
Sto navigando l’ultimo tratto della Standing Mast Route, il tracciato lungo i canali olandesi studiato per essere percorso dalle barche a vela senza necessità di disalberare. Si attraversano diverse chiuse e un numero infinito di ponti mobili di ogni tipo, levatoi, girevoli, basculanti, tutti con la caratteristica di non porre limiti all’altezza delle imbarcazioni. Ci sono anche alcuni passaggi inversi, tunnel automobilistici che scorrono sotto le barche. Partito alla Zelanda ai primi di giugno, sono ora nell’estremo nord dei Paesi Bassi, diretto a Groningen, capoluogo dell’omonima regione.



Mi è rimasto un solo ponte prima di entrare in città e, passata l’ultima chiusa, accosto al moletto di attesa per aspettare che apra. Non ho fretta, sto navigando da stamattina e sono stanco: l’idea di spegnere il motore e fare una breve sosta non mi dispiace. Con un colpetto di retro fermo la barca, sistemo le cime, poi inizio a rovistare nel frigo in cerca di qualcosa da mangiare, visto che sono le due e mezzo del pomeriggio e non ho ancora pranzato. Neanche due minuti e sento bussare sulla murata. È l’addetto del ponte che gentilmente mi spiega che alcuni ponti più avanti sono bloccati per il gran caldo. Mi farà la cortesia di aprire e lasciarmi passare, ma quello successivo non è funzionante. Detto in parole povere, sono più o meno bloccato in aperta campagna, tipo Troisi e Benigni nel film Non ci resta che piangere.



L’ondata di caldo che ha colpito la Francia nei giorni scorsi si sta muovendo verso est investendo anche i Paesi Bassi, con temperature davvero folli per questo paese: ieri ci sono stati picchi oltre i trentacinque gradi quando di norma si sta poco sopra i venti. A parte il disagio per le persone e gli animali, c’è un grave problema legato alla dilatazione termica dei materiali, acciaio e cemento, con cui sono costruiti i ponti mobili. Se questa supera una certa soglia, il meccanismo di apertura non funziona più perché le giunture si disallineano. Sono strutture progettate per un clima diverso da quello che stiamo vivendo ultimamente.



La contromisura principale consiste nell’annaffiare i giunti per raffreddarli. Alcuni ponti hanno un sistema automatico, in altri l’omino o la donnina che li manovrano, fra un’apertura e l’altra escono con la pompa e li annaffiano. Un lavoro evidentemente insufficiente al di sopra una certa temperatura, e i ponti del centro di Groningen sembrano esserne la viva testimonianza. Il tizio si congeda, va alla consolle di controllo, e dopo pochi minuti il bestione di acciaio si solleva come una mandibola gigantesca pronta a ingoiarmi. Sì, d’accordo, ma poi?


Fortuna vuole che fra il ponte e il centro ci sia un marina, che avevo scartato perché un po’ decentrato. È nascosto fra alcuni caseggiati moderni non molto belli e c’è anche un ponticello mobile che deve aprirsi per lasciarmi entrare, ma direi che va benissimo così. Per andare in città prenderò un autobus, per uscire dai canali devo solo aspettare che passi questo caldo assurdo e inusuale.



Intanto segno un’altra bella giornata di navigazione, dal Lauwesmeer, dove ho passato la notte alla boa dopo aver lasciato Dokkum, a qui, attraverso graziosi paesini e una natura spettacolare fatta di campi coltivati e aree completamente selvagge, dimora indisturbata di una fauna variegata e per nulla infastidita dal mio passaggio. L’unica seccatura (a parte il caldo) è stata un’invasione di microscopici moscerini che hanno praticamente ricoperto il ponte e il pozzetto di Piazza Grande: decine di migliaia, annidati in ogni più piccolo interstizio, perfino fra i legnoli delle cime appese alle draglie. Ci sono volute tonnellate d’acqua per riprenderne possesso.



Un ottimo formaggio olandese e un bicchiere di Côtes du Rhône sugellano la fine del giorno malgrado il sole sia ancora alto nel cielo per via della latitudine. Poi un acquazzone, previsto e liberatorio, sembra voler restituire a questa terra il suo consueto carattere.