Tirreno d’inverno

La sveglia è puntata alle sei in considerazione dell’alba che è prevista alle sette. Dato che le giornate si sono accorciate molto vorrei partire con il primissimo chiarore per sfruttare tutte le ore di luce, ma lasciare da soli un ormeggio a pacchetto lungo il fiume è sempre una faccenda lunga e complessa, e quindi finisco con il mollare l’ultima cima che mi vincola alla barca di fianco alle sette passate, sollazzando con lo spettacolo un grosso cigno (sulla foce del Tevere ci sono i cigni) che ha osservato con attenzione ininterrotta tutta la manovra. Ho indosso la cerata completa e gli stivali, più a protezione dell’umidità, che ricompre completamente la coperta di Piazza Grande, che del freddo; l’aria è incredibilmente tiepida per la stagione.

Discendo il fiume a favore di corrente e recupero i parabordi che penzolano ormai inutili sulle murate, mentre ai mie lati sfrecciano alcune piccole barche di pescatori mattinieri e impazienti e sopra la mia testa alcuni gabbiani disegnano volteggiando le prime loro parabole aeree della giornata. Esco dal fiume e mi metto in rotta per Palmarola, cinque miglia a nord di Ponza. Il vento è leggero e le vele hanno bisogno di un po’ di aiuto dal motore per dare una velocità decente. Prendo il mare per rispondere a quel richiamo interiore che chi naviga conosce bene: il mare chiama, soprattutto quando l’anima ha bisogno di essere accarezzata. Qualche giorno da solo a galleggiare sull’infinita distesa azzurra mi aiuterà a fare chiarezza dentro di me su alcune questioni difficili che sto affrontando in questo periodo.

La navigazione scorre tranquilla, prevedibile, senza sorprese, come la costa laziale che sfila alla mia sinistra. Gioco infruttuosamente con la traina, leggo, scrivo, scambio qualche messaggio con un paio di amici, controllo che tutto sia a posto e in sicurezza, mi godo l’atmosfera. Il sole scalda progressivamente la giornata e verso l’ora di pranzo ho rimosso tutti gli strati di abbigliamento che indossavo, fino a restare in maglietta. Passato Capo d’Anzio consumo un rapido pasto a base di focaccia imbottita di prosciutto poi mi gusto il caffè in pozzetto.

Verso le quattro e mezza del pomeriggio, l’incanto di un tramonto spettacolare: il sole si riflette su alcuni cirri sfilacciati marezzando il cielo di un arancione che vira al rosso fino a spegnersi oltre la linea dell’orizzonte. La temperatura dell’aria ovviamente cala e  io ricompongo progressivamente tutta la cipolla di indumenti che avevo sfogliato qualche ora prima.

Il profilo di Palmarola è ben visibile nell’oscurità stemperata da una luna brillante. Alla base dell’isola, disabitata in questa stagione, osservo una decina di luci a pelo d’acqua: troppe per essere barche alla fonda in una sera di novembre. Avvicinandomi scopro essere piccole imbarcazioni da pesca che ciondolano su un mare oleoso e senza vento. 

Raggiungo il punto che ho scelto sulla carta per dare ancora ma trovo una leggera onda morta che di sicuro minerebbe la tranquillità che auspico per la notte, pertanto non libero neppure il ferro dal musone e giro immediatamente la prua per mettermi in rotta per Ponza, dove il ventaglio di possibilità per ancorare è più ampio. Chiaia di luna è esposta allo stesso modo quindi le condizioni meteo saranno con tutta probabilità le stesse ma decido comunque di dare un’occhiata prima di ripiegare su Cala Feola, meno ampia e più profonda. In un oretta scarsa ci sono, ma anche qui mi basta un’occhiata per capire che non è aria. Un grosso catamarano oscilla vistosamente malgrado la maggiore stabilità dei multiscafo alla fonda. 

Ancora mezzora di navigazione e alle otto e mezza calo un generoso calumo che mi garantirà un ancoraggio sicuro. Lascio raffreddare il motore per qualche minuto prima di spegnerlo poi accendo la luce in testa d’albero e scendo sottocoperta a prepararmi la cena.

Le luci delle case che dalle colline che circondano la piccola baia si affacciano sul mare puntinano la notte, luccicando intermittenti attraverso gli oblò della tuga. Ogni tanto si sente il rumore di un entrobordo che rientra in porto e in lontananza l’abbaiare stanco di un cane. Tutto mi arriva ovattato, il mondo convulso della terraferma sfuma in lontananza, sovrastato da un mite sciabordio sullo scafo. Piazza Grande, fedele compagna di tante navigazioni, mi abbraccia cullandomi dolcemente nella notte: la poesia a volte è dietro l’angolo, quasi sotto casa.

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