne, che qui sono abbondanti da quando, pare, il riscaldamento globale gli evita la faticaccia di migrare in Marocco, razzolano anch’esse la battigia per procacciarsi la cena. Quando andiamo a recuperare il tender lo troviamo quasi impiccato davanti allo scarico della cloaca, stavolta la marea m’ha fregato, ho lasciato la cima troppo corta! Non senza fatica lo recupero e non senza fatica saliamo a bordo, districandoci fra il lippo che minaccia di farci scivolare rovinosamente ed i sassi che minacciano di bucare il gommone. Tornati a bordo ci facciamo la solita partita a briscola, dove regolarmente Tommaso me le suona di santa ragione. Ma dove hai imparato a giocare così bene?, chiedo. A scuola, facciamo sempre i tornei, mi risponde. E già, seguire le lezioni mai!
 

La laguna di Setubal, quasi un quadro di Hopper

Il giorno dopo ci spostiamo a Faro, seguendo sempre molto disciplinatamente il percorso dragato all’interno della laguna, le risalite sono spesso ripidissime quanto pericolose, qundi massima attenzione. A quanto pare questa laguna è tanto bella quanto inospitale per il diporto, non solo non c’è neanche qui possibilità di attracco, ma i bassifondi impediscono di avvicinarci con Piazza Grande e vento e corrente sconsigliano altamente di farlo con il tender. Che fare, visto che domani Tommaso deve per forza andare a terra per tornare a Roma? Prendiamo un gavitello, ce ne sono alcuni liberi, e meditiamo sul da farsi. Dopo qualche ora si avvicina un gommone con un tale che ci dice che il gavitello è suo, mi sembra di stare in Italia, dove ciascuno butta un secchio di cemento ed una cima in mare e subito diventa imprenditore turistico! Qui invece non funziona così, il tizio dice che sarebbero 5 euro ma che se stiamo una sola notte non importa; poi quando gli spiego il problema di andare a terra dice che penserà lui a prenotarmi un taxi-boat e se ne va. Non lo vediamo più e l’indomani mattina, Tommaso si prepara con larghissimo anticipo, nell’eventualità di doverci inventare qualcosa per sbarcare. Alle 7.30, puntuale come una cambiale, arriva un barchino con a bordo un tizio con in mano un bigliettino con su scritto Piazza Grande, è il tassista prenotato per noi! Un abbraccio per salutarci, Tommaso ed io, troppo pochi i giorni insieme, spero che torni presto, poi le vedo allontanarsi nella scia di spuma del fuoribordo e me ne vado sottocoperta a prepararmi un caffè per affrontare la giornata.
 

Siam tre piccoli porcellin…

Per uscire dalla laguna di Olhao ripercorro a ritroso il canale dragato, i segnali rosso e verde sono invertiti dato che sono sempre posati per chi entra, quindi stavolta lascio a dritta il rosso e non il verde come da regola. Fuori, l’oceano, da solo per la prima volta, mi guardo dentro e mi chiedo se ho paura. E’ la domanda che mi fanno spesso, la risposta, ancora una volta, è no, non ho paura, non mi è mai capitato di averne navigando da solo. Non vuol dire che sono impavido nè incosciente, solo che mi muovo con rischi calcolati, pur consapevole dell’imprevisto sempre in agguato, ma anche con un pizzico di fatalismo, perché tanto se tocca a te non ci sono santi, a pochi metri da casa mia qualche mese fa un ragazzino è morto mentre passeggiava con la mamma perché un vaso è caduto da un balcone e l’ha centrato in pieno. Ecco, questo mi intimorisce, sì, l’imponderabile quando sei con la guardia completamente abbassata, come appunto camminando per la strada facendo shopping. Mi intimoriscono anche, quando mi capita di leggerle su Internet, le notizie che arrivano dall’Italia e dal mondo, ma non quelle solite di guerre ed epidemie, terribili quanto lontane, quelle che arrivano dal mio quartiere, storie minute di gente che si ammazza per un posteggio o si accoltella per uno sguardo di troppo, situazioni banali che l’alienazione metropolitana fa spesso assurgere a questioni di vita o, appunto, di morte. A volte penso alla mia città, a come ci si vive oggi, ai tanti disagi quotidiani, a quanto sia difficile condurvi la propria esistenza. Lavori per pagare la macchina per andare al lavoro, ho letto su un muro tempo fa, la città offre molto, ma toglie tantissimo in termini di tempo, di spazio, di tranquillità e soprattutto di contatto con la natura. Alzo le vele e mi metto in rotta per scacciare i cattivi pensieri, un gabbiano scende in picchiata a pochi metri dalla prua di Piazza Grande poi plana velocemente quasi a sfiorare il mare ed infine si dilegua verso l’orizzonte con un rapido battere d’ali.
  

E’ mancata una legge Galassao in Portogallo

Entro nella rada di Portimao, importante città portoghese, da qui partiva la Global Ocean Race, una regata oceanica che si correva qualche anno fa, i grattacieli impiantati sulle scogliere a picco, già visibili a parecchie miglia di distanza, sono uno sfregio permanente che mi dicono a chiare lettere che non vale la pena fermarsi più che per una sosta tecnica. Faccio il pieno di nafta, scoprendo che costa molto meno che in Spagna e che il Volvo Penta che giace nelle viscere di Piazza Grande consuma veramente poco, meno di 1,5 litri l’ora, di che essere soddisfatti. Dirigo su Lagos, ex-capitale dell’Algarve, la regione meridionale del Portogallo, mi concedo un marina, non è economico ma non ho altra scelta se voglio visitare la città. Entrando nel canale incrocio una barca inglese che sta uscendo un po’ troppo allegrotta vista la bassa marea, quando siamo affiancati gli grido che la profondità è minima all’ingresso, poi lo vedo spaurito percorrere il punto dove gli ho segnalato la barra di sabbia, dove si rischia l’incaglio; insegnare qualcosa di mare ad un inglese da una certa soddisfazione! Vado un po’ a zonzo per i vicoli, forse mi allontano un po’ troppo dal centro, un tizio di colore, ce ne sono molti, per lo più discendenti degli abitanti delle ex-colonie, punta la macchina fotografica che ho al collo, quando si accorge che mi sono reso conto delle sue intenzioni fa finta di telefonare. Mi dileguo quando lo vedo riunirsi con un paio di compari e me ne torno nelle vie più turistiche; come dicevo prima, non è in mare che bisogna aver paura, spesso non è in mare che si nasconde l’insidia. Al pontile faccio la conoscenza di un portoghese in pensione che fa traina in modo serio, non come me che prendo pescetti di 10 chili. Sì, pescetti i miei, mi mostra le foto di tonni e marlin di oltre 100 chili e delle esche artificiali grosse come un pinnuto di 2 chili! Mi da un po’ di consigli, cosa che di solito i pescatori non fanno, gelosi come sono di chissà quali segreti. Io, ad esempio, non rivelerò mai che uso una preziosissima canna da 36 euro comprata da Decathlon ed un mulinello di plastica fintamente cromato. L’Atlantico però è stato finora piuttosto avaro con me, solo un paio di pesci, tra cui uno sgombro che ho subito ributtato in mare per sospetta presenza di anisakis, il terribile parassita che può provocare la morte se ingerito senza un congelamento non ottenibile con i mezzi di bordo. Peccato, spaghetto saltato e pesce morto inutilmente. Il trainista portoghese mi da anche alcuni consigli su come doppiare Cabo Sao Vicente, lo spauracchio, lo scoglio più duro di tutta questa lunga navigazione. E’ un punto cruciale, come tutti i capi tende a far aumentare vento e mare notevolmente e qui parliamo di un fetch di migliaia di miglia visto che la terra più vicina a nord-ovest, la direzione da cui soffia in estate l’aliseo portoghese, è la Groenlandia. Tieniti almeno 10 miglia al largo, mi dice, e se ci sono 3 metri d’onda vai tranquillo, di norma sono almeno 4 o 5. Che bella notizia, penso tra me e me!
  

Lagos

Per prepararmi ad affrontarlo mi ancoro nella piccola rada di Sagres, a 5 miglia dal promontorio, in attesa del momento favorevole per doppiarlo, studio e ristudio le previsioni da più fonti ed infine, quando ho adocchiato la finestra meteo buona, punto la sveglia alle 5 di mattina, la difficoltà supplementare è che dopo il capo non ci sono porti nè ridossi per circa 60 miglia, quindi la navigazione va fatta tutto d’un fiato per forza di cose. Quando mi sveglio, la sorpresa che non avrei mai voluto: la nebbia. E cavolo, proprio qui, proprio oggi! Mi faccio il caffè mentre mentalmente ragiono sul da farsi, fa anche freddo, quando esco in coperta sono tutto imbacuccato, con il pile pesante, la cerata completa e lo zuccotto di lana in testa. Mi guardo intorno, la nebbia non è fittissima, confido che col sorgere del sole la visibilità aumenti, salpo l’ancora e mi metto in rotta a velocità minima. Avvisto il faro avvolto nella foschia, oltre alla segnalazione luminosa emette quella sonora, il corno da nebbia, ad intervalli regolari, dando un tocco di ulteriore cupezza all’atmosfera. Incrocio un peschereccio, li saluto, ricambiano cordialmente, penso a quanto dura debba essere la vita del pescatore da queste parti, fa freddo ed è piena estate, non oso immaginare l’inverno. Il mare è abbastanza calmo, non ha senso allungare il percorso per tenermi distante dal Capo, sono ridossato il vento lo troverò subito dopo, continuo ad avanzare lentamente a motore, mentre la visibilità, come pensavo, gradualmente migliora. Calo la traina, attirando immediatamente un piccolo stormo di gabbiani che prende a volteggiare pericolosamente attorno all’esca, un pescetto finto ma incredibilmente realistico. Doppiato il capo, con una tranquillità che mai mi sarei aspettato, aggancio il vento previsto e prendo subito un bel passo, mentre un sole velato comincia a scaldare l’aria e la nebbia a diradarsi. Decido di lasciare solo il gennaker vista l’andatura al gran lasco, dell’aliseo portoghese per ora nessuna traccia.
  

L’antica fortezza di Lagos

La costa mi sfila a dritta, tutta la zona è una grande riserva naturale, niente palazzoni sulla spiaggia quindi, solo scogliere imponenti erose da tempeste protrattesi per milioni di anni. In mare un tappeto di segnali da pesca, zone intere immolate all’itticoltura, a volte ben segnalate con grosse boe gialle con la croce di Sant’Andrea, altre con galleggianti così piccoli che finchè non ci sei quasi sopra sono impossibili da scorgere. Poche le barche in giro, per lo più inglesi e francesi, qualche spagnolo ed un solo italiano, nelle vesti del sottoscritto. Dopo Gibilterra è cambiato lo scenario diportistico, sono spariti i charter e sono spariti gli italiani, anche a terra sono praticamente introvabili. Va detto che questo non è un mare per bagnanti e gli italiani, si sa, l’estate cercano soprattutto la caletta per fare il bagno. E’ un mare per chi ama navigare, per chi di mare ha voglia, come me, di fare una grande scorpacciata. Il vento aumenta ed io sono da solo in oceano, sotto gennaker a 7 nodi, i pannelli solari che caricano 10 ampere, mi cucino un piatto di peperoni e patate mentre dagli altoparlanti esce per intero Echoes dei Pink Floyd; la vita del navigatore solitario non è poi così male! Vado avanti così per qualche ora, col vento che aumenta ancora ed il mare che comincia a montare, tutto è sotto controllo quando improvvisamente sento un colpo e poi il rumore inconfondibile della vela che sbatte. Alzo gli occhi ma so già cosa è successo: il gennaker è esploso, non tanto per il vento, credo, quanto per l’onda che ha provocato qualche colpo di frusta. Non mi resta che ammainarlo mestamente, nella speranza che nelle mani di un buon velaio possa essere ricucito e tornare a svolgere il suo lavoro, il gennaker è una vela fondamentale, soprattutto alle andature portanti, soprattutto con venti deboli, quello cioè che non era il vento che l’ha fatto esplodere. Ecco ancora una volta una lezione di vita che viene dalla vela, i danni si fanno quando si diventa troppo sicuri di sè, in altri tempi avrei ammainato prima, stavolta me la stavo godendo, mi sentivo assolutamente tranquillo, non ho considerato che i limiti del gennaker fossero inferiori ai miei.
  

Il fattaccio
Proseguo con randa e fiocco, la velocità ovviamente quasi si dimezza, il danno mi ha un po’ intristito, mi rallegro osservando un branco enorme di delfini, diverse decine di esemplari,  che mi nuota attorno restando qualche minuto a giocare con la carena di Piazza Grande, lo prendo come un buon auspicio, alla vela rotta penserò quando sarò a Lisbona. Lascio quindi i miei pensieri volare liberi, verso la meta, ormai veramente vicina, li lascio andare lungo la scia lunghissima che ho tracciato da Marsala a qui, circa 1500 miglia, li lascio insieme alle paure che sempre tutti ci portiamo dentro, paura di vivere le cose che desideriamo fare, di non essere all’altezza, paura dell’oceano, come di qualcosa di infinito, ben più vasto del mare, ma solo fino a che non ci sei dentro e capisci che la paura è solo un fantasma, che l’infinito è dentro ciascuno di noi ed è ricchezza e che quando il mare chiama bisogna mollare gli ormeggi ed andare, senza timore, senza indugi. Oggi, per me, l’oceano è diventato mare.

5 pensieri su “Oceano mare

  1. Beh, nonostante il gennaker, ben arrivato in Portogallo! Pensavo che le maree sarebbero state un problema, vedo che come tutti i problemi che incontri l'hai affrontato da uomo di mare (oh, invidia….). Per il resto, nei tuoi racconti, da quando sei fuori dalle chinolle (carlofortino puro, sta per colonne), francamente sento un poco la mancanza del calore mediterraneo, compensata però dall'importanza di avere aperto gli orizzonti di Piazza Grande, e dei tuoi bei racconti, all'Atlantico e alle sensazioni che genera una navigazione in solitario in quelle acque.BV!Augusto

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  2. Luciano, senza tema di essere smentita, credo che questo sia uno dei tre tuoi pezzi più belli che io abbia letto finora. Sto leggendo un portoghese in queste settimane ed è bello ritrovare, per molti versi, quella stessa atmosfera che posso solamente immaginare. Grazie per i tuoi racconti. Grazie davvero e di cuore. Buon vento.Emanuela Z.

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  3. Chapeau Capitano. Avevo capito la tua voglia di mare quando hai preso la decisione di puntare la prua oltre le Colonne d'Ercole, adesso lo testimoni sempre di più nei tuoi fantastici racconti.Buon vento e correnti favorevoli…anche le maree 😉 🙂

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