L’isola nell’isola

L’odore inconfondibile della macchia mediterranea si mescola a un vago effluvio di kerosene sprigionato dai motori ormai spenti dell’aereo che mi ha portato, per l’ennesima volta nella mia vita, in terra sarda. Mi basta allontanarmi di qualche passo dal velivolo e avanzare verso l’uscita per liberarmi dal retrogusto fastidioso di idrocarburi e inalare con pienezza il profumo delle piante resinose che, insinuandosi fra le rocce granitiche o lo scisto, ricoprono l’isola resistendo con eroica pervicacia all’azione devastante del vento salato. Ogni luogo ha una sua caratteristica, un tratto che lo connota in modo particolare se non unico; la Sardegna, fra gli altri, ha certamente il profumo del lentisco, del mirto, del cisto, dell’elicriso, del ginepro, del rosmarino, che confondendosi fra loro danno vita a una fragranza che in estate è così forte e inebriante da essere avvertibile, arrivando via mare, anche prima di avvistare terra.


L’aria è fresca, tonificante, quasi frizzantina, resa tersa dalle piogge dei giorni scorsi e dal maestrale, che soffia deciso e che ha reso l’atterraggio un po’ ballerino. In cielo, sparsi a distesa fino perdita d’occhio, piccoli e grandi cumuli sembrano promettere un ripetersi prossimo delle precipitazioni atmosferiche mentre si muovono veloci lungo la direttrice del vento. Anche la temperatura non rende giustizia al calendario in questa strana primavera che, come spesso negli ultimi anni, sembra uno strascico di inverno prolungatosi oltre i normali canoni meteorologici.

In Sardegna mi sento a casa: nei decenni è stata per me terra di vacanze, di amicizie, di amori, di avventura, di mare, di vela, di pesca, di cultura e di scoperte antropologiche. Venirci in aprile, quando l’orda vacanziera non ha ancora invaso ogni metro quadrato di costa e gli abitanti delle località turistiche non hanno ancora messo in scena lo show estivo fatto di locali alla moda e intrattenimento stereotipato con cui si guadagnano – giustamente – da vivere, offre il beneficio ulteriore di godere del privilegio della quiete.
Un breve tragitto stradale mi conduce fino a Palau dove mi aspetta il traghetto per la Maddalena.


Quale che sia il mezzo che ci porta, l’arrivo su una piccola isola è sempre un momento emozionante. Si ha il senso della meta raggiunta, dell’arrivo in un microcosmo che il mare protegge da tutte le brutture del mondo – e in questo momento, fra pandemia e guerra, il periodo è decisamente brutto – e che in una qualche misura proteggerà anche noi, isolandoci. Razionalmente sappiamo che non esistono isole felici, soprattutto in questa nostra epoca globalizzata e interconnessa a livello planetario, però a volte si ha bisogno di pensare che non sia così.

L’incomparabile bellezza della Maddalena e del suo arcipelago è cosa nota, e perdersi con lo sguardo fra i suoi colori accende l’anima: il mare che vira dal blu al turchese, le varie tonalità del granito, tra il rosa e il grigio, e il verde intenso della macchia mediterranea, ancora più vivido in primavera, fra cui spiccano il giallo della ginestra, il bianco dell’infiorescenza del cisto e dell’asfodelo, e i tappeti di carpobrotus, una pianta piuttosto invasiva conosciuta anche con il nome di fico degli ottentotti (vai a sapere perché) e che produce dei fiori a petalo di un colore viola molto forte. Chi è abituato alle distese brulle, al giallo spento delle sterpaglie estive resta facilmente a bocca aperta di fronte a questa stupefacente esplosione di natura e di vita.


Dai punti più alti si gode della vista delle tante isole, isolette e scogli che punteggiano la distesa azzurra del mare fino alla costa meridionale della Corsica, rendendo il panorama variegato come in pochi altri posti in Mediterraneo: ovunque si volga lo sguardo, non c’è un punto in cui il paesaggio appaia piatto e monotono. Avvicinandosi invece alle rive, si gode dell’esclusività di spiagge altrimenti affollate di bagnanti; la sabbia è spesso modellata dal vento che forma le tipiche piccole coste anziché rimestata in modo disordinato dai passi di migliaia di persone. C’è un qualcosa di poetico nell’osservare questo meraviglioso spettacolo ascoltando il leggero sciabordio della risacca sulla battigia appena sovrastato dal sibilo del vento.

La Maddalena ha anche un bellissimo centro abitato, antico e aggraziato, elegante e curato; anche qui la mancanza di turisti dà leggerezza e fruibilità al luogo. A differenza di molte altre piccole isole italiane, questa non si è votata esclusivamente al turismo, grazie anche alla consistente presenza di personale della Marina Militare che qui ha da sempre un importante presidio. La collocazione strategica, al centro del Tirreno, rende quest’isola un punto formidabile di controllo del traffico navale fin dai tempi antichi: Horatio Nelson, tra la fine del 1803 e il 1804, tenne ancorata qui la sua flotta per alcuni mesi per controllare i francesi prima di spostarsi a capo Trafalgar dove, pur vittorioso, perse la vita. La leggenda narra che si invaghi di una bella maddalenina, Emma Liona, ma in realtà il nome è una semplice italianizzazione dell’amante dell’ammiraglio, l’inglese Emma Hamilton, che da nubile faceva Lyon di cognome.


Prima di lui, nel 1793, giunse un giovane Napoleone che cercò di prendere l’isola ma si trovò ad affrontare l’inaspettata resistenza dei maddalenini, capeggiati dal luogotenente Domenico Lioni detto Millelire, che cannoneggiarono la flotta francese fino a costringerla alla fuga. A ricordo dell’impresa, la piazza che si affaccia su cala Gavetta si chiama XXIII febbraio, giorno in cui si svolsero i fatti e ospita un monumento a Millelire: una stele sulla cui sommità è posta una palla di cannone sparata allora dai francesi verso l’abitato.

Ma il personaggio che spicca su tutti nell’arcipelago della Maddalena è certamente Garibaldi, che qui scelse di finire i suoi giorni, sull’isola di Caprera, fra la gestione della fattoria che aveva messo in piedi e le tresche con le donne di servizio della casa. E qui venne sepolto, anche se qualcuno sussurra che in realtà, nel rispetto della sua volontà, la salma sia stata segretamente riesumata e cremata. La sua casa è visitabile e interessante è anche la visita al Compendio garibaldino, un’antica fortezza riadatta a museo del Risorgimento, dove è possibile ripercorrere tutti i momenti salienti del processo politico e miliare che ha portato all’unità d’Italia.


Ed è incredibile come un’isola così piccola possa essere stata tante volte al centro della Storia: nel 1943 venne condotto segretamente qui Benito Mussolini, deposto il 25 luglio dal Gran consiglio del fascismo, per nasconderlo nel timore che i tedeschi lo liberassero, come poi avvenne dopo che fu trasferito sul Gran Sasso, in Abruzzo. Venne fatto alloggiare a villa Weber, una costruzione in stile moresco fatta edificare da un nobile inglese nella seconda metà dell’Ottocento in località Padule, ma la sua presenza venne notata dagli isolani e rapidamente ne giunse voce ai militari tedeschi che organizzarono un colpo di mano per portarlo via. Le autorità italiane, però, ebbero sentore che il nascondiglio fosse stato scoperto e furono più leste: all’alba del 28 agosto un idrovolante decollò dallo specchio acqueo antistante l’ammiragliato con a bordo il prigioniero. Poche ore dopo, i tedeschi travestiti da marinai italiani, si recarono a villa Weber con la scusa di consegnare della biancheria lavata ma trovarono solo un carabiniere di guardia che li avvertì che in casa non c’era ormai nessuno.
La villa oggi è in totale abbandono e se ne scorge solo una torretta dalla strada che da Padule sale verso la collina.

Passeggiando la sera in paese si gode del fresco e della tranquillità: in giro quasi solo maddalenini e marinai, pochissimi i turisti, pochi gli avventori di bar e ristoranti che nel giro di un paio di mesi saranno invece pieni fino a scoppiare. Il bello della Maddalena è anche questo: essersi saputa mantenere nella sua identità senza lasciarsi snaturare completamente dal turismo, senza chiudere completamente i battenti per dieci mesi l’anno nella pigra attesa della stagione estiva. Una Sardegna nella Sardegna, un’isola nell’isola, una quiete vitale quale alternativa alla frenesia.

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