Lisbona, fascino di mare e storia



L’aria fresca, quasi fredda, della notte lascia puntualmente spazio in tarda mattinata all’afa che con una cappa d’umido si posa sulla città, sulle costruizioni lungo l’estuario del Tago, nei vicoli dei quartieri più all’interno dove il vento non riesce a penetrare, deviato e frammentato dalle case in mille rivoli senza efficacia. Sono ormeggiato al Marina das Nacoes, l’aliseo portoghese soffia regolare in porto, ma basta allontanarsi un po’ per perderne qualunque traccia. Lisbona era la meta ed ora eccola qui, fra il mare ed il fiume sulla cui foce è stata edificata, adagiata sull’acqua insieme ai secoli che ne hanno accompagnato splendore e caduta.


Ha i crismi della capitale imperiale, tratteggiati dalle imponenti rua, le grandi arterie, ma anche l’aspetto di una
casbah araba definito dal dedalo delle travesse e dei beco, le stradine dove passeggiare ha il piacevole sapore del perdersi nella storia. I vicoli sono una delle cose più belle della città, dentro vi si scoprono angoli pittoreschi, aggraziate piazzette nascoste dove le automobili non riescono ad arrivare ed impedirne qualunque fruizione diversa dal parcheggio; i bambini giocano, gli anziani chiacchierano, fuori dai bar facce non sempre rassicuranti e sobrie discutono a volte animatamente, un cavo steso fra due palazzi contigui sostiene biancheria e abiti da lavoro, tutto attorno muri scrostati che parlano di vite vissute. Lo spettacolo umano contribuisce in modo determinante alla bellezza della città, il centro di Lisbona è abitato da persone normali, di tutti i ceti, i ricchi ai piani alti, dove troneggiano abbondanti gli abbaini, i poveri in basso, a volte a livello strada, in una mescolanza che da tempo si è persa nelle città italiane, fatte pochissime eccezioni. Tutti a sera escono a prendere il fresco, si incontrano, chiacchierano in quel l’idioma musicale e un po’ biascicato che è la lingua portoghese, i turisti osservano senza mischiarsi, chi sa quale dei due gruppi preferisce mantenere le distanze, i portoghesi sono cortesi ma anche riservati e non sempre brillano per cordialità.

Vicolo, persone e azulejos

Camminando per l’Alfama, per il Barrio Alto, per la Baixa, i sensi sono stimolati continuamente dall’odore della sardinhas asadas, le sardine arrosto, il piatto che è diventato un’icona della città, nonchè dalle note del fado, la musica tipica portoghese, melodica e straziante, nata intorno agli anni ’30 del ‘900; a volte, va detto, l’odore predominante è quello delle fogne, non sempre evidentemente ben funzionanti, ma forse è preferibile all’asetticità di certi centri storici che hanno sostituito una bottega di ciabattino con la boutique di qualche famoso stilista italiano, svendendo per sempre la propria anima. Lisbona, invece, la sua anima la conserva ancora, è un’anima che mischia atmosfere d’antica nobilità cristiana con frammenti di dominazione araba, fierezza di antichi navigatori con discendenze di schiavi trasferiti a forza dalle colonie d’oltremare. L’architettura mostra chiari i segni delle epoche succedutesi, il castello di Sao Jorge svetta sulle tante chiese ricoperte completamente di marmo bianco, a volte fin sopra la cupola, le quali a loro volta svettano tra gli edifici ricoperti di azulejos, le maioliche dipinte ed istoriate importate in Portogallo dagli arabi. Lo stile manuelino, dal nome del re che lo incoraggiò, sopravvive in pochi edifici risparmiati dal terribile terremoto del 1755, come la celeberrima Torre di Belem ed il Monastero dos Jerónimos. Il resto è case, a volte restaurate ed eleganti, altre, soprattutto all’Alfama, catapecchie diroccate non prive però di un loro fascino, inframezzate ogni tanto, in cima ai colli su cui poggia la città, da un miradhouro, un belvedere, da cui lo sguardo domina la valle del Tago, dal ponte Vasco da Gama fino al mare.


Praca do Comercio dal mare
Lisbona è anche una città di cultura, Pessoa e Saramago sono i due nomi di spicco della letteratura portoghese del XX secolo, entrambi hanno la loro fondazione ospitata in importanti edifici della città, ma la visita si è rivelata deludente in tutti e due i casi, poco o nullo il materiale esposto, didascalie solo in portoghese, più centro studi che mostra permanente, se ne esce senza aver aggiunto nulla a ciò che già si sapeva, un vero peccato vista l’importanza dei due scrittori. Molti i musei, abbondano quelli militari, lascito evidente della passata dittatura, molto bello quello della marina, non potrebbe essere altrimenti in un paese che dal mare ha tratto la propra gloria; un enorme hangar ospita molte barche importanti del passato fra cui alcune usate dal re e dalla sua corte, decorate a oro zecchino come una carrozza e spinte a braccia dalla forza di decine di rematori. La dittatura ha lasciato un forte nazionalismo, non è poi un male, il Portogallo si autocelebra perchè si ama, perchè è fiero della propria storia, forse noi italiani, che quanto a storia non ci manca nulla, dovremmo guardare a noi stessi con meno severità ed un po’ più di orgoglio. C’è una data che accomuna Italia e Portogallo, è il 25 aprile, giornata della liberazione, del ’45 per noi, del ’74 per loro, lo stesso giorno per celebrare la fine di due dittature che nel secolo scorso hanno flagellato in modo drammatico le rispettive popolazioni, la Storia per fortuna si è sbarazzata di entrambe.
 
Il Ponte 25 aprile
Passerò qui un paio di settimane, saranno di svago e riposo, ne ho bisogno dopo le circa 1500 miglia fatte un po’ di fretta per arrivare. La sera prima di entrare in città mi sono ancorato a Oeiras, proprio alla foce del Tago, volevo gustarmi le ultime miglia con la luce del giorno, farle con calma, lentamente, osservare la città dalla barca, entrarci dentro con delicatezza, assaporare il gusto piacevole della meta raggiunta dopo 1 mese e mezzo di navigazione. Il vento mi ha assistito, alternando durante la mattinata brezza a raffiche a 20 nodi ma sempre in senso favorevole mi ha spinto nel cuore di Lisbona, la torre di Belem era stata scelta come icona del traguardo, verdermela sfilare accanto è stata una grande emozione, mi sono avvicinato quanto più ho potuto, i tanti turisti che l’affollavano hanno avuto il loro panorama arricchito dalle vele bianche di Piazza Grande, scatto un milione di foto, poi vado avanti, il ponte sospeso di acciaio rosso che sembra il Golden Gate di San Francisco è l’altra icona della città, ci passo sotto nel frastuono di treni e macchine che lo percorrono in entrambe i sensi, poi ancora Praca do Comercio, spettacolare ed imponente più che mai vista da bordo, infine le ultimissime miglia di questo lungo viaggio, supero un paio di navi ormeggiate ai doca, i moli commerciali, infine entro nel marina che ho scelto, quello più tranquillo e finalmente passo le cime agli ormeggiatori per sugellare il mio arrivo. Davvero vieni da Roma?, mi chiedono increduli, Allora ti offriamo una birra! Quale migliore accoglienza da parte dello staff del marina.
 
Il monastero e l’immancabile fila
Mi raggiungono in aereo Camilla ed Alessandra, facciamo i turisti, visitiamo tutto il visitabile, ci mettiamo pazientemente in fila dovunque ci sia una fila, e ce ne sono tante; a Belem, dopo un attesa estenuante per entrare rinunciamo a salire tutti i piani, sono 5, ciascuno ha una coda di almeno 20 minuti, arrivati al secondo decidiamo che ci basta così, le nostre gambe, stanche di una giornata di incessante peregrinare, ringraziano. Il Monastero dos Jeronimos, invece, che lo gustiamo veramente tutto malgrado l’affollamento, il chiostro spettacolare, l’enorme refettorio e soprattutto la chiesa dove è sepolto, oltre a Manuel I, il grande navigatore Vasco da Gama. E’ uno dei momenti emozionanti di questo viaggio, dopo la visita a Palos de la Frontera, eccomi di nuovo davanti ad uno dei massimi giganti della storia della marineria, l’uomo che ha aperto le rotte verso l’Africa orientale e l’Oceano Indiano, regalando al Portogallo potenza e ricchezza sotto forma di dominio politico e commerciale. Mozambico, India, Malacca, Ceylon hanno costituito per secoli l’approvigionamento di oro e spezie poi scambiate con i mercanti del resto d’Europa. Non stupisce quindi il tributo che un po’ ovunque viene reso a questo grande uomo e alla sua epoca, quella dove il Portogallo ha la sua epopea; sulla riva del mare è stato eretto un enorme monumento agli scopritori, un altissima costruzione in marmo bianco dove sono scolpite le effigi degli uomini che oltre a Vasco da Gama hanno conquistato terre remote, vale la pena di salirci perchè la vista dall’alto è spettacolare.

La tomba di Vasco da Gama
Prendiamo il tram, uno di quei vecchi tram che prendeva Pereira, il protagonista del famoso romanzo di Antonio Tabucchi ambientato nella Lisbona di fine anni ’30, e che sferragliano tutt’ora per le vie rasentando gli stretti marciapiedi dove le persone si assiepano per non esserne travolte, ci spostiamo da un capo all’altro della città, vedo Praca de Comercio da terra dopo averla vista dal mare, saliamo al castello di Sao Jorge confondendoci con le migliaia di turisti che l’assediano e che come formiche si dipanano disciplinatamente lungo i bastioni formando interminabili sciami che si intersecano fra loro in un moto apparentemente infinito. Non nascondo che tutto questo affollamento mi infastidisce, non pretendo certo di trovare luoghi così belli e famosi a mio uso esclusivo, ma un posto non è solo un elemento fisico, è anche l’atmosfera che lo ammanta e questa che troviamo è fatta di migliaia di persone assiepate l’una all’altra che brandiscono macchine fotografiche e cellulari per catturare l’immagine di quello che per troppa fretta non riescono a vedere con i loro occhi. La fotografia digitale ha dato la stura alla fotografia del nulla, si scatta a raffica, senza guardare, senza cercare l’inquadratura che possa dare personalità all’immagine, tanto è gratis, tanto si può eventualmente elaborare con Photoshop; mi chiedo a cosa serva, se si vuole una bella foto di un posto tanto vale scaricarla da Internet, sarà sicuramente meglio di uno scatto frettoloso che ha come unico effetto l’aver messo un filtro tra il turista e la realtà che ha davanti. Al tramonto ci mettiamo in fila anche per un dolce, il famoso pasteis di Belem, alla famosa pasteleria di Belem, pare ne sfornino circa 7000 al giorno, a 1 euro e 40 l’uno, un bell’incasso a fine mese, ma va detto che sono più saporiti di quelli comprati altrove, dove spesso la crema ha una dominante esagerata di uovo.
 
80 rematori per portare a spasso il re
Qui a Lisbona devo risolvere il problema del gennaker esploso giorni fa, sento un paio di velai, mi chiedono circa 300 euro per ripararlo. Eh, ma ci vogliono 8 ore per ricucirlo! Ah però, penso, mica male per una giornata di lavoro, avevo capito che in Portogallo il reddito medio è più basso che altrove in Europa. Mi aiuta Nito, lo spagnolo con cui ho navigato di conserva alcuni giorni, lui e Daniela vengono a cena in porto, mi consiglia di spedirlo al suo velaio di fiducia in Galizia, sono un po’ titubante, ci sono i costi di spedizione ed il rischio che qualcosa vada storto e si perda, il risparmio deve valere la pena. Alla fine mi convinco, impacchetto tutto e spedisco a Pontevedra, Spagna del nord, nel giro di un paio di settimane me lo rispediranno a Tavira, Portogallo del sud, al locale circolo nautico dove un amico di Nito cortesemente lo riceverà. Incrocio le dita e consegno il pacco all’impiegata delle poste.
 
Fate largo!
Torniamo in porto con un autobus diverso dal solito, passa per la periferia, poche centinaia di metri alle spalle del Parque das Nacoes, il modernissimo quartiere cosruito per l’Expo del 1998, tutt’altra atmosfera, l’autista è protetto da un gabbiotto di vetro, facce tristi e squallide affollano il mezzo pubblico, donne di colore grasse e piene di figli, pensionati senza espressione, ragazzine truccate in modo volgare che non staccano dita e occhi dall’ultimo modello di smartphone che hanno fra le mani. Un antico acquedotto, forse romano, è strangolato, ingoiato, schiacciato da una selva di palazzi alti e brutti, senza storia nè la possibilità di farsene una, si scrosteranno a breve ma non diventeranno affascinanti come le vecchie case dell’Alfama, così come gli uomini e le donne che li abitano invecchieranno e passeranno via senza lasciare traccia dopo un’esistenza che è facile immaginare strascinata e con poche gioie. Qui come dappertutto, le periferie anonime hanno il loro triste e spersonalizzato sapore di vacuità.
 
Tutto può diventare azulejos
Tornando ci fermiamo a visitare l’Oceanario, qualcosa in più di un semplice acquario, un vero monumento al mare e ai suoi abitanti, osserviamo le tante ed enormi vasche dove nuota ogni sorta di pesce e di mammiferi accquatici. Tento la vecchia battuta: Che pesci sono? Squali. Squelli!, ma Camilla me la cassa inesorabilmente, incomunicabilità generazionale, solo che una volta le battute sceme le facevano i figli, non i padri, tempi che cambiano. Faccio ciao con la mano ad una grossa cernia, fossimo in mare l’accoglierei con tutt’altro saluto, forse non esattamente un saluto cordiale, anche se l’inviterei volentieri a cena, riservandogli un posto caldo, il forno ovviamente.
 
L’avveniristico edificio dell’Oceanario
Due settimane in una città e alla fine ti senti un po’ di casa, hai imparato le fermate degli autobus, conosci gli orari e le abitudini degli abitanti, ti concedi il lusso di perdere un po’ di tempo al tavolino di un bar per sorseggiare una bibita e osservare la vita che ti scorre davanti. Lisbona mi ha preso, mi piace molto, è un’ottima sintesi dei tratti di altre città: è un po’ Napoli, ma meno caotica ed anarchica, è un po’ Roma ma meno artistica e sciatta, è un po’ Genova ma meno snaturata nel tessuto sociale, è un po’ Palermo ma meno provinciale, è un po’ Parigi ma meno nobile; è un po’ anche Istanbul, adagiata com’è sull’acqua, fra antichi fasti e frenesia moderna, non riesco a non paragonare queste due mete da me sognate e poi raggiunte insieme a Piazza Grande, due capitali alle due estremità del continente Europeo, distanti migliaia di miglia fra loro, ma unite da quel’elemento che da sempre attrae e respinge gli uomini, che lo amano e lo temono allo stesso tempo, quell’elemento che da un po’, a modo mio, ho deciso di sposare: il mare.

5 pensieri su “Lisbona, fascino di mare e storia

  1. Bello Luciano, immaginavo che meritava di essere letto con calma il tuo racconto. Diverso, perché la presenza del mare è minima, ma non per questo meno interessante e piacevole del solito, con il tuo stile molto gradevole, e poi Lisbona la protagonista è una bella Signora affascinante, da te descritta con la solita maestria. Buon Vento Capitano 🙂

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