Lo shtetl perduto – Max Gross

Un romanzo delizioso, nella pura tradizione della letteratura yiddish.

Gli shtetl erano i villaggi rurali dell’Europa orientale dove vivevano gli ebrei; una realtà sociale, antropologica e culturale completamente annientata dallo sterminio nazista. Per una serie di circostanze, fortuite e tutto sommato realistiche, uno di essi è scampato alla shoah ed è rimasto isolato dal resto del mondo fino ai nostri giorni, quando casualmente i suoi abitanti entrano in contatto con la realtà odierna.

Divertenti le reazioni di incredulità di entrambe le parti nello scoprire uno stile di vita che per ciascuno è inconcepibile, e abile l’autore a mostrarci i limiti etici, economici, politici e quant’altro di entrambi. Il racconto intreccia le vicende personali di alcuni protagonisti e le ricadute sulla vita degli abitanti dello sthetl e della Polonia, paese in cui la storia è ambientata.

Tutto il libro è scritto in una prosa meravigliosa e affabulatoria, semplice ma assolutamente coinvolgente. Rapisce dalle primissime pagine e si fatica a staccarsene. Unico piccolo neo, il finale, forse un po’ troppo ecumenico che però, al netto del significato religioso che non condivido, può essere letto come un trovare dentro di sé le energie per fronteggiare le avversità della vita.

Interessantissimo anche da un punto di vista antropologico, per capire un mondo purtroppo scomparso per sempre.

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