
Quando si mette piede a terra ad Ærøskøbing si ha l’impressione di essere catapultati in un libro di Astrid Lindgren, più precisamente Vacanze all’isola dei gabbiani. Lo so, quel romanzo è ambientato in Svezia e non in Danimarca, ma il normale pressappochismo di chi non è aduso a certi luoghi tende a vedere somiglianze anche quando per i locali equivarrebbe a bestemmiare. Se non è la Lindgren, allora sono le scatole e i plastici dei Lego della mia infanzia, sui cui erano stampati sempre i soliti due ragazzini, uno dei quali, ho scoperto poi, era il nipote del fondatore dell’azienda, di cui è lui stesso in seguito diventato amministratore delegato. E la Lego è danese al 100%!



Dopo una notte all’ancora fuori dal porto nella calma piatta a combattere contro nugoli di moscerini, mi infilo tra i fanali rosso e verde e individuo un posto libero. Sperimento con successo la mia nuova tecnica per ormeggiare da solo sulle briccole (i due pali piantati nell’acqua cui fissare le imbarcazioni, come a Venezia): entro di poppa, quando ho le briccole al traverso mollo il timone e vado a centro barca, dove ho predisposto due lunghe cime a doppino che lancio a mo’ di lazo sui pali. Poi torno al timone e mi accosto in banchina. Se c’è poco vento, funziona; se c’è qualcuno in banchina, funziona anche con un po’ di vento. Sia come sia, ho capito perché le barche da queste parti hanno quasi sempre un robusto bottazzo sulle murate!



Il paese, uno dei centri principali dell’isola di Ærø, è delizioso, sembra Topolinia, tanto per restare all’epoca dei Lego: un grazioso agglomerato di case antiche perfettamente conservate, senza interventi di ammodernamento invasivi. È un luogo turistico, meta di scandinavi, olandesi e tedeschi che, in barca o via terra, riempiono il porto e le strade ma in modo quieto, sommesso. Fa caldo anche qui più del normale e questo cambia un po’ l’atmosfera: non più quella fresca dell’estate nordica ma piuttosto quella mediterranea di qualche anno fa. Osservando il viavai di turisti che salgono o sciamano dal traghetto appena approdato, sembra di stare alle Egadi di trent’anni fa o alle Eolie di cinquanta.



Ci sono tre piccoli musei, quello che mi interessa è il classico museo che racconta la storia del luogo; gli altri sono la casa di un pittore mai sentito prima e una collezione di navi in bottiglia. La tizia all’ingresso mi propone un economico biglietto cumulativo per tutti e tre.
“I musei qui costano molto meno che in Italia”, puntualizza.
“Thanks to the dick”, è il pensiero che come un flash attraversa la mia mente, “non vorrai mica paragonare queste tre stanzette ai Musei Capitolini, agli Uffizi, alla Pinacoteca di Brera, alla Galleria Borghese, ai Musei Vaticani, a…”
Lascio perdere ed opto per un più diplomatico “In Italia ci sono molti musei gratuiti e l’Italia stessa è un museo a cielo aperto”. Devo colpire nel segno perché la tizia resta interdetta e non replica.



Alla ragazza simpatica e carina che sta in uno degli altri musei faccio invece la solita domanda su come sia la vita l’inverno in un posto del genere. “Molto tranquilla”, mi risponde, “le strade sono deserte, c’è silenzio. Io però mi sono trasferita a Copenaghen, torno qui l’estate perché c’è mia madre”. Comprensibile che un giovane chieda altro alla vita che non pace e silenzio. Il punto è anche che le attività storiche dei centri minori di mare, legate ovviamente alla marineria e all’indotto conseguente (soprattutto artigianato e commercio) sono ridotte al lumicino. Chi pure volesse restare, cosa potrebbe fare oltre a lavorare nei mesi estivi con i turisti?



Torno a bordo, anche perché per le strade fa troppo caldo per i miei gusti. Fossi alle Egadi aspetterei le otto di sera per il tramonto e un po’ fresco. Qui però, per via della latitudine, fa buio alle undici, il sole resta basso per ore prima di sparire oltre l’orizzonte, è difficile anche schermarlo con un telo. Pazienza, tra un paio di giorni torna il fresco, quello nordico, quello vero, quello per cui ho navigato fin qui.
Faccio due passi all’imbrunire, fra cigni e papere che starnazzano aprendosi al mio passaggio. L’aria è ferma, l’acqua del mare è immobile: l’estate danese è anche questo.
