Oceanici, lagunari e fiumaroli

 
Ponte Mollo,
io so’ romano fijo de ‘n fiumarolo,
sur fiume se pò di’ che ce so’ nato
e me ce cullerò fino a che nun moro.

(canzone romana)

Un cielo ammantato di stelle si stende a notte sopra l’ancoraggio di Piazza Grande lungo il Rio Guadiana, uno dei più importanti fiumi della penisola iberica la corrente ha disposto lo scafo nel suo corso malgrado un vento abbastanza sostenuto da nordovest, a poche decine di metri da me uno dei fanali rossi che segnano il percorso dragato, appena dietro la vegetazione bassa e fitta, sulla riva opposta, dove lampeggiano i fanali verdi, una fila di luci basse indica la sponda settentrionale del fiume. Il silenzio della notte è spezzato solo dal verso isolato di qualche uccello dei tanti che nel parco dell’estuario del fiume hanno la loro dimora, poi i grilli incessanti e lo sciabordio dell’acqua sulla carena.

Poco fa un tramonto di quelli che mozzano il fiato, il profilo della vegetazione sovrastato da un cielo di fuoco vivo, uno spettacolo di sconvolgente bellezza. E’ una rotta variegata questa che sto facendo ridiscendendo l’Atlantico dopo la lunga sosta a Lisbona, non è fatta di solo mare ma anche di lagune e fiumi navigabili. Ne avevo avuto un assaggio durante l’andata, ora, come m’ero ripromesso, sto approfondendo senza fretta le diverse opportunità che questo spicchio di mondo offre ad un giramondo di mare.
  
Delfini a portata di mano
A Lisbona mi hanno raggiunto Marta e Flavia, due care amiche che già hanno navigato con me in passato, anche per loro è il primo oceano, si fidano di me e la cosa mi fa piacere. Dopo una ricca cambusa in previsione di stare qualche giorno senza scendere a terra, andiamo a cena all’Alfama per un’ultima serata a base di sardinhas e poi l’indomani prendiamo il largo percorrendo a ritroso tutto l’estuario del fiume Tago. Mi tengo vicino alla riva settentrionale, voglio che godano della vista di Lisbona da una visuale che è sicuramente nuova per loro, il vento è al traverso lascio solo il genova per non correre troppo e gustare il panorama più a lungo. Poi il fiume termina, le sue acque si mescolano con quelle dell’Atlantico, l’aliseo è pronto a prenderci fra le sue braccia, accosto qualche decina di gradi a sinistra e inizia la discesa verso sud. Prima tappa, doppiato Cabo Espichel, è Sesimbra, un posto senza fascino, c’è un porticciolo ma ci guardiamo bene dall’entrare, troviamo uno spazio dove ancorarci, ce ne serve parecchio, ci sono circa 25 nodi di vento, abbiamo bisogno di abbondare con il calumo, la quantitò di catena cioè che deve essere calata con l’ancora. Il giorno dopo destinazione Sines, ci sono già passato all’andata, un porto piccolo e sicuro, di nuovo l’aliseo ci accompagna fedelmente lungo tutto il tragitto, una navigazione piacevole, almeno per Marta e me, Flavia invece la passa sdraiata in pozzetto verificando l’inefficacia su di sè di tutti i rimedi contro il mal di mare che ha sperimentato. Alla fine troverà un po’ di sollievo sbocconcellando qualche cracker con le alici: funziona veramente o potenza della convinzione dopo che le ho detto che è il rimedio dei vecchi lupi di mare?
 
Acque in entrata e in uscita che si scontrano
Proseguendo abbiamo il tappone fino a Cabo Sao Vicente, lo spauracchio dell’andata, stavolta è, come dire, in discesa, con vento a favore, e poi quando una navigazione l’hai già fatta la rispetti ma non ti spaventa più, divoriamo le 60 miglia nell’arco della giornata accompagnati per quasi tutto il tempo da branchi numerosissimi di delfini che sembrano trovare nel passo di Piazza Grande una vibrazione armonica con il loro volteggiare fra le onde, mentre a  sinistra ci scorre una costa fatta di lunghissime spiagge deserte e scogliere imponenti, esattamente il Portogallo che ti immagini. Appena doppiato il capo il mare si spiana ma il vento quasi raddoppia, non poteva essere altrimenti vista l’importante altezza del promontorio, non solo in Grecia c’è l’effetto catabatico. Diamo fondo nell’ampia baia di Praia da Mareta, alle spalle di Sagres, è l’imbrunire, l’aria fresca ci suggerisce di cenare sottocoperta, preparo la pasta con le melanzane, poi un goccio di Porto e via a nanna, riposo meritato per tutto l’equipaggio. Mi piace questa navigazione, questo ritmo serrato ma non stancante, a parte quest’ultima tappa non stiamo facendo lunghe tratte, non è un tour de force, insomma. A riprova di ciò, ci svegliamo con tutta traquillità e passiamo la mattina a chiacchierare in pozzetto, tra le cose belle della vela c’è che crea intimità fra le persone, ci si mette facilmente a nudo, si parla di sè senza troppi pudori, si sta tutti sulla stessa barca dopo tutto. Ci spostiamo ad Alvor, una piccola laguna che sul portolano sembra molto interessante, entriamo con la bassa marea, massima attenzione quindi, sto seguendo scrupolosamente la segnalazione delle boe quando da un barchino ancorato un tizio si sbraccia per farmi segno di non proseguire. Guardo l’ecoscandaglio, segna meno di 2 metri! Dietrofront immediato, ci ancoriamo in un ridosso alle nostre spalle e ci gustiamo lo spettacolo di dozzine di kite-surf coloratissimi che volteggiano all’interno della laguna dove, malgrado il forte vento, l’acqua è assolutamente piatta. Qualcuno ci passa ripetutamente un po’ troppo vicino, bravate che una raffica potrebbe trasformare in seri danni, lancio prima un’occhiata, poi un urlo, al prossimo giro lancerò qualcosa di contundente, il tizio però capisce e si allontana.
  
Laguna in bassa marea
Oggi alla traina ha abboccato un gabbiano, più che abboccato è rimasto impigliato nella lenza, volando a bassa quota ha agganciato il filo con un ala, poi un paio di giri su se stesso per tentare di sfuggire l’hanno tarpato inesorabilmente. Ho recuperato col mulinello fra gli urli stridenti della bestia, cercando di condurre l’operazione delicatamente, ma appena l’ho portato sottobordo ha inizia a dibattersi e tentare di beccare a destra e a manca, liberarlo è risultato praticamente impossibile. Qualcuno ha suggerito di  farlo con le patate, ma la carne di gabbiano è dura e stoppacciosa, perfino Moitessier, che voleva traversare l’Oceano Indiano mangiando biscotti per cani, lo riteneva un pasto da extrema ratio, figuriamoci noi che abbiamo ogni ben di dio in cambusa. Alla fine l’unica è stata tagliare la lenza, salvando almeno il rapala. Mentre lo lasciavo andare ho cercato di allentare la presa sull’ala, magari alla fine riuscirà a liberarsi da solo, chissà. Stasera quindi cous-cous esclisivamente vegetale, poi liquorino in pozzetto con tante stelle brillanti sopra di noi ed uno spicchio di luna a riflettersi sulla superficie del mare, pardòn, della laguna. Già, a volte dimentico che questo non è mare, è oceano, e che a volte l’oceano diventa laguna, e che mentre ci sei dentro bastano poche miglia per trasformare tutto in fiume. E’ sempre acqua del resto, acqua da navigare, per chi ne ha voglia, per chi sa amarla. A ricordarmi che è oceano pensano le parole che mi ha detto un ragazzo giorni fa: Quest’inverno abbiamo avuto un paio di mareggiate con onde di 15 metri. 15 metri, un palazzo di 5 piani, capisci perchè in spagnolo la scala Douglas, quella che misura lo stato del mare, alla forza 8, 1 meno della massima, (occhio a non confondere con la scala Beaufort, quella misura il vento e arriva a 12), porta la dicitura montañoso, un mare montagnoso, un termine decisamente azzeccato.
 
Oltre la barra, la pace
Ora ci aspettano due giorni di relax a Lagos, posto già visto all’andata, vado a colpo sicuro al Muelle de espera di fronte alla Capitanìa de puerto, parabordi ben posizionati, affido alle due donzelle una cima ciascuna, una a prua e una a poppa, accosto bene e, come da istruzioni, al mio segnale saltano giù all’unisono e assicurano Piazza Grande alle bitte del pontile: manovra pefetta, plauso all’equipaggio e plauso pure al comandante, va! Ce ne andiamo un po’ a zonzo per la città, facciamo i turisti, scegliamo un ristorantino per la cena, voglio qualcosa di diverso dalle solite sardinhas, Abbiamo pollo al barbecu, mi fa il cameriere, Lo prendo!, rispondo con entusiasmo. Ma la mia gioia si spegne quando arriva il piatto in tavola: due tristi fettine di petto di pollo alla piastra impiastricciate di salsa, quella salsa a base di aceto e non so che altro che si chiama appunto salsa barbecu. Tenere sempre a mente che le assonanze fra le lingue, i cosiddetti falsi amici, possono nascondere trappole ed insidie ad ogni angolo. Marta e Flavia ripartono, ci salutiamo con evidente dispiacere da parte di tutti, abbiamo passato dei bei giorni insieme, ma è un arrivederci, non certo un addio, Piazza Grande le accoglierà ancora volentieri. Torno in porto, ci sono diverse barche che hanno alla crocetta di  sinistra la bandiera dell’ARC, l’Atlantic Rally for Cruisers, la traversata atlantica in flottiglia che parte tutti gli anni dalle Canarie in autunno, torno ad interrogarmi su una simile eventualità, un anno fa avrei detto assolutamente no, non mi interessa passare 20 giorni in mare solo per dire ho fatto la traversata, oggi, dopo questo assaggio di oceano, dico che forse la cosa ha ragioni diverse che risiedono anche in quella ricerca interiore che è il navigare, forse non è un’idea poi così peregrina, forse…
  
Un airone in cerca della cena
Sono di nuovo un navigatore solitario, oceanico, lasciatemelo dire, e con una missione da compiere: andare a Tavira a recuperare il gennaker che un paio di settimane fa ho spedito in Galizia per farlo ricucire, ma prima voglio tornare nella laguna di Olhao, voglio starmene un giorno ad oziare, a leggere, ho le ultime pagine de I miserabili di Victor Hugo che mi aspettano, voglio gustarmi l’ancoraggio sicuro al riparo dell’Ilha da Culatra, l’isola che chiude la laguna a sudest. Strada facendo trovo vento da sudovest, contrariamente alle previsioni che davano il solito aliseo da nordovest, ma va bene lo stesso per la mia rotta, solo alza un filo d’onda in più, ma nulla di preoccupante. Preoccupano invece i segnali da pesca sparsi a tappeto sulla superficie del mare, una quantità veramente incredibile che mi costringe a non distogliere lo sguardo dalla prua per più di 3 o 4 minuti. Il fondale scarso consente ai pescatori di calare le loro attrezzatura anche a diverse miglia dalla costa, mi sento come uno sciatore alla prova di slalom gigante, non riesco a mantenere la stessa rotta per più di qualche centinaio di metri, tocco i tasti del pilota automatico come se stessi componendo un numero telefonico, la cosa è decisamente antipatica, impensabile navigare di notte da queste parti, già con la luce è difficile individuare le segnalazioni, spesso limitate ad una bottiglia di detersivo, magari blu e pure scolorito, senza alcuna bandierina. L’ingresso ad Olhao è non privo di emozione, la forte corrente all’imboccatura del canale sposta la prua di Piazza Grande anche di 30/40 gradi in modo improvviso, entro con il genova ed il motore allegrotto, ci vuole potenza, tutto è pronto nel caso qualcosa dovesse andare storto, anche l’ancora è libera e pronta ad essere calata in pochi istanti.
 
Le boe vanno sempre osservate alla base
Ancora più difficile l’ingresso nella laguna di Tavira, qui è il portolano stesso ad avvertire dell’eccezionale forza della corrente, ancorare è impensabile, troppo stretto e troppo trafficato, traghettini che fanno la spola fra le due sponde, centinaia di motoscafi e moto d’acqua che sfrecciano ovunque, vedo un gavitello libero e lo afferro, la marea è alta, calcolo quanto debba scendere e confronto con la lettura dell’ecoscandaglio valutando se sia o meno il caso di restare qui, dovrei farcela per un pelo. Il pelo invece si rivela troppo corto, quando comincio a vedere i bagnanti con l’acqua alla vita a 10 metri da me decido che non è il caso e mi sposto, mi avvicino al Clube Nautico, dove è stato spedito il mio gennaker, trovo un gavitello libero, ma è impossibile prenderlo, la corrente è troppo forte per manovrare da solo, chiedo aiuto ad un gommmone che passa e che gentilmente prende la cima che gli lancio e la fissa alla boa. Quando la marea è in fase di stanca, metto il tender in acqua e vado a terra, alla segreteria del Clube c’è un pacco per me, tutto a posto, operazione conclusa con successo, ringrazio me ne torno a bordo soddisfatto. Girare in barca da la possibilità di prendere il meglio nei vari posti che si visitano, a volte ci sono prezzi diversi per il medesimo lavoro senza ragioni valide, non c’entra il costo della mano d’opera o dei materiali, solo il mercato che per qualche sua ragione ha determinato uno status quo che le logiche economiche non sempre riescono a scardinare. In Turchia, ad esempio, lavorano il tek a prezzi più bassi che altrove, mentre invece l’elettronica ha costi proibitivi. Qui ho sperimentato come da Lisbona a Vigo la riparazione di una vela sia una fatto costoso o economico a distanza di poche centinaia di Km. Solo in Italia costa tutto caro, ma da noi, si sa, la nautica è cosiderata una cosa da ricchi ed i ricchi vanno spremuti, sempre e comunque. Poco importa se questo uccide il mercato, più semplice togliere 100 euro a 1 che 70 a 10, ma qualcuno spieghi agli artigiani nostrani che togliendo 70 a 10 si guadagna molto di più. Mollo il gavitello e scappo, questo posto è un delirio di traffico, si balla peggio che in navigazione ed io ho voglia di passare una notte tranquilla. Dove? In un fiume, ovviamente!
  
Cargo nel fiume
Il Rio Guadiana, che segna il confine tra Portogallo e Spagna, è perfetto al mio scopo ed è a sole 15 miglia da me. E’ uno dei tanti fiumi che sfociano in questo tratto di mare, diramandosi in tanti bracci, formando lagune, o ria, come le chiamano gli spagnoli. Una ria è un’estuario dove il mare entra nel fiume e viceversa e insieme si fondono con la terra, quando sei dentro sei ben ridossato dal vento, il fondale generalmente è fatto di fango, quindi è un ottimo tenitore, c’è solo da fare molta attenzione alle maree, ai bassifondi e a tronchi e rami semisommersi che possono costituire un insidia non da poco dopo alluvioni o piene. Per il resto, un’atmosfera particolare, l’aria è fresca, i profumi cambiano, non più l’odore resinoso della vegetazione ma quello di acque meno vivide del mare mischiato a quello dei pescherecci ormeggiati lungo le sponde. Qui ce ne sono davvero tanti, segno di un’attività florida, sono attrezzati con una quantità impressionante di luci sulla tuga e trainano un barchino di appoggio anch’esso dotato di molte luci, escono la sera e rientrano la mattina, chissà che tipo di pesca praticano così attrezzati, forse totani, notoriamente attratti dai bagliori in superficie, almeno quelli mediterranei. La presenza di tutti questi fiumi e lagune semplifica molto la navigazione da queste parti, se anche il vento dovesse girare inaspettatamente e alzare mare, ci sarà sempre a poche miglia un riparo. Il problema, tutt’al più, può essere l’ingresso, quando l’onda entrante si scontra con la marea uscente si formano onde molto corte e ripide, alte anche un paio di metri, che per giunta determinano il formarsi di una barra di sabbia e fango sul fondo, estesa anche parecchie decine di metri in senso longitudinale, ciò significa che quando si sta nell’insellatura dell’onda si rischia di insaccarsi violentemente e battere la chiglia con tutte le conseguenze disastrose del caso, meglio quindi evitare ed entrare con marea alta o crescente. Mi chiedo perchè in Italia tutto ciò non sia possibile, ancorarsi o navigare nei fiumi, voglio dire. D’accordo che l’unico fiume degno di questo nome che abbiamo è il Po, ma anche il Tevere è stato navigabile fino a non molti decenni fa, perchè ora non più? Perchè Fiumara Grande, la sua foce, l’unica di tutto il Tirreno, non viene dragata con regolarità come fanno qui che invece di fiumi ne hanno molti? Perchè dobbiamo scaricare le merci a Civitavecchia o Gioia Tauro e portare in camion fino a Roma quando tutte le città fluviali del mondo trasportano sull’acqua direttamente in centro?

E adesso sciogliti, come sai fare tu…
Me ne sto in pozzetto con questi pensieri, un peschereccio manovra attorniato da una nuvola di gabbiani, il sole cala tingendo il sole di rosso, alcuni aironi rovistano col becco la battigia fangosa scoperta dalla bassa marea, un pescatore mi passa accanto su una barchetta e mi fa un cenno di saluto, sorseggio un goccio di rum, basta poco in fondo per essere felici, almeno a me; scendo sottocoperta e mi distendo sereno in cuccetta. La mattina mi sveglio e dopo il consueto caffè recupero l’ancora. Sopresa: insieme all’ancora tiro su un bel pezzo di rete abbandonata ed incrostata di cozze, non è semplicissimo liberarla, un pezzo lo taglio un pezzo riesco a toglierlo con il mezzomarinaio. Una volta mollata, qualche istante di attesa prima di ingranare la marcia, non sia mai finisse nell’elica sarebbero veramente dolori, anche ammesso di riuscire a calare nuovamente l’ancora senza danni, immergersi in queste acque melmose e lavorare con una visibilità di 20 cm sarebbe veramente difficile e pericoloso. Ma tutto fila liscio, filo liscio anch’io verso la foce,a velocità ridotta e seguendo minuziosamente il percorso delle boe rosse e verdi, siamo in bassa marea, l’incaglio è in aguato. Riguadagno il mare aperto, ne respiro di nuovo la brezza, quante volte ho tracciato queste rotte sulla carta come fossero un sogno lontano, ora ci sono dentro e me le sto gustando in pieno, il resto, tutto il resto, può attendere.

6 pensieri su “Oceanici, lagunari e fiumaroli

  1. Una piacevole lettura, bene argomentata da foto, come sempre nelle descrizioni delle navigazioni, o forse non descrivi il tuo navigare, ma le sensazioni, i sentimenti, il tuo benessere dell'anima di un viaggiatore puro.grazie e buon vento

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