Cadaqués ed il controruggito del Leone.


A sei anni, volevo diventare cuoco, a dieci, Napoleone. Da allora in poi le mie ambizioni sono sempre andate crescendo.

(S. Dalì, intervista)

Lasciata di poppa già da qualche ora Cadaqués, estremo lembo orientale di terra spagnola, un vento gagliardo mi spinge al traverso a oltre 6 nodi malgrado l’onda formata, mentre dagli altoparlanti in pozzetto i Pink Floyd cantano Money get away, Denaro va via, e dentro di me sento che hanno ragione, che quello che sto vivendo non ci sono soldi con cui lo baratterei, ma so pure che certe emozioni non possono prescindere da scelte di vita che hanno a loro volta un costo, monetario e non. Su questo viaggio ho investito molto, sia a livello economico che emotivo, ho fatto i mie conti su entrambi gli aspetti, ho pagato il dovuto ed ho mollato le cime dalla banchina.
 
So quello che ho lasciato partendo, non so bene quello che troverò quando tornerò, sto cominciando a pensarci in questi giorni, il rientro alla cosiddetta civiltà non è più così remoto. Gli ultimi scampoli di bella stagione sembrano tenere alla larga l’autunno, ma è ottobre ormai, è questione di giorni, poche settimane al massimo, e poi arriverà il freddo a sancire la fine dell’estate e di questo lungo viaggio.
 

Tramonto inclinato
Stappo una birra e guardo il mare, le creste delle onde cominciano a frangere e spumeggiare, è un mare un po’ antipatico, incrociato, ogni tanto Piazza Grande dà qualche spanciata per poi rimettersi in rotta senza scomporsi troppo, sono a tutta vela, serve potenza per avanzare in queste condizioni. Lo spettacolo, comunque, è meravigliosamente vivido. Penso a dove sarei ora se non fossi partito, se non avessi reciso quel cordone invisibile che ci lega alla terraferma, probabilmente in macchina, in coda da qualche parte a sprecare tempo, il bene più prezioso che abbiamo a livello individuale, e a sporcare l’aria, la cosa più preziosa che abbiamo a livello collettivo; un doppio crimine, insomma. Poi mi ricordo che la macchina non ce l’ho più, l’ho venduta un anno e mezzo fa, una delle cose sacrificate alla scelta di partire, forse allora starei ad una fermata di autobus, perdendo tempo ugualmente ma inquinando un po’ meno, almeno fino a quando non inventeranno gli autobus a vela.
 
Riciclo creativo
Vivere in città ti fa credere che tutto abbia un prezzo e che le cose belle costino care. Il ragionamento non è privo di logica, il costo di un oggetto è la giusta retribuzione per chi l’ha prodotto utilizzando la sua abilità ed il suo tempo, quanto più ce n’è voluto, tanto più prezioso è un bene. Quando però ti convinci che per essere felice hai bisogno di avere quelle cose allora sei fregato, entri nell’ingranaggio, inizi a produrre anche tu per poter consumare, ma nel frattempo altri avranno prodotto altre cose che ti costringeranno a produrre sempre di più ed allora il prezzo che pagherai sarà quello della rinuncia al tuo tempo che, come dicevo prima, è la cosa più preziosa che abbiamo dato che non è infinito. Senza scadere nell’estremismo di sette tipo Amish, una macchina più bella o vestiti più eleganti non svolgono la loro funzione in modo migliore, semplicemente appagano altri bisogni che con l’oggetto in sè non hanno nulla a che vedere. In altri termini, consumiamo per lenire il male interiore che ci deriva dal vivere per produrre, un circolo vizioso assurdo e terribile. In mare non ci sono centri commerciali e quando il bene scompare alla vista, scompare il bisogno. La prova l’ho avuta in questi due anni passati in barca, spesso approdando in isolette o località dove al massimo c’è un piccolo spaccio con il pane e un po’ di scatolame, a volte qualche verdura fresca. Ogni volta che ricapitavo, magari dopo settimane, in una città ed entravo in un supermercato, mi sentivo come un bambino nel paese dei balocchi, avrei voluto comprare tutto, riempire la barca di oggetti inutili, ero come ubriacato dalla vista di tanto ben di dio. Qualche volta ho abboccato alle lusinghe di tanto benessere, per poi ritrovarmi a bordo cose ingombranti e difficili da stivare che non miglioravano affatto la mia qualità di vita. E con cosa avevo pagato tutto ciò? Con il tempo passato a produrre il denaro per comprare quelle cose, in pratica ho barattato piccoli lussi, futili se non inutili, con giornate di mare. C’è una parola che da qualche tempo va di moda, è downshifting, una sorta di filosofia che sostiene che si può vivere con meno consumando meno. A parte la mia idiosincrasia per l’uso smodato di termini stranieri, quando l’ho scoperta mi sono accorto di essere un downshiftatore ante litteram, è una vita che io downshifto, forse avrei dovuto scriverci su qualche libro ed arricchirmi come ha fatto qualcuno di questi pseudosantoni che spacciano ricette preconfezionate per riempire i vuoti esistenziali di persone che non si rendono conto di aver creato esse stesse i loro vuoti.
 
Cadaques
E allora va’ Piazza Grande, va’, corri a briglia sciolta su queste onde, frangile con la tua prua, lasciati alle spalle una scia spumeggiante e bianca, una scia che si allunga sempre più, migliaia di miglia, da Roma, da Marsala, da Lisbona, da Istanbul, da ogni porto che hai toccato, da ogni rada che ha protetto il tuo ancoraggio; portami più oltre, dove io sono io e non le cose che possiedo, dove la mia anima è libera, dove sono il mare ed il vento a governare la mia esistenza, dove il sole ogni mattina scaldandomi mi dice che sono vivo, vivo, vivo! Il vento intanto gira verso prua ed aumenta, prendo una mano di terzaroli alla randa, poi ne prendo un’altra, poi rollo un po’ di genova e alla fine mi ritrovo a bolinare contro 25 nodi abbondanti di vento nel mezzo del Golfo del Leone, anzichè avanzare tranquillamente al lasco come da previsioni meteo. Tengo una rotta un po’ orzata, per avere possibilità di poggiare se il vento dovesse girare ulteriormente verso prua o comunque per avere un’andatura un po’ più tranquilla durante la notte. Ogni tanto Piazza Grande va in leggera straorzata, l’autopilota corregge prontamente e si rimette in rotta, sono molto veloce, sempre intorno ai 7 nodi con punte oltre gli 8, tolgo la traina, difficile prendere qualcosa in queste condizioni, qualche ora fa, quando ero più lento, ha abboccato un tonnetto di qualche chilo, ha fatto un paio di salti fuori dall’acqua, poi si è slamato durante il recupero lasciandomi a bocca asciutta mentre già pregustavo un bel carpaccio d’alto mare. In giro non c’è nessuno, a parte qualche peschereccio spagnolo alla partenza non ho più incrociato traffico di alcun tipo, neppure mercantile, malgrado Marsiglia, la mia destinazione, sia uno dei più importanti porti commerciali del Mediterraneo.
 
Cattedrale di Cadaques con gatto
Quando il sole cala all’orizzonte il mare è leggermente diminuito restando comunque uno stupefacente spettacolo di natura viva. L’onda è ancora incrociata e mi costringe ad incredibili contorsionismi sottocoperta per compiere qualunque gesto, come sedermi a controllare la strumentazione o mangiucchiare qualcosa di freddo, un po’ di pane con qualche fettina di salame preso a Cadaqués che si rivela il primo salame veramente saporito da quando ho lasciato l’Italia. Il vento fischia ancora forte tra le sartie, mi tengo all’erta, se dovesse aumentare ulteriormente mi costringerebbe a poggiare decisamente mancando quindi Marsiglia, ma non è questo a preoccuparmi, quanto piuttosto il fatto che il fondale nel Golfo del Leone risale con una rapidità incredibile nei pressi della costa, da oltre 1000 metri a poco più di 100, le onde, compresse da questo sbalzo repentino, potrebbero diventare molto corte e ripide e rendere la navigazione piuttosto disagevole. Tutto ciò perchè il vento soffia da sudest, stranamente per questo tratto di mare generalmente infestato dal Maestrale e da affrontare con il massimo rispetto. Il Leone ruggisce, ma fa uno strano verso che non ti aspetti, contrario alla consuetudine. Esco in pozzetto, c’è una luna pienissima che illumina la notte come fosse giorno, vedo il mare frangere e la prua di Piazza Grande che sia apre la strada in modo deciso, l’aria è calda, indosso solo una felpa, è incredibile visto che siamo ad ottobre inoltrato, se penso che a luglio ed agosto navigavo con pile e cerata completa; ma ero in Atlantico, correnti fredde di aria e di mare mi investivano provenendo da molto lontano. Mi metto in piedi al riparo dello sprayhood, guardo le goccioline d’acqua sulla plastica trasparente sfavillare alla luce della luna e canto a squarciagola Stavo andando a 100 all’ora per veder la bimba mia; non vado a 100 all’ora e non ho una bimba che mi aspetta a Marsiglia, al massimo una rada protetta dove riposare, ma mentre canto confesso a me stesso che sì, ho un po’ di nostalgia di casa.
 
La rada di Cadaques
In effetti da quando ho lasciato Valencia sto un po’ correndo, c’è l’impulso inconscio di recuperare il tempo perduto in quella sosta più lunga del previsto, quando finalmente ho ripreso il mare ho iniziato a macinare miglia fermandomi solo per riposare un po’ di tanto in tanto, del resto questo tratto di costa è deturpato in modo veramente pesante da un’edilizia tanto squallida quanto intensa, non merita un’attenzione maggiore di quella che gli sto dedicando. Ho passato Barcellona di notte, svicolando fra l’intenso traffico di navi enormi; una di esse, cui ho ceduto il passo nel timore di un abbordo, ha improvvisamente rallentato fino a fermarsi, evidentemente in attesa del pilota del porto, esattamente sulla mia rotta; in pratica mi sono trovato un muro lungo 300 metri e alto 30, così ha misurato l’AIS, a poche decine di metri dalla prua, un muro scuro con appena le luci di via a dare un’indicazione vaga dell’ostacolo da schivare, un bel momento adrenlinico sicuramente. L’unica sosta degna di questo nome l’ho fatta a Cadaqués, un luogo imprescindibile per me, nella frazione di Portlligat c’è la casa di Salvador Dalì, ora adibita a museo. Ho già visitato anni fa il museo Dalì di Figueres, l’altro fulcro della vita del pittore surrealista, adoro le atmosfere che ha saputo creare con le sue incredibili opere, non posso, ora che sono qui, non fermarmi e vedere il luogo dove alternava alle creazioni artistiche le sue stravaganze. Entro in rada nel tardo pomeriggio ed afferro, non senza qualche difficoltà, uno dei tanti gavitelli liberi di fronte al paese, l’unico modo di ormeggiare visto che stranamente non c’è un porto, malgrado il nucleo abitato sia antico di secoli. C’è una barca con una coppia francese di mezza età, chiedo loro se si debba pagare e a chi, mi dicono di no, poi protestano, non capisco bene perchè, quando mi vedono prendere un secondo gavitello a poppa. Non è che faccio come quel tale che non si fidava delle bretelle e allora metteva pure la cinta, piuttosto vedo che il vento sta calando ed entra una leggera onda nella baia, so già come finirà, barche traversate e rollio estenuante. Faccio un gesto ai francesi con l’intento di invitarli, nel modo più educato possibile, a farsi gli affari loro visto che di gavitelli liberi ce n’è un’infinità, poi me ne vado sottocoperta ad ispezionare la sentina: 3 giorni di mare e neppure una goccia d’acqua, brava Piazza Grande! Dopo cena, puntuale si avvera la mia previsione, il vento è sparito e la rada è piena di alberi che ondeggiano a destra e sinistra come orologi a pendolo, solo una di esse sta bella ferma con la prua rivolta verso il mare, è quella su cui mi trovo, guardo fuori dalla parte dei francesi e sorrido fra me e me.
 
Portlligat, la casa di Dalì
L’indomani, dopo una bella dormita ristoratrice, gonfio il tender e vado a terra, lo lego ad un piccolo pontile di pietra e me ne vado un po’ a passeggio. Il paese è veramente carino anche se decisamente turistico, lo attestano i prezzi astronomici delle case che sbircio sulle vetrine di alcune agenzie immobiliari; siamo però a fine stagione, l’atmosfera è molto tranquilla, c’è un piccolo gruppo di tedeschi accalcati attorno alla statua di Dalì sul lungomare e poi molti francesi, il confine è a pochi chilometri, normale trovarli qui. Che siamo vicini alla Francia me lo dice anche il modo in cui al forno mi incartano il filone di pane: con un francobollo di carta al centro che ne lascia scoperta la maggior parte. Quando esco sono quasi tentato di metterlo sotto l’ascella e fischiettare la Marsigliese, poi invece cedo alla gola, emana un odore fantastico e il sapore non è da meno. Chiacchiero un po’ con la commessa di un negozio dove compro un paio di regalini, La stagione è agli sgoccioli, mi dice, la prossima settimana i ristoranti chiuderanno tutti e riapriranno a primavera. E l’inverno cosa fate?, chiedo con la mia solita curiosità di scoprire come si viva in posti così. Si lavora nell’edilizia, mi dice, nella costruzione e nella manutenzione delle case per i turisti. L’anno scorso a Panarea ho avuto la stessa risposta, finchè dura, buon per loro. Alle finestre delle case tantissime bandiere catalane, la corte suprema spagnola ha appena dichiarato inammissibile il referendum per l’indipendenza che avrebbe dovuto celebrarsi nei prossimi giorni. Probabilmente gli animi si erano già raffreddati dopo l’esito del referendum scozzese di qualche settimana fa, ma a quanto sembra la questione qui è molto sentita, malgrado la Catalogna goda di uno status speciale che prevede fra l’altro l’uso ufficiale della lingua locale. Pare però che da un po’ di tempo tutti abbiano il prurito di separarsi da qualcun’altro, fosse pure il dirimpettaio, non sia mai che ci si debba mischiare con uno che pronuncia una parola con un accento un po’ diverso dal proprio o condisca la minestra con una spezia che la nonna non s’è mai sognata di usare, le tradizioni vanno salvaguardate, diamine!
 
Il genio
Mi incammino verso Portlligat, ci vorrà circa mezzora e forse sarà una fatica inutile. Ieri ho scoperto che per visitare la casa di Dalì bisogna prenotare, ho telefonato ed era tutto pieno: Venga e si metta in lista d’attesa, m’ha detto una voce gentile all’altro capo del telefono; insistere un po’ accennando ai tanti giorni di navigazione impiegati per arrivare qui non è servito a perorare la mia causa. La piccola rada di Portlligat è un delizioso ricamo, c’è una piccola banchina in pietra su cui si affaccia la casa museo, una spiaggetta con alcuni gozzi tirati in secco, un altro paio di costruzioni e nulla più. Di fronte due isolotti chiudono la baia offrendo un buon ridosso alle barche alla fonda, c’è veramente un senso di pace incredibile. Vado alla biglietteria della casa, Mi dipiace, non è proprio aria per oggi, se ne riparla martedì, mi dicono allo sportello. Pazienza, mi accontenterò di guardarla da fuori, come mi è capitato tanti anni fa a New York, dove quasi ero andato con lo scopo di vedere il museo Guggheneim, tanto ero appassionato di Frank Lloyd Wright, e lo trovai chiuso per restauro. Scatto qualche foto, guardo un audiovisivo sulla vità di Dalì che proiettano in una piccola bottega, poi me ne torno verso Cadaqués. Un gatto si struscia contro un muro, mi vede e si allontana distrattamente, la campana di una cappella chiama alle preghiere del vespero, guardo le colline ricoperte di ulivi degradare verso il mare e poco oltre Piazza Grande che riflette gli ultimi raggi di sole di una calda domenica d’ottobre.
 
L’alba sulle isole Frioul
L’arrivo a Marsiglia, dopo quasi 24 ore di navigazione, è piuttosto movimentato, soffia ancora forte lo scirocco, decido di non entrare in porto ma fermarmi alle Frioul, un piccolo arcipelago già sede di un distaccamento militare e ora libero da servitù. Sulla carta ci sono un paio di rade che dovrebbero offrirmi un buon ridosso, invece quando arrivo scopro con grande delusione che il mare gira attorno alle isole e praticamente entra da tutti i lati, impossibile dare fondo in sicurezza. Con la stanchezza di una notte passata quasi tutta in bianco, studio la carta ed il portolano e individuo in Pointe Rouge, periferia est della città, il posto che fa per me, una mezz’ora ancora di vela e ci sono, mi avvicino più che posso al molo del piccolo marina omonimo, calo un calumo molto generoso e poi finalmente me ne vado in cuccetta a riposare, il Leone, comunque sia, è di poppa. Mi svegliano dopo qualche ora le voci dei bambini della scuola di vela, ci sono decine di piccoli Optimist attorno a me, virano, strambano, scuffiano, si divertono da pazzi ed anch’io mi diverto a guardarli. Il mare li ha strappati per qualche ora a videogiochi e televisione ed il vento, forse, gli sta insegnando che la vera ricchezza non è avere tante cose bensì tempo per vivere e navigare e che a volte le due cose coincidono.

18 pensieri su “Cadaqués ed il controruggito del Leone.

  1. eh sì non sono persi i tuoi cinquant'anni di vita, se non avessi alle spalle il tuo vissuto, forse non saresti riuscito ad assaporare tutto questo, più introspettivo del solito, ma anche leggeri veli di malinconia affiorano nei racconti, come la fine di una festa di bambini che hanno ancora voglia di giocare ma la mamma li porta a casa perché è sera. Ormai è sera anche per te, ma presto ritornerà il giorno e ti riporterà a vivere altri momenti, magari diversi, oppure gli stessi, ma saprai guardarli con occhi diversi, di consapevolezza che quello che si desidera poi arriva con la determinazione di un saggio che ha saputo misurare le proprie forze e confrontarsi con se stesso! Nulla ti spaventa ora, perché sai che il là c'è sempre quando lo vorrai! Buon Vento mon Capitaine 🙂

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  2. Goduto dalla prima all'ultima riga. Ma è un po' troppo presto, per me, per dirti la sensazione reale che ne ho tratto, lo rileggerò con più attenzione. Grazie, again e come sempre.Emanuela Z.

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  3. Che bel racconto Capitano! A volte mi chiedo come sia possibile fare scelte così drastiche quando si è macinati da certi ingranaggi, poi ripenso e rileggo il tuo Blog e capisco chi veramente è nel giusto e cosa noi ci stiamo perdendo. Non amando neanche io l'uso smodato di termini stranieri allora ti dico: “Tanto di cappello!”

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  4. Troppi arretrati persi del tuo blog. Pian piano li recopererò avidamente, ma questo lo sapevo che sarebbe stato particolarmente coinvolgente! 😉 bellissime atmosfere, stati d'animo salmastri che si comprendono, condivisi, al volo… Buon vento!

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  5. Ho letto buona parte del tuo blog, prima la fine, poi l'inizio … mi manca il centro ma una cosa e' evidente senza aver completato la lettura … il percorso, non solo le miglia, i luoghi ma come tutto cio' ha cambiato, forgiato un uomo uguale eppure diverso. I primi post, la fatica, la determinazione ad iniziare, la tecnica, il voler descrivere anche minuziosamente cosa si stava a fare. Una piccola riparazione o 100 miglia eran gli oggetti i protagonisti e l'uomo spettatore. Poi pian piano l'uomo prende il sopravvento, le azioni, gli oggetti perdono significato. Un ciclo che volge al termine, una finestra spalancata verso nuovi e fulgidi orizzonti.Buon Vento LucianoSara' sempre un piacere leggerti.

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  6. Grazie innanzitutto per aver letto pazientemente così tanti post insieme. Direi che hai centrato il punto, l'anno scorso sono partito con l'idea di raccontare, c'era qualche precedente delle navigazioni degli anni passati ma poca roba e soprattutto meno, come giustamente hai notato tu, intimista. Dopo un po' ho trovato il mio passo, non solo nautico ma di scrittura, ho scelto di mettermi un po' a nudo, descrivere le emozioni e non solo i fatti che le scatenano. Sono soddisfatto del risultato, credo in questi due lunghi viaggi di essere cresciuto sotto molti profili, sia tecnici che non. E non so se i prossimi orizzonti saranno fulgidi, ma sono che ne ho davanti di nuovi.Grazie ancora.

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