Tornando a casa


Mare, metà della mia anima è fatta di aria di mare.

(S. de Mello)


Mi emoziono ancora. Sono mesi che sto per mare, ho percorso migliaia di miglia, ho navigato con la bonaccia e con la burrasca, ho visto centinaia di isole, cale, città, paesini, fiumi, eppure bastano i primi raggi di sole che al mattino colpiscono la coperta di Piazza Grande, ancorata poco distante da Porto Ercole, all’Argentario, mi basta osservare alcuni gabbiani planare sulla superficie appena increspata dell’acqua, mi basta scorgere la sagoma di un piccolo peschereccio in controluce, per sentire dentro di me una gioia viva che mi fa scordare in un attimo tutti i disagi della vita di bordo, la stanchezza accumulata, le scomodità, e godere dello spettacolo incomparabile dell’alba.

Ieri sera ho calato due ancore per evitare di rollare troppo durante la notte; oltre alla principale a prua, ho dato fondo ad un ferro da 15 chili a poppa in modo da mantenere la barca perfettamente allineata al mare. Recupero la cima, alcune gocce d’acqua mi colano sulle mani, sono tiepide, più calde dell’aria che a quest’ora, sono le 7 del mattino, è piuttosto fresca. Poi, facendo attenzione che l’ancora non sbatta da qualche parte sullo scafo, la isso a bordo e la lascio scolare un po’ in pozzetto prima di riporla nel suo gavone. Recupero anche l’ancora di prua, questa più comodamente, pigiando un tasto sul telecomando che ho in mano. Poi infine ingrano la marcia e inizio, ancora una volta, il mio cammino sul mare.

 

Uno degli ultimi pasti a bordo

Destinazione Riva di Traiano, Civitavecchia, sono circa 35 miglia, le giornate ormai sono corte, le ore di luce poche e quando cala il sole comincia a fare freddo, soprattutto se c’è vento. Preferisco quindi non navigare di notte se non è indispensabile ed evitare tratte troppo lunghe. Eolo oggi latita, procedo a motore, aspettare il vento vorrebbe dire non farcela prima del tramonto. Incrocio un paio di piccole barche, a bordo solitari pescatori che mi salutano, sarà l’affinità, ricambio col gesto della mano aperta sventolata e mentre saluto mi prende un filo d’ansia leggera. In città ci si ignora, qualunque cosa succeda al prossimo, ci si gira dall’altra parte facendo finta di non vedere e si tira dritto per la propria strada; l’esatto contrario di quello che avviene in mare, mi chiedo come reagirò rientrando nella cosiddetta civiltà. Mi reintegrerò rapidamente, comportandomi anch’io come se gli altri, gli estranei, fossero invisibili, oppure vivrò una condizione di diversità, di apertura che però in un contesto alienato potrebbe portarmi sofferenza? Mi riabituerò alla vita cittadina, ai rumori, al traffico, alla scortesia della gente ripensando al saluto spontaneo e reciproco dei tanti sconosciuti incontrati in mare? Scaccio questi pensieri, meglio godersi questi ultimissimi sprazzi di vita marinara, calo la traina, do anche oggi una chance al Roscio, l’esca artificiale presa a Macinaggio, anche se la mia stima nei suoi confronti è ormai scesa parecchio.
 

Ciminiere e grandi navi a Civitavecchia

Dopo una navigazione senza storia, il cui unico diversivo è stato l’avvistamento delle ciminiere di Montalto di Castro, la centrale nucleare costruita e mai entrata in funzione, entro nel porto di Riva di Traiano, accompagnato da un maestrale che ha preso finalmente a soffiare, a circa 20 nodi, quando sono ormai praticamente arrivato. Chiamo via radio la capitaneria, mi identifico e chiedo un posto. Mi indicano dove ormeggiare, poi mi sento chiamare di nuovo al VHF: Ciao Piazza Grande, appena hai ormeggiato passo a salutarti. E’ Sergio, un amico velista di Amici della Vela, lo storico forum, compagno di cene di gruppo e chiacchiere di barche, ha sentito la mia chiamata e mi ha riconosciuto. Che bello, mi fa sentire a casa ed in effetti ci sono quasi. Questo porto lo conosco, l’ho frequentato in diverse occasioni: in transito con Shipman, la barca che avevo prima di Piazza Grande, poi partecipando ad alcune regate del campionato invernale che si svolge qui, uno dei più importanti del Tirreno, infine durante un inverno di circa 10 anni fa, quando aiutai per un po’ un’amica che aveva un’agenzia di broker nautico proprio qui. La sera vado a cercarla, non la sento da parecchio tempo, trovo il suo negozio chiuso, S’è spostata più avanti, mi dicono, un locale più piccolo, sai la crisi. Trovo la nuova agenzia ma è chiusa, peccato, l’avrei salutata volentieri. Il posto che mi hanno dato è di fianco a due mostri velici, due barche da regata d’altura, lunghe poco più di Piazza Grande ma larghe il doppio, la poppa di una rischia di battere sul mio pulpito proprio dove tengo appeso il fuoribordo del tender, do una sistemata generale alle cime per evitare danni ad entrambi. In banchina mi aspetta anche Carlo, un caro amico che come me naviga spesso in solitario, quando non l’accompagna la moglie Manuela. Ceniamo insieme su Piazza Grande, orecchiette con zucchine e salumi provenienti da tutto il Mediterraneo occidentale, raccolti durante la navigazione. Mi piace parlare con Carlo, mi piace il suo approccio al mare e alla navigazione, fatto di sostanza e non di fronzoli, ci somigliamo parecchio in questo, forse non è un caso che anche lui abbia un blog dove racchiude racconti di vela e riflessioni. E in omaggio alla fisiognomica, ci somigliano anche un po’ nell’aspetto.
 

Lunga uguale, larga il doppio

L’indomani mattina mi preparo all’ultima tratta di questo lunghissimo viaggio, quella che mi porterà a Fiumara, la foce del Tevere, dove Piazza Grande passerà l’inverno. Ho già deciso di fermarmi fuori per la notte ed entrare la mattina successiva, voglio restare solo con me stesso, meditare un po’ e prepararmi spiritualmente a rientrare nella cosiddetta civilità. Anche Ambrogio Fogar, di ritorno dal suo giro del mondo in solitario, attese una notte alla cappa per entrare in porto proprio nel giorno di Sant’Ambrogio. Il sole si alza da dietro le colline, esco dal porto e mi metto in rotta, c’è una leggera brezza, avanzo quel tanto che basta per arrivare a destinazione prima che faccia buio. Metto bene a segno le vele per sfruttare al meglio il poco vento che c’è poi mi faccio un caffè che mi aiuti a smaltire i postumi enogastronomici della cena con Carlo. La costa laziale scorre alla mia sinistra, a Capo Linaro uno stormo di gabbiani volteggia incessantemente attorno ad un piccolo specchio acqueo indicando la probabile presenza di pesce, ci passo sopra, ma il Roscio resta ignorato da volatili e pinnuti. Vedo automobili e TIR sfrecciare sull’autostrada Roma-Civitavecchia, missili terra-terra in confronto alla mia velocità, il progresso impone che si corra sempre, ma forse più che progresso è sviluppo, sviluppo senza progresso come sottolineava già 40 anni fa Pasolini. Il mare intanto sta progressivamente cambiando colore, dal blu al grigio-verde della costa davanti a Roma, mi osservo mentre conduco la navigazione e compio quei mille piccoli quotidiani gesti che la accompagnano e mi scopro più cauto e prudente del solito. Credo che il mio inconscio non voglia che succeda qualcosa proprio adesso, un imprevisto a pochissime miglia dall’arrivo, sarebbe assurdo e grottesco dopo una navigazione che è filata liscia al 100% per 5 mesi e 3500 miglia. Scopro anche di aver perso un po’ la cognizione dello spazio e del tempo, mi sembra ieri che ero a Lisbona, a Gibilterra, a Siviglia, in Marocco, mi sembra quasi di poter girare la prua ed essere di nuovo lì in poco più che un istante, un battito d’ali di una farfalla, un’enorme farfalla con due grandi ali bianche che le mie mani possono regolare perchè mi conduca dove voglio io. All’altezza di Fregene la sorpresa di un delfino che volteggia un paio di volte sotto la prua, poi l’ultima onda che mi culla, un ultimo alito di vento che mi spinge, e sono a destinazione.
 

Il faro di Fiumara, rotto da decenni

Passerò la notte protetto dall’antemurale del venturo Porto della Concordia, un progetto ambizioso bloccato da un giudice troppo curioso e invadente che pare abbia scoperto l’uso di materiali da costruzione scadenti e diversi da quelli previsti dal capitolato approvato nonchè pagato, con soldi pubblici, ad uno dei soliti e ben noti nomi dell’edilizia romana. Mi ridosso bene e calo l’ancora, certo che agguanti a dovere sul fondo reso limaccioso dalle sabbie fini sospinte in mare dal Tevere. Cala il sole e la temperatura mi costringe sottocoperta, ogni tanto si sente il rumore di un aereo che atterra o decolla dal vicino aeroporto e sovrasta il rombo sordo della città, qualche fanale rosso e verde segnala barche di ritorno verso il Tevere, le luci sulla costa si riflettono sull’acqua, per il resto solo io ed i miei pensieri. E’ un momento di riflessione, non capisco se sto rientrando o se non sono mai partito, spostarsi con una barca è come spostarsi con tutta la casa, per certi aspetti si perde la cognizione del viaggio; in effetti, sono sempre stato qui, a bordo di Piazza Grande, la compagna fedele di migliaia di miglia. Dopo una cena veloce inizio a preparare le cose da sbarcare immediatamente, ovvero quelle di valore, i cibi deperibili rimasti nel frigo, i panni sporchi, i regali che ho portato alle persone care. Mentre scaldo un po’ il quadrato con il forno bevo un goccio di rum, poi me ne vado in cuccetta, non c’è più vento, il ridosso è perfetto, non c’è il minimo rollio. Buona ultima notte, Piazza Grande!
 

Battaglia aerea per il pane

Il sole sulla costa tirrenica sorge dalla parte sbagliata, non offre lo spettacolo maestoso della sfera infuocata che si alza dal mare, ma schiarisce l’aria progressivamente da dietro le colline per poi mostrarsi quando la luce è ormai piena e diffusa. Faccio un caffè poi esco in pozzetto, è la prima volta che sento veramente freddo, ci saranno 7 o 8 gradi, sottocoperta il termometro ne segna 15, pochini anche qui. Accendo la radio, trasmettono le previsioni del traffico, una cosa che mi ha sempre inquietato, cambio immediatamente canale preferendo sorbirmi la musica banale che generalmente si capta in modulazione di frequenza piuttosto che il bollettino delle strade intasate. Alcuni amici mi aspettano al pontile per le 11, un piccolo comitato d’accoglienza, ho il tempo per fare un po’ di pulizie in modo da lasciare tutto in ordine e non invogliare animali sgraditi a fare visita, dopo l’esperienza sivigliana sto molto in guardia. Compio i gesti con lentezza, come se volessi prolungare questi ultimi momenti, come per assaporarli fino in fondo. Faccio a rate le cose che ho da fare, mi interrompo spesso, quasi non voglia scrivere la parola fine a questa esperienza fantastica. Ho una pagnotta sana di pane ormai secco, la lancio ad uno stormo di gabbiani che volteggia poco lontano, tutti si precipitano in quella direzione, ma nessuno riesce a mangiarla. Ogni volta che qualcuno si posa sull’acqua per staccarne un pezzo col becco, un altro gabbiano da dietro lo attacca in picchiata e cabrando lo costringe a desistere e volare via rapidamente. Poi la scena si ripete identica col vincitore del duello aereo nella parte del nuovo perdente, così per molte volte, quasi una traslazione nel mondo animale di ciò che spesso succede fra gli uomini, soprattutto fra quelli che non vanno per mare. Alla fine, quando è l’ora, accendo il motore ed esco dal mio riparo. Subito mi trovo circondato da un numero impressionante di barche, sono centinaia, è un sabato bellissimo di sole e in tanti ne hanno evidentemente approfittato per un giro o una battuta di pesca. Faccio lo slalom per evitare di abbordarne qualcuna, poi entro dentro Fiumara, avvertendo quell’odore consueto che ho incontrato tante volte nei fiumi spagnoli e portoghesi che ho navigato, un odore diverso da quello del mare.

 

Le bilance di Fiumara

Per quanto il Tevere sia un fiume di modesta portata, l’avanzare diventa più affannato nel punto dove si scontrano corrente uscente e mare entrante. Come è noto si forma una barra di sabbia che solleva il fondo a meno di 3 metri rendendo impossibile entrare o uscire quando ci sono vento e onda, soprattutto da libeccio. Appena dopo l’ingresso, su entrambe le sponde, le bilance, i tipici attrezzi da pesca della zona; dietro, le tante casette abusive e fatiscenti che danno a questa foce un aspetto degradato. Peccato perchè non sarebbe un brutto posto, anche se oggi mi appare diverso perchè oggi sono diversi i miei occhi. Risalgo il fiume per 3 miglia cercando di non agganciare con l’elica le lenze dei tantissimi trainisti che incautamente lo percorrono nei due sensi. Mentre il pilota automatico mantiene la rotta sistemo cime e parabordi per prepararmi all’ormeggio, chiamo l’ormeggiatore al telefono come d’accordo, poi mi accosto al pontile dove scorgo le facce amiche che mi attendono. Un gesto di saluto, un sorriso, i ragazzi del cantiere mi indicano dove affiancarmi, gli lancio le cime, poi, una volta ben assicurato in andana, scendo per abbracciare Andrea, Thomas, Nicola, Marco e Rosella e ringraziarli della gioia che mi hanno dato venendo qui ad aspettarmi. Stappo una bottiglia di prosecco per un brindisi, Thomas ha portato le pastarelle, tutti loro mi chiedono del viaggio, sono amici di vela, di mare, con la stessa mia passione. Ritrovo anche alcuni degli amici che sono qui stabilmente con la barca, anche loro mi domandano della rotta, dei posti che ho visitato, dei venti che ho incontrato, dei mari che ho navigato. Ecco, ora sono pronto per riaffrontare la città, la sua alienazione, il suo traffico, ho scelto di rientrare di sabato proprio perchè generalmente ce n’è molto meno, mezzora di auto e ritrovo Roma, che nonostante tutto non smetto di amare.
 

Degrado sul Tevere

A casa Camilla, Tommaso e Alessandra mi accolgono con un abbraccio, so di essergli mancato come loro sono mancati a me, ma è impossibile intraprendere un cammino, un viaggio anche interiore, senza che nessunno degli affetti ne risenta. Noto alcuni dei miei spazi occupati, la mia piccola scrivania, la scarpiera, l’attaccapanni dove lascio i vestiti la sera. Noto anche che il mio accappatoio appeso in bagno è scolorito e mi chiedo quanto tempo resisterò senza essere nuovamente catturato dai valori della città, decisamente più consumistici di quelli del mare. Che i valori di città siano diversi me l’hanno silenziosamente confermato i due vicini che ho incrociato nel portone: il primo, una persona scorbutica, antipatico a tutto il palazzo, mi ignora come sempre, malgrado abitiamo nello stesso stabile da almeno 3 lustri. Il secondo, un pensionato invece molto cordiale che spesso incrocio mentre porta il cane a spasso e con cui scambio sempre volentieri due chiacchiere sul tempo, mi saluta e mi fa il suo solito commento meteorologico: sono stato via 5 mesi e lui non se n’è accorto. Non me ne sorprendo, la stessa cosa è capitata a me tempo fa con un altro vicino che alla mia domanda, Come va?, mi rispose Torno ora da 6 mesi di ospedale. Alla fine non è colpa delle persone, è la città che spersonalizza gli individui trasformandoli in una massa umana quasi senza volto che spesso attraversiamo impermeabili a qualunque interazione emotiva. Anche con la rete WiFi di casa fatico ad interagire, sembra non riconoscermi, mi consolo pensando che Ulisse, al suo rientro, è stato riconosciuto immediatamente solo dal cane Argo. Ma tutte queste cose, queste perdite, erano state messe in conto, era il costo preventivato da pagare, il dazio imprescindibile; il mare prende, il mare da, alla fine tutto si bilancia. Il guadagno, oltre all’incommensurabile soddisfazione di aver navigato così tanto, è stato recuperare parti di me che giacevano nel fondo della mia anima, soffocate dal marasma metropolitano e dallo stress, che ho ritrovato grazie al mare e che nel mare cercherò ancora. Perchè di modi di trovarsi ce ne sono tanti, ma per quanto mi riguarda il mare è insuperabile, è una fonte inesauribile d’emozione, di gioia, di vita. Sì, il mare è vita e grazie alla vela si va per mare, si va nella vita. E allora viva la vela, viva il mare, viva la vita!

16 pensieri su “Tornando a casa

  1. Era iniziata argomentando il perché saresti dovuto tornare in Grecia, è proseguita dichiarando la tua scelta di mettere la prua verso le Colonne d'Ercole e spiegandola con la più giusta e condivisibile delle motivazioni :”E' emozione quello che cerco per mare, conoscere e conoscermi meglio, perché per mare navigo soprattutto dentro me stesso”. Adesso questa avventura finisce con :”Il guadagno è stato recuperare parti di me che giacevano nel fondo della mia anima, soffocate dal marasma metropolitano, dallo stress, e che ho ritrovato grazie al mare”.Non v'è altro da aggiungere se non che un grazie per questo tuo diario che ci ha divertito, appassionato e qualche volta anche un po' commosso.Sempre Buon Vento Capitano!

    "Mi piace"

  2. Caro Fernando, avevo dimenticato di aver scritto questa cosa che hai citato, mi lusinga vedere che mi leggi con tanta attenzione. Grazie a te per avermi seguito con tanta costanza ed aver sempre avuto una parola bella per me. Grazie veramente!

    "Mi piace"

  3. Ciao Luciano, ben rientrato a casa.Ho seguito silenziosamente il tuo blog, dopo averne incrociato per caso la rotta sul web questa estate.I tuoi racconti mi hanno emozionato, divertito, incuriosito, fatto riflettere e sognare.Per questo colgo l'occasione per ringraziarti e farti i miei complimenti per come navighi e come scrivi.Evviva Piazza Grande.Un buon inverno per voi.

    "Mi piace"

  4. Ciao Luciano,Ho letto tutto d'un fiato il racconto del tuo viaggio. Mi ha catturato e non sono riuscito a staccarmene fino a che non ho letto che Piazza Grande era rientrata nella sua sede invernale.Complimenti per:- Lo stile piacevolissimo di scrittura- La passione che trasmetti nel descrivere i luoghi e la navigazione- Avermi fatto ricordare che si possono vivere grandi emozioni e belle avventure anche con poco e che spesso queste sensazioni non sono legate a grandi e rischiose imprese ma allo spirito di chi le viveLascio il tuo blog con lo stesso spirito con cui si lascia un libro che si è amato, e cioè con la speranza che lo scrittore ci regali presto nuovi racconti.GrazieAntonio

    "Mi piace"

  5. Ciao Antonio, grazie per queste bellissime parole che mi danno veramente una gioia grande. Appena la stagione sarà buona tornerò certamente per mare e a scrivere.A presto e se passi per Roma hai una caffè pagato!Ciao.L.

    "Mi piace"

  6. Ciao Luciano Ho seguito il tuo Viaggio /Racconto ogni volta con grande emozione mi fai rivivere vecchie emozioni e bei momenti grazie … un saluto .e Buon NataleMimmo Melissari ( Reggio Calabria)

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...