Supereroi (film) – Paolo Genovese

La trasposizione cinematografica di un’opera letteraria è un’operazione molto comune; sono migliaia i libri, famosi e non, capolavori o meno, finiti sul grande schermo. Spesso si tratta di operazioni commerciali, e il lettore che ha apprezzato la carta resta deluso dalla celluloide (o dalla sua riproduzione digitale). Meno comune è il viceversa. Mi viene in mente Anonimo veneziano: Giuseppe Berto, che aveva partecipato alla sceneggiatura, visto il grosso successo del film pensò di ricavare un romanzo breve riadattando ciò che lui stesso aveva scritto. Ne uscì un’opera notevole che, fra l’altro, possiede un’incipit strepitoso, fra i più belli che mi sia mai capitato di leggere. Ma era Giuseppe Berto, appunto.

Questo però avveniva in un tempo in cui il mondo, anche quello della cultura e dell’intrattenimento, viveva a compartimenti stagni: chi faceva un mestiere, faceva quasi esclusivamente quello. Oggi, invece, siamo nell’era dell’interdisciplinarità e della multimedialità, e le opere dell’intelletto vengono spesso già pensate e create immaginandone la distribuzione capillare in ogni settore: libro, film, serie TV, videogiochi, merchandising, ecc. Nei casi estremi, viene proposto, anche se certo non dichiaratamente, uno stile di vita, un modello sociale di riferimento, per cui l’opera viene abbracciata a tutto tondo dai suoi fruitori più appassionati.

Ho letto Supereroi qualche mese fa restandone terribilmente deluso, trovandolo decisamente banale, troppo per un autore come Paolo Genovese dalla cui mente è stato partorito quel capolavoro di analisi delle interazioni umane che è Perfetti sconosciuti. Chiudendolo, alla sensazione di banalità si era aggiunta quella che si trattasse di un testo scritto già per farlo diventare un film, una via di mezzo fra un romanzo e una sceneggiatura. Poi, casualmente, ho scoperto che il film lo stava già girando e che la medesima operazione l’aveva fatta per Tutta colpa di Freud.

Ieri ho visto questo film, scelto perché non ho trovato nulla di meglio, e iniziato con l’opzione “dieci minuti poi mollo”. Invece sono rimasto attaccato allo schermo per due ore, ininterrottamente, preso dalle vicende dei protagonisti malgrado le conoscessi sia nello sviluppo che nell’epilogo, perché il ritmo narrativo era pressoché perfetto e i continui flashback non creavano il minimo disorientamento.

Quella che leggendola mi era sembrata una storia ordinaria mi è invece apparsa in tutta la sua profondità; o meglio, me ne è apparsa la profonda lettura che ne ha saputo darne l’autore e che nel libro non traspare come nel film. Insomma, non so se per tenere in vita una coppia per molti anni bisogna davvero essere dei supereroi come nei fumetti; le generazioni dei nostri genitori e nonni hanno sicuramente sopportato situazioni molto più pesanti. Ma a noi, esseri fragili del XXI secolo, basta poco per sentirci tali, e a volte, come il finale del film mostra, un po’ lo siamo davvero per il fatto stesso di restare vivi.

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