Arcipelago toscano, proibito proibire

Scacciati senza colpa
andrem di terra in terra,
a predicar la pace
ed a bandir la guerra.

(P. Gori, Addio a Lugano)

Dopo una mattinata passata a scrostare sale da Piazza Grande, sciacquando con abbondate acqua dolce la coperta, gli acciai, le vele, le cime e tutto quanto è stato esposto ai 3 giorni di burrasca portuale, mollo le cime e lascio Macinaggio in direzione di Capraia, la piccola isola dell’Arcipelago Toscano a sole 15 miglia dalla Corsica. Il vento non mi assiste, è poco, poi gira sfavorevolmente costringendomi ad accendere il motore. Ma la tempesta insegna ad apprezzare la quiete, la vita è un alternarsi di stagioni e forse se non fosse per le cose brutte non si apprezzerebbero in pieno quelle belle. O forse in tutto c’è del bello, basta saperlo cogliere.
Ne approfitto quindi per cercare una secca a circa 50 metri di profondità, una sorta di cono che si erge da oltre 400 metri, segnata sulla carta proprio lungo la mia rotta. Ricerca infruttuosa, quando secondo il GPS sono sullo spot, l’ecoscandaglio segna ancora più di 100 metri e i cerchi che provo a descrivere sempre più larghi intorno al punto dove mi trovo, non sortiscono alcun risultato. Insomma, la secca non la trovo, forse è davvero piccola, chissà. Ho a traina una nuova esca, un bellissimo rapala che ho preso a Macinaggio, soprannominato il Roscio perchè è bianco con la testa tutta rossa; sostituisce Tigro, portato via dal grosso tonno che giorni fa per un pelo non sono riuscito a tirare a bordo. Capraia segna per me il ritorno in Italia, da mesi navigo in acque spagnole, francesi, portoghesi e africane, ora torno in patria e lo faccio, purtroppo, con apprensione; mi riferisco ad ormeggi portuali ed ancoraggi in rada. I fatti, purtroppo, confermeranno i miei timori.
 

Capraia, il faro

La temperatura è ancora piacevole, resa mite dal sole che quando c’è scalda l’aria permettendo di stare in costume e maglietta durante la giornata. Quando però cala, in pochi minuti tutto cambia e rapidamente indosso pantaloni lunghi e pile; è un continuo mettere e levare indumenti, si inizia la mattina a sfogliarsi come una cipolla, per poi ricomporsi a sera. Che il sole non sia più quello estivo se ne sono accorti anche i pannelli solari, la carica che forniscono quotidianamente è precipitata, sia perchè sono diminuite le ore di luce, sia perchè il sole non si alza più come in estate sull’orizzonte, i suoi raggi arrivano sulla terra con un angolo sempre più acuto. Guardo il mare appena mosso, rimango incantato, dopo 5 mesi resta ancora per me uno spettacolo, incredibile e mai uguale, che mi cattura e mi porta via, un po’ come il fuoco nel camino, potrei stare ore ad osservare entrambi senza annoiarmi. Verso le 6 e mezzo il sole tramonta e dopo circa un’ora sono davanti a Capraia, preferisco evitare di entrare in un porto sconosciuto di notte e decido di mettermi all’ancora. Pochi minuti prima di me è arrivato un catamarano francese, li vedo trafficare con l’ancora più del normale, mi avvicino e il tizio alle prese col salpancore mi fa: C’è una catena sul fondo, l’abbiamo presa con la nostra ancora. Non posso fare nulla per aiutarli, resto in attesa, poi vedo due gavitelli e decido di prenderne uno, l’altro resta per i francesi quando avranno sbrigato l’impiccio. Dopo una mezzora, si avvicina un gommone: Qui non potete stare, dovete andare via. E dove?, rispondo sorpreso. Sotto la torre, date ancora là. Quanti metri ci sono di fondale?, chiedo. Circa 20. Bene, dare fondo in 20 metri, di notte, al buio, a ridosso di una scogliera a picco, su un fondale di roccia: direi che ci sono tutti gli elementi per andare in cerca di rogne. Resto qui, dico al tizio, il gavitello l’ho controllato, è assolutamente in grado di tenermi, e poi c’è il catamarano ancora nei guai e una catena sott’acqua, non è sicuro spostarmi. Il tipo borbotta qualcosa, poi se ne va. Quando i francesi riescono finalmente a sbrogliarsi, mi cucino un frittatone di cipolla e poi vado a dormire.
 

Capraia, la torre

L’indomani, di buon mattino, mi preparo per entrare in porto, ho voglia di visitare Capraia, dove non sono mai stato prima, e poi conosco i miei polli, sono sicuro che se resto qui qualcuno verrà a protestare. Neanche il tempo di un caffè, e torna il tizio di ieri sera: Ti avevo detto di andare via. E io ti avevo detto che non era possibile, rispondo, non potevo ancorare dove hai detto tu. Per mare, mi fa, bisogna saperci andare. Ah, ecco, ora è tutto chiaro, è colpa mia! Hai ragione, dico per tagliare corto. E poi, quando si arriva in un posto, bisogna rispettare le regole. Perfetto, anche la lezione di vita, c’è tutto! Mi chiedo se lui, parcheggiando la macchina in un posto senza divieti, avrebbe dato retta ad uno sconosciuto che al buio, senza alcuna apparente autorità gli avesse detto di andarsene. Ok, dico, voglio andare a fare due passi sull’isola, dove mi ormeggio? Entra, ti aiuto io, mi fa, con una gentilezza un po’ sospetta: quanto mi chiederà per un metro di banchina? Prendo la trappa, gli lancio le cime di poppa, neanche il tempo di rilanciarmele e mi fa: Hai un’ora di tempo, alle 10 devi andare via. Adesso mi sembra francamente troppo, un ora non basta neppure per andare e tornare a piedi al paese, il porto è mezzo vuoto, siamo a fine ottobre, perchè non posso stare? Per soste più lunghe mi rimanda all’ufficio, dove mi concedono, in via del tutto eccezionale e dopo le scuse per il reato di leso gavitello della sera prima, 2 ore. Aspettiamo altre barche, mi dicono, una frase che in Italia si sente spesso ripetere dai gestori di pontili. Chiedendomi perchè Piazza Grande non sia mai nel novero delle “altre barche”, corro in paese, scatto due foto, ricorro giù, 2 ore nette, un record probabilmente. Il porto, ovviamente, è vuoto come l’avevo lasciato, le altre barche più che attese erano auspicate. Devo dire che in tutto questo, sia l’ormeggiatore che la tizia in ufficio sono stati molto cortesi, altre volte, alle Tremiti ad esempio, mi è capitato di essere mandato via con minacce più o meno velate. Passo a ringraziare di tanta bontà e chiedere, per la prossima volta che tornerò, il costo per notte: 45 euro, malgrado la stagione sia tutt’altro che alta. Forse ora comincia ad essere più chiaro, per chi sta leggendo, il busillis della questione: tutti i porti d’Italia sono stati dati in concessione a privati, i quali hanno aggiunto servizi che non c’erano (corpi morti, acqua elettricità) e chiedono conseguentemente un corrispettivo per tali servizi. Sulla carta tutto giusto, la realtà dei fatti è, come spesso accade da noi, un’altra faccenda.
  

Un’ora sola ti vorrei…

Innazitutto, in molti casi i servizi si limitano al corpo morto, soprattutto nei porti del centro-sud, in pratica dove prima si dava àncora, ora si prende la trappa. A Ischia per un pezzo di cima lungo 15 metri, 10 anni fa, mi hanno chiesto 120 euro al giorno. Si può rifiutare? No, perchè tutte le banchine sono state date in concessione. Se non posso scegliere se usufruire o no di un servizio, non è più un servizio ma un obbligo, una tassa. A Saint-Tropez ho pagato 15 euro, a Porquerolles 20, sono località famose e turistiche non meno di Capraia, non posti sfigati e sperduti, eppure costano un terzo ed i prezzi sono disponibili online per chiunque voglia conoscerli prima di entrare: avete mai visto un porto italiano con i prezzi esposti su Internet? Entra, poi vediamo, è il ritornello che si sente spesso. Perchè non si può vedere prima, come avviene nel resto del mondo? Il problema è ben noto alle autorità, esiste una disposizione a riguardo, nota come Circolare Burlando, emanata più di 20 anni fa, che dice che ogni porto deve riservare almeno il 10% dei posti al transito, ma chissà perchè viene disattesa in tutti i porti, oppure applicata in modo da renderne impossibile l’attuazione. In alcuni porti la Guardia Costiera chiede di scrivere un’istanza (la chiamano proprio così!) in triplice copia bollata per chiedere l’ormeggio. Avete capito bene, 50 euro di bolli solo per chiedere di calare la propria ancora; uno arriva la sera stanco e si mette a scrivere la domanda di grazia, che come tutte le istanze potrebbe anche essere rigettata e il diportista doversene tornare fuori, oppure… andare ad un pontile privato! Quello che è stato fatto nei porti, da qualche anno lo stanno replicando nelle rade, riempite di gavitelli a pagamento, prenotabili telefonicamente come se fossero una stanza d’albergo e non una necessità contingente, e contestualmente vietando l’ancoraggio tutto intorno oppure consentendolo solo dove è la profondità del mare a renderlo impossibile. Questa situazione è una delle ragioni per cui preferisco navigare altrove nonchè il motivo per cui la maggior parte dei diportisti stranieri passa correndo lungo le nostre coste per poi andarsene da qualche altra parte. Del resto, Capraia è molto carina, ma il Mediterraneo è pieno di isolette non meno graziose ed infinitamente più economiche. Dico Capraia, ma potrei dire Ponza, Lipari, Favignana, una qualunque piccola isola italiana, per ognuna di esse avrei una storia simile da raccontare, assurda nella logica, non solo nei costi.
 

Il Roscio ha deluso le aspettative

Nelle 2 ore d’aria, chiamiamole così, riesco a fare 4 chiacchiere con una paio di personaggi interessanti: un pittore che espone le sue opere nell’antica torre ed una giovane coppia che gestisce un bar del porto. Il primo mi racconta la storia dell’isola, legata tristemente a Rais Dragut, un corsaro turco che nel ‘500 uccise tutti gli uomini e rapì le donne del posto. Gli stati che dominavano allora il Mediterraneo non potevano certo permettere una presenza ostile in mezzo al Tirreno, perciò rapidamente lo ricacciarono in mare dotando l’isola di fortificazioni. La più grossa, la rocca, sempre secondo il racconto che ascolto molto volentieri, non è mai stata gestita dagli isolani perchè fu costruita grazie a mutui concessi da banchieri genovesi e che non furono onorati per mancanza di denaro, quindi, proprio come avviene ai nostri tempi, vennero confiscate dai creditori. Oggi è di proprietà di una nobile inglese, pare titolare di una importante fabbrica di cosmetici, che dopo aver speso cifre astronomiche per il restauro, ha visto morire d’infarto il marito il giorno prima dell’inaugurazione e comprensibilmente da allora non ci ha voluto più mettere piede. La coppia al bar, dove finalmente dopo mesi prendo un caffè e un cornetto italiani, mi racconta delle difficoltà di vivere qui in inverno, quando tutte le attività chiudono e resta solo un piccolo alimentari aperto poche ore al giorno. Lei mi dice di aver vissuto a Roma e Firenze ma di essere tornata per amore del mare; del mare, dice proprio così, non dell’isola. La guardo e penso che forse non resisterei tutto l’anno in un posto così piccolo e isolato, l’amore per il mare ci accomuna, il mio mi porta per mesi a zonzo, ma non vivrei sempre in barca, almeno non alle nostre latitudini, al caldo, chissà. Saluto, salto a bordo, mollo le cime, mollo Capraia, una visita che si potrebbe definire una sveltina.
 

Marciana Marina, un’altro molo inavvicinabile

Me ne vado all’Elba, dove ho appuntamento con Alessandra e Roberto a bordo della loro bellissima barca, due amici velisti che a Marsala mi hanno dato parecchi consigli sulla rotta portoghese da loro recentemente percorsa. Prima però mi serve un posto dove passare la notte, entro nel porto di Marciana Marina, ricordo che c’era un molo per i transiti, il portolano conferma, forse uno degli ultimi rimasti in Italia. Lo trovo in fondo, in un angolo molto scomodo, ma a caval donato non si guarda in bocca. Qualcuno invece ha guardato me, dalla banchina un tizio si sbraccia, protesta, mi dice di aspettare per ormeggiare, avrei dovuto chiamare. Chiamare chi?, chiedo senza alcun intento polemico. Il porto!, mi risponde. Già, come se fosse una cosa facile. In tutti i porti del mondo, all’ingresso c’è un cartello con i recapiti telefonici ed il canale VHF da chiamare, in Italia questo non avviene mai. Sapete perchè? Perchè l’Italia è l’unico posto al mondo dove non esiste un gestore unico del porto, ma tanti pontili, ognuno gestito da un pontilaro differente, quindi bisogna entrare, chiedere, sbracciarsi, mercanteggiare. Questi però dovrebbero essere transiti liberi, passo le cime al tizio che cortesemente me le rende passate a doppino e poi mi fa: Puoi stare un paio d’ore, poi c’è da pagare. Questo delle 2 ore sembra il mantra dell’arcipelago, cogli l’attimo e fuggi via. Faccio un po’ di spesa, ho finito il pane e la verdura, poi riguadagno rapidamente l’uscita, ricordo anni fa di essermi ancorato in un angoletto delizioso nel piccolo Golfo di Viticcio, non c’è vento, il mare è calmo, passerò la notte lì. Arrivo, ci sono alcuni gavitelli ma solo uno è occupato, ne afferro uno libero, è vincolato ad una catena da almeno 10 millimetri, ci passo una cima dentro e spengo il motore: passerò una notte tranquilla.
 

Viticcio, mogli e boe dei paesi tuoe

Tranquillo non è invece il risveglio; verso le 8 sulla spiaggia vicina vedo un tale che si sbraccia per richiamare la mia attenzione: Devi andare via!, mi urla. Mi guardo attorno per cercare di capire per quale ragione non possa stare qui, veramente non ne trovo nessuna. I casi sono due, o questi gavitelli sono in regolare concessione, qualcuno ha quindi il diritto di chiedermi di pagare qualcosa per averne utilizzato uno, se c’è da pagare lo faccio e la questione si chiude qui, oppure sono buttati lì da non si sa chi, nel qual caso non capisco davvero perchè non possa usarne uno visto che ce ne sono almeno una decina liberi. Penso alle volte in cui l’anno scorso i pescatori in Grecia mi hanno offerto il loro gavitello vedendomi calare l’ancora, penso a che differente modo di intendere l’andar per mare c’è da noi; è incredibile, siamo al 25 ottobre e girare in barca in Italia è ancora così complicato! Come pure è incredibile che invece che di vela, stia parlando di burocrazia, di rotture di scatole, perchè da che sono rientrato l’andar per mare è questo. Finisco di fare colazione, poi mollo la cima e vado via, ancora una volta cacciato, non dall’autorità regolare ma da qualcuno che ha occupato un tratto di mare, una zona demaniale, cioè di tutti, non la usa e impedisce ad altri di fruirne. Poi ci meravigliamo che Berlino o Montreal abbiano più turisti che le nostre città d’arte.
 

Trasparenza incredibile all’Elba

Ma la corsa a ostacoli non è finita qui, l’arcipelago non è libero, non si può navigare dove si vuole. C’è l’isola che è Area Marina Protetta, c’è quella che è carcere, quella che lo era, quella che è riserva integrale, quella che si può percorrere solo nei giorni dispari delle settimane pari a patto di chiamarsi Arturo ed avere il bisnonno vivente. Montecristo, Pianosa, Gorgona, le Formiche di Grosseto, sono inavvicinabili a meno di 500 metri dalla costa. Capraia e Giannutri hanno zone consentite, zone semiconsentite e zone vietate. Ogni volta che mi sposto di qualche miglio, perdo più tempo a studiare i divieti che la carta nautica o le previsioni meteo. Anche in Francia e Spagna ci sono aree protette, ma i divieti sono chiari e uguali per tutti, da noi ci sono situazioni assurde e ridicole, ci sono posti dove è vietata la pesca hobbystica e permessa quella professionale: quale delle due, secondo voi, incide maggiormente sugli stock ittici? Poi c’è sempre Favignana, dove è vietato l’ancoraggio per preservare la posidonia, come è ben spiegato nelle 34 pagine di regolamento del parco. Solo di notte, però, di giorno si può. No comment! Ecco cos’è diventata la nautica in Italia, la burocrazia ha traformato i diportisti in scimmie ammaestrate che saltano da un gavitello pagato a peso d’oro all’altro, costretti ad studiare ripetutamente leggi e regole cambiate 10 volte negli ultimi 20 anni. Mi sento come il titolo di un famoso film con Liz Taylor, La gatta sul tetto che scotta.
 

Montecristo, è bello sapere che c’è

Raggiungo Alessandra e Roberto, speravo di presentarmi con un bel pesce, ma il Roscio si trascina da giorni senza dare frutti. Passiamo una bella serata insieme, tante chiacchiere di mare, un’ottima cena, vino abbondate e di qualità, ci raccontiamo reciprocamente le esperienze nel tratto di Oceano Atlantico che abbiamo percorso entrambi, le correnti, le maree, le lagune; è piacevole confrontarsi e vedere che si condivide lo stesso profondo amore per il mare. L’indomani mi sposto al Giglio, un’isola che ho nel cuore da quando avevo 16 anni, ci venni con alcuni amici, con una tenda e l’attrezzatura da pesca sub. Ci accampammo a Campese, fra i cespugli della macchia, davanti al faraglione, al momento di andar via raccogliemmo tutto lasciando il posto pulito come al nostro arrivo. A farlo oggi verrebbe allertata la Forestale e si prenderebbe una multa salatissima. Divieti, divieti, siamo il paese con più leggi e meno regole! Ricordo la pace, era aprile, il mare ancora ricco di fauna, alcune granseole, un granchio mediterraneo gigante ormai praticamente estinto e molte Pinna Nobilis, o gnacchere come mi pare le chiamino da queste parti, un mitile bivalve anche questo gigante. Dopo una bella veleggiata a oltre 6 nodi, spinto da un vento di circa 20, do fondo a Cala dell’Allume, ben ridossato dal vento ma con un’ondina morta che fa un po’ di risacca e nella notte fa rollare Piazza Grande, potrei risolvere mettendo una cima a terra, ma anche questo, pratica normale in Grecia o Turchia, in Italia è vietato. Sono le ultime battute di un viaggio lunghissimo, le ultime notti che passo cullato dal mare, fra pochi giorni avrò di nuovo un letto che non si muove, chissà che effetto mi farà. Nel frattempo mi godo questi ultimi sprazzi di libertà, come quello di alzare le vele per cercare il vento senza ancora una rotta precisa in testa, solo l’intento di fare anche oggi un piccolo passo verso casa. L’aria è frizzantina, il sole mi scalda, il vento mi spinge, in mare aperto ridivento padrone del mio destino, senza divieti assurdi, senza leggi ridicole, solo la Natura a governare la vita mia e degli esseri umani tutti.

13 pensieri su “Arcipelago toscano, proibito proibire

  1. Luciano spero che questo non sia il tuo ultimo racconto della stagione, sarebbe triste chiudere così!Certo che questa è la situazione attuale, mi sembra incredibile che si sia arrivati a tanto, mi sembra così lontano il ricordo di quando da ragazzo si entrava in un qualsiasi porto e ci si metteva dove si trovava posto senza che nessuno ti vietasse nulla.O tempora o mores!

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  2. Rabbia e dolore. Ma ultimamente la rassegnazione ha lasciato il posto all'accettazione, altri mari, altre isole sono pronte ad accogliermi. Certo, così facendo vincono loro, ma tanto hanno già vinto. Il mare per fortuna è grande, grandissimo, praticamente infinito.

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  3. No, no, tranquillo Fernando, manca l'ultima tratta, quella fino a Fiumara, chiuderò con ottimismo e speranza, anche perchè questo viaggio è stato un successo completo, tutti gli obiettivi che avevo sono stati raggiunti, non c'è stata alcuna avaria o danno (escluso il gennaker esploso ma perchè mi stavo divertendo da matti). Insomma, si va avanti, con fiducia nel futuro, almeno in quello marino.

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  4. Ciao Luciano. Ti scrivo da KOS (Dodecanneso). Siamo ormeggiati nel porto di Kos,GRATIS, con acqua ed elettricità GRATIS. E' sicuramente una situazione privilegiata perchè, vista la bassa stagione, posssiamo occupare tranquillamente gli ormeggi normalmente riservati ai barconi turistici che ora sono a terra sugli invasi. La GRECIA rimane IL PARADISO per noi che viviamo il mare in tutte le stagioni. Il tuo articolo mi ha fatto venire i brividi: POVERA ITALIA !!!!!!,a MAI PIU.'….

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  5. Ciao Giuliana, concordo con te sulla Grecia, ci ho fatto le due passate stagioni, e purtroppo concordo con te anche sull'Italia. Speravo che almeno fuori stagione si respirasse un clima più rilassato ed accogliente per mare, purtroppo non è stato così. Chissà che l'anno prossimo non ci incrociamo da quelle parti.Buon vento!

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  6. Ciao Luciano, mi spiace che il tuo rientro in Italia sia stato così negativo. Nell'arcipelago toscano per il momento io ci passo la maggior parte del tempo. È vero. A volte la vita del velista effettivamente qui non è facile, vuoi per l'eccessiva burocrazia ma a volte anche per l'incivilta' di alcuni personaggi che ti ritrovi per mare, soprattutto d'estate. Avrei molte storie da raccontarti a proposito e magari spero di avere prima o poi l'occasione di farlo. Detto questo, l'arcipelago resta un bel posto per andar per mare. La stessa Capraia può essere molto accogliente. Per quanto riguarda i gavitelli, personalmente in zona li ho sempre evitati. I fondali in genere, sopratutto all'Elba, sono buoni tenitori e all'ancora si dormono sonni tranquilli. D'altra parte e' vero che in altri paesi a volte sono più gentili, ma non è sempre scontato. Ricordo, ad esempio, la burocrazia trovata quando arrivai a Marmaris la prima volta o la scortesia delle autorità cipriote a Pafos o ancora gli ormeggiatori squali a Simi. In fondo credo che tutto il mondo (o almeno quello a noi più prossimo) sia un po' paese. E cosi' come trovi persone gentili e disponibili in qualche piccola isola greca come è successo ad entrambi o nel marina di Jounie, a nord di Beirut, come è capitato a me quando tenevo la barca in Libano, puoi trovarne ancora anche nei mari nostrani. Se per caso ti capitasse di passare dalle parti di Punta Ala prossimamente fammelo sapere. Magari riuscirò a farti perdonare dall'Arcipelago il tuo ammaraggio piuttosto negativo. Ben tornato e buon vento. Roberto

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